Vincenzo Capuano - Psicologo

Vincenzo Capuano - Psicologo Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Vincenzo Capuano - Psicologo, Psicologo, Via Adalgiso Amendola 36, Salerno.

Psicologo e Psicoterapeuta CBT + EMDR
Ansia • Trauma • Relazioni • Genitorialità
🎓 Percorsi individuali, gruppi e formazione
⬇️ Risorse gratuite e progetti in partenza Il 𝐃𝐫. 𝐕𝐢𝐧𝐜𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐂𝐚𝐩𝐮𝐚𝐧𝐨, 𝐏𝐡𝐃 è uno psicologo e psicoterapeuta, dottore di ricerca in Scienze della Mente, specializzato in psicoterapia cognitivo-comportamentale per adulti, bambini e adolescenti. Offre servizi di psicoterapia indiv

iduale, di coppia, supporto alla genitorialità e valutazioni psicodiagnostiche e neuropsicologiche presso i suoi studi privati a Salerno. Si occupa nello specifico di:

• Valutazione psicodiagnostica clinica per disturbi d'ansia, depressione, dipendenze, disturbi alimentari, difficoltà relazionali e disturbi di personalità per bambini, adolescenti e adulti;

• Valutazione neuropsicologica per l’età evolutiva (difficoltà in memoria, linguaggio, attenzione, ragionamento, percezione, abilità visuo-spaziali, esecuzione di sequenze motorie);

• Psicoterapia cognitivo-comportamentale, CFT e psicoterapia Senso-Motoria per bambini, adolescenti e adulti;

• Valutazione e trattamento dei disturbi post-traumatici da stress (PTSD) e psicoterapia EMDR;

• Sostegno alla genitorialità. Attraverso un approccio integrato, il Dr. Capuano aiuta le persone a ritrovare equilibrio e benessere psicofisico, supportandole nel loro percorso di cambiamento e crescita personale.

18/08/2026

Qual è la differenza tra PTSD e PTSD Complesso (CPTSD), in parole semplici?
PTSD: "Mi è successa una cosa terribile, una volta."

➡️ Questo può aver distrutto il tuo senso di sé, la sicurezza, l'identità e il senso di appartenenza in modi che non avresti mai immaginato possibili, e da cui magari stai ancora cercando di guarire... ma ti ricordi il "prima". È un punto di riferimento a cui la mente e le emozioni possono tornare.
CPTSD: "Mi è successa una cosa terribile per molto tempo, e il mio cervello ha dovuto cambiare, dentro, per sopravvivere."

➡️ A seconda di quando accadono gli eventi che causano il CPTSD, questi possono cambiare le idee fondamentali sulla vita mentre il cervello è ancora in sviluppo (fino ai 27-28 anni): significa che non hai mai avuto un vero senso di sé da cui partire, che i tuoi ricordi primari sono traumatici, e che non hai mai conosciuto la sicurezza da parte delle tue figure di accudimento primarie.
Poi c'è il CPTSD che si sviluppa più avanti nella vita, a causa di violenza domestica, trauma lavorativo, abuso narcisistico, ecc...

➡️ Questo frantuma la tua visione del mondo, la fiducia in te stesso e la tua identità. Devi lavorare molto duramente per districare il danno e costruire una nuova versione di te stesso da lì in avanti. Hai comunque un punto di riferimento: chi eri prima, a cui in parte puoi provare a tornare.
Per essere chiari: questo contenuto non vuole dire né suggerire nulla sulla gravità dell'impatto che queste condizioni hanno sulla vita delle persone — riguarda solo il modo in cui vengono diagnosticate diversamente dai clinici.

E sì, puoi avere sia PTSD che CPTSD contemporaneamente, derivanti da eventi diversi... E sì, se sei neurodivergente hai più probabilità di sviluppare anche un CPTSD rispetto alla popolazione generale.

Concept originale: thinklikealiar (Instagram)

13/08/2026

Quando eviti qualcosa (una persona, un luogo, un pensiero) spesso non lo stai risolvendo. Lo stai solo mettendo in pausa. Il cervello registra l'evitamento come una vittoria a breve termine ("non ci penso più, quindi è andato via"), ma la memoria traumatica non funziona così: resta codificata, pronta a riattivarsi con lo stesso carico emotivo, anche a distanza di anni.
Non è debolezza. È come funziona la memoria implicita: non sempre basta "non pensarci" per disinnescarla.
Se anche a te capita di credere che "ormai è acqua passata" e poi ti accorgi che non lo è, non sei tu che stai sbagliando qualcosa. È il meccanismo dell'evitamento che fa esattamente questo.

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11/08/2026

Arrossire non è un difetto. È una risposta del corpo che ha a che fare con qualcosa di molto antico: il bisogno di appartenenza. Per gran parte della nostra storia, essere esclusi dal gruppo non significava semplicemente sentirsi soli. Poteva significare essere meno protetti, più vulnerabili, più esposti. Il corpo ha sviluppato anche segnali involontari capaci di comunicare agli altri qualcosa come:

“Mi importa di quello che pensate di me.” “Non voglio rompere il legame.” “Voglio restare dentro questa relazione.”

Il rossore è uno di questi. Per questo spesso compare proprio nei momenti in cui ci sentiamo osservati, giudicati o improvvisamente molto visibili.

Il problema non è arrossire.
Il problema può iniziare quando interpretiamo quella reazione come una prova del fatto che c’è qualcosa di sbagliato in noi. E allora alla vergogna si aggiunge altra vergogna: “Sto arrossendo.” “Se ne stanno accorgendo.” “Devo controllarmi.” “Devo smettere.” Ma alcune risposte del corpo non hanno bisogno di essere combattute, ma spesse volte hanno bisogno di essere comprese.

Se ti capita di arrossire facilmente, prova a ricordarlo: il tuo corpo non ti sta tradendo, sta facendo qualcosa che ha imparato molto tempo fa.

🛑 Salva questo Reel se vuoi tornarci quando il rossore ti mette in difficoltà. E se conosci qualcuno che vive l’arrossire come un limite, condividiglielo.

Con quale organo vediamo?La risposta più immediata sarebbe: con gli occhi.Ma in realtà vediamo con il cervello.E questo ...
31/07/2026

Con quale organo vediamo?

La risposta più immediata sarebbe: con gli occhi.
Ma in realtà vediamo con il cervello.

E questo non riguarda solo la percezione visiva. Riguarda anche il modo in cui impariamo a riconoscere le emozioni: le nostre e quelle degli altri.

Un bambino che piange, una persona che si chiude, qualcuno che reagisce in modo “esagerato” forse non sta solo mostrando un comportamento. Sta provando a comunicare qualcosa che ancora non riesce a dire.

A volte non vediamo davvero chi abbiamo davanti perché il nostro cervello ha imparato a cercare altro: il problema da risolvere, la frase da dire, il modo per far passare tutto in fretta.


Ma essere visti cambia il modo in cui impariamo a stare dentro ciò che sentiamo.

E forse la domanda da portarci dietro è questa:

che cosa mi sta mostrando una persona che amo, che forse non ho ancora imparato a vedere davvero?

29/07/2026

Se ti riconosci nel reel, leggi perché succede!

👉 Esiste una difficoltà (silenziosa, spesso non riconosciuta) nel tollerare le emozioni positive. Chi è cresciuto senza che la propria felicità venisse condivisa, amplificata, festeggiata da chi si prendeva cura di lui, spesso fatica da adulto a ricevere un complimento, un abbraccio sincero, un momento di gioia senza sentirsi a disagio o sospettoso.

Ti faccio un esempio che vedo spesso, anche fuori dallo studio. Qualcuno ti fa un complimento sincero "sei stato bravissimo", "sono fiero di te" e la prima reazione, quasi automatica, è minimizzare: "ma no, è stato facile", "chiunque l'avrebbe fatto". Non è modestia. È, spesso, un cervello che non ha mai imparato a restare fermo dentro un momento buono senza scappare.

In terapia, a volte, il lavoro più delicato non è aiutare qualcuno a soffrire meno. È aiutarlo a restare, per qualche secondo in più, dentro qualcosa di buono, senza correre a rovinarlo o sminuirlo.

27/07/2026

Forse il vero lusso oggi non è avere più tempo.

È sentirsi autorizzati a non riempirlo.

💬 Tu riesci a stare qualche minuto senza fare nulla o senti subito il bisogno di occuparti di qualcosa?

Oggi lo studio chiude per la pausa estiva.Le attività cliniche riprenderanno il primo settembre e sento che, quest’anno ...
27/07/2026

Oggi lo studio chiude per la pausa estiva.

Le attività cliniche riprenderanno il primo settembre e sento che, quest’anno più che mai, fermarmi non significa semplicemente interrompere il lavoro. Significa fare spazio a tutto ciò che questi mesi hanno portato con sé.

È stato un anno intenso.

Molte persone hanno scelto di entrare in questa stanza, fisicamente oppure attraverso uno schermo, e di affidarmi parti della propria storia che spesso avevano custodito a lungo: paure, ferite, lutti, relazioni, ricordi difficili, ma anche desideri, tentativi e possibilità ancora da costruire.

Essere accolto nella vita di qualcuno come terapeuta non è mai qualcosa che considero scontato. Per me è un privilegio enorme, ma soprattutto una responsabilità. Richiede presenza, studio, rispetto e la disponibilità a mettersi continuamente in discussione.

Anche per questo, durante l’anno, ho dedicato molto tempo alla formazione e all’aggiornamento professionale.

Tra i passaggi più importanti c’è stato il conseguimento del titolo di supervisore EMDR. Un traguardo che mi rende felice, ma che non vivo come un punto di arrivo. Significa assumermi una nuova responsabilità: accompagnare altri terapeuti nel loro lavoro clinico, contribuendo a costruire percorsi di cura sempre più consapevoli, rigorosi e rispettosi delle persone che incontriamo. E da settembre comincerò ad accogliere i nuovi colleghi che si affacciano a lavorare con questo prezioso strumento che la Shapiro ci ha lasciato in eredità.

Quest’anno ha visto anche la nascita di Attimo Gentile, un progetto al quale tengo particolarmente.
Uno spazio pensato per chi desidera imparare a stare con sé stesso in modo meno duro, meno giudicante e più consapevole. Un piccolo seme, nato dall’idea che la gentilezza verso di sé non sia una debolezza, ma una forma profonda di coraggio e di cura.

Arrivo però a questa pausa anche con qualcosa di più difficile da attraversare. Gli ultimi giorni per la mia famiglia sono stati segnati dalla perdita di una cara amica. Un dolore personale che ha cambiato inevitabilmente il modo in cui guardo a questa chiusura.

Spesso ricordo ai miei pazienti che dietro il ruolo professionale, dietro le competenze e le parole che utilizziamo per prenderci cura degli altri, resto sempre una persona. Che siamo alla fine "tutti sulla stessa barca" che è il nostro vivere la nostra umanità. E anche chi ogni giorno accompagna il dolore altrui ha bisogno, a volte, di fermarsi. Di restare vicino alle persone amate. Di attraversare ciò che è accaduto senza affrettarsi a trasformarlo o a superarlo.

Questa pausa per me sarà anche questo: un tempo per riposare, per elaborare, per ritrovare energie e per preparare con cura ciò che verrà.

A settembre riprenderanno le attività e prenderanno forma nuovi progetti clinici, formativi e divulgativi. Alcuni sono già in cammino, altri hanno ancora bisogno di tempo. Ma non preoccupatevi, ne parleremo presto.

Durante la pausa resterà possibile contattarmi per richiedere l’inserimento nella lista d’attesa per i nuovi percorsi di psicoterapia. Le richieste saranno valutate alla ripresa delle attività, in base alle disponibilità.

Grazie a tutte le persone che, anche quest’anno, hanno scelto di affidarmi un tratto del proprio cammino. 🙏

Ora è tempo di fermarsi.
Perché anche il riposo, il dolore e il silenzio fanno parte della cura.

🙏🌹❤️🏖

Nel 1941, Viktor Frankl aveva in mano un visto per gli Stati Uniti.Psichiatra austriaco, ebreo, viveva a Vienna mentre i...
26/07/2026

Nel 1941, Viktor Frankl aveva in mano un visto per gli Stati Uniti.

Psichiatra austriaco, ebreo, viveva a Vienna mentre il nazismo stringeva la morsa sull'Europa. Avrebbe potuto partire. Aveva tutti i documenti. E aveva anche una via d'uscita. Ma decise di lasciar scadere il visto.

Non poteva abbandonare i suoi genitori anziani. Restò. L'anno dopo fu deportato insieme a loro e alla moglie Tilly nel campo di Theresienstadt. Nei tre anni successivi fu trasferito ad Auschwitz, poi a Dachau. Quando fu liberato dalle truppe americane nel 1945, scoprì che il padre era morto di fame a Theresienstadt, la madre era stata uccisa ad Auschwitz, e che la moglie era morta a Bergen-Belsen. All'ingresso del primo campo gli avevano sequestrato e distrutto il manoscritto a cui aveva dedicato anni di lavoro.

Gli tolsero anche il nome. Rimase un numero.

Eppure c'era qualcosa che Frankl osservava, dentro quell'orrore, e che non riusciva a ignorare.
Persone sottoposte allo stesso trattamento, alla stessa fame, alla stessa violenza, reagivano in modi completamente diversi. Alcuni, pur ridotti allo stremo, dividevano il poco cibo che avevano. Altri cedevano in pochi giorni, non per debolezza fisica, ma per qualcosa di più sottile: avevano perso il senso di avere ancora qualcosa davanti a sé. Frankl notò che chi sopravviveva più a lungo non era necessariamente il più forte. Era chi riusciva a tenere in mente qualcosa per cui valesse ancora la pena di resistere.

Quello che stava osservando non era per lui del tutto nuovo.

Infatti, aveva cominciato a sviluppare la sua teoria già negli anni Venti, lavorando con giovani in difficoltà nei consultori di Vienna. Nel 1930, a venticinque anni, aveva coniato il termine "logoterapia" per descrivere un approccio fondato sulla ricerca di significato. Era ancora un'ipotesi, un presentimento clinico. I campi di concentramento la trasformarono in qualcosa che nessun esperimento di laboratorio avrebbe mai potuto dargli: una prova vissuta, personale, estrema.

L'intuizione centrale era questa: tra ciò che ci accade e il modo in cui rispondiamo, esiste uno spazio. Piccolo, a volte quasi impercettibile, ma reale! Ed è in quello spazio che risiede qualcosa che nessuna circostanza esterna può togliere del tutto: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento.

Non la libertà di scegliere gli eventi. Non quella di evitare il dolore. Ma la libertà di decidere chi essere dentro quella specifica situazione.

Frankl era chiaro su un punto che spesso viene frainteso: non sosteneva che il dolore renda automaticamente migliori, né che tutto abbia necessariamente un senso. La sofferenza in sé non insegna nulla. A farlo, invece, è il modo in cui ci si pone di fronte ad essa che può diventare, in certi casi, una vera forma di libertà.

Dopo la guerra tornò a Vienna e riscrisse in nove giorni il manoscritto che gli era stato distrutto. Lo pubblicò nel 1946. In inglese si chiama Man's Search for Meaning. Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e continua a essere letto.

Non perché sia una storia di redenzione facile.
Ma perché viene da un uomo che aveva ogni ragione per smettere di credere che la vita avesse ancora qualcosa da offrire, e che invece, guardando attorno a sé dentro i campi, aveva trovato conferma di qualcosa che aveva intuito da giovane: che il significato non è qualcosa che la vita ci consegna. È qualcosa che possiamo continuare a cercare, anche quando quasi tutto ci è stato tolto.

Fonti
Frankl, V. E. (1946). Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager [trad. it. Uno psicologo nei lager]. Kösel-Verlag.
Frankl, V. E. (1969). The Will to Meaning. New American Library.
Frankl, V. E. (1986). The Doctor and the Soul. Vintage Books.

Stesso episodio due reazioni diverse. Ecco cosa succede.👉 Non è il trauma evidente quello che predice di più le difficol...
24/07/2026

Stesso episodio due reazioni diverse. Ecco cosa succede.

👉 Non è il trauma evidente quello che predice di più le difficoltà emotive importanti in adolescenza

È proprio questo: la mancanza di coinvolgimento emotivo positivo, il volto che non rispecchia, la voce che minimizza. Non quello che è successo. A volte ad essere un problema è quello che non è mai successo.

Quella bambina (diventata donna, o quel bambino diventato uomo) arriva spesso in terapia dicendo: "Non so cosa sento." Non perché si nasconda. Perché non ha mai avuto qualcuno che le insegnasse a vedere ciò che sentiva.

Odisseo torna a casa. Ma quale casa, e quale Odisseo?Ho visto "The Odyssey" di Nolan e c'è una cosa che mi ha colpito pi...
22/07/2026

Odisseo torna a casa. Ma quale casa, e quale Odisseo?

Ho visto "The Odyssey" di Nolan e c'è una cosa che mi ha colpito più delle battaglie o degli effetti visivi: il film comincia con un uomo in piedi su un tavolo, in una sala da banchetto, che racconta una storia. Prima ancora di mostrarci Odisseo che combatte o naviga, ci mostra qualcuno che narra.
Non è un dettaglio casuale. È forse la chiave di tutto il mito.

Perché l'Odissea non è, come spesso la ricordiamo, la storia di un eroe che torna vittorioso a casa. È la storia di un uomo che ha attraversato vent'anni di guerra e naufragi, e che deve reimparare a stare in un luogo che nel frattempo è cambiato, mentre lui, dentro, è cambiato ancora di più.

È qualcosa che nel lavoro clinico incontriamo spesso, in forme diverse: il "mito del ritorno". L'idea che, superato l'evento critico, tutto tornerà come prima. Ma chi ha attraversato un trauma sa che non si torna mai davvero allo stesso punto di partenza. Si torna, semmai, in un corpo e in una mente che portano dentro il viaggio fatto... le sirene, i ciclopi, le tempeste. E il "ritorno a casa" diventa un secondo lavoro, silenzioso: quello di raccontarsi ciò che è successo, per poterlo integrare invece di restarne prigionieri.
E dall'altra parte del mare c'è Penelope, che troppo spesso riduciamo alla moglie paziente che aspetta. In realtà è lei a tenere in piedi Itaca per vent'anni, a destreggiarsi tra pretendenti e potere, a inventarsi ogni giorno un modo per resistere senza cedere. Anche la sua è una forma di trauma prolungato... quello di chi resta, non di chi parte. E anche il suo è un lavoro psichico enorme: reggere l'incertezza senza sapere se, e chi, tornerà davvero.

Il film, per me, è un capolavoro: 9 su 10. Il cast è superlativo, e l'ambizione di condensare un poema di questa portata in un unico film è già di per sé un atto di coraggio. L'unica cosa che mi è mancata è il dialogo con Polifemo, ma poi ho ripensato a cosa sia davvero l'Odissea: il frutto di una lunghissima tradizione orale, recitata da un aedo o un rapsodo per un pubblico in gran parte analfabeta. E il fatto che, tremila anni dopo, si possa ancora raccontarla a noi analfabeti 5.0 con un nuovo volto, una nuova interpretazione, è per me qualcosa di magnifico. In fondo è la dimostrazione più bella di ciò di cui parla il film stesso: il bisogno umano di narrare, e rinarrare, per continuare a dare senso all'esperienza.

Voi l'avete visto? Cosa vi ha colpito di più: il viaggio di Odisseo o l'attesa di Penelope?

Indirizzo

Via Adalgiso Amendola 36
Salerno
84125

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 03:00 - 19:00

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