La Scuola Dei Bambini Cresciuti

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La morte dà valore alla vita perché sappiamo che il nostro tempo qui è limitato. Se ci abbandonassimo all'amore, conosce...
16/08/2026

La morte dà valore alla vita perché sappiamo che il nostro tempo qui è limitato. Se ci abbandonassimo all'amore, conosceremo inevitabilmente la perdita e il dolore. Se cercassimo di evitare la perdita e il dolore, non ameremo mai veramente. Eppure, in un modo potente e misterioso, è proprio l'accettazione della perdita che ci rende pienamente e profondamente vivi.

Chiunque abbia perso una persona cara sa che la vita cambia per sempre. Non si può semplicemente "superare" il dolore, bisogna imparare a conviverci. La perdita e il lutto cambiano il nostro paesaggio. Il terreno è per sempre diverso e non c'è più nulla di "normale" a cui tornare. Tutto ciò che resta è il compito interiore di creare una nuova mappa, accurata.

"Non siamo qui per curare il nostro dolore, siamo qui per prendercene cura."

La verità è che chi soffre porta dentro di sé una saggezza di cui tutti noi abbiamo bisogno. E poiché viviamo in una società che ha paura di provare emozioni, è importante aprirci gli uni agli altri sulla profondità del percorso umano, un percorso che può essere conosciuto solo attraverso la vita dei nostri sentimenti.

Non ci resta che trovare saggezza e una profonda pace con la vita, cercando di imparare ad amare in modo migliore: noi stessi nel dolore, gli altri nella loro sofferenza, la vita in tutti i suoi modi di insegnarci.
RIP

“ANOTHER SELF" (IL MIO ALTRO SÉ) STAGIONE 3: QUANDO LE COSTELLAZIONI FAMILIARI INCONTRANO LA NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMACom...
16/07/2026

“ANOTHER SELF" (IL MIO ALTRO SÉ) STAGIONE 3: QUANDO LE COSTELLAZIONI FAMILIARI INCONTRANO LA NEUROBIOLOGIA DEL TRAUMA

Come la serie Netflix traduce la saggezza di Hellinger nel linguaggio del corpo che ci ricorda Bessel van der Kolk

Quando Nuran Evren S**t, ricercatrice del lavoro di Bert Hellinger, decise di creare “Another self” (Zeytin Ağacı, “L'ulivo”), non stava semplicemente scrivendo una serie TV. Stava traducendo in linguaggio audiovisivo una delle rivelazioni più inquietanti della psicologia sistemica: che camminiamo portando con noi il peso invisibile dei nostri antenati e che questo peso – non metaforico, ma neurobiologico – determina come amiamo, come diffidiamo, come ci ammaliamo e come ci salviamo.

La sua terza stagione non si limita ad approfondire le Leggi dell'Amore, che Hellinger descrive come le regole invisibili dei sistemi familiari. Con ogni battuta di dialogo, ogni silenzio e ogni gesto dei personaggi, dimostra che la neurobiologia del trauma e le costellazioni familiari parlano esattamente la stessa lingua.

E quella lingua è il linguaggio del corpo.
Per decenni, Bert Hellinger ha parlato delle "leggi dell'amore" come leggi spirituali, quasi morali: che i figli sono leali ai genitori, che gli esclusi tiranneggiano nell'ombra, che onorare gli antenati è il fondamento della pace. Sembrava filosofia. Sembrava una costellazione. Ad alcuni suonava quasi sciamanico, ad altri troppo poetico.

Poi arrivò Bessel van der Kolk, un neuroscienziato che aveva trascorso 30 anni a studiare come il trauma viene registrato nel corpo, non nella mente. E scrisse la frase che cambiò tutto: "Il corpo non dimentica" (The body keeps the score)

E improvvisamente le leggi di Hellinger non sembravano più solo poetiche. Erano neurobiologia.
Ciò che Hellinger osservava come "il bambino che porta con sé ciò che non gli appartiene" era esattamente ciò che Van der Kolk documentò in laboratorio: che il sistema nervoso del bambino assorbe gli stati emotivi non elaborati dei genitori. Che se la madre porta con sé un trauma inespresso, il bambino lo porta nel suo sistema nervoso, anche se nessuno glielo ha "detto" consciamente ed espressamente.
Che il corpo registra ciò che la mente non può mai esprimere a parole.
Franz Rupert, uno psicologo tedesco che collaborò con Hellinger, fece un ulteriore passo avanti. Descrisse come il trauma "frammenta la psiche" in parti:
1. la Parte Traumatizzata (il bambino congelato nel momento del dolore),
2. la Strategia di Sopravvivenza (i meccanismi che il corpo sviluppa per sopravvivere) e
3. la Parte Sana (l'adulto che può osservare e accompagnare).
Non si trattava di metafore. Erano precise descrizioni neurobiologiche del modo in cui il cervello traumatizzato si organizza.

Gabor Maté, un medico che ha studiato le origini emotive delle malattie, ha spiegato il meccanismo fondamentale: quando un trauma non viene elaborato, il corpo lo immagazzina.
La "tirannia del passato" di cui parlava Hellinger non è una maledizione, ma la risposta automatica di un sistema nervoso che ha imparato a sopravvivere in un ambiente in cui non era sicuro esistere.
Ciò che Hellinger ha scoperto osservando i sistemi familiari in cerchio, le neuroscienze lo hanno confermato attraverso le scansioni cerebrali. Sono la stessa cosa. Solo che uno l'ha vista attraverso la costellazione, l'altro attraverso il corpo.
La terza stagione di "Another Self" è dove tutto questo accade silenziosamente, senza nominare nessuno di questi scienziati. Ed è proprio questo che la rende così potente.
Ada, la protagonista, continua il suo viaggio alla scoperta di come il suo sistema familiare l'abbia plasmata. Ma in questa stagione, la serie osa fare qualcosa di più profondo: mostrare come sia il sistema nervoso a registrare gli eventi, non la mente cosciente.

C'è un momento nella terza stagione in cui Ada è in silenzio, mentre osserva suo padre. E improvvisamente il suo corpo reagisce. Non perché lo decida, ma perché la sua amigdala – la custode delle emozioni non elaborate – riconosce in quel gesto del padre qualcosa che aveva visto anni prima. Qualcosa che allora era troppo grande per essere elaborato. E ora il suo sistema nervoso lo sta attivando.
Questo è Van der Kolk in azione. Questo è il corpo che ricorda. Non è dramma. È neurobiologia tradotta in una scena televisiva.

Ma ciò che la serie fa dopo è esattamente ciò che Hellinger farebbe in una costellazione: mostra che questa reazione automatica non è un difetto in Ada. È informazione. È lealtà. È la bambina dentro di lei che dice: "Eccomi. Non sono stata notata. Nessuno ha pianto per me. Sto ancora aspettando."

La parte traumatizzata di Ada, congelata nell'istante in cui è accaduto qualcosa a suo padre, inizia a manifestarsi. Non per punirla, ma per liberarla.

E poi – senza che la serie lo nomini esplicitamente – emerge il metodo descritto da Rupert: il dialogo tra le parti. La parte sana di Ada, l'adulta che è ora, può finalmente rivolgersi alla bambina che è rimasta indietro. Può dire: "Sono qui. Ho visto cosa è successo. Ora posso occuparmene io di questo peso. Tu puoi riposare".

Ed è proprio questo che la terza stagione fa magistralmente. Trasforma le descrizioni astratte di Rupert su come il trauma si frammenta e come avviene l'integrazione in immagini umane, emotive e profondamente vissute.
Uno dei concetti più provocatori di Hellinger è che "l'escluso tiranneggia dall'ombra". Non è una frase poetica. È un'osservazione clinica: se un sistema familiare non riconosce qualcuno (un parente scomparso, una verità che non può essere espressa, un dolore non ancora elaborato), questa esclusione non scompare. Diventa un fantasma attorno al quale tutti danzano senza sapere perché.

Nella terza stagione di "Another Self", questo emerge in modi sempre più tangibili. Ada scopre che il suo corpo ha danzato con un fantasma per tutto questo tempo. Le sue reazioni, le sue paure, le sue inspiegabili lealtà non le appartengono. Appartengono alle eccezioni. A colui che è rimasto invisibile, non onorato, senza un posto nel sistema.

L'aspetto entusiasmante è che la serie lo mostra senza essere letterale. Non c'è un momento in cui qualcuno dice: "Tua nonna non è stata compianta, quindi hai paura". No. Ciò che accade è che il corpo di Ada lo sa prima ancora che lo sappia la sua mente.
Questo è esattamente ciò che Gabor Maté descrive nella sua ricerca su come il trauma non elaborato viene ereditato. Il corpo lo sa. La mente impiega anni per recuperare.

E la cura non sta nell'informazione. La cura sta nel "vedere". In questo modo, l'escluso viene reintegrato nel sistema familiare, perché quando qualcosa viene escluso, il nostro sistema nervoso deve impiegare risorse infinite per tenerlo fuori. Quando lo includiamo, quando lo onoriamo, quando gli diamo spazio, quelle risorse vengono liberate.
E nella serie avviene così, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se finalmente Ada potesse respirare. Come se finalmente, dopo tutta la serie, potesse essere se stessa senza portarsi dietro ciò che non le appartiene.
Esiste un metodo innovativo sviluppato da Humberto Del Pozo López, basato su Hellinger, Porgys (lo scopritore della teoria polivagale), Rupert e Van der Kolk: il Metodo di Risonanza Limbica TRIFOCAL. È l'approccio che viene usato nella serie, ma in modo sistemico.

In conclusione, le pratiche corporee, come la danza consapevole, le meditazioni dinamiche, gli esercizi psicocorporei, l'arteterapia, le costellazioni famigliari, lo psicodramma creano un terreno fertile nel quale possono manifestarsi situazioni latenti o bloccate. Una volta riconosciute, esse hanno possibilità di essere consapevolizzate e liberate.

LABORATORIO DI ARTETERAPIAVenerdì 17 luglio ore 19.30Leonard Cohen ha una canzone che conosciamo tutti. Dice: "Dove c'è ...
12/07/2026

LABORATORIO DI ARTETERAPIA
Venerdì 17 luglio ore 19.30

Leonard Cohen ha una canzone che conosciamo tutti. Dice: "Dove c'è una crepa, attraverso di essa entra la luce".
Cercheremo "le nostre crepe", attraverso esercizi di arteterapia, muovendoci negli strati di finto benessere che ci impediscono di vederle.
Una volta individuate, useremo le nostre intuizioni per "vedere la luce"attraverso la nostra creatività.

Per partecipare non occorrono capacità e materiali, ma solo la voglia di esplorarsi e conoscersi.

A fine laboratorio, chi desidera può portare rinfresco da condividere. In loco troverete bevande rinfrescanti.

Costo di partecipazione 20 euro.

Iscriversi con messaggio WhatsApp al 331 4004571
ENTRO E NON OLTRE giovedì 16 luglio.

Grazie per la condivisione! Mi permette di arrivare a più persone 🙏

LA PSICOLOGIA NON TI CURAIl figlio di un famosissimo psicoterapeuta americano si è suicidato.Il figlio di un padre (Irwi...
05/07/2026

LA PSICOLOGIA NON TI CURA

Il figlio di un famosissimo psicoterapeuta americano si è suicidato.

Il figlio di un padre (Irwin Yalom) che ha trascorso la sua vita a scrivere di ansia, morte, solitudine e significato della vita; milioni di persone hanno letto i suoi libri, migliaia di terapisti hanno imparato da lui e generazioni si sono interessate alla psicoterapia esistenziale attraverso le sue opere.

Questa tragedia fa pensare a uno dei più grandi fraintendimenti del nostro tempo:

L'idea che la sola conoscenza ci protegga dalla sofferenza.

Ci aspettiamo tutti l'impossibile dagli psicologi.

Non ci sorprendiamo se un cardiochirurgo abbia un ictus o un nutrizionista si ammali di diabete.

Ma se uno psicologo cade in depressione, o una persona da lui seguita si suicida, cominciamo a diffidare (in modo aggressivo!?) dei professionisti e della professione.
Come una signora mi diceva: "lo psicologo non l'aveva capito", riferendosi al suicidio del marito di una sua amica.

Forse pensava che lo psicologo abbia dimenticato di consultare la sfera magica? 🤔

Perché ragioniamo così?

Perché inconsciamente immaginiamo la psicologia non come una scienza, ma come una sorta di scudo magico.

Come se chi conosce la mente umana non dovesse più soffrire del dolore della mente. Insomma, diviene privo di sentimenti.

Ricordo il primo giorno in aula universitaria, quando la Prof ci diceva "Sapete perché siete qui? Avete tutti il problema con la madre."

Mi trovo spesso a darle ragione ...

La mia statistica personale mi fa osservare che chi si interessa di psicologia cerca la chiave del forziere che contiene ciò che nella vita ancora "gli manca".

Idem chi sta alla larga dalla psicologia - paura di trovare quella chiave. Meglio continuare a lamentarsi.

Ma posso con certezza dire che la psicologia non ti cura.
Non ci sperare!
Non ti illudere!
Lo scopro ogni volta alle esperienze dei corsi di aggiornamento.
Le cose sono ancora lì e non scompaiono mai.

La psicologia non ti cura. Non sei malato.
Sei solo un bambino ancora non cresciuto.
Stai evitando di prendere decisioni.

Vuoi essere felice?
Prendi decisioni.
M
Per farlo devi crescere.
La psicologia ti aiuta in questo.
A crescere.

Asta la vista
Ivelina

01/07/2026
04/06/2026

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L’intervento

Nessuno si salva da solo, per la partita della salute mentale serve una squadra
Lo psichiatra Francesco Risso, direttore del Dipartimento interaziendale Salute mentale dell’Asl Cn1, riprende le parole di Papa Leone XIV dopo il convegno sul tema in Vaticano

Francesco Risso

04 Giugno 2026 alle 05:00
2 minuti di lettura

L'ascolto è riservato agli abbonati

Nessuno si salva da solo, per la partita della salute mentale serve una squadra
Desidero dedicare una riflessione sul Convegno sulla salute mentale dei giovani che si è tenuto il 30 maggio in Vaticano. Papa Leone XIV afferma che una delle sfide più urgenti e decisive del nostro tempo è affrontare il rapporto tra scuola, salute mentale e tecnologie digitali («L’educazione è chiamata sempre più a riscoprirsi non come costruzione di individualismi isolati, né come mera trasmissione di competenze, ma come arte di tessere la comunità»), sottolineando come una delle più grandi povertà del nostro tempo sia costituita dalla perdita delle «costellazioni interiori». Molti giovani possiedono strumenti tecnologici sempre più sofisticati eppure faticano a trovare un senso alla vita, alla speranza, all’amore e persino alla sofferenza. Dietro tante difficoltà - continua il Papa – si cela spesso una domanda silenziosa sul senso della vita e della speranza. Siamo un desiderio, non un algoritmo. Molti giovani oggi vivono sotto il giogo della performance e della competizione esasperata, che genera soprattutto ansia, angoscia, timore di non essere all’altezza.

Il Pontefice termina con un ultimo pensiero: non possiamo affrontare la questione della salute mentale esclusivamente dal punto di vista medico, anche se certamente fondamentale, ma ritiene che i giovani possano vivere autenticamente e superare tante loro vulnerabilità all’interno di un orizzonte di significato che, se si oscura, aumenta il vuoto interiore, l’isolamento e la disperazione.

Non basta connettere i giovani alle reti digitali se poi restano disconnessi da se stessi, dagli altri e dalla propria vita interiore.

Coltivare la vita interiore significa aiutare le nuove generazioni a riscoprire il silenzio, la riflessione, la capacità di porsi delle domande, la profondità delle relazioni e l’apertura alla trascendenza. In questa missione educativa che parte non solo dal come vivere, ma dal perché vivere, la comunità pubblica, le scuole, la famiglia, le comunità religiose e il mondo sono chiamati a collaborare.

Quei ragazzi che scelgono la morte: “Bisogna parlare del suicidio, solo così li salveremo”
francesco risso
I disturbi mentali sono la principale causa di disabilità al mondo
Quasi in contemporanea con il Convegno in Vaticano sui giovani, la maggior rivista scientifica al mondo, Lancet, ha pubblicato uno studio che conferma come i disturbi mentali siano la principale causa di disabilità nel mondo superando le malattie cardiovascolari e il cancro. Non si parla di disagio psicologico, ma di vere patologie psichiatriche quali gravi disturbi d’ansia e la depressione maggiore (quella clinicamente più grave). In base ai dati che riporta la rivista, dal 2019 la sua prevalenza è aumentata di circa il 24% mentre i disturbi d’ansia sono cresciuti di oltre il 47%. I bambini e gli adolescenti sono fra i più colpiti, in particolare tra i 12 e i 20 anni, periodo della vita fondamentale per la definizione dell’identità, delle relazioni, delle scelte di vita in ambito scolastico e lavorativo, aree che rischiano di essere compromesse.

La salute mentale non è una questione privata
Ma al di là della pandemia, viene sottolineato come i determinanti sociali quali la povertà, le diseguaglianze sociali, la disoccupazione, i salari vergognosi, le violenze, l’isolamento, l’abbandono scolastico con aumento drammatico dei Neet (ragazzi che non lavorano e non studiano), lo sfaldamento dei legami comunitari e della famiglia, rappresentino come la salute mentale sia sempre meno una vicenda individuale e puramente clinico-sanitaria, ma che interessa tutta la comunità, come ha affermato il Papa.

Indirizzo

Le Saline, Salsominore
Salsomaggiore Terme
43039

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