19/08/2026
Condivido ed invito alla lettura di questo post.
Le frasi scritte, le domande che vengono poste, vengono rivolte a persone vittime, con ferite ancora aperte, lacerate e sanguinanti. Queste frasi giudicanti ti fanno sentire STUPIDA, CRETINA, INCAPACE. Tutti avrebbero fatto meglio di te. Accrescono il senso di colpa e la VERGOGNA.
Risparmiatevi i giudizi. Piuttosto, aprite le braccia, il cuore e le orecchie, per accogliere e ascoltare. Siate presenti nel silenzio.
SE NON SAI COME FUNZIONA UN LEGAME TRAUMATICO, NON PUOI PERMETTERTI DI GIUDICARE UNA DONNA CHE NON DENUNCIA.
E soprattutto non puoi permetterti di lavorare con le vittime di violenza pensando che basti dire:
“Perché non se n’è andata?”
“Perché non ha denunciato?”
“Perché lo difende?”
“Perché minimizza?”
“Perché torna da lui?”
“Perché nega perfino l’evidenza?”
Perché proprio queste domande, se formulate senza competenza, dimostrano che non hai capito nulla della dinamica traumatica.
Una donna può non denunciare perché ha paura.
Perché è stata minacciata.
Perché teme per i figli.
Perché dipende economicamente dal partner.
Perché è stata isolata.
Perché è stata convinta di essere lei il problema.
Perché dopo anni di svalutazione non si fida più nemmeno della propria percezione.
Perché alterna terrore e bisogno di approvazione.
Perché spera ancora nel ritorno della persona che lui sembrava essere all’inizio.
Perché il ciclo violenza–pentimento–riconciliazione ha creato un legame potentissimo.
Perché il cervello, sotto stress cronico, non funziona come quello di chi osserva la vicenda comodamente dall’esterno.
E s, può arrivare persino a negare l’evidenza.
Non perché sia stupida.
Non perché “in fondo le vada bene”.
Non perché sia complice.
Ma perché riconoscere fino in fondo ciò che sta vivendo può significare ammettere che la persona amata è anche quella che la terrorizza, che anni della propria vita sono stati costruiti dentro una relazione distruttiva, che la famiglia immaginata non esiste e che uscire da lì potrebbe comportare rischi enormi.
Questa frattura interna si chiama dissonanza cognitiva.
Quando si intreccia con paura, dipendenza, rinforzo intermittente, isolamento e controllo coercitivo può diventare una prigione psicologica potentissima.
Ed è qui che nasce il legame traumatico.
Chi lavora con queste persone deve sapere una cosa fondamentale:
la vittima non si comporterà necessariamente come voi pensate che “dovrebbe” comportarsi una vittima.
Potrà ritrattare.
Potrà minimizzare.
Potrà tornare indietro.
Potrà difendere chi la maltratta.
Potrà chiedere aiuto e poi ritirarsi.
Potrà raccontare solo una parte.
Potrà impiegare anni prima di riuscire a chiamare violenza ciò che ha subito.
E se davanti a tutto questo la vostra unica risposta è il sospetto, il sarcasmo o il giudizio morale, allora siete voi a non avere gli strumenti.
Perché conoscere la violenza significa conoscere anche le strategie psicologiche che la rendono difficile da riconoscere, denunciare e interrompere.
Il resto è ignoranza travestita da buonsenso.
E quando quell’ignoranza entra negli studi professionali, nei servizi, nelle aule di tribunale o nelle consulenze tecniche, può diventare devastante quanto la violenza che pretende di valutare.
Prima di giudicare una vittima, studiate il trauma.
Prima di chiederle perché non è andata via, chiedetevi cosa l’ha tenuta lì.
Prima di pretendere coerenza, imparate cosa fa la paura alla mente umana.
Perché questo lavoro non si fa con i pregiudizi.
Si fa con competenza e rispetto.