Psicoterapia e vecchi merletti

Psicoterapia e vecchi merletti R-accolgo storie,scovando nelle fragilità tesori preziosi da intessere assieme.{ClaudiaFulvi Un ascolto che si nutre di parole, silenzi, libri, foto.

Un lavoro a due fatto di costruzioni e demolizioni, fermate e ripartenze, paure coraggiose. La PsicoTerapia “… una conversazione che comporta l’ascoltare e il parlare alle persone in difficoltà con lo scopo di aiutarle a capire e a risolvere la loro situazione; il denominatore comune è rappresentato dal fatto che la psicoterapia è una terapia della mente che si attua con la mente: La parola e l’at

tività mentale mettono in relazione significativa tra loro, a scopo terapeutico, il curante ed il curato”.>> Pazzagli A. e Benvenuti P.(2006)..
e i vecchi merletti? in me la parola vecchi merletti evoca tutto quell’insieme di «arti» (attività più o meno manuali o intellettuali, che generano forme espressive creative) fatte di piccole cose, che svelano a noi, e agli altri, le preziosità del nostro mondo interno. Impastare un lievito madre affinché si rinnovi, catturare immagini in un “tre quarti” fotografico per far risaltare ciò che ha incuriosito i nostri occhi, intrecciare fili di catenelle a pensieri ed emozioni dando loro forma, trovare in una pagina scritta da altri le nostre parole…
Un fare che parte dal sentito concreto e approda a parti profonde di noi dimenticate, nascoste o appena nate, mai come un arrivo ma sempre come una feconda ripartenza.

Lasciare casa forse non è solo un trasloco; forse è chiedere a me stessa di fare, con quel luogo, proprio ciò che lì ho ...
03/08/2026

Lasciare casa forse non è solo un trasloco; forse è chiedere a me stessa di fare, con quel luogo, proprio ciò che lì ho imparato a fare: quell’andare a dimensioni di due pur restando un uno… tenere e lasciare andare insieme, senza che l’uno cancelli l’altro, abitare la solitudine e sperimentare moltezza…
Ed ora fidarsi di tutto ciò e lasciarla andare, sapendo che certe stanze restano dentro, tenaci e nostre.

L’ho chiamata MiniMe (sì, do un nome alle cose); è stata Casa, studio, stanza tutta per me; tre nomi per lo stesso luogo che via via ha cambiato funzione senza mai perdere la sua natura di rifugio. È lì che ho potuto pensare, ricevere, essere sola senza essere isolata.

È stata il mio primo nome da sola sul campanello; non più “famiglia di”, non “insieme a”, ma un’affermazione di esistenza autonoma, la prova materiale che potevo stare al mondo con le mie sole forze e il mio solo nome a garantirle.

E allora forse non ti lascio davvero, MiniMe; ti porto dentro, nel punto esatto in cui ho imparato a essere casa per me stessa.

Il campanello cambierà nome; il resto resterà il mio.

💙💙💙
16/07/2026

💙💙💙

Ospite dell'ultima serata di 𝐏𝐢𝐜𝐞𝐧𝐨 𝐝❜𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟔 a
⭕️ Alcide Pierantozzi
Dialoga con l'autore la psicoterapeuta 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐚 𝐅𝐮𝐥𝐯𝐢 Psicoterapia e vecchi merletti

Maggiori info su 👉 www.picenodautore.it

I luoghi della scrittura
Comune di Monteprandone

07/07/2026

⚡️ il percorso di libroterapia con le lettrici tempesta ⚡️

Otto libri accanto, e accanto a loro tanti modi diversi di entrare dentro le storie; ognuna con la propria maniera di avvicinarsi alle pagine e insieme di proteggersene, di sfiorare la storia e insieme tenerla a distanza.
Lettrici che portano scompiglio dentro il testo, che lo abitano di traverso, con le proprie ferite e le proprie peculiarità; e che proprio per questo sanno accogliere, nell’altra, ciò che di sé riconoscono e ciò che ancora non ha nome.

Grazie, di cuore, a ognuna di voi, lettrici tempesta; per essere venute con la vostra storia dentro le storie, per aver camminato senza sapere dove, per avermi lasciato entrare nel vostro modo di leggere e di essere lette. Ci diamo appuntamento al nuovo inizio.

Ti lascio qui la lista dei libri che ci hanno chiesto di restare in ascolto quest’anno, chissà quale conosci e quale ti incuriosisce:

📖 La gioia piccola di essere quasi salvi — (Einaudi)
📖 La casa dei gunner — Rebecca Kauffman ( )
📖 Una questione di famiglia — Claire Lynch ( )
📖 Stella randagia — Piera Ventre ( )
📖 Andarsene — Roxana Robinson (Fazi)
📖 Chiara — (Einaudi)
📖 Figlia del temporale — (Mondadori)
📖 Ho paura torero — Pedro Lemebel ( )

Giugno che tanto che sei stato 💙
30/06/2026

Giugno che tanto che sei stato 💙

16/05/2026

Piccolo diario della libroterapia— incontro di aprile
L’onesta bugiarda, Tove Jansson, Iperborea

Due donne agli antipodi: una che cammina di notte con un cane lupo, una che disegna conigli nella luce ferma di casa, il lupo e il coniglio, la soglia e il rifugio; già in questa coppia di animali c’era tutto, i due poli di ciascuna di noi, la parte che espone e quella che si ritrae.

Il cane lupo ci ha detto molto: intoccabile come la sua umana, difende ma si tiene a distanza, esattamente come lei; e in quella distanza abbiamo riconosciuto qualcosa di familiare, la lontananza come forma di integrità, e a volte come forma di paura.

Abbiamo parlato della rabbia come motore di trasformazione, e dell’invidia come bussola rovesciata, che indica dove siamo ferite ma indica anche dove vogliamo andare; abbiamo riflettuto su come oggetti, luoghi, persone si vestano di simbolo, diventino il contenitore della storia che ci raccontiamo su noi stesse.

Scrivendo penso al minuto albo di Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, i due colori che si contaminano e non restano quelli che erano; quel guizzo di sé che si accende nell’altro, quella scintilla che apre cassetti nascosti che da soli non avremmo trovato; e la cosa più preziosa è che questo dono avviene in mezzo all’ambivalenza, ai convissuti pesanti, in una relazione per niente pulita, eppure vera proprio per questo.
Tra verità e bugia non c’è confine netto, è un continuo che si avvita su se stesso; l’onesta bugiarda del titolo non è una contraddizione, è una descrizione precisa di come funzioniamo.

E resta con me la domanda: quanto di ciò che raccontiamo è verità, e quanto è la storia che ci serve per stare in piedi?

Domani con le lettrici Meraviglia, ci ritroviamo per l’incontro di maggio ✨

06/05/2026
C’è una differenza tra cercare una risposta e portare una domanda. La terapia è quel posto dove le domande possono stare...
05/05/2026

C’è una differenza tra cercare una risposta e portare una domanda.
La terapia è quel posto dove le domande possono stare senza fretta di diventare altro.

All’inizio è uno spazio esterno: un’ora, una soglia, qualcuno che tiene. Poi, nel tempo, quella soglia la porti con te.

Non si tratta di aggiustarti. Si tratta di avvicinarti a te stessa con curiosità, come chi esplora un posto che conosce già, ma non ha mai davvero attraversato.

La biblioteca del minuscoloIl libro di maggioA Tokyo, nei giorni di pioggia, all’uscita della stazione c’è una donna con...
04/05/2026

La biblioteca del minuscolo
Il libro di maggio

A Tokyo, nei giorni di pioggia, all’uscita della stazione c’è una donna con l’ombrello già aperto.
Aspetta qualcuno. Uno sconosciuto. Chiunque.

Le kasa-onna, le donne-ombrello, camminano accanto a chi ne ha bisogno, ascoltano, tacciono, poi scompaiono. Sotto quel cerchio di tela il mondo rallenta, le parole pesano meno o pesano di più, e il tempo scorre in modo diverso.

Laura Imai Messina ha scritto una fiaba metropolitana che nasce da una leggenda giapponese e arriva dritta al cuore di qualcosa che conosciamo bene: quanto rara e preziosa sia la cura silenziosa, quella che non salva e non consiglia, ma cammina accanto.

Questo maggio leggiamo insieme “Le parole della pioggia” di ( ).

Un libro piccolo nel formato, vasto nell’ascolto.
Illustrato da Emiliano Ponzi, scritto con quella delicatezza che è la firma di questa autrice.

Benvenute e benvenuti sotto l’ombrello, piccole anime minuscole.
Claudia e Lucia

Piccolo diario della libroterapia Incontro di marzoOggi ho sentito, ancora una volta, quanto sia prezioso creare/trovare...
11/04/2026

Piccolo diario della libroterapia
Incontro di marzo

Oggi ho sentito, ancora una volta, quanto sia prezioso creare/trovare uno spazio e le parole giuste per abitarlo
e in quel luogo dare la possibilità a certi temi di essere detti, accostati, girati tra le mani.
E le Meraviglie lo sanno fare, con una cura che ogni volta mi sorprende.

Abbiamo parlato di ruoli, di quello che diventa dovere prima ancora di essere desiderio, dell’importanza di tenere davanti agli occhi il carico mentale per riconoscerlo insieme e dargli un nome collettivo, che resti.

Il libro ci ha portato dentro un’irrequietezza molto umana. Tante le emozioni in gioco: la rabbia, la delicatezza, il fare gentile.
E la vergogna, non solo come qualcosa che costringe al silenzio, ma come emozione che può essere accolta, guardata, abitata.
Maneggiarla assieme ha il valore di assegnarle una presenza che non sia condanna e sottolinea un aspetto imprescindibile: non lasciarle l’ultima parola su di noi.

Ah che belli poi i personaggi secondari!
Quelle figure buone che stanno un passo indietro ma non scompaiono mai del tutto, sono presenze salde, quasi temerarie nella loro pazienza; arrivano a sostenere anche noi che leggiamo con la loro fiducia dell’attesa, di chi sa aspettare da un angolino riservato senza smettere di esserci.

Poi il nome. Abbiamo indugiato a lungo sul destino di ciò che ci viene assegnato ancora prima di nascere, su come il nome percorra un pezzetto di strada nel mondo prima ancora che noi vi mettiamo piede e come tenti, a modo suo, di orientare le direzioni future. Ci siamo chieste quanto sia importante che chi ci ama ci tenga a mente con una quota di libertà, di possibilità aperta, non solo di progetto.

E le tracce. Quelle che portiamo addosso senza averle scelte, eredità delle generazioni che ci precedono. Le ombre degli antenati, le loro fragilità tramandate come un timore silenzioso. Quanto fanno paura, quelle ombre e quanto, forse, possono essere anche comprese.

Perché ogni trasformazione, con le Meraviglie, è sembrata possibile e necessaria e vita.

Ogni volta che arriva una festa che celebra un ruolo, sento insieme alla festa anche qualcosa che somiglia a una cautela...
19/03/2026

Ogni volta che arriva una festa che celebra un ruolo, sento insieme alla festa anche qualcosa che somiglia a una cautela.

Perché i ruoli sono contenitori (utili, necessari), ma le relazioni li eccedono sempre.
La psicoanalisi ci ha insegnato qualcosa di prezioso: più che del padre come persona, parla di funzione paterna: una funzione che non appartiene per diritto biologico a nessuno, e che non tutti i padri esercitano. È la funzione di chi introduce il limite, il terzo, la parola che separa e insieme orienta. Chi dice puoi, chi dice fin qui, chi mostra che esiste un fuori.

Quella funzione può abitare molti corpi e molte storie.

Così oggi, in mezzo ai festeggiamenti, mi piace fare spazio anche a chi questa giornata la attraversa in silenzio, a chi ha avuto un padre assente, o ingombrante, o perduto.
A chi quella funzione l’ha ricevuta da qualcun altro.
A chi la sta esercitando in forme che non corrispondono ad alcun modello prestabilito.

Celebrare, sì, ma con gli occhi aperti su tutta la complessità che una relazione porta con sé.

Indirizzo

San Benedetto Del Tronto
63074, 63037

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