31/07/2026
CIBI ULTRA-PROCESSATI, LA SIGE: "POSSONO AUMENTARE IL RISCHIO DI MALATTIE DIGESTIVE E TUMORI"
Gli alimenti ultra-processati sono sempre più presenti sulle tavole degli italiani, ma il loro consumo abituale potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla salute dell'apparato digerente. È il messaggio lanciato dalla Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige), che nei giorni scorsi ha presentato alla Camera dei Deputati una revisione delle più recenti evidenze scientifiche sul tema. Il lavoro confluirà entro la fine dell'anno in un position paper della società scientifica.
Snack confezionati, piatti pronti, bevande zuccherate, carni lavorate e altri prodotti industriali arrivano ormai a rappresentare fino al 50-60% dell'apporto energetico quotidiano nei Paesi ad alto reddito. Un fenomeno che interessa sempre più anche l'Italia, dove le abitudini alimentari si stanno progressivamente allontanando dalla dieta mediterranea.
Secondo la classificazione Nova, gli alimenti ultra-processati sono formulazioni industriali realizzate prevalentemente con sostanze estratte dagli alimenti e additivi come emulsionanti, conservanti, coloranti e dolcificanti, con una quota minima o assente di alimenti integri.
"L'antico adagio siamo quello che mangiamo non è mai stato così attuale e scientificamente fondato come oggi”, dice Edoardo Giannini, presidente Sige. “La salute del nostro organismo, a partire dall'apparato digerente, si costruisce a tavola attraverso scelte alimentari informate e consapevoli. Valutare e controllare ciò che immettiamo nel nostro organismo è il primo e più potente atto di prevenzione che abbiamo a disposizione. L'ascesa globale degli alimenti ultra-processati rappresenta una sfida complessa. Al contrario, l'Italia dispone di un patrimonio straordinario di alimenti non ultra-processati, pilastri di una tradizione agroalimentare che tutto il mondo ci invidia. È opportuno che anche le società scientifiche producano documenti volti a difendere la salute pubblica delle future generazioni sostenendo la cultura del cibo vero, fresco e minimamente lavorato".
Le evidenze scientifiche raccolte dalla Sige indicano associazioni tra un elevato consumo di alimenti ultra-processati e un aumento del rischio di numerose patologie dell'apparato digerente. Tra queste figurano le malattie infiammatorie croniche intestinali, in particolare il morbo di Crohn, la sindrome dell'intestino irritabile, l'infezione da Helicobacter pylori, l'ulcera peptica, la steatosi epatica metabolica (Masld) e diversi tumori dell'apparato digerente, in particolare quelli del colon-retto e dello stomaco.
"L'effetto degli alimenti ultra-processati non dipende soltanto dall'eccesso di zuccheri, grassi o sale”, sottolinea Giovanni Sarnelli, professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università Federico II di Napoli. “I processi industriali di trasformazione e le cotture ad alte temperature favoriscono, infatti, la formazione di prodotti di glicazione avanzata, molecole che possono promuovere stress ossidativo e infiammazione e contribuire al danno della barriera intestinale. Oggi non disponiamo di strumenti per intervenire in modo significativo sui processi industriali che ne determinano la formazione. Per questo le raccomandazioni si concentrano sulla prevenzione attraverso scelte alimentari consapevoli. È opportuno limitare il consumo di alimenti ultra-processati e privilegiare i prodotti tipici della dieta mediterranea, come frutta, verdura, legumi e alimenti fermentati. Il messaggio non è demonizzare singoli alimenti, ma favorire una dieta varia, equilibrata e basata prevalentemente su alimenti freschi o minimamente processati".
Secondo Giovanni Marasco, dell'Università di Bologna, i dati oggi disponibili consentono di comprendere meglio i meccanismi biologici che collegano questi alimenti alle patologie digestive. “Le evidenze disponibili indicano che gli alimenti ultra-processati possono alterare l'omeostasi dell'ecosistema intestinale attraverso diversi meccanismi biologici, coinvolgendo microbiota, barriera mucosale e risposta immunitaria. Questo aiuta a comprendere perché un consumo abituale sia stato associato, negli studi epidemiologici, non solo a disturbi gastrointestinali molto frequenti come la sindrome dell'intestino irritabile e le malattie infiammatorie croniche intestinali, ma anche a un aumento del rischio di alcune neoplasie dell'apparato digerente, in particolare del colon-retto. Pur trattandosi di un ambito ancora in evoluzione, oggi disponiamo di un quadro biologico molto più coerente rispetto al passato".
Nel corso dell'incontro è stato affrontato anche il tema della qualità delle produzioni agroalimentari e dell'approccio One Health. “L'Italia è la patria della dieta mediterranea, universalmente riconosciuta come modello alimentare associato alla tutela della salute”, osserva Giuseppe Campanile, professore di Zootecnia speciale all'Università Federico II di Napoli. “Essa non si limita a definire un insieme di alimenti, ma rappresenta un vero e proprio stile di vita. Per preservare e valorizzare le proprietà salutistiche degli alimenti è indispensabile rispettare i cicli naturali di produzione, seguendo la stagionalità delle colture. Un'alimentazione sana dovrebbe fondarsi su tre principi cardine: stagionalità, varietà e qualità delle produzioni”.
Il documento finale della Sige, atteso entro la fine dell'anno, raccoglierà le evidenze scientifiche disponibili e proporrà indicazioni utili per orientare cittadini e operatori sanitari verso scelte alimentari più consapevoli.