Psicologa Psicoterapeuta Marzia Marra - Verona

Psicologa Psicoterapeuta Marzia Marra - Verona Riceve per appuntamento a Verona. Ordine degli psicologi del Veneto n. 8677

09/09/2026

C’è una strana aspettativa nei confronti di chi esercita la psicoterapia. Il terapeuta dovrebbe aver risolto tutto. Non dovrebbe attraversare crisi. Non dovrebbe avere fragilità. Non dovrebbe conoscere fallimenti affettivi, paure, contraddizioni, lutti, separazioni. Dovrebbe possedere quella serenità che, in fondo, molti immaginano essere il risultato finale di una buona psicoterapia. Quasi che il titolo professionale certificasse non soltanto una competenza, ma l’avvenuta guarigione dalla condizione umana. Naturalmente non è così.
Un terapeuta può avere avuto problemi nella propria storia. Può averne nel presente.
Può attraversare una crisi matrimoniale. Può conoscere il dolore di una perdita. Può avere paura. Può sbagliare. Può aver bisogno a sua volta di una terapia, di una supervisione, di un confronto professionale. Può vivere momenti nei quali la propria vita personale diventa difficile. Tutto questo, da solo, non dice ancora se sia un buon terapeuta oppure un cattivo terapeuta. Perché la competenza professionale non consiste nell’essere immuni da ciò di cui soffrono gli altri. Consiste, tra le altre cose, nel possedere formazione, strumenti, capacità clinica, consapevolezza dei propri limiti e sufficiente responsabilità da impedire, per quanto possibile, che ciò che appartiene alla propria storia venga inconsapevolmente affidato al paziente. Ed è qui che la distinzione diventa importante.
Avere una ferita non è la stessa cosa che utilizzare il paziente per curarla.
Avere bisogno di riconoscimento non equivale a cercarlo nella relazione terapeutica.
Attraversare una crisi non equivale a farne pagare il peso a chi viene da noi per essere aiutato. Avere zone non completamente risolte non equivale a non sapere riconoscere quando quelle zone stanno interferendo con il nostro lavoro.
La questione professionale comincia proprio qui. Non:
«Hai problemi?» Ma:
«Che cosa fai dei tuoi problemi quando incontri la vulnerabilità di un’altra persona?» Forse abbiamo costruito un’immagine quasi angelicata del terapeuta perché ci rassicura pensare che chi ci accompagna abbia già raggiunto il luogo verso il quale noi stiamo camminando. Ma la terapia non è l’incontro tra uno che ha risolto la vita e uno che deve ancora risolverla.
È una relazione professionale asimmetrica nella quale uno dei due possiede una specifica responsabilità, una formazione e un ruolo. Il terapeuta non è più umano del paziente. E neppure meno fragile. È diversamente responsabile dentro quella relazione. Questa differenza è decisiva. Anche la storia della psicoterapia dovrebbe renderci prudenti davanti alle idealizzazioni. Molte figure che hanno contribuito profondamente alla nascita e allo sviluppo delle nostre discipline hanno avuto biografie complesse, contraddizioni, conflitti, limiti personali e aspetti del loro operato oggi criticabili. Questo non obbliga né a demolirle né a santificarle. Possiamo riconoscere il valore di un contributo senza trasformare chi lo ha prodotto in un modello perfetto di esistenza. E possiamo criticare seriamente comportamenti, teorie o pratiche senza pensare che una fragilità biografica basti, da sola, a cancellare ogni competenza. Perché altrimenti utilizziamo una logica singolare:
Hai sofferto anche tu, dunque come puoi aiutare me? Ma seguendo questa logica dovremmo cercare professionisti ai quali la vita non sia mai accaduta. E forse sarebbe persino inquietante incontrarne uno. Il punto non è che il terapeuta abbia attraversato oppure no il dolore. Il punto è come lo ha attraversato, quanto lo conosce, quanto sa riconoscerlo quando ritorna e quanto riesce a non confonderlo con quello della persona che ha davanti. E questo non giustifica tutto.
È importante dirlo. Essere umani non può diventare l’alibi con cui coprire incompetenza, violazioni dei confini, comportamenti dannosi o incapacità di esercitare responsabilmente la professione.
«Anche il terapeuta è umano» non può significare: allora tutto è comprensibile. La responsabilità professionale rimane. Proprio perché il terapeuta è umano, ha il dovere di conoscere sufficientemente i propri limiti e di fermarsi, chiedere aiuto, confrontarsi o non assumere determinate situazioni quando la propria condizione interferisce significativamente con la capacità di lavorare.
Forse dobbiamo allora uscire da entrambe le illusioni. Da quella del terapeuta senza ferite.
E da quella opposta secondo cui una ferita rende automaticamente incompetente un terapeuta. Un terapeuta non è competente perché non ha problemi.
E non è competente grazie ai suoi problemi.
È competente per ciò che ha imparato a fare professionalmente anche in presenza della propria irriducibile umanità. Forse la domanda non dovrebbe essere:
«Il mio terapeuta ha risolto tutto di sé?» Ma qualcosa di molto più serio:
«Sa stare davanti a ciò che porto senza avere bisogno di utilizzare me per risolvere ciò che appartiene a lui?» Perché non abbiamo bisogno di terapeuti angelicati. Abbiamo bisogno di professionisti competenti, responsabili, consapevoli dei propri limiti.
E sufficientemente umani da sapere che sedersi dall’altra parte della stanza non rende nessuno immune dalla vita.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo

03/09/2026

L’invidia materna è una realtà di cui si parla ancora troppo poco.

Può emergere quando una madre guarda la propria figlia e, invece di riuscire semplicemente a gioire per ciò che vede, sperimenta dentro di sé il bisogno di confrontarsi con lei.

Può invidiarne la giovinezza, la bellezza, la libertà, la sicurezza, le possibilità, le relazioni, i successi, l’autonomia, la vitalità, la solarità etc etc

Può invidiare perfino quella possibilità di costruirsi una vita diversa da quella che lei ha vissuto [= questa è molto comune!].

Ma l’invidia non sempre appare come ostilità evidente.

A volte si nasconde nella svalutazione, nella critica continua, nel confronto, nella battuta pungente, nel complimento che contiene una frecciata.

E a volte assume una forma ancora più sottile: la madre non riesce a lasciare alla figlia lo spazio per essere semplicemente se stessa.

Quando la figlia racconta qualcosa che la riguarda, la madre riporta immediatamente il discorso su di sé.

✔️La figlia parla di una difficoltà?
La madre racconta una difficoltà che ha vissuto lei.

✔️La figlia racconta una conquista?
La madre ricorda ciò che ha fatto lei.

✔️La figlia esprime un dolore?
La madre comincia a parlare dei propri dolori.

✔️La figlia racconta qualcosa della propria vita?
La madre finisce per raccontare la propria.

Perfino quando si parla della figlia, il centro della conversazione torna continuamente a essere la madre.
I suoi sacrifici.
Le sue rinunce.
Le sue esperienze.
Le sue sofferenze.
I suoi problemi.
Le sue ragioni.
La figlia può avere la sensazione di non essere mai veramente ascoltata, perché ogni suo racconto viene utilizzato come punto di partenza per tornare alla storia materna.

E questo può diventare particolarmente significativo quando è presente l’invidia.

Perché riconoscere davvero la figlia significa anche vederla come una persona distinta, con una vita propria, con qualità proprie, con possibilità che non appartengono alla madre.

L’invidia, invece, può rendere difficile questa separazione.⛓️🔗

La figlia non viene più percepita soltanto come figlia: diventa una persona con cui confrontarsi.

E allora la sua bellezza può essere vissuta come una minaccia, la sua autonomia come un affronto, il suo successo come una provocazione, la sua felicità come qualcosa che la madre deve ridimensionare.

La figlia cresce e può imparare una lezione terribile:
per avere un posto nella relazione con mia madre devo fare spazio a lei, mentre lei non riesce a fare spazio a me.

Così può arrivare a parlare sempre meno di sé, a trattenere le proprie soddisfazioni, a non raccontare ciò che le accade, quasi a proteggere la madre da ciò che lei stessa rappresenta.

Ma una figlia non dovrebbe essere costretta a diventare piccola per consentire alla madre di sentirsi grande.

Una madre può avere avuto una storia dolorosa, può essere stata privata di molte possibilità, può portare dentro di sé ferite profonde.
Questo può aiutare a comprendere l’origine dell’invidia, ma non cancella la responsabilità per ciò che quell’invidia produce nella relazione❗️

Perché comprendere non significa giustificare.

E quando l’invidia materna si trasforma in svalutazione, competizione, invasione o continua centralizzazione di sé, la figlia può finire per vivere una condizione paradossale:
essere presente nella vita della madre, ma non sentirsi veramente vista da lei.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più dolorosi dell’invidia materna:
la madre vede la figlia abbastanza da confrontarsi con lei, ma non abbastanza da riconoscerla veramente 🖤

Nella maggioranza dei casi, l'invidia materna non è un sentimento di cui si è consapevoli.
Ma lo si agisce!

Marta Petrucci- Psicologa Psicoterapeuta

22/08/2026

Il bisogno di essere riconosciuti è uno dei bisogni più profondi dell’essere umano.
Quando questo bisogno non trova strade sane per esprimersi, può cercare vie che fanno soffrire sé stessi e gli altri.
Il nostro compito non è cancellare la responsabilità. È evitare di ridurre una persona al suo comportamento. Perché un comportamento racconta sempre qualcosa.
Ma non racconta mai tutta la persona.
La psicologia, quando è davvero umana, non si accontenta di dire:
“Ha sbagliato.”
Si domanda anche:
“Quale dolore sta parlando attraverso questo errore? Non per togliere responsabilità. Ma per restituire complessità.
Perché solo ciò che viene compreso può, un giorno, essere trasformato. Comprendere l’essere umano non significa giustificare il male che compie. Significa rifiutarsi di credere che quel male esaurisca tutta la sua storia. Perché il comportamento può essere giudicato. Ma la persona chiede, prima di tutto, di essere compresa nella sua complessità.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo

10/08/2026

L’altro non mette dentro di noi qualcosa che prima non esisteva. Può diventare il luogo nel quale qualcosa che era già nostro riceve finalmente il permesso di emergere.
Attraverso di te ho incontrato parti di me.
Non me le hai date tu. Erano già lì. Forse da sempre.
Ma non le conoscevo, oppure le conoscevo soltanto come qualcosa da tenere nascosto.
Tu sei diventato il luogo nel quale ho potuto riconoscere qualcosa che mi apparteneva già, ma che non avevo mai autorizzato a esistere.
Non mi ero mai dato il permesso di sentire.
E allora ho creduto, per un momento, che ciò che sentivo appartenesse a te. Che fossi tu a provocarlo. Che fossi tu la ragione di quella tenerezza, di quella libertà, di quella profondità, persino di quella paura che improvvisamente mi attraversava. Ma forse non era così. Tu eri l’incontro. Ciò che emergeva era mio. Questo cambia profondamente il modo di leggere le relazioni.
Perché alcune persone entrano nella nostra vita e diventano luoghi di rivelazione.
Accanto a loro scopriamo di poter essere teneri quando ci credevamo duri.
Fragili quando avevamo imparato soltanto a resistere. Desideranti quando pensavamo di non desiderare più.
Liberi quando avevamo confuso la sicurezza con la vita. Scopriamo persino parti di noi che ci spaventano, perché non corrispondono all’immagine attraverso la quale ci siamo raccontati per anni. Ed è qui che l’incontro può diventare vertiginoso. Perché non incontriamo soltanto l’altro. Incontriamo noi stessi attraverso l’altro. E qualche volta fuggiamo.
Credendo di fuggire da quella persona.
Quando, forse, stiamo cercando di allontanarci da ciò che quella persona ha reso possibile vedere dentro di noi.
Ma arriva una soglia ancora più importante.
Comprendere che l’altro può averti rivelato qualcosa, ma non ne è il proprietario.
Se accanto a qualcuno hai scoperto la tua capacità di amare, quella capacità è tua.
Se hai incontrato la tua tenerezza, è tua.
Se hai scoperto un desiderio, una profondità, una libertà che non conoscevi, appartengono a te. L’altro può essere stato la finestra.
Ma la luce che hai visto attraversandola era anche la tua. Ed è forse questo uno dei doni più grandi di certi incontri. Non necessariamente restare per sempre.
Ma lasciarci qualcosa che, dopo averlo riconosciuto, non possiamo più fingere di non conoscere. Una parte di noi torna a casa.
E da quel momento la responsabilità diventa nostra: dare finalmente diritto di esistenza a ciò che abbiamo scoperto di essere. Forse una relazione autentica non ci dice soltanto:
“Guarda chi sono io.” A volte, molto più profondamente, ci sussurra:
“Guarda chi puoi essere tu.” Ed è lì che l’altro smette di essere qualcuno da possedere o da trattenere. Diventa uno sguardo che ci rivela.
E noi possiamo finalmente incontrare parti di noi alle quali, fino a quel momento, non avevamo mai concesso il permesso di vivere.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo Vedi meno

26/07/2026

Non abbiamo più tempo per piangere i nostri morti. Qualche giorno.
Qualche ora. Poi bisogna tornare. Tornare al lavoro. Tornare a produrre.
Tornare a sorridere. Tornare a essere efficienti. Come se il dolore avesse una scadenza. Come se il lutto fosse un'interruzione da ridurre al minimo.
Viviamo in una cultura che tollera tutto, tranne la lentezza del cuore. Chi soffre troppo a lungo mette a disagio.
Chi piange ancora viene invitato a "guardare avanti". Chi ricorda viene accusato di non riuscire a lasciar andare.
Ma il dolore non obbedisce al calendario.
Non segue gli orari. Non conosce le scadenze.
Il lutto non è una malattia da guarire in fretta.
È un atto d'amore. È il tempo necessario perché il cuore impari una forma nuova di presenza. Non si lascia andare chi si è amato.
Si impara, lentamente, ad abitare la sua assenza senza perdere la sua presenza interiore. Abbiamo trasformato perfino il dolore in una prestazione. Anche l'elaborazione deve essere rapida.
Efficiente. Quasi invisibile. Ma il cuore non funziona come un'agenda. Ha bisogno di soste. Di silenzi. Di lacrime. Ha bisogno di tempo. Forse dovremmo smettere di chiedere alle persone quando torneranno "come prima". Perché, dopo un grande amore o una grande perdita, nessuno torna come prima.
E non è un fallimento. È il prezzo dell'amore. Una civiltà che non concede tempo al lutto finisce, lentamente, per non sapere più amare.
Perché solo chi dà tempo al dolore riconosce il valore di ciò che ha perduto.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo Vedi meno

25/07/2026

C’è una domanda che ritorna in quasi tutte le storie d’amore difficili.
Nelle relazioni sbilanciate. Nei legami con persone evitanti, fragili, confuse o profondamente ferite. È una domanda che sembra nascere dall’amore.
«Che cosa posso fare per lui?» All’inizio appare come la forma più alta della cura.
È generosa. È disponibile. È piena di dedizione. Ma, molto spesso, questa domanda non nasce dalla libertà. Nasce dalla ferita. Perché, se la ascoltiamo fino in fondo, scopriamo che porta con sé altre domande, molto più antiche.
«Se faccio abbastanza, cambierà?»
«Se trovo le parole giuste, resterà?»
«Se lo amo meglio, riuscirà finalmente ad amarmi?» E ancora più in profondità:
«Se lo perdo, significa che non sono stata abbastanza?» Qui l’amore smette di essere incontro.
Diventa una prova da superare. Un compito.
Una missione. Una continua ricerca del gesto capace di salvare l’altro. Ma questa non è più la libertà dell’amore. È il peso della responsabilità assoluta. Ed è un peso che nessun essere umano può portare. La verità clinica: esiste una verità che, nella stanza della terapia, ritorna continuamente. Nessuno cresce al posto di un altro. Le persone non cambiano perché qualcuno le ama abbastanza. Cambiano quando la loro verità diventa più forte delle loro difese.
Quando il dolore di restare uguali supera la paura di cambiare. L’amore può illuminare una strada. Può offrire una presenza.
Può sostenere nei momenti più difficili. Ma non può compiere il cammino al posto dell’altro.
Nessuno può desiderare la vita per chi continua a sottrarsi alla propria. L’equivoco dell’amore: esiste un equivoco profondamente umano. Confondere l’amore con la salvezza.
Pensare che amare significhi impedire all’altro di cadere. In realtà, ogni persona è chiamata a confrontarsi con la propria libertà. Con le proprie paure. Con le proprie resistenze.
Con la propria storia. Quando tentiamo di sostituirci a questo percorso, smettiamo lentamente di vivere la nostra vita per abitare quella dell’altro. E, quasi senza accorgercene, ci allontaniamo da noi stessi.
La domanda che libera:
Forse il punto di svolta arriva quando abbiamo il coraggio di cambiare domanda. Non più:
«Che cosa posso fare per lui?» Ma:
«Che cosa sto facendo a me stesso mentre continuo a vivere così?» Oppure:
«Perché sento di dover salvare chi non sta scegliendo di salvarsi?» Queste domande fanno paura. Perché spostano lo sguardo.
Non più sull’altro. Su di noi. Ed è proprio questo il passaggio più difficile. Una riflessione antropologica: L’essere umano è fatto per amare. Ma non è fatto per sostituirsi alla libertà dell’altro. Ogni volta che proviamo a farlo, trasformiamo l’amore in controllo, la cura in sacrificio, la presenza in dipendenza.
L’altro non ci appartiene. La sua crescita non ci appartiene. Le sue scelte non ci appartengono. Possiamo offrire una mano.
Mai vivere al posto suo. Perché c’è una soglia che nessuno può attraversare per un altro.
È la soglia della responsabilità personale.
Ed è proprio lì che ogni essere umano diventa davvero autore della propria esistenza.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo Vedi meno

25/07/2026

La presenza fisica dell’altro non coincide necessariamente con l’esperienza di sentirsi riconosciuti.

21/07/2026

Abbiamo paura di perdere. Le persone. I legami. I giorni felici. Le stagioni della nostra vita. Eppure, con il tempo, ho imparato una cosa. Ciò che è stato vissuto nella verità non va perduto. Può cambiare forma. Può cambiare luogo. Può persino uscire dalla nostra vita. Ma non scompare. Nulla è davvero perduto di ciò che abbiamo amato. Un amore autentico continua a vivere nel modo in cui guardiamo il mondo. Un padre continua a vivere nelle scelte di un figlio. Una madre nella tenerezza che abbiamo imparato. Un amico nella fedeltà che ci ha insegnato. Perfino una relazione finita può continuare a generare vita, se ciò che abbiamo vissuto era vero. Perdiamo ciò che abbiamo posseduto. Non ciò che abbiamo amato. Perché l’amore non accumula. Trasforma. Interiorizza. Genera. E ciò che genera vita continua misteriosamente ad abitare la nostra. Forse maturare significa proprio questo. Smettere di cercare ciò che non può più tornare. E riconoscere che il bene ricevuto non se n’è mai andato. Ha semplicemente trovato un altro modo di essere presente. Ciò che è stato vissuto nella verità non appartiene al passato. Continua a vivere in noi. Perché nulla è davvero perduto di ciò che abbiamo amato. L’amore autentico non conosce la logica del possesso. Conosce quella della trasformazione.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo Vedi meno

20/07/2026

Ci sono ferite che non vengono inferte con le mani. Ma con le parole. Non sono necessariamente parole offensive. Qualche volta sono parole vere. Pronunciate, però, senza tatto. Senza delicatezza.
Senza domandarsi se l’altro, in quel momento, possa davvero accoglierle. Viviamo in un tempo che confonde la sincerità con la brutalità. “ Io dico sempre quello che penso.” Come se bastasse questo a rendere una parola giusta. Ma la verità, quando non è accompagnata dalla cura, può diventare una forma di violenza. Non tutto ciò che è vero deve essere detto subito. Non tutto ciò che è vero deve essere detto nello stesso modo. Non tutto ciò che è vero deve essere detto da chiunque. La maturità non consiste soltanto nel dire la verità. Consiste nel saper riconoscere quando, come e perché dirla. Il tatto non addolcisce la verità. Le permette di arrivare. Perché una parola che ferisce inutilmente non apre il cuore. Lo chiude. La delicatezza non è debolezza. È una forma alta di intelligenza relazionale. Significa avere rispetto del tempo dell’altro. Della sua storia. Della sua vulnerabilità. Le parole possono diventare carezze. Oppure lame. La differenza non sta soltanto in ciò che diciamo. Sta nel modo in cui scegliamo di dirlo. La verità non perde forza quando è pronunciata con delicatezza. Acquista umanità. Perché il tatto non serve a proteggere le nostre parole. Serve a custodire il cuore di chi le riceve.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo

20/07/2026

Mi domando, qualche volta, se abbiamo ancora un’opinione. O se, semplicemente, siamo diventati tutti opinionisti. C’è una differenza enorme. Un’opinione nasce da un cammino. Dallo studio. Dall’esperienza.
Dall’ascolto. Dal dubbio. Perfino dalla capacità di cambiare idea. L’opinionismo, invece, nasce dall’urgenza di dire qualcosa.
Su tutto. Subito. Anche quando non sappiamo.
Anche quando non abbiamo compreso. Così ogni fatto diventa un processo. Ogni persona un imputato. Ogni complessità una semplificazione.
Non ci prendiamo più il tempo della contemplazione. Ci basta una reazione.
Abbiamo sostituito il pensiero con il commento. La ricerca della verità con la necessità di avere ragione. Ma l’opinione autentica non grida. Sa anche tacere.
Sa dire: Non conosco abbastanza per esprimermi.” Sa sospendere il giudizio. Perché il dubbio non è debolezza. È una forma di rispetto verso la realtà. Forse dovremmo recuperare il coraggio di pensare prima di parlare. Di comprendere prima di giudicare. Di ascoltare prima di commentare. Perché non tutto è opinabile. E non tutto richiede necessariamente la nostra opinione. L’essere umano cresce anche quando sceglie il silenzio. Soprattutto quando quel silenzio nasce dal rispetto e non dall’indifferenza. Avere un’opinione significa essersi lasciati trasformare dalla realtà. Essere opinionisti significa, troppo spesso, voler trasformare la realtà in un pretesto per parlare di sé.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo

Indirizzo

San Giovanni Lupatoto
37057

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