09/09/2026
C’è una strana aspettativa nei confronti di chi esercita la psicoterapia. Il terapeuta dovrebbe aver risolto tutto. Non dovrebbe attraversare crisi. Non dovrebbe avere fragilità. Non dovrebbe conoscere fallimenti affettivi, paure, contraddizioni, lutti, separazioni. Dovrebbe possedere quella serenità che, in fondo, molti immaginano essere il risultato finale di una buona psicoterapia. Quasi che il titolo professionale certificasse non soltanto una competenza, ma l’avvenuta guarigione dalla condizione umana. Naturalmente non è così.
Un terapeuta può avere avuto problemi nella propria storia. Può averne nel presente.
Può attraversare una crisi matrimoniale. Può conoscere il dolore di una perdita. Può avere paura. Può sbagliare. Può aver bisogno a sua volta di una terapia, di una supervisione, di un confronto professionale. Può vivere momenti nei quali la propria vita personale diventa difficile. Tutto questo, da solo, non dice ancora se sia un buon terapeuta oppure un cattivo terapeuta. Perché la competenza professionale non consiste nell’essere immuni da ciò di cui soffrono gli altri. Consiste, tra le altre cose, nel possedere formazione, strumenti, capacità clinica, consapevolezza dei propri limiti e sufficiente responsabilità da impedire, per quanto possibile, che ciò che appartiene alla propria storia venga inconsapevolmente affidato al paziente. Ed è qui che la distinzione diventa importante.
Avere una ferita non è la stessa cosa che utilizzare il paziente per curarla.
Avere bisogno di riconoscimento non equivale a cercarlo nella relazione terapeutica.
Attraversare una crisi non equivale a farne pagare il peso a chi viene da noi per essere aiutato. Avere zone non completamente risolte non equivale a non sapere riconoscere quando quelle zone stanno interferendo con il nostro lavoro.
La questione professionale comincia proprio qui. Non:
«Hai problemi?» Ma:
«Che cosa fai dei tuoi problemi quando incontri la vulnerabilità di un’altra persona?» Forse abbiamo costruito un’immagine quasi angelicata del terapeuta perché ci rassicura pensare che chi ci accompagna abbia già raggiunto il luogo verso il quale noi stiamo camminando. Ma la terapia non è l’incontro tra uno che ha risolto la vita e uno che deve ancora risolverla.
È una relazione professionale asimmetrica nella quale uno dei due possiede una specifica responsabilità, una formazione e un ruolo. Il terapeuta non è più umano del paziente. E neppure meno fragile. È diversamente responsabile dentro quella relazione. Questa differenza è decisiva. Anche la storia della psicoterapia dovrebbe renderci prudenti davanti alle idealizzazioni. Molte figure che hanno contribuito profondamente alla nascita e allo sviluppo delle nostre discipline hanno avuto biografie complesse, contraddizioni, conflitti, limiti personali e aspetti del loro operato oggi criticabili. Questo non obbliga né a demolirle né a santificarle. Possiamo riconoscere il valore di un contributo senza trasformare chi lo ha prodotto in un modello perfetto di esistenza. E possiamo criticare seriamente comportamenti, teorie o pratiche senza pensare che una fragilità biografica basti, da sola, a cancellare ogni competenza. Perché altrimenti utilizziamo una logica singolare:
Hai sofferto anche tu, dunque come puoi aiutare me? Ma seguendo questa logica dovremmo cercare professionisti ai quali la vita non sia mai accaduta. E forse sarebbe persino inquietante incontrarne uno. Il punto non è che il terapeuta abbia attraversato oppure no il dolore. Il punto è come lo ha attraversato, quanto lo conosce, quanto sa riconoscerlo quando ritorna e quanto riesce a non confonderlo con quello della persona che ha davanti. E questo non giustifica tutto.
È importante dirlo. Essere umani non può diventare l’alibi con cui coprire incompetenza, violazioni dei confini, comportamenti dannosi o incapacità di esercitare responsabilmente la professione.
«Anche il terapeuta è umano» non può significare: allora tutto è comprensibile. La responsabilità professionale rimane. Proprio perché il terapeuta è umano, ha il dovere di conoscere sufficientemente i propri limiti e di fermarsi, chiedere aiuto, confrontarsi o non assumere determinate situazioni quando la propria condizione interferisce significativamente con la capacità di lavorare.
Forse dobbiamo allora uscire da entrambe le illusioni. Da quella del terapeuta senza ferite.
E da quella opposta secondo cui una ferita rende automaticamente incompetente un terapeuta. Un terapeuta non è competente perché non ha problemi.
E non è competente grazie ai suoi problemi.
È competente per ciò che ha imparato a fare professionalmente anche in presenza della propria irriducibile umanità. Forse la domanda non dovrebbe essere:
«Il mio terapeuta ha risolto tutto di sé?» Ma qualcosa di molto più serio:
«Sa stare davanti a ciò che porto senza avere bisogno di utilizzare me per risolvere ciò che appartiene a lui?» Perché non abbiamo bisogno di terapeuti angelicati. Abbiamo bisogno di professionisti competenti, responsabili, consapevoli dei propri limiti.
E sufficientemente umani da sapere che sedersi dall’altra parte della stanza non rende nessuno immune dalla vita.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo