Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna - Dr. Giora Sluzky

Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna - Dr. Giora Sluzky Trattamenti di fisioterapia e osteopatia, terapia fisica moderna e fisioestetica. Convenzione dirett

DR. GIORA SLUZKY
Fisioterapista e Fondatore di VIVERESANO
Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Bologna ha iniziato la sua carriera da fisioterapista in Israele per poi trasferirsi definitivamente in Italia. Iscritto a FNOFI (Ordine dei Fisioterapisti della Provincia di Bologna), Membro Attivo dell’AIFI (Associazione Italiana Fisioterapisti). Dopo 10 anni di attività nel sett

ore della fisioterapia e riabilitazione presso i migliori centri di riabilitazione, pubblici e privati di Bologna, nel 2017 il Dr. Giora Sluzky apre l‘Ambulatorio “VIVERESANO“. VIVERESANO è uno studio specializzato in Fisioterapia, Osteopatia e Riabilitazione. Il Dr. Giora Sluzky ha una vasta e approfondita conoscenza ed esperienza nel campo riabilitativo dei pazienti affetti da patologie neurologiche e ortopediche, trattando con successo, queste e molti altri disturbi fisici. Laureato in Fisioterapia presso l’Università degli Studi di Bologna ha iniziato la sua carriera da fisioterapista in Israele per poi trasferirsi definitivamente in Italia. COME NASCE IL METODO “VIVERESANO”
Ambulatorio di Fisioterapia e Osteopatia a Bologna
L’Ambulatorio di Fisioterapia VIVERESANO nasce nel 2017 dalla professionalità e dal desiderio del Dr. Giora Sluzky di portare l’innovativo concetto di gestione completa del paziente, all’interno della realtà italiana. Il metodo di trattamento “VIVERESANO” da cui prende il nome il nostro Centro di Fisioterapia, si basa sull’utilizzo di protocolli di terapia e trattamenti personalizzati sul singolo paziente, volti a risolvere specifici disturbi. Questo metodo combina tra loro Terapia Fisica avanzata e Terapia Manuale, utilizzando strumentazioni e tecnologie innovative ed efficaci. Il percorso terapeutico si svolge in tempi brevi e con risultati soddisfacenti e duraturi.

L’IPOCRISIA DISGUSTOSA*Anthony Fauci, la consacrazione accademica dell’era Covid e il caso Padova: dal «Keep pushing, An...
06/09/2026

L’IPOCRISIA DISGUSTOSA*

Anthony Fauci, la consacrazione accademica dell’era Covid e il caso Padova: dal «Keep pushing, Anthony!» alla cerimonia rimasta in attesa degli sviluppi americani

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/qltv4tfejm5lc5qd75vhy/L-IPOCRISIA_DISGUSTOSA._Anthony_Fauci-_la_consacra.mp3?rlkey=4rps6le4r96rctf4q103co0tq&st=cemw7yll&dl=0

Ci sono pagine di giornale che finiscono involontariamente per raccontare un’epoca meglio di cento saggi. Quella pubblicata dal Gazzettino di Padova il 18 agosto 2026 è una di queste. Una grande fotografia di Anthony Fauci davanti al Congresso degli Stati Uniti e, accanto, il titolo: «Fauci, sospeso il dottorato. Dal Bo si guarda alla Giustizia Usa». Soltanto due mesi prima, il 16 giugno, il Senato accademico dell’Università di Padova aveva approvato per Fauci un dottorato ad honorem in Scienze farmacologiche, descrivendolo come uno dei più autorevoli scienziati internazionali nel campo delle malattie infettive e dell’immunologia, attribuendogli un contributo determinante allo sviluppo di protocolli terapeutici innovativi e celebrandone il rigore scientifico. L’Ateneo concludeva affermando che i nuovi titoli ad honorem rendevano omaggio a personalità capaci di incarnare i valori di «eccellenza, innovazione e impatto sociale» dell’Università.

Occorre però precisare subito un fatto, perché proprio la precisione rende questa storia più interessante. Non risulta pubblicamente che l’Università di Padova abbia revocato o formalmente sospeso il dottorato. Il titolo del Gazzettino è più drastico dello stesso articolo sottostante, dal quale emerge piuttosto che sarebbe stata rinviata la consegna ufficiale mentre l’Ateneo osserva gli sviluppi americani e non intenderebbe, almeno per ora, rimangiarsi la decisione. La deliberazione del 16 giugno continua a essere pubblicata sul sito dell’Università. Inoltre il calendario ufficiale indicava una seduta del Senato accademico il 7 luglio e quella successiva il 15 settembre: gli eventi americani decisivi sono avvenuti tra il 29 luglio e il 6 agosto, quindi non emerge al momento una successiva seduta ordinaria del Senato nella quale il riconoscimento possa essere stato formalmente riconsiderato.

La distinzione non indebolisce affatto il caso. Al contrario, lo rende quasi più emblematico. Il titolo rimane, ma la cerimonia aspetta. La celebrazione scientifica deliberata a giugno convive improvvisamente con la prudenza istituzionale di agosto. E il contrasto acquista un sapore particolare quando si ricorda che l’Università di Padova non ha scoperto Anthony Fauci nel 2026.

Dal «Keep pushing, Anthony!» alla prudenza del 2026

Il 3 aprile 2020 Il Bo Live, magazine online dell’Università di Padova e progetto editoriale del suo Ufficio comunicazione, pubblicava un articolo dal titolo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca: «Anthony Fauci, un eroe sulla graticola». Il testo presentava Fauci come uno dei maggiori infettivologi del mondo, difendeva il suo ruolo nello scontro con Donald Trump, qualificava come calunnie diversi attacchi provenienti dalla destra americana e dichiarava esplicitamente che il ritratto serviva anche a esprimergli la solidarietà della testata. La conclusione era inequivocabile: «Keep pushing, Anthony!».

Questo non equivale naturalmente a una deliberazione del Senato accademico. Un articolo giornalistico non è un atto amministrativo e attribuire all’intero Ateneo ogni parola di una sua testata sarebbe scorretto. Ma quel testo documenta perfettamente il clima culturale nel quale la figura di Fauci cominciò a essere rappresentata: non soltanto uno scienziato autorevole da ascoltare criticamente, ma un eroe pubblico da difendere contro i suoi detrattori.

Sei anni dopo il linguaggio istituzionale cambia forma ma non perde intensità. Il 16 giugno 2026 il Senato accademico approva il dottorato descrivendo Fauci attraverso categorie quasi esclusivamente encomiastiche: autorevolezza internazionale, contributo determinante, rigore scientifico, eccellenza, innovazione, impatto sociale.

Poi arrivano luglio e agosto. E improvvisamente la persona che per anni era stata presentata attraverso un vocabolario di certezze entra in quella zona grigia nella quale una cerimonia pubblica può diventare scomoda.

Questa è la fotografia che merita di essere osservata.

Non perché il rinvio di una cerimonia dimostri da solo ipocrisia. Non lo dimostra. Ma perché rende visibile quanto sia fragile la costruzione di un’icona quando il prestigio scientifico viene trasformato in consacrazione personale.

Il Covid non inventò il prestigio di Fauci. Inventò qualcosa di diverso

Qui occorre fare un’altra concessione importante alla realtà. Anthony Fauci non era certo uno sconosciuto prima del 2020 e non cominciò a ricevere onorificenze con il Covid. Nel 2022 la University of Maryland, Baltimore ricordava che aveva già accumulato oltre cinquanta lauree honoris causa negli Stati Uniti e all’estero. Emory University gli aveva conferito un dottorato onorifico addirittura nel 2003.

Questo dato non distrugge la critica. La rende più precisa.

Il Covid non creò il prestigio accademico di Fauci. Trasformò quel prestigio in qualcosa di enormemente più pubblico, politico e simbolico.

Nel 2021 Emory non si limitò a ricordarne il curriculum: gli assegnò la President’s Medal e il presidente Gregory Fenves dichiarò di non riuscire a immaginare una persona più adatta e ispiratrice per parlare agli studenti la cui esperienza universitaria era stata segnata dalla pandemia. In un successivo resoconto dell’Ateneo, Fauci veniva descritto come una guida particolarmente adatta a quel momento storico, capace di accompagnare la società attraverso giorni di paura e confusione.

Nello stesso anno McGill University gli conferì un Doctor of Science honoris causa immediatamente dopo una Beatty Lecture intitolata «COVID-19: Lessons Learned and Remaining Challenges», presentandolo come uno degli esperti in prima linea contro la pandemia. Mayo Clinic gli attribuì nel 2021 un Doctor of Medical Science honoris causa e lo scelse come commencement speaker.

Nel 2022 Rockefeller University conferì titoli onorifici a Fauci e Katalin Karikó sottolineando il ruolo di entrambi nella lotta al Covid. Sapienza Università di Roma assegnò a Fauci un dottorato honoris causa e la cerimonia culminò ancora una volta in una lectio dedicata alle lezioni della pandemia. La University of Maryland, Baltimore lo presentò come una voce razionale e scientifica nel pieno della crisi, mentre esponenti dell’Ateneo arrivavano a definire eccezionale la sua leadership pandemica.

Non è necessario sostenere che statisticamente tutte le università del pianeta fossero impegnate in una competizione organizzata per assegnargli la medaglia più grande. Non esistono dati che consentano un’affermazione del genere.

Ma diverse università prestigiose sembrarono davvero fare a gara nel trasformare Fauci in qualcosa di più di uno scienziato premiato: commencement speaker, guida morale, voce della razionalità, simbolo della lotta contro il virus, destinatario di medaglie e titoli presentati attraverso un linguaggio nel quale merito scientifico, servizio pubblico e virtù personale tendevano progressivamente a sovrapporsi.

Ed è precisamente questa sovrapposizione il problema.

La scienza aveva bisogno di scetticismo. L’accademia distribuiva aureole

La pandemia fu un evento eccezionale. Nei primi mesi era comprensibile cercare punti di riferimento autorevoli. Governi, cittadini e giornalisti avevano davanti un nuovo agente patogeno, informazioni incomplete e decisioni da assumere rapidamente. Pretendere che nel marzo 2020 tutti possedessero le risposte che sarebbero emerse negli anni successivi sarebbe semplicemente revisionismo.

Ma proprio perché l’incertezza era enorme, le università avrebbero dovuto essere le ultime istituzioni a trasformare una persona in un simbolo incontestabile.

Il compito dell’università non è distribuire santini scientifici. È insegnare che anche lo scienziato più prestigioso può sbagliare; che la qualità di un’argomentazione non dipende dal rango di chi la pronuncia; che una politica pubblica deve poter essere criticata senza che la critica diventi automaticamente un attacco alla scienza; che competenza scientifica, autorità amministrativa e giudizio morale sono tre cose diverse.

E invece una parte del mondo accademico contribuì a produrre intorno a Fauci un linguaggio nel quale queste distinzioni diventavano sempre più sfocate.

Non occorre sostenere che ogni titolo honoris causa fosse illegittimo. Molti riconoscevano una carriera scientifica iniziata decenni prima del Covid e contributi importanti nel campo dell’HIV/AIDS e delle malattie infettive. Il problema è la trasfigurazione simbolica che si sovrappose a quei meriti.

Quando una università arriva a presentare uno scienziato come una guida attraverso le «dark days» della crisi; quando un’altra lo descrive come una voce esemplare della razionalità; quando il giornale dell’Università di Padova titola «un eroe sulla graticola» e conclude incitandolo personalmente ad andare avanti, non siamo più soltanto nell’elenco delle pubblicazioni scientifiche.

Siamo entrati nel territorio della costruzione dell’eroe.

Il riconoscimento del 2026 arriva quando le controversie erano già note

Ed è qui che la vicenda padovana diventa molto più difficile da liquidare con l’argomento dei «fatti nuovi».

Sì: tra il conferimento del 16 giugno 2026 e l’articolo del Gazzettino di agosto sono avvenuti fatti nuovi e importanti. Sarebbe intellettualmente scorretto negarlo.

Ma le controversie intorno alla figura pubblica di Fauci non sono nate il 29 luglio 2026.

Già nel giugno 2024 Fauci aveva testimoniato pubblicamente davanti alla Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic della Camera dei rappresentanti, dopo una precedente deposizione a porte chiuse durata complessivamente quattordici ore. In quella sede vennero affrontati la gestione della risposta pandemica, le origini del SARS-CoV-2, i finanziamenti di NIAID, EcoHealth Alliance e le ricerche effettuate a Wuhan. Le accuse formulate dai repubblicani erano e rimangono contestate politicamente e non costituiscono di per sé accertamenti giudiziari; il punto rilevante qui è semplicemente che l’esistenza di controversie istituzionali intorno a Fauci era pubblica da anni.

Padova quindi non deliberò il proprio dottorato nel clima ingenuo della primavera 2020. Lo fece nel giugno 2026, con sei anni di dibattiti, audizioni, documenti e polemiche già alle spalle.

Questo non significa che quelle controversie dovessero impedire il conferimento.

Significa invece che esisteva ogni possibilità per formulare il riconoscimento con la sobrietà che dovrebbe appartenere a un’istituzione accademica: riconoscere i meriti scientifici senza trasformare l’intera figura pubblica del premiato in un ritratto celebrativo privo di zone d’ombra.

È proprio qui che la prudenza successiva diventa irritante.

Non perché sia sbagliato essere prudenti ad agosto.

Perché sarebbe stato opportuno esserlo anche a giugno.

Che cosa è successo davvero negli Stati Uniti

Il 29 luglio 2026 Fauci comparve sotto subpoena davanti alla Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee. Durante l’audizione invocò ripetutamente il Quinto Emendamento, rifiutando di rispondere a numerose domande. Il presidente della commissione, il repubblicano Rand Paul, sostenne che la grazia presidenziale concessa da Joe Biden e alcune dichiarazioni iniziali rese dallo stesso Fauci rendessero inapplicabile o comunque rinunciato il privilegio contro l’autoincriminazione. Fauci mantenne invece la propria posizione.

Il 6 agosto la commissione approvò lungo linee di partito una risoluzione di contempt of Congress. Il caso venne poi trasmesso direttamente al Dipartimento di Giustizia, che confermò di aver ricevuto il referral e di essere impegnato a esaminarlo. Fauci non è stato condannato penalmente. Non è corretto parlare di una sentenza o di una colpevolezza già accertata.

Esiste inoltre una controversia giuridica reale sul percorso seguito. Il Congressional Research Service osserva che la legge sul criminal contempt non richiede testualmente in maniera esplicita l’approvazione dell’intera Camera di appartenenza, ma la prassi congressuale e almeno una decisione giudiziaria indicano che quel passaggio potrebbe essere necessario. Il percorso ordinario comprende infatti normalmente un voto del comitato seguito da quello dell’intera Camera.

Anche i democratici della commissione hanno contestato frontalmente la posizione di Paul. Il ranking member Gary Peters ha sostenuto che punire Fauci per aver invocato il Quinto Emendamento non avesse adeguata base giuridica e potesse danneggiare le stesse prerogative investigative del Congresso.

Tutto questo è importante perché mostra quanto sarebbe sbagliato passare da un culto positivo di Fauci a un culto negativo speculare. Non esiste alcuna necessità di trasformarlo oggi in un criminale per criticare ciò che avvenne ieri.

La grazia di Biden non è una confessione

Nel gennaio 2025 Joe Biden aveva concesso a Fauci una grazia presidenziale completa e incondizionata per eventuali reati federali commessi dal primo gennaio 2014 al 19 gennaio 2025 e collegati alle sue funzioni come direttore del NIAID, componente delle task force Covid o Chief Medical Advisor del presidente.

La grazia è eccezionalmente ampia, ma non equivale a una confessione. Biden lo precisò esplicitamente: il provvedimento non doveva essere interpretato come riconoscimento di un illecito né la sua accettazione come ammissione di colpa. Il presidente uscente dichiarò di voler proteggere Fauci e altri funzionari da quelle che considerava possibili indagini politicamente motivate.

Al tempo stesso, la grazia termina temporalmente il 19 gennaio 2025. Non può quindi, per sua stessa formulazione, coprire automaticamente un eventuale illecito autonomo commesso nel corso di una testimonianza congressuale nel 2026.

Anche qui la realtà è più complessa della propaganda di entrambe le parti.

Ed è proprio questa complessità che il mondo accademico avrebbe dovuto rispettare da sempre.

Allora dov’è l’ipocrisia?

Non nel fatto che un’università tenga conto di avvenimenti nuovi.

Non nel fatto che una cerimonia venga eventualmente rinviata.

Non nella possibilità di modificare un giudizio: cambiare giudizio davanti a nuove informazioni è una virtù, non un vizio.

L’ipocrisia disgustosa appartiene a un fenomeno più ampio: la facilità con cui istituzioni che si presentano come custodi del dubbio e del pensiero critico abbandonano quelle virtù quando arriva il personaggio giusto da celebrare.

Prima la certezza.

Prima l’eroe.

Prima il commencement speaker capace di «ispirare» un’intera generazione.

Prima le President’s Medal, i dottorati, le celebrazioni solenni e il linguaggio della virtù scientifica trasformata quasi automaticamente in virtù personale.

Poi, quando il clima cambia, torna improvvisamente la complessità. Bisogna aspettare. Bisogna vedere. Bisogna distinguere. Bisogna essere prudenti.

Tutto corretto.

Ma dov’era questa raffinatissima prudenza quando si distribuivano le aureole?

La domanda non implica che chi celebrava Fauci conoscesse nel 2020 fatti che sarebbero emersi successivamente. Sarebbe una caricatura. Implica qualcosa di più elementare: un’università non dovrebbe avere bisogno di uno scandalo, di un’inchiesta congressuale o di un possibile procedimento giudiziario per ricordarsi che uno scienziato, per quanto prestigioso, rimane una persona sottoposta alla critica, non una personificazione della Scienza.

Il problema non è Fauci. È ciò che hanno costruito intorno a Fauci

Questo è forse il punto più importante.

Anthony Fauci può essere considerato un grande scienziato, un pessimo amministratore, un buon consigliere politico, un protagonista controverso, una vittima di persecuzione politica oppure una combinazione parziale di queste cose. Ogni giudizio deve essere dimostrato sul proprio terreno.

Ma un’istituzione universitaria dovrebbe avere la maturità di distinguere queste dimensioni.

Non serve demonizzare Fauci per comprendere quanto fosse assurda la sua canonizzazione.

E non serve sperare che finisca in carcere per vedere quanto sia grottesca la scena odierna.

Il problema non è che oggi qualcuno dubiti.

Il problema è che ieri così pochi, nelle cerimonie ufficiali, sembravano sentire il bisogno di mostrare il dubbio.

La pandemia ha prodotto tragedie sanitarie, sociali ed economiche enormi. Ma ha prodotto anche un fenomeno culturale che merita di essere ricordato: la tendenza di una parte delle istituzioni scientifiche e accademiche a confondere la difesa della scienza con la difesa delle persone incaricate di rappresentarla pubblicamente.

È un errore pericoloso perché la scienza può sopravvivere tranquillamente alla caduta di un’autorità.

Il culto dell’autorità, invece, ha bisogno che l’autorità non cada mai.

Dal Bo alla Giustizia americana: l’immagine perfetta di un’epoca

E così si ritorna a quella pagina del Gazzettino.

A sinistra il titolo sul dottorato.

A destra Fauci davanti al Congresso.

Nel 2020 il magazine dell’Università di Padova lo chiamava «un eroe sulla graticola» e gli gridava idealmente: «Keep pushing, Anthony!». Nel giugno 2026 il Senato accademico ne celebrava il rigore, l’autorevolezza e l’impatto sociale. Ad agosto, secondo la ricostruzione del quotidiano padovano, la consegna del riconoscimento rimane in attesa mentre dal Bo si osservano gli Stati Uniti.

Non sappiamo ancora come finirà la vicenda americana. Non sappiamo se il Dipartimento di Giustizia procederà. Non sappiamo quale interpretazione costituzionale prevarrà. Non risulta neppure che Padova abbia formalmente sospeso il dottorato.

Ma sappiamo già abbastanza per formulare una conclusione.

Il vero scandalo non sarebbe scoprire oggi che un uomo celebrato ieri possedeva contraddizioni. Tutti gli uomini le possiedono.

Il vero scandalo è che istituzioni nate per insegnare agli altri a dubitare abbiano partecipato con tanta facilità alla costruzione di figure alle quali il dubbio sembrava non doversi applicare.

La prudenza di oggi è legittima.

È la sicurezza celebrativa di ieri che appare, retrospettivamente, indecente.

Ed è proprio nel contrasto fra queste due posture — l’entusiasmo quando celebrare era facile e la cautela quando celebrare può diventare scomodo — che si manifesta quella che resta la parola più adatta a descrivere l’intera scena:

L’IPOCRISIA DISGUSTOSA.

Bibliografia

* Il Gazzettino, edizione di Padova, 18 agosto 2026, p. IX, «Fauci, sospeso il dottorato. Dal Bo si guarda alla Giustizia Usa».
* Università degli Studi di Padova, Senato Accademico del 16 giugno 2026, conferimento del Dottorato ad honorem in Scienze Farmacologiche ad Anthony S. Fauci.
* Università degli Studi di Padova, Calendario delle sedute del Senato Accademico a.a. 2025-2026.
* Il Bo Live, Pietro Greco, Anthony Fauci, un eroe sulla graticola, 3 aprile 2020.
* Il Bo Live, Redazione – Chi siamo, sul rapporto editoriale con l’Università di Padova.
* Emory University, Dr. Anthony Fauci to deliver Emory Commencement address, 24 febbraio 2021.
* McGill University, Anthony Fauci – 2021 Beatty Lecture: COVID-19: Lessons Learned and Remaining Challenges.
* Mayo Clinic College of Medicine and Science, Honorary Degree Recipients – Anthony Fauci, 2021.
* Rockefeller University, 64th Convocation, 10 giugno 2022.
* Sapienza Università di Roma, Honorary Doctorate to Anthony Fauci, 13 gennaio 2022.
* University of Maryland, Baltimore, Dr. Fauci to Deliver UMB Commencement Keynote, 20 aprile 2022.
* U.S. House Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic, A Hearing with Dr. Anthony Fauci, 3 giugno 2024.
* U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs, Testimony of Anthony Fauci, 29 luglio 2026.
* U.S. Senate HSGAC, Chairman Paul’s Contempt Resolution Against Anthony Fauci Advances Out of Committee, 6 agosto 2026.
* U.S. Senate HSGAC, Gary Peters, Ahead of Pending Contempt Vote…, 5 agosto 2026.
* Congressional Research Service, Todd Garvey, Criminal Contempt of Congress: Frequently Asked Questions, 5 giugno 2023.
* U.S. Department of Justice, Executive Grant of Clemency — Anthony S. Fauci, 19 gennaio 2025.
* Joseph R. Biden Jr., Statement on Pardons and Commutations, 20 gennaio 2025, U.S. Government Publishing Office.

* Disclaimer: Questo articolo non è un contenuto originale del giornale citato. È stato rielaborato dalla nostra redazione, basandosi sul articolo pubblicato dal suddetto giornale (nei commenti).

IL GRANDE CALDERONE NUTRIZIONALESe preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link segue...
02/09/2026

IL GRANDE CALDERONE NUTRIZIONALE

Se preferisci, puoi ascoltare l’articolo letto dall’AI invece di leggerlo. Il link seguente sarà disponibile per un periodo di tempo limitato:

https://www.dropbox.com/scl/fi/3bzdhav3xagxw8sktatri/IL_GRANDE_CALDERONE_NUTRIZIONALE._Come_abbiamo_tra.mp3?rlkey=zgr6nzqmnf2m7202pkamnaa8a&st=umwevw83&dl=0

Come abbiamo trasformato alimenti profondamente diversi in “grassi”, un parametro biologico in una malattia e una scienza complessa in una serie di dogmi

Per decenni ci è stata raccontata una storia straordinariamente semplice.

Mangiare grassi saturi aumenta il colesterolo. Il colesterolo ostruisce le arterie. Quindi bisogna mangiare meno grassi saturi, abbassare il colesterolo e, quando necessario, assumere un farmaco per farlo.

Una narrazione perfetta per un opuscolo sanitario. Molto meno perfetta per descrivere la fisiologia umana.

Il problema non è che tutto ciò sia falso. Il problema è molto più interessante: una parte vera della biologia è stata trasformata troppo spesso in una spiegazione totale della malattia cardiovascolare.

Ed è proprio quando una scienza complessa viene ridotta a un solo colpevole che iniziano i problemi.

Il primo errore: chiamare tutto semplicemente “grasso”

Burro, formaggio stagionato, olio extravergine d’oliva, olio di semi, margarina, grasso contenuto in carne fresca e grasso presente in un prodotto ultraprocessato possono finire tutti, nel linguaggio quotidiano, sotto un’unica parola: “grassi”.

Dal punto di vista metabolico è una classificazione quasi grottesca.

L’olio extravergine d’oliva è prevalentemente costituito da grassi monoinsaturi e contiene una complessa frazione di composti fenolici. Molti oli di semi sono ricchi di acidi grassi polinsaturi. Il burro contiene una quota elevata di saturi. Le vecchie margarine ottenute mediante idrogenazione parziale potevano contenere quantità significative di acidi grassi trans industriali, la cui associazione con il rischio cardiovascolare è sufficientemente solida da avere portato numerosi Paesi e la stessa OMS a perseguirne l’eliminazione. (PubMed)

Trattare queste sostanze come se fossero nutrizionalmente intercambiabili solo perché tutte forniscono lipidi significa confondere una proprietà chimica generale con l’effetto biologico di un alimento.

Persino la stessa quantità di grasso lattiero-caseario può comportarsi diversamente a seconda della matrice alimentare nella quale viene ingerita.

Un trial randomizzato ha confrontato circa 40 grammi al giorno di grasso lattiero proveniente da formaggio con combinazioni contenenti burro. I risultati indicano risposte lipidiche differenti a seconda della matrice. Altri studi avevano già rilevato che il grasso assunto come formaggio produceva un incremento dell’LDL inferiore rispetto allo stesso grasso assunto come burro. (PubMed)

Nel 2024 una review dedicata proprio a questo problema concludeva che le raccomandazioni basate esclusivamente sulla percentuale di grassi saturi rischiano di ignorare l’effetto della food matrix, cioè della struttura fisica e dell’insieme di nutrienti che caratterizzano l’alimento reale. (PubMed)

È un cambiamento concettuale enorme.

Significa che non mangiamo “acido palmitico”, “colesterolo” e “grasso saturo”.

Mangiamo alimenti.

E l’organismo risponde agli alimenti nel loro complesso.

Poi venne il paradosso: mentre demonizzavamo il grasso, l’industria dello zucchero aveva già capito quanto fosse importante orientare il dibattito

Qui non siamo nel territorio delle teorie del complotto.

Esistono documenti.

Nel 2016, un’indagine pubblicata su JAMA Internal Medicine, basata su documenti interni della Sugar Research Foundation, ricostruì un episodio avvenuto negli anni Sessanta.

Nel 1965 la fondazione finanziò un progetto di revisione della letteratura sulla malattia coronarica. La review fu successivamente pubblicata sul New England Journal of Medicine.

Secondo la ricostruzione degli autori, la Sugar Research Foundation contribuì a definire l’obiettivo della review, fornì articoli da considerare e ricevette bozze del lavoro.

Il finanziamento e il ruolo dell’organizzazione non furono dichiarati.

Il risultato della review enfatizzava grassi e colesterolo come principali cause alimentari della malattia coronarica e ridimensionava l’evidenza allora emergente sul saccarosio. (JAMA Network)

Questo episodio non dimostra che “lo zucchero causa tutto” né che “i grassi saturi sono innocui”.

Dimostra qualcosa di altrettanto importante:

il dibattito nutrizionale che ha influenzato generazioni di medici, consumatori e decisori politici non si è sviluppato in un ambiente sterile da interessi economici.

E questo dovrebbe insegnare prudenza ogni volta che una questione biologicamente complessa viene trasformata in un messaggio commerciale o sanitario perfettamente semplice.

Nel frattempo la popolazione occidentale non viveva in un laboratorio metabolico

L’altro gigantesco limite del modello “grasso saturo → colesterolo → infarto” era il contesto.

Un individuo reale non modifica soltanto una variabile.

Mangia troppo.

Beve calorie.

Consuma farine raffinate.

Consuma zuccheri aggiunti.

Mangia prodotti ultraprocessati.

Dormendo male, diventando sedentario, accumulando grasso viscerale, sviluppando insulino-resistenza, ipertensione, ipertrigliceridemia e alterazioni metaboliche.

Poi arriva lo studio epidemiologico e tenta di isolare “il grasso saturo”.

È un’impresa metodologicamente difficilissima.

Oggi sappiamo infatti che la qualità dell’alimento conta enormemente anche all’interno della categoria degli ultraprocessati.

Una grande analisi pubblicata nel 2024, comprendente tre coorti statunitensi e una meta-analisi di 22 studi prospettici, ha rilevato un’associazione tra maggiore consumo complessivo di alimenti ultraprocessati e maggior rischio cardiovascolare. Ma soprattutto ha scoperto che le diverse categorie non si comportavano allo stesso modo: bevande zuccherate o artificialmente dolcificate e carni processate mostravano associazioni particolarmente sfavorevoli, mentre altre categorie classificate come ultraprocessate non mostravano lo stesso comportamento. (PubMed)

Ancora una volta:

la categoria generale nasconde differenze enormi.

Esattamente come avviene con i grassi.

Lo zucchero non è innocente. Ma anche qui bisogna evitare il prossimo dogma

L’evidenza contemporanea sugli zuccheri aggiunti è tutt’altro che tranquillizzante.

Una umbrella review del 2023, che ha sintetizzato 73 meta-analisi e 83 outcome sanitari, ha riscontrato numerose associazioni sfavorevoli fra elevato consumo di zuccheri e patologie metaboliche, cardiovascolari e di altro tipo. (PubMed)

Un’altra umbrella review su bevande zuccherate, comprendente dati relativi a oltre 22 milioni di individui, ha trovato evidenza convincente di associazioni con malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e altri outcome sfavorevoli. (PubMed)

Quindi l’idea che gli zuccheri aggiunti abbiano ricevuto per troppo tempo meno attenzione di quanto meritassero è perfettamente difendibile.

Ma anche qui la fisiologia rifiuta lo slogan.

Dire che “lo zucchero provoca automaticamente infiammazione cronica” è più forte di ciò che dimostrano gli studi controllati.

Una meta-analisi degli interventi disponibili non trovava infatti un aumento uniforme dei principali marker infiammatori semplicemente sostituendo un tipo di zucchero con un altro. Un’analisi successiva di 64 trial controllati ha mostrato invece che contesto energetico e fonte alimentare modificano profondamente il risultato, con le bevande zuccherate che emergono ancora una volta come una delle fonti più problematiche. (PubMed)

Il vero nemico, quindi, non sembra essere una molecola isolata.

È più probabilmente una combinazione di eccesso energetico cronico, qualità alimentare scadente, bevande zuccherate, adiposità viscerale, insulino-resistenza e altre esposizioni metaboliche.

Una descrizione molto meno vendibile di “non mangiare grassi”.

Ma molto più vicina alla realtà.

E gli oli di semi? Attenzione a non costruire il dogma contrario

Se vogliamo accusare la vecchia nutrizione di avere messo alimenti diversi nello stesso calderone, dobbiamo essere coerenti.

Non possiamo compiere lo stesso errore al contrario.

“Olio di semi” non significa automaticamente “olio infiammatorio”.

La convinzione molto diffusa secondo cui l’acido linoleico omega-6 provocherebbe necessariamente infiammazione sistemica non trova un sostegno convincente nei trial umani.

Una revisione sistematica di trial randomizzati non trovò aumenti significativi di CRP, IL-6, TNF-α e numerosi altri marker infiammatori aumentando l’acido linoleico. Una successiva meta-analisi di 30 trial randomizzati arrivò sostanzialmente alla stessa conclusione. (PubMed)

Una meta-analisi di 40 trial randomizzati pubblicata nel 2023 ha inoltre rilevato una modesta riduzione dell’LDL con maggiore assunzione di acido linoleico rispetto ai grassi di confronto. (PubMed)

Ci sono legittime discussioni su raffinazione, ossidazione, riutilizzo ad alte temperature e qualità del prodotto.

Ma dire semplicemente “olio di semi = infiammazione” significherebbe ripetere esattamente l’errore metodologico che stiamo contestando.

Arriviamo finalmente al colesterolo: forse il campo in cui la comunicazione è diventata più confusa

Anche qui bisogna separare tre cose che troppo spesso vengono mischiate:

il colesterolo totale;

il colesterolo LDL;

il numero di particelle aterogene, meglio approssimato in molte situazioni dall’ApoB.

Un colesterolo totale di 260 mg/dL e un LDL di 260 mg/dL non sono la stessa situazione clinica.

E una soglia numerica non è un confine biologico.

Non succede nulla di misterioso al passaggio fra LDL 189 e 190 mg/dL.

Le soglie sono strumenti decisionali inventati dall’uomo per trasformare un continuum biologico in categorie gestibili.

Questa distinzione è fondamentale.

Perché permette di contestare la trasformazione della medicina preventiva in una sorta di tribunale numerico senza cadere nell’errore opposto di affermare che LDL e ApoB non abbiano importanza.

È vero che esistono valori di colesterolo enormemente più elevati di quelli che oggi chiamiamo “alti”

Nelle forme gravi di ipercolesterolemia familiare possono verificarsi concentrazioni di LDL che appartengono a un ordine di grandezza completamente diverso dai modesti superamenti osservati nella popolazione generale.

Questo può intuitivamente far apparire ridicolo definire “alto” un valore molto inferiore.

Ma sarebbe un errore confondere la gravità estrema con il punto in cui inizia un gradiente di rischio.

Un’ustione di terzo grado è enormemente peggiore di una di primo grado; non significa che quella di primo grado non esista.

Sul ruolo dell’LDL, infatti, l’evidenza è difficilmente liquidabile come semplice propaganda farmaceutica.

Una consensus analysis della European Atherosclerosis Society ha integrato oltre 200 studi, più di 2 milioni di partecipanti, oltre 20 milioni di anni-persona e più di 150.000 eventi cardiovascolari. Studi genetici, epidemiologia, randomizzazione mendeliana e trial terapeutici convergono su una relazione dose-dipendente fra esposizione cumulativa alle particelle contenenti LDL/ApoB e aterosclerosi. (OUP Academic)

Il punto più interessante è la parola cumulativa.

Il rischio non dipende esclusivamente da “quanto alto è oggi il valore”.

Dipende anche da per quanto tempo l’albero arterioso è stato esposto a quel carico.

Le statine: business gigantesco, certo. Ma questo non rende automaticamente falsi i risultati

Sarebbe ingenuo sostenere che l’industria farmaceutica non abbia interessi commerciali enormi nella trasformazione dei fattori di rischio in mercati terapeutici.

La storia della medicina contiene abbastanza conflitti d’interesse da rendere legittima una sorveglianza feroce.

Ma una critica credibile deve anche riconoscere quando il dato sopravvive alla critica.

Le grandi meta-analisi dei Cholesterol Treatment Trialists mostrano che una riduzione di circa 1 mmol/L, cioè circa 39 mg/dL di LDL, ottenuta con statine è associata a una riduzione relativa di circa il 20–21% degli eventi vascolari maggiori. Questo effetto è stato osservato in decine di trial e centinaia di migliaia di partecipanti. (PubMed)

Studi di maggiore intensità di trattamento non hanno inoltre individuato una soglia evidente all’interno del range studiato al di sotto della quale una ulteriore riduzione di LDL smettesse completamente di produrre beneficio cardiovascolare. (PubMed)

Dunque la tesi secondo cui valori moderatamente elevati di LDL sarebbero stati dichiarati patologici esclusivamente per vendere statine non è sostenibile sulla base delle evidenze disponibili.

Ma da qui nasce una critica più importante.

Beneficio relativo non significa beneficio assoluto.

Ridurre del 20% un rischio di partenza del 30% è una cosa.

Ridurre del 20% un rischio del 2% è tutt’altra cosa.

Nel secondo caso il numero di persone che devono essere trattate per evitare un singolo evento diventa molto maggiore.

Ed è qui che medicina personalizzata, rischio assoluto, età, pressione, diabete, fumo, familiarità, Lp(a), presenza di aterosclerosi subclinica e preferenze del paziente dovrebbero entrare nella decisione.

Le linee guida europee più recenti, infatti, non considerano più seriamente l’LDL isolato dal contesto: utilizzano SCORE2/SCORE2-OP e includono modificatori come Lp(a), calcio coronarico e presenza di aterosclerosi subclinica proprio per affinare le decisioni vicino alle soglie terapeutiche. (Escardio)

In altre parole, persino la cardiologia ufficiale sta progressivamente riconoscendo che un numero da solo non basta.

La svolta più ironica arriva nel 2026

Le nuove raccomandazioni dietetiche dell’American Heart Association insistono oggi contemporaneamente su grassi insaturi al posto di alcune fonti di saturi, minimizzazione degli zuccheri aggiunti, riduzione degli ultraprocessati, alimenti interi o minimamente processati e qualità complessiva della dieta.

E dichiarano esplicitamente che, per la maggior parte delle persone, il colesterolo alimentare non è più un obiettivo primario della prevenzione cardiovascolare. (professional.heart.org)

È difficile non osservare l’ironia storica.

Dopo decenni trascorsi a insegnare al pubblico a guardare ossessivamente un singolo nutriente, la nutrizione moderna sta lentamente tornando verso qualcosa di molto più vicino al buon senso fisiologico:

conta il modello alimentare complessivo.

Conta l’alimento.

Conta la matrice.

Conta con cosa sostituisci qualcosa.

Conta il metabolismo individuale.

Conta il rischio globale.

Conta il tempo.

Il problema quindi non era “la scienza”. Era la trasformazione della scienza in dogma

La scienza vera cambia quando cambiano i dati.

È esattamente ciò che deve fare.

Il problema nasce quando risultati parziali, studi osservazionali, marker intermedi e necessità di salute pubblica vengono trasformati in messaggi assoluti:

“il grasso fa male”.

“il colesterolo fa male”.

“mangia low-fat”.

“questo valore è normale, questo è patologico”.

La fisiologia umana non contiene nessuna di queste frasi.

Contiene lipoproteine, recettori, metabolismo epatico, tessuto adiposo, infiammazione, funzione endoteliale, pressione, glicazione, stress ossidativo, microbiota, genetica, metabolismo glucidico e migliaia di interazioni.

Ridurre tutto a un’unica sostanza era seducente.

Era facile da spiegare.

Era facile da regolamentare.

Era facile da stampare su un’etichetta.

Ed era anche estremamente facile da commercializzare.

La conclusione che resta in piedi dopo aver tolto sia la propaganda sia la contropropaganda

Non abbiamo prove serie per sostenere che tutti i grassi saturi siano innocui.

Non abbiamo prove serie per sostenere che l’LDL sia irrilevante.

Non abbiamo prove serie per sostenere che le statine siano semplicemente una gigantesca frode commerciale.

Ma abbiamo prove molto serie per sostenere qualcosa di diverso:

la salute cardiovascolare non può essere ridotta a “quanto grasso saturo mangi” né a “quanto colesterolo totale hai”.

Una persona che mangia alimenti minimamente processati, mantiene una buona sensibilità insulinica, ha trigliceridi bassi, pressione normale, assenza di fumo, buona composizione corporea e nessun segno di aterosclerosi non è metabolicamente equivalente a una persona con lo stesso LDL ma obesità viscerale, ipertensione, diabete, fumo e dieta dominata da ultraprocessati.

E due alimenti contenenti la stessa quantità nominale di grassi saturi non sono necessariamente metabolicamente equivalenti.

Questo non assolve l’LDL.

Non assolve automaticamente il burro.

Non condanna automaticamente gli oli di semi.

E soprattutto non assolve zuccheri aggiunti e prodotti ultraprocessati semplicemente perché per decenni il riflettore era puntato altrove.

La lezione più importante della storia nutrizionale degli ultimi settant’anni è probabilmente questa:

quando una malattia multifattoriale viene spiegata con un solo colpevole, bisogna diventare immediatamente sospettosi.

Non perché la scienza sia inutile.

Ma perché la buona scienza comincia esattamente nel momento in cui smettiamo di confondere una parte della verità con tutta la verità.
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