Dott.ssa Patrizia La Bruna - Psicologa - Psicoterapeuta

Dott.ssa Patrizia La Bruna - Psicologa - Psicoterapeuta Consulenza, sostegno, psicoterapia adulti coppie e famiglie

Consulenza e sostegno psicologico
Psicoterapia individuale
Psicoterapia di coppia
Servizio di stimolazione e stimolazione cognitiva
Psicoterapia familiare
Superamento di eventi traumatici

18/06/2026

We often underestimate the power of simple habits because they don’t look dramatic in the beginning. But one of the most life-changing decisions you can make for your body, mind, and future is something as simple as walking. Just 30–60 minutes of walking every day can transform your health in wa...

24/05/2026

🩵Se mai mi dovesse ve**re la demenza vorrei che la mia famiglia appendesse questa lista dei desideri al muro dove vivo. Voglio che si ricordino queste cose.

1a. Ogni volta che entri nella stanza annuncia te stesso. "Ciao mamma/papà- è ............ ”
NON chiedere MAI- Sai chi sono??? Questo provoca ansia.

1. Se mi viene la demenza, voglio che i miei amici e la mia famiglia abbraccino la mia realtà. 🌸

2. Se penso che il mio coniuge sia ancora vivo, o se penso che andremo a trovare i miei genitori per cena, fatemi credere a queste cose. Ne sarò molto più felice. ❤️

3. Se mi viene la demenza, non discutere con me su ciò che è vero per me contro ciò che è vero per te. 👍🏽❤️👍🏽

4. Se mi viene la demenza, e non sono sicura di chi sei, non prenderla sul personale. La mia linea temporale mi confonde. 👍🏽👍🏽👍🏽

5. Se mi viene la demenza e non posso più usare gli utensili, non iniziare a darmi da mangiare. Invece passami a dieta finger food e vedi se riesco ancora a nutrirmi. ❤️🥰❤️🥰

6. Se mi viene la demenza, e sono triste o ansioso, tienimi la mano e ascolta. Non dirmi che i miei sentimenti sono infondati.

7. Se mi viene la demenza, non voglio essere trattata come un bambino. Parlami da adulto che sono. ❤️

8. Se mi viene la demenza, voglio ancora godermi le cose che mi sono sempre piaciute. Aiutami a trovare un modo per fare esercizio fisico, leggere e visitare gli amici. ❤️

9. Se mi viene la demenza, chiedimi di raccontarti una storia del mio passato.

10. Se mi viene la demenza, e mi agito, prendetevi il tempo di capire cosa mi preoccupa. ❤️

11. Se mi viene la demenza, trattami come vorresti essere trattato tu. ❤️

12. Se mi viene la demenza, assicuratevi che in casa ci siano tanti snack per me. Anche adesso se non mangio mi arrabbio, e se ho la demenza, potrei avere difficoltà a spiegare di cosa ho bisogno. ❤️

13. Se mi viene la demenza, non parlate di me come se non fossi nella stanza. 👍🏽

14. Se ho la demenza, non sentirti in colpa se non puoi prenderti cura di me 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Non è colpa tua e hai fatto del tuo meglio Trova qualcuno che ti possa aiutare, o scegli un nuovo posto fantastico dove possa vivere. 👍🏽

15. Se soffro di demenza e vivo in una comunità di cura per la demenza, venitemi a trovare spesso. ❤️

16. Se mi viene la demenza, non fate la frustrazione se confondo nomi, eventi o luoghi. Fate un respiro profondo. Non è colpa mia. 👍🏽

17. Se mi viene la demenza, assicurati di avere sempre la mia musica preferita a portata d'orecchio. ❤️❤️❤️

18. Se mi viene la demenza, e mi piace prendere oggetti e portarli in giro, aiutatemi a riportare quegli oggetti al loro posto originale. 👍🏽

19. Se mi viene la demenza, non escludetemi dalle feste e dalle riunioni di famiglia. ❤️

20. Se mi viene la demenza, sappiate che mi piace ancora ricevere abbracci o strette di mano. ❤️🥰❤️

21. Se mi viene la demenza, ricorda che sono ancora la persona che conosci e ami. ”🌼❤️

in onore di qualcuno che conosci che soffre di demenza. In onore di tutti coloro che conosco e amo e che hanno perso, che stanno combattendo la Demenza/Alzheimer.

Qualcuno una volta ha detto che se ti prendi cura di qualcuno con la demenza lo perdi ogni giorno di più. Quando ricevono la diagnosi, quando attraversano fasi diverse, quando hanno bisogno di cure e quando muoiono.

Questo si chiama "l'addio più lungo". Mentre il cervello muore lentamente, cambia fisicamente e alla fine dimenticano chi sono i loro cari. Potrebbero finire a letto, senza muoversi e non mangiare o bere.

Ci saranno persone che passeranno oltre questo post perché la Demenza non li ha toccati. Potrebbero non sapere cosa vuol dire avere una persona cara che ha combattuto o sta ancora combattendo la demenza.

Per sensibilizzare su questa crudele malattia, vorrei che i miei amici lo mettessero oggi sulla loro pagina.
Tieni il dito sul post per copiare e incollare sul tuo diario.

Un grazie speciale a chiunque voglia inserire questo sul proprio diario per la settimana della consapevolezza sulla demenza e sull'Alzheimer.🩵

(Con un pensiero per i malati e le famiglie❤️)

11/05/2026

𝐼𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝐼𝑙 𝑀𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑟𝑜, 𝑀𝑎𝑟𝑖𝑎 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑒𝑡𝑡𝑎 𝐺𝑢𝑙𝑖𝑛𝑜, 𝑃𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑙 𝑟𝑢𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑣𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑒 𝑒𝑚𝑒𝑟𝑔𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑖 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑙𝑜𝑔𝑎𝑛.

“Gentile Direttore,
ho letto con molta attenzione l’interessante analisi del prof. Ricolfi pubblicata dal suo giornale e devo ammettere che ha suscitato in me sensazioni contrastanti.

C’è un riflesso quasi automatico, nel dibattito pubblico italiano, che merita di essere guardato con più freddezza: ogni volta che si parla di disagio, fragilità, crisi sociale, si invoca – talvolta con tono salvifico – la psicologia. È un punto che non può essere liquidato con sufficienza, perché pone una domanda lecita: stiamo trasformando ogni fatica della vita in un caso clinico?

Il rischio esiste. Ma fermarsi qui può essere un errore speculare che alimenta polarizzazioni, rischiose per il benessere della popolazione. Perché mentre discutiamo di “psicologizzazione della società”, la realtà intorno a noi racconta tutt’altro: la psicologia, nei servizi pubblici, è marginale, residuale, spesso l’ultima ruota del carro tra gli operatori sanitari.

Meno del 7% di presenza nei servizi è un dato poco rassicurante che dovrebbe far sobbalzare. Nell’offerta di salute, siamo molto lontani da un “overbooking” di psicologi e, invece, testimoni di una clamorosa insufficienza. Allora il punto non è se si parli troppo di psicologia.

Il punto è che se ne parla tanto ma si investe poco. Il cosiddetto “bonus psicologo” ne è l’esempio perfetto: grande visibilità politica, risorse limitate, accesso incerto destinato a pochi. Una misura che intercetta il bisogno, circa 800mila domande, ma non costruisce sistema. È la logica della misura emergenziale, non quella della strategia strutturale.

Qui si inserisce un secondo equivoco, più sottile: confondere la cura con la prevenzione. La prima arriva quando il problema è già esploso; la seconda lavora prima, quando si può evitare che il disagio, la crisi evolutiva, lo stress accumulato diventino patologia. Eppure, nel nostro modello sociale, la prevenzione psicologica resta ancora un timido corpo estraneo, quasi un lusso teorico.

C’è poi un ultimo punto, spesso rimosso perché meno spendibile mediaticamente: la prevenzione non produce consenso immediato. Non si inaugura, non si fotografa, non si taglia con un nastro.

È un processo lento, che chiede continuità e due qualità preziose e quindi rare nel ciclo breve della politica. E resta ai margini intrappolata nel paradosso: in una fase storica segnata da instabilità, pressione sociale, violenze e aggressività diffuse, trasformazioni profonde nel mondo del lavoro e delle relazioni, proprio ciò che servirebbe di più – strumenti diffusi di lettura del reale, gestione e accompagnamento del disagio – è ciò che meno viene offerto.

Dire, allora, che non tutto è psicologia è corretto. Basta non usarlo come alibi per aggirare il problema e rallentare la presenza solida della psicologia nella sanità pubblica e nei contesti educativi, perché diventerebbe una scorciatoia intellettuale. E anche politica.

Eppure, è proprio lì che si gioca la partita più seria: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei servizi territoriali, negli ambienti sportivi, dove le persone vivono, dove la presenza dello psicologo non dovrebbe essere un’eccezione o soltanto sperimentazione, ma una componente ordinaria.

Non per trasformare ogni disagio in terapia, ma per arrivare in tempo e permettere a ciascuno di far ripartire le autonome risorse personali per affrontare le proprie fatiche. Questo sarebbe un reale risparmio di costi e di salute.

Il punto di equilibrio, dunque, non sta tra due estremi – tutto è psicologia o niente lo è – ma in una distinzione più esigente: riconoscere che ogni difficoltà non richiede necessariamente lo psicologo, ma che una società senza psicologia accessibile nei territori e integrata tra le professioni sociosanitarie è una società più fragile, poco vista e ascoltata.

La società del giorno dopo, quella delle cronache sui giornali, in cui si continua a interve**re tardi, quando il costo umano ed economico è già esploso. La vera sfida è uscire dalla retorica.

Meno slogan, più architettura. Meno bonus, più sistema. E soprattutto, finalmente, più prevenzione: quella che non fa notizia, ma che può cambiare la vita di molte persone di ogni fascia d’età.”

𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐆𝐮𝐥𝐢𝐧𝐨
Presidente Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi

20/02/2026
29/01/2026

QUANDO IL CORPO EREDITA LA MEMORIA DEL DOLORE

(Di Patrizia Coffaro)

Ripropongo questo post per chi se lo fosse perso.

Oggi voglio parlarvi dell'epigenetic trauma, o biologia dello stress ereditato. È un campo di ricerca che sta rivoluzionando il modo in cui comprendiamo il trauma e la malattia cronica, perché ci dice una cosa tanto sorprendente quanto sconvolgente... il dolore non si eredita solo nei ricordi, ma anche nei geni.

Mentre in Italia tendiamo ancora a relegare il trauma all’ambito della psicologia, come se fosse solo una questione di mente, emozioni o memoria, la medicina epigenetica ci mostra che il trauma è, prima di tutto, una forma di informazione biologica. Una memoria che si trasmette da una generazione all’altra non attraverso le parole, ma attraverso le modifiche chimiche del DNA, che cambiano il modo in cui i nostri geni si esprimono.

La parola epigenetica viene dal greco epi, che significa sopra. È tutto ciò che sta sopra il gene... non cambia la sequenza del DNA, ma decide come e quando quel gene viene acceso o spento.

Immagina il DNA come un grande pianoforte, i geni sono i tasti, e l’epigenetica è il pianista (so che detto così riesci a comprenderlo meglio). Puoi avere un pianoforte perfetto, ma se il pianista suona in modo dissonante, la musica cambia completamente. Non cambia il DNA, non riscrive il codice della vita, ma cambia il modo in cui quel codice viene espresso. È come se la partitura fosse la stessa, ma l’intonazione, il ritmo e l’intensità con cui viene suonata fossero alterati.

Un gene può restare identico, ma il trauma modifica quanto quel gene viene ascoltato dal corpo. Può far sì che un gene dell’infiammazione si accenda troppo spesso, o che un gene calmante resti silenziato. In pratica, non cambia il contenuto, cambia l’interpretazione biologica della vita.

Ecco perché due persone con lo stesso DNA possono reagire in modo completamente diverso... una rimane stabile, l’altra si ammala. La differenza non sta nel gene, ma nel modo in cui il vissuto ha insegnato al corpo a leggere quei geni. Il trauma, quindi, non cambia chi siamo, cambia come ci esprimiamo a livello cellulare.

Attraverso processi come la metilazione del DNA, l’acetilazione degli istoni e la regolazione dei microRNA, lo stress e l’ambiente emotivo in cui cresciamo modificano l’attività dei geni che controllano l’infiammazione, il sistema immunitario, gli ormoni dello stress e la plasticità neuronale.

Studi hanno osservato, per esempio, che i figli e i nipoti dei sopravvissuti all’0Iocausto presentano alterazioni nei geni che regolano il cortisolo e la risposta allo stress, hanno livelli più bassi di cortisolo mattutino e una maggiore vulnerabilità a disturbi d’ansia, depressione e malattie autoimmuni.

Lo stesso è stato visto nei figli delle donne incinte durante l’11 settembre, nei discendenti di veterani di guerra, di popolazioni schiavlzzate, o di madri esposte a carestie. Ogni volta che il corpo di una generazione vive un trauma intenso, gue*ra, abus0, perdita, fame, abbandono, l’ambiente biochimico del corpo cambia, e quella firma rimane impressa sull’epigenoma.

È come se il corpo dicesse ai figli: “Nel mondo là fuori non sei al sicuro. Preparati.” E così il loro sistema nervoso nasce già più allerta, più reattivo, più infiammabile.

Quando viviamo un trauma, il corpo produce ormoni dello stress (come cortisolo e adrenalina) e molecole infiammatorie che servono a farci sopravvivere. Ma se quello stato si prolunga, questi segnali diventano istruzioni epigenetiche.

Lo stress cronico modifica i geni che regolano i recettori del cortisolo, rendendoli meno sensibili, in pratica, il corpo resta sempre in modalità allarme. Allo stesso tempo altera i geni che governano citochine, mastociti, infiammazione intestinale, serotonina e dopamina. Il risultato è un corpo che vive costantemente in risposta al pericolo cellulare, con il sistema immunitario e nervoso in uno stato di iper-vigilanza.

Ecco perché alcuni bambini nascono già con ansia, insonnia, allergie, o una sensibilità eccessiva agli stimoli, non hanno vissuto un trauma diretto, ma portano dentro il linguaggio biologico del trauma dei genitori.

Una delle scoperte più affascinanti è che il trauma non si conserva come ricordo, ma come modifica dei sistemi di regolazione. Il corpo non dimentica, ma non sa neanche distinguere tra passato e presente... un suono, un odore, una parola o un tono di voce possono riattivare l’allarme perché, a livello cellulare, la minaccia non è mai finita.

Questo si riflette in:

- Infiammazione cronica di basso grado,

- Ipersensibilità agli stimoli,

- Disbiosi intestinale persistente,

- Difficoltà a regolare la glicemia e il sonno,

- Iperattività del sistema simpatico,

- ... e vulnerabilità a patologie autoimmuni e neurodegenerative.

In sostanza, il trauma epigenetico mantiene la risposta al pericolo cellulare (CDR - ne abbiamo parlato nei giorni scorsi) attiva anche quando il corpo non è più in pericolo. E questo spiega perché tanti percorsi terapeutici, farmacologici o alimentari non bastano da soli... non si tratta solo di curare, ma di resettare la percezione biologica di sicurezza.

La buona notizia è che l’epigenetica è reversibile. Quello che viene trasmesso può essere riscritto. Gli stessi meccanismi che fissano il trauma possono anche disattivarlo:

- Un ambiente sicuro,

- Relazioni affettive stabili,

- Sonno regolare,

- Nutrizione antiinfiammatoria,

- Esposizione alla natura e alla luce solare,

- Pratiche di consapevolezza e coerenza cuore-cervello.

Ogni esperienza che riduce lo stress e riporta il corpo in modalità parasimpatica modifica la metilazione del DNA, riattivando geni di guarigione, rigenerazione e stabilità emotiva.

Molte persone, quando sentono parlare di trauma ereditato, reagiscono con paura e pensano di portare dentro di loro qualcosa che non possono cambiare. Assolutamente no. Non erediti il trauma... erediti la predisposizione biologica a reagire come se il pericolo fosse ancora presente. Ma la buona notizia è che tutto ciò che si è impresso sull’epigenoma può essere ricalibrato.

Ogni volta che respiri più lentamente, che ti concedi riposo, che nutri il corpo con cibo vero e con relazioni sane, stai scrivendo nuove informazioni sul tuo DNA. L’epigenetica non è destino... è dialogo continuo tra ciò che vivi e ciò che sei.

Il trauma epigenetico non si cura solo con la pslcoterapia, perché non vive solo nella psiche. È impresso nel corpo, nei recettori, nel microbiota, nei mastociti, nei mitocondri. Per questo, i percorsi più efficaci oggi integrano:

- Riprogrammazione limbica, per calmare il cervello emotivo;

- Terapie somatiche, per sciogliere la memoria corporea del trauma;

- Riequilibrio del sistema nervoso autonomo, con respiro, suono, movimento e grounding;

- ... e nutrizione mirata per sostenere metilazione, detossificazione e antiossidanti.

Ogni volta che il corpo percepisce sicurezza, rilascia il segnale biologico che il pericolo è finito. Ed è lì che la riparazione può iniziare.

Una delle aree più studiate è il legame tra trauma, microbiota e sistema immunitario. Lo stress prolungato modifica la flora intestinale, riduce la diversità microbica e aumenta la permeabilità della barriera intestinale. Questo fa sì che molecole infiammatorie entrino in circolo e arrivino al cervello, dove alterano la regolazione neuroendocrina.

In parole semplici... lo stress ereditato si trasforma in infiammazione ereditata. Un intestino infiammato manda al cervello segnali di allerta, e il cervello, a sua volta, amplifica la risposta immunitaria. È un dialogo circolare che si tramanda anche attraverso l’epigenetica.

Per questo molti approcci moderni alla guarigione dal trauma includono riparazione intestinale, regolazione vagale e modulazione immunitaria. La mente non si calma se il corpo è in fiamme. E il corpo non guarisce se la mente resta in guerra.

Guarire da un trauma epigenetico non significa cancellare la storia familiare, ma riscriverne la conclusione. Significa riconoscere che sì, il dolore dei nostri genitori vive anche in noi, ma non come condanna, ma come richiesta di consapevolezza.

Ogni volta che scegli la calma invece della reazione, che smetti di giudicare il corpo e inizi ad ascoltarlo, rompi la catena biologica dello stress. Ogni atto di cura verso te stesso cambia la chimica del sangue, l’attività dei geni e il destino delle generazioni future.

E forse questo è il vero significato di guarigione ancestrale, non un concetto mistico, ma una riscrittura epigenetica collettiva. Il trauma non è solo un ricordo. È un linguaggio che il corpo continua a parlare, finché qualcuno non lo ascolta. L’epigenetica ci mostra che la biologia e l’anima non sono mai state separate, ciò che senti, pensi e vivi ogni giorno lascia impronte misurabili nei tuoi geni.

E se il dolore si può trasmettere, anche la guarigione può farlo. Perché ogni volta che un essere umano smette di reagire e inizia a comprendere, cambia non solo se stesso, ma tutto il suo albero genealogico.

XO - Patrizia Coffaro

06/01/2026

Come psicologa e come cittadina, desidero esprimere la mia più profonda vicinanza alle famiglie colpite dalla terribile tragedia di Crans-Montana.
In questi momenti di dolore inimmaginabile, il silenzio e la presenza diventano i primi strumenti di cura. Quando un evento traumatico di questa portata spezza la vita di così tanti giovani, l'intera comunità sperimenta un senso di vulnerabilità e smarrimento.
È fondamentale, in queste ore di angoscia, proteggere il dolore dei familiari e offrire loro non solo solidarietà, ma un supporto psicologico che possa aiutarli ad affrontare i primi, difficilissimi passi dell'elaborazione del lutto e del trauma e per questo ringraziamo la protezione civile italiana e tutte le associazioni di psicologi dell'emergenza tra le quali la Sipem che stanno operando sul posto.
Un pensiero va anche ai sopravvissuti e ai soccorritori, che porteranno con sé i segni di quella notte. Restiamo uniti nel sostegno a chi oggi non ha più parole, ma solo bisogno di calore e vicinanza umana."

08/12/2025

Uscite le graduatorie definitive per il bonus psicologo. Verificate nel sito dell’INPS

29/11/2025

Studiare per "Dispetto": Quando la rivincita vale più del 30 e Lode

In un video virale su Tiktok ha fatto vedere la sua tesi con la dedica alla sua prof di matematica: "Ai mai visti. Ai derisi, agli esclusi. Io vi vedo". 

La notizia della ragazza che ha dedicato la tesi alla prof che la insultava ("Ah, ma allora lo sai usare il cervello") è la prova definitiva di una verità che spesso non ammettiamo: il rancore può essere un carburante accademico eccezionale.

C'è una narrativa romantica secondo cui bisogna studiare solo per passione e curiosità. Bellissimo, ma poco realistico quando sei bloccato su un manuale di 800 pagine alle due di notte e la passione è finita da ore. In quei momenti, la "Spite Motivation" (motivazione per dispetto) è l'energia cinetica più pura a disposizione.

Secondo la teoria della reattanza psicologica (Jack Brehm), quando qualcuno minaccia la nostra competenza o il nostro potenziale dicendoci "non ce la farai" o "non sei portato", il cervello reagisce con un'attivazione motivazionale violenta per ristabilire il senso di controllo e libertà. Quell'esame non è più solo una verifica burocratica: diventa una battaglia per la tua identità!

 Mentre la tristezza ci fa chiudere e rinunciare, le neuroscienze classificano la rabbia come un'emozione di "avvicinamento" (approach motivation). Studi recenti confermano che la rabbia, se canalizzata, aumenta la persistenza ostinata verso obiettivi difficili e la resistenza allo sforzo.

Se avete un professore, un parente o un ex compagno che vi ha sminuito, non cercate di dimenticarlo. Usatelo. Mettetelo idealmente seduto sulla sedia vuota davanti a voi mentre ripetete. La laurea presa per dimostrare che si sbagliavano ha un sapore diverso. Forse migliore!

Trasforma il "non sei capace" nel tuo "guarda come lo faccio"!

Che dici?

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Via Alghero, 6
San Sperate
09026

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Martedì 09:00 - 19:00
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