Roberto Zanardo - Fisioterapista

Roberto Zanardo - Fisioterapista Fisioterapista per disturbi muscoloscheletrici e dolore cronico. Per potersi muovere liberi e sicuri.

07/08/2026

Quando il mal di schiena torna, è facile pensare: “Sono di nuovo da capo”.

Non sempre è così.

Il dolore può ripresentarsi anche quando cambiano alcune condizioni: meno movimento, più ore seduti, sonno peggiore, lavoro più intenso, una ripresa rapida dell’attività, esercizi interrotti per settimane e poi ripresi tutti insieme.

Questo non significa che la schiena sia fragile.

Significa che vale la pena osservare come il dolore si comporta nella vita quotidiana: durante i movimenti, con i carichi, nelle attività che lo aumentano o lo riducono.

In fisioterapia si può lavorare su questo: movimento, esercizio, educazione e progressione del carico, sempre in base alla situazione della persona.

Non esiste un esercizio perfetto per tutti.

Esiste un lavoro graduale, costruito su ciò che oggi è tollerato e sulle attività che si vuole recuperare.

Capire da dove ripartire è già una parte del percorso.



World Health Organization. WHO guideline for non-surgical management of chronic primary low back pain in adults in primary and community care settings. Geneva: World Health Organization; 2023.

Quando il mal di schiena torna, è facile pensare: “Sono di nuovo da capo”.Non sempre è così.Il dolore può ripresentarsi ...
07/08/2026

Quando il mal di schiena torna, è facile pensare: “Sono di nuovo da capo”.

Non sempre è così.

Il dolore può ripresentarsi anche quando cambiano alcune condizioni: meno movimento, più ore seduti, sonno peggiore, lavoro più intenso, una ripresa rapida dell’attività, esercizi interrotti per settimane e poi ripresi tutti insieme.

Questo non significa che la schiena sia fragile.

Significa che vale la pena osservare come il dolore si comporta nella vita quotidiana: durante i movimenti, con i carichi, nelle attività che lo aumentano o lo riducono.

In fisioterapia si può lavorare su questo: movimento, esercizio, educazione e progressione del carico, sempre in base alla situazione della persona.

Non esiste un esercizio perfetto per tutti.

Esiste un lavoro graduale, costruito su ciò che oggi è tollerato e sulle attività che si vuole recuperare.

Capire da dove ripartire è già una parte del percorso.



World Health Organization. WHO guideline for non-surgical management of chronic primary low back pain in adults in primary and community care settings. Geneva: World Health Organization; 2023.

31/07/2026

Dolori articolari diffusi, rigidità al mattino, una sensazione di fragilità nuova. Sintomi spesso liquidati con "è la menopausa" o "gli esami sono nella norma". Nel 2024 una review pubblicata su Climacteric ha dato un nome preciso a questo insieme di sintomi: sindrome muscoloscheletrica della menopausa.

Gli autori descrivono come il calo di estrogeni, tipico della transizione menopausale, interessi in modo diretto muscoli, tendini, legamenti, cartilagine e osso, oltre agli effetti più noti su ciclo e temperatura corporea. Oltre il 70% delle donne in questa fase attraversa sintomi muscoloscheletrici; per quasi un quarto di loro l'impatto arriva a essere disabilitante nella vita quotidiana.

Fino a poco tempo fa questo insieme di sintomi non aveva un nome condiviso tra chi lo vive e chi lo cura. Ha reso più difficile riconoscerlo in tempo, e più facile derubricarlo a semplice invecchiamento.

Non esiste una formula unica per gestirlo. Ma sapere che questi sintomi hanno una base fisiologica riconosciuta, non immaginaria, è un primo passo. Da lì si può costruire un percorso su misura, insieme al medico e al fisioterapista, che guardi al corpo che cambia in questa fase e non solo al sintomo del giorno.



Wright VJ, Schwartzman JD, Itinoche R, Wittstein J. The musculoskeletal syndrome of menopause. Climacteric. 2024;27(5):466-472. doi:10.1080/13697137.2024.2380363.

Dolori articolari diffusi, rigidità al mattino, una sensazione di fragilità nuova. Sintomi spesso liquidati con "è la me...
31/07/2026

Dolori articolari diffusi, rigidità al mattino, una sensazione di fragilità nuova. Sintomi spesso liquidati con "è la menopausa" o "gli esami sono nella norma". Nel 2024 una review pubblicata su Climacteric ha dato un nome preciso a questo insieme di sintomi: sindrome muscoloscheletrica della menopausa.

Gli autori descrivono come il calo di estrogeni, tipico della transizione menopausale, interessi in modo diretto muscoli, tendini, legamenti, cartilagine e osso, oltre agli effetti più noti su ciclo e temperatura corporea. Oltre il 70% delle donne in questa fase attraversa sintomi muscoloscheletrici; per quasi un quarto di loro l'impatto arriva a essere disabilitante nella vita quotidiana.

Fino a poco tempo fa questo insieme di sintomi non aveva un nome condiviso tra chi lo vive e chi lo cura. Ha reso più difficile riconoscerlo in tempo, e più facile derubricarlo a semplice invecchiamento.

Non esiste una formula unica per gestirlo. Ma sapere che questi sintomi hanno una base fisiologica riconosciuta, non immaginaria, è un primo passo. Da lì si può costruire un percorso su misura, insieme al medico e al fisioterapista, che guardi al corpo che cambia in questa fase e non solo al sintomo del giorno.



Wright VJ, Schwartzman JD, Itinoche R, Wittstein J. The musculoskeletal syndrome of menopause. Climacteric. 2024;27(5):466-472. doi:10.1080/13697137.2024.2380363.

24/07/2026

Chi ha abbandonato un programma di esercizi perché troppo impegnativo da sostenere nel tempo, tende a pensare di essere tornato a movimento zero. Uno studio recente suggerisce che non è proprio così, anche se questo non significa che il movimento quotidiano possa sostituire un programma mirato quando quel programma serve.

I ricercatori hanno seguito oltre 25.000 persone che non facevano alcun esercizio strutturato, misurando con dispositivi indossabili l'attività fisica reale durante la giornata, non quella dichiarata a voce. Hanno isolato un pattern preciso: brevi scatti di attività vigorosa inseriti nei gesti quotidiani, come salire le scale di corsa o camminare a passo svelto in salita.

Nei quasi sette anni di osservazione, chi accumulava il valore mediano di 4,4 minuti al giorno di questi scatti aveva un rischio di morte per tutte le cause e per cancro inferiore del 26-30%, e un rischio di morte cardiovascolare inferiore del 32-34%, rispetto a chi non ne faceva. Con scatti più frequenti, tre al giorno, la riduzione di rischio saliva al 38-40% per mortalità totale e cancro, fino al 48-49% per mortalità cardiovascolare.

È uno studio osservazionale, misura un'associazione aggiustata per diversi fattori di confondimento, non una causa diretta. E non dice che questi minuti bastino a mantenere la forza o la mobilità recuperate in riabilitazione: quello richiede ancora un carico specifico, dosato sul tessuto e sull'obiettivo. Dice però che, nei periodi in cui un programma strutturato non è sostenibile, il movimento già presente nella giornata non è irrilevante. Riconoscerlo e usarlo con consapevolezza, invece di ignorarlo, è un ruolo che spetta anche al fisioterapista.



Stamatakis E, Ahmadi MN, Gill JMR, Thøgersen-Ntoumani C, Gibala MJ, Doherty A, et al. Association of wearable device-measured vigorous intermittent lifestyle physical activity with mortality. Nature Medicine. 2022;28(12):2521-2529. doi:10.1038/s41591-022-02100-x.

Chi ha abbandonato un programma di esercizi perché troppo impegnativo da sostenere nel tempo, tende a pensare di essere ...
24/07/2026

Chi ha abbandonato un programma di esercizi perché troppo impegnativo da sostenere nel tempo, tende a pensare di essere tornato a movimento zero. Uno studio recente suggerisce che non è proprio così, anche se questo non significa che il movimento quotidiano possa sostituire un programma mirato quando quel programma serve.

I ricercatori hanno seguito oltre 25.000 persone che non facevano alcun esercizio strutturato, misurando con dispositivi indossabili l'attività fisica reale durante la giornata, non quella dichiarata a voce. Hanno isolato un pattern preciso: brevi scatti di attività vigorosa inseriti nei gesti quotidiani, come salire le scale di corsa o camminare a passo svelto in salita.

Nei quasi sette anni di osservazione, chi accumulava il valore mediano di 4,4 minuti al giorno di questi scatti aveva un rischio di morte per tutte le cause e per cancro inferiore del 26-30%, e un rischio di morte cardiovascolare inferiore del 32-34%, rispetto a chi non ne faceva. Con scatti più frequenti, tre al giorno, la riduzione di rischio saliva al 38-40% per mortalità totale e cancro, fino al 48-49% per mortalità cardiovascolare.

È uno studio osservazionale, misura un'associazione aggiustata per diversi fattori di confondimento, non una causa diretta. E non dice che questi minuti bastino a mantenere la forza o la mobilità recuperate in riabilitazione: quello richiede ancora un carico specifico, dosato sul tessuto e sull'obiettivo. Dice però che, nei periodi in cui un programma strutturato non è sostenibile, il movimento già presente nella giornata non è irrilevante. Riconoscerlo e usarlo con consapevolezza, invece di ignorarlo, è un ruolo che spetta anche al fisioterapista.



Stamatakis E, Ahmadi MN, Gill JMR, Thøgersen-Ntoumani C, Gibala MJ, Doherty A, et al. Association of wearable device-measured vigorous intermittent lifestyle physical activity with mortality. Nature Medicine. 2022;28(12):2521-2529. doi:10.1038/s41591-022-02100-x.

17/07/2026

Chi non allena più la presa da tempo, per un lavoro sedentario, dopo un infortunio, o semplicemente perché non solleva più niente di pesante, di solito non pensa alla forza della mano come a un dato di salute. Uno studio suggerisce che dovrebbe.

Uno studio su oltre 500.000 persone della UK Biobank, seguite in media per sette anni, ha misurato quanto la forza della mano si associa al rischio di morte per qualsiasi causa. Per ogni 5 kg in meno di forza di presa, il rischio aumentava del 20% nelle donne e del 16% negli uomini. L'associazione valeva anche per malattie cardiovascolari e respiratorie.

Attenzione: non significa che allenare la presa allunghi la vita. Lo studio è osservazionale, misura una correlazione, non una causa. La forza della mano riflette probabilmente qualcosa di più ampio: massa muscolare generale, capacità del sistema nervoso di reclutare le fibre, anni di movimento accumulato o perso. Si misura in trenta secondi e dice qualcosa sulla riserva fisiologica di una persona che un questionario da solo non coglie.

Ecco perché in fisioterapia la presa torna spesso, dopo un ictus, in chi ha smesso di usare le mani per lavoro o sport, in chi non si appende più a niente da anni. Riallenarla non promette una vita più lunga. Restituisce gesti concreti: aprire un barattolo, portare la spesa, reggersi a una ringhiera.



Celis-Morales CA, Welsh P, Lyall DM, Steell L, Petermann F, Anderson J, et al. Associations of grip strength with cardiovascular, respiratory, and cancer outcomes and all cause mortality: prospective cohort study of half a million UK Biobank participants. BMJ. 2018;361:k1651. doi:10.1136/bmj.k1651.

Chi non allena più la presa da tempo, per un lavoro sedentario, dopo un infortunio, o semplicemente perché non solleva p...
17/07/2026

Chi non allena più la presa da tempo, per un lavoro sedentario, dopo un infortunio, o semplicemente perché non solleva più niente di pesante, di solito non pensa alla forza della mano come a un dato di salute. Uno studio suggerisce che dovrebbe.

Uno studio su oltre 500.000 persone della UK Biobank, seguite in media per sette anni, ha misurato quanto la forza della mano si associa al rischio di morte per qualsiasi causa. Per ogni 5 kg in meno di forza di presa, il rischio aumentava del 20% nelle donne e del 16% negli uomini. L'associazione valeva anche per malattie cardiovascolari e respiratorie.

Attenzione: non significa che allenare la presa allunghi la vita. Lo studio è osservazionale, misura una correlazione, non una causa. La forza della mano riflette probabilmente qualcosa di più ampio: massa muscolare generale, capacità del sistema nervoso di reclutare le fibre, anni di movimento accumulato o perso. Si misura in trenta secondi e dice qualcosa sulla riserva fisiologica di una persona che un questionario da solo non coglie.

Ecco perché in fisioterapia la presa torna spesso, dopo un ictus, in chi ha smesso di usare le mani per lavoro o sport, in chi non si appende più a niente da anni. Riallenarla non promette una vita più lunga. Restituisce gesti concreti: aprire un barattolo, portare la spesa, reggersi a una ringhiera.



Celis-Morales CA, Welsh P, Lyall DM, Steell L, Petermann F, Anderson J, et al. Associations of grip strength with cardiovascular, respiratory, and cancer outcomes and all cause mortality: prospective cohort study of half a million UK Biobank participants. BMJ. 2018;361:k1651. doi:10.1136/bmj.k1651.

10/07/2026

«È tutto nella tua testa.»

Chi convive con un dolore che dura da mesi questa frase l'ha sentita almeno una volta. E fa più male di una diagnosi mancata, perché tocca qualcosa di più profondo: la sensazione che nessuno ti creda.

Non è un'impressione. Una revisione della letteratura pubblicata su Pain Research and Management ha raccolto 77 studi e ha trovato differenze concrete nel modo in cui il dolore cronico viene valutato a seconda del genere.

Le donne, in media, ricevono meno analgesici efficaci. Vengono indirizzate più spesso verso una spiegazione psicologica del loro dolore, anche quando non ci sono elementi clinici che la giustifichino. E faticano di più a essere ascoltate durante le visite.

Gli uomini pagano lo stesso pregiudizio dall'altro lato: l'aspettativa di "reggere" li porta a minimizzare, e a chiedere aiuto più tardi di quanto servirebbe.

Gli autori mettono a fuoco un punto scomodo: non è biologia. Sono norme culturali radicate, che agiscono senza che ce ne accorgiamo. Anche su chi lavora nella sanità. Fisioterapisti inclusi.

Lo scrivo proprio per questo. Prima di qualsiasi test o protocollo, il primo strumento di chi si occupa di corpo e movimento è ascoltare la storia di chi ha davanti. Il tuo dolore parte da te, da come lo vivi, non da uno schema deciso prima di conoscerti.

Se hai dovuto faticare per farti credere quando parli del tuo dolore, non stavi esagerando. 🌿



Samulowitz A, Gremyr I, Eriksson E, Hensing G. "Brave Men" and "Emotional Women": A Theory-Guided Literature Review on Gender Bias in Health Care and Gendered Norms towards Patients with Chronic Pain. Pain Res Manag. 2018;2018:6358624. doi: 10.1155/2018/6358624

«È tutto nella tua testa.»Chi convive con un dolore che dura da mesi questa frase l'ha sentita almeno una volta. E fa pi...
10/07/2026

«È tutto nella tua testa.»

Chi convive con un dolore che dura da mesi questa frase l'ha sentita almeno una volta. E fa più male di una diagnosi mancata, perché tocca qualcosa di più profondo: la sensazione che nessuno ti creda.

Non è un'impressione. Una revisione della letteratura pubblicata su Pain Research and Management ha raccolto 77 studi e ha trovato differenze concrete nel modo in cui il dolore cronico viene valutato a seconda del genere.

Le donne, in media, ricevono meno analgesici efficaci. Vengono indirizzate più spesso verso una spiegazione psicologica del loro dolore, anche quando non ci sono elementi clinici che la giustifichino. E faticano di più a essere ascoltate durante le visite.

Gli uomini pagano lo stesso pregiudizio dall'altro lato: l'aspettativa di "reggere" li porta a minimizzare, e a chiedere aiuto più tardi di quanto servirebbe.

Gli autori mettono a fuoco un punto scomodo: non è biologia. Sono norme culturali radicate, che agiscono senza che ce ne accorgiamo. Anche su chi lavora nella sanità. Fisioterapisti inclusi.

Lo scrivo proprio per questo. Prima di qualsiasi test o protocollo, il primo strumento di chi si occupa di corpo e movimento è ascoltare la storia di chi ha davanti. Il tuo dolore parte da te, da come lo vivi, non da uno schema deciso prima di conoscerti.

Se hai dovuto faticare per farti credere quando parli del tuo dolore, non stavi esagerando. 🌿



Samulowitz A, Gremyr I, Eriksson E, Hensing G. "Brave Men" and "Emotional Women": A Theory-Guided Literature Review on Gender Bias in Health Care and Gendered Norms towards Patients with Chronic Pain. Pain Res Manag. 2018;2018:6358624. doi: 10.1155/2018/6358624

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