13/04/2023
(✏️ Simona De Ciero) «Come un gatto guardavo il mondo dalla finestra senza farne parte. Vivevo così, e forse è proprio per questo che alla fine ho aperto quella porta». Giorgio (nome di fantasia) ha 19 anni, vive a Torino e, dopo cinque anni di progressivo isolamento sociale, da qualche tempo ha ricominciato a vivere tra la gente, a prendere i mezzi pubblici in autonomia, ad accettare di essere una persona come tutte le altre: fatta di pregi e difetti. Fino a qualche tempo fa, invece, era uno di quei ragazzi che la letteratura scientifica definisce Hikikomori; adolescenti isolati dal resto del mondo, spesso per via della grande pressione cui si sentono sottoposti dopo la scuola dell’obbligo. E infatti, è proprio nel tentare di essere «il migliore» che il giovane torinese ha iniziato gradualmente a confinare chiunque dietro la porta della sua stanza, destinando ogni energia esclusivamente allo studio.
«Non so spiegare esattamente quando sono passato dall’essere un “secchione” al trasformarmi in Hikikomori; non credo di averlo scelto razionalmente: è successo e basta — spiega —. Al liceo volevo prendere voti altissimi e ho iniziato a sfidare me stesso e la mia capacità d’immagazzinare informazioni». Cinquanta, cento, mille pagine al giorno da memorizzare. Come in una partita a poker, la posta in gioco diventava sempre più alta e, a sua insaputa, sempre più pericolosa. Giorgio è arrivato persino a chiedere ai genitori di essere seguito da uno psichiatra pensando che la terapia lo avrebbe aiutato a diventare ancora più performante. «Ovviamente ho mentito ai miei facendo credere loro di voler essere seguito perché, attraversando il periodo dell’adolescenza, volevo conoscermi meglio». La famiglia lo accontenta ed è una vera fortuna perché, dopo qualche seduta, il medico comprende la situazione e suggerisce di far seguire il ragazzo — che intanto ha smesso di andare a scuola — da educatori preparati a gestire il fenomeno dell’isolamento sociale. Leggi l'articolo completo sul Corriere 👉