08/08/2026
A proposito di professione Shiatsu... "𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐮𝐭𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐭𝐚, 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐢 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐧𝐞𝐫𝐯𝐨𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨." ↙️
🍃𝘝𝑜𝘭𝑒𝘯𝑡𝘪𝑒𝘳𝑖 𝑝𝘶𝑏𝘣𝑙𝘪𝑐𝘩𝑖𝘢𝑚𝘰 𝘲𝑢𝘦𝑠𝘵𝑎 𝑟𝘪𝑓𝘭𝑒𝘴𝑠𝘪𝑜𝘯𝑒 𝑑𝘦𝑙 𝑐𝘰𝑙𝘭𝑒𝘨𝑎 @𝑅𝘰𝑏𝘦𝑟𝘵𝑜 𝑃𝘰𝑙𝘪, 𝑐𝘩𝑒 𝑜𝘧𝑓𝘳𝑒 𝑢𝘯 𝘱𝑢𝘯𝑡𝘰 𝘥𝑖 𝑣𝘪𝑠𝘵𝑎 𝑝𝘦𝑟𝘴𝑜𝘯𝑎𝘭𝑒 𝑒 𝑎𝘭𝑐𝘶𝑛𝘪 𝘪𝑛𝘵𝑒𝘳𝑒𝘴𝑠𝘢𝑛𝘵𝑖 𝑠𝘱𝑢𝘯𝑡𝘪 𝘥𝑖 𝑟𝘪𝑓𝘭𝑒𝘴𝑠𝘪𝑜𝘯𝑒 𝑠𝘶𝑙 𝑑𝘪𝑏𝘢𝑡𝘵𝑖𝘵𝑜 𝑎𝘵𝑡𝘶𝑎𝘭𝑚𝘦𝑛𝘵𝑒 𝑖𝘯 𝘤𝑜𝘳𝑠𝘰 𝘪𝑛𝘵𝑜𝘳𝑛𝘰 𝘢𝑙𝘭𝑎 𝑝𝘳𝑜𝘧𝑒𝘴𝑠𝘪𝑜𝘯𝑒 𝑑𝘦𝑙𝘭𝑜 𝑆𝘩𝑖𝘢𝑡𝘴𝑢, 𝘢𝑙 𝑠𝘶𝑜 𝑟𝘪𝑐𝘰𝑛𝘰𝑠𝘤𝑖𝘮𝑒𝘯𝑡𝘰 𝘦 𝘢𝑙𝘭𝑎 𝑠𝘶𝑎 𝑙𝘦𝑔𝘪𝑡𝘵𝑖𝘮𝑎𝘻𝑖𝘰𝑛𝘦.
"UN SOSTEGNO ALLO SHIATSU
Pratico Shiatsu e Tuina da quasi trent'anni.
Da qualche settimana lo shiatsu è tornato nel dibattito pubblico. A volte viene descritto e valorizzato per quello che è davvero; altre volte ridotto a caricatura da chi non lo conosce.
Voglio dire la mia, senza polemica. Lo pratico e l'ho insegnato per molti anni, e ora mi occupo di formazione in medicina cinese. Non mi identifico con ciò che pratico: nel difenderlo, non difendo me stesso, ma una disciplina che ha molto valore. Credo che meriti parole più precise di quelle che le vengono riservate.
Facciamo così.
DO RAGIONE A CHI CRITICA
Parto da un punto su cui do ragione a chi critica. Se una proposta di legge scrive che una pratica manuale "ripristina tutte le funzioni del corpo", quella frase è sbagliata. La verità non si stabilisce in Parlamento. Nessuna parola diventa vera perché qualcuno l'ha votata. Su questo il rigore ha ragione. E lo dico da dentro, non contro nessuno: chi ha promosso quelle proposte lo ha fatto per dare finalmente riconoscimento a una professione seria, e questo desiderio lo condivido.
Ma il linguaggio scelto, a volte, rischia di esporre lo shiatsu invece di proteggerlo. Se volete un linguaggio coerente e corretto, è sufficiente osservare il manifesto dello Shiatsu di Apos, Cos e Fisieo.
Esprimo un mio pensiero in difesa di una professione compiuta, completa, utile e più che mai importante oggi, in un tempo in cui i sistemi nervosi individuali e collettivi sono letteralmente allo sbando.
Ma criticare una legge scritta non perfettamente è una cosa, ed è democraticamente utile quanto necessario. Liquidare una pratica antica in modo ironico o silente è un'altra. E le due cose vengono confuse con troppa disinvoltura.
Si dice che manca la ricerca. È vero, è poca. Però chiediamoci perché. Uno studio clinico serio costa molto, e i soldi arrivano dove c'è qualcosa da vendere: un farmaco, un brevetto, un macchinario. Il tocco di due mani non si brevetta. A nessuna industria conviene finanziare studi su una cosa che non produce profitto. Quindi l'assenza di ricerca, che è sempre sponsorizzata in funzione di qualcosa, non dimostra che il fenomeno non esista. Semmai dimostra che a nessuno conviene studiarlo in tal senso.
Come scrive Carlo Di Stanislao, uno dei miei stimati insegnanti, ci troviamo di fronte a saperi che operano nel registro idiografico: la singolarità del caso, l'eccezione che non segue una legge universale. La ricerca finanziata predilige invece l'approccio nomotetico, che cerca ciò che si ripete, si misura e si generalizza. Non si tratta di un sapere più scientifico dell'altro: semplicemente rispondono a domande diverse. Il primo cerca di comprendere la persona nella sua irriducibile unicità, il secondo individua regolarità valide per molti.
Lo shiatsu non fallisce l'esame della scienza: opera in uno spazio che, per certi versi, gli strumenti della ricerca sperimentale faticano ancora a contenere. Per altri versi, invece, quello spazio è già illuminato: in ambito PNEI esistono evidenze chiare su come stress, sistema nervoso e risposta immunitaria si parlino. Ciò che serve non è scegliere tra le due cose, ma la volontà di continuare a dialogare, come già accade da tempo in diversi convegni.
CIÒ CHE LA SCIENZA GIÀ DICE
Detto questo, sul tatto la scienza ha molto da dire, e sono cose solide. Una pressione decisa e calibrata, ripetuta correttamente, che nel tempo ha prodotto risultati precisi, sposta il sistema nervoso dallo stato di allarme a quello del recupero. Attiva il nervo vago, la grande via della calma. Abbassa il cortisolo, l'ormone dello stress, con cali che gli studi misurano intorno al trenta per cento. Migliora la variabilità del battito cardiaco, uno dei segni più affidabili di un buon equilibrio nervoso.
Esistono perfino fibre nervose dedicate solo al tocco, le fibre C-tattili, che non servono a sentire il caldo o il dolore, ma arrivano dritte alle zone del cervello legate alle emozioni e alla percezione di sé. Il corpo ha un sistema fatto apposta per riconoscere il contatto di un'altra persona e rispondergli abbassando la tensione. Questo è dimostrato, e non è poco.
Nella pratica lo shiatsu lavora su zone del corpo che sembrano dialogare con gli organi profondi. Chi opera sa, per esperienza, che una pressione mantenuta e ascoltata in certi punti dell'addome accompagna il rilascio di tensioni che riguardano lo stomaco, l'intestino, le valvole che regolano il transito digestivo. Sono osservazioni cliniche, e pongo una domanda legittima: perché aspettare che un farmaco crei le condizioni per far cedere una resistenza, una tensione, un blocco, quando il corpo può essere invitato a farlo da solo, attraverso un contatto competente e paziente, o attraverso esercizi di respirazione guidati?
Quando tratta l’addome l'osteopata sente e annota i suoi quattro criteri: la trama del tessuto, il tono, la temperatura, la tensione. Noi leggiamo lo stesso addome – che chiamiamo hara - con altre parole: caldo o freddo, pieno o vuoto, yin o yang. È una percezione tattile fine, che una mano allenata coglie anche attraverso una maglietta di cotone: il calore, la resistenza di un tessuto teso, il cedere di uno molle. E la medicina cinese chiede un passo in più: se quella condizione nasce da una causa interna o esterna. È una lettura che richiede studio e dedizione, e su questo ci torneremo.
Questo rimanda a una visione che François Jullien, un altro mio grande insegnante, ha decifrato nel pensiero cinese: l'efficacia discreta, che non è una "discreta efficacia", intendiamoci. Non il controllo violento, misurabile, occidentale, bensì la precisione nel creare le condizioni perché le cose accadano, senza forzare. Il non-agire che lascia agire. Lo shiatsu non forza: ascolta, tocca, crea lo spazio dove il corpo può ritrovare il proprio equilibrio. È un'altra via, più antica, che merita di essere osservata sul serio invece che liquidata.
IL NOME DICE IL GESTO, NON LA PROMESSA
Voglio puntualizzare una cosa sul nome, perché descrive l'atto. Le discipline che finiscono in "patìa" — omeopatia, osteopatia, naturopatia — portano dentro la parola il páthos greco, la sofferenza, e insieme la promessa di curarla. Nel nome c'è già una teoria, una collocazione, una pretesa, prima ancora di aver osservato qualcosa. Shiatsu no. In giapponese vuol dire semplicemente pressione delle dita. Dice il gesto, non la promessa. Dice quello che si fa, si preme con le mani, e lascia all'osservazione il compito di dire cosa quel gesto produce. C'è una sobrietà quasi etica in un nome che descrive un atto invece di rivendicare una guarigione. Etico, non patetico. Ma attenzione: non meno efficace, e non necessariamente più semplice.
IL PREZZO DELLA DEDIZIONE
Ma tutto questo — la difesa legittima, il rigore epistemico, la bellezza del metodo — vale, a mio avviso, solo a una condizione. E attenzione, questa è solo una mia opinione personale.
La condizione è che chi pratica shiatsu, chi insegna medicina cinese classica, abbia pagato il prezzo della dedizione. E quel prezzo è totale. Qualsiasi pratica di cura orientale implica una vita dedicata allo studio di quella metodologia. Non solo un corso. Non una specializzazione aggiunta. Una vita. Questo non è romanticismo: è la verità della cosa. Chi si dedica davvero alla medicina cinese rinuncia a moltissime cose. Rinuncia al tempo libero, perché lo studio non finisce mai. Intravede la possibilità di "aggiungere" tecniche da altre discipline, ma solo se la loro profondità entra in quella totalità epistemica; altrimenti lascia stare. Il corpo ricevente non tollera l'eclettismo, anche se presentato come apertura. Il corpo si autoregola con messaggi precisi, non caotici: la comunicazione non può essere ambivalente.
Il gesto, come la parola, è frutto di una consapevolezza consolidata di ciò che stai dicendo e di ciò che stai facendo. E rinuncia persino al denaro facile, perché se mantieni l'integrità del metodo non puoi promettere quello che la gente vuole sentirsi dire.
Trent'anni. O quaranta. Quello è il respiro reale di questa sapienza. Non perché sia una norma astratta, ma perché è il tempo che serve per interiorizzare: per fare tua quella logica fino a respirarla senza pensarci, per conoscere i tuoi punti ciechi e trasformarli. Per diventare non solo competente, ma consapevole. Cioè responsabile.
IL PRIMO RICEVENTE SEI TU
Il primo ricevente sei tu. Qui entra qualcosa che nessun corso può insegnare: chi pratica medicina cinese, chi pratica shiatsu, ha come primo cliente se stesso. Non per altruismo: per necessità. La medicina cinese conosce il concetto di Zong Qi, l'energia del torace, quella che crea lo spazio della comunicazione, il luogo dove l'intenzione e il tocco diventano una cosa sola. Come pensi, così crei o chiudi lo spazio. Come pensi, così tocchi.
Su questo — sull'autosservazione come centro del lavoro di chi opera — abbiamo lavorato insieme, come operatori, in un incontro comune al convegno nazionale del COS. Molto di ciò che scrivo qui nasce da lì, da un pensiero costruito in più mani.
Se non hai lavorato su di te, se non conosci i tuoi movimenti inconsci, i tuoi attaccamenti, il tuo bisogno di riconoscimento, allora la tua Zong Qi comunica proprio quello. Comunica la tua incompiutezza. Il tuo corpo e le tue mani tradiscono ciò che la tua mente dice di voler fare. E la persona che riceve il tuo tocco lo sente. Non a livello conscio, ma in quello spazio che dovrebbe aprirsi tra due corpi e che invece resta chiuso.
Non basta "conoscere i meridiani", non basta "saper fare bene la tecnica". Il primo lavoro di chi pratica è su se stesso — non per una perfezione che non esiste, ma perché tu non proietti il tuo dolore irrisolto su chi viene da te cercando aiuto. È una questione di etica elementare.
L'INGANNO E LE SUE FORME
Aggiungo una riflessione, ed è il motivo principale per cui scrivo queste righe a sostegno della professione.
C'è l'inganno, e le sue forme. C'è l'estetista, o chi fa un corso di shiatsu amatoriale in un fine settimana, e comincia a offrirlo ai clienti. Dice: "Integro la mia pratica". Quello che non dice è: "Ho dedicato tre giorni a una sapienza che richiede una vita, e adesso la vendo come se fosse mia". Perché, al contrario, l'operatore shiatsu sta in ginocchio tre o quattro anni prima di proporti il suo trattamento. Non l'ha imparato in un fine settimana, non gli ha storpiato il nome in "ashiatsu" usando i piedi.
La medicina cinese è in un'altra categoria di profondità. Non richiede l'apertura mentale di chi sa un po' di molte cose: richiede la focalizzazione, oserei dire quasi fanatica, di chi ha scelto una cosa sola e l'ha amata fino in fondo. Quando l'estetista che già svolge il suo lavoro — complesso e pieno — decide di "offrire anche lo shiatsu" senza percorso, senza anni di studio, senza il lavoro su di sé, semplicemente perché sa che i clienti lo vogliono e il prezzo è migliore, questo non è malizia, è finzione. E la finzione, quando passa attraverso le mani, è essa stessa una ferita.
C'è infine il mondo new age, che si appropria dei nomi, delle forme, degli insegnamenti, senza aver mai rinunciato a nulla. Che cita la medicina cinese — un vero sommergibile di profondità — invocando l'equilibrio energetico, parlando di Qi senza averla mai respirata nel corpo, perché abita una superficie che con la profondità non è connessa. Non confondiamo un sistema nervoso con un sistema di credenze. Chi trasforma la sapienza in merce, e la dedizione in moda, compie un furto puro: non di tecniche, ma di significato.
E il punto è che tutte queste persone credono di agire in buona fede. L'infermiera vuole aiutare. L'estetista vuole dare ciò che i clienti chiedono. Il new ager crede davvero di aver capito. Ma l'intenzione non basta: non importa quanto gentile sia la tua voce, il corpo della persona che tocchi sente ciò che tu sei, e lo registra come inganno.
DIFENDERE VUOL DIRE PROTEGGERE
Riconoscere una professione non vuol dire attaccarle addosso promesse che non può mantenere. Vuol dire restituire dignità a chi si è formato per anni, nel rispetto di un metodo, di una disciplina, di un modo di stare accanto a una persona che la fa stare meglio. Una cosa per niente semplice, che diventa semplice solo molto dopo, e solo perché qualcuno l'ha resa fruibile con lo studio e la fatica. E difenderla vuol dire proteggerla da chi la improvvisa. Non per cattiveria verso chi improvvisa, ma per fedeltà verso chi ha rinunciato. Anche nel jazz, se lo conosci, distingui chi sta improvvisando da chi è un improvvisato, ma qualche disco lo devi ascoltare — non ci si arriva per fede.
Difendere lo shiatsu vuol dire questo: se usi questo nome, se pratichi questa sapienza, allora sii il primo a trasformarti. Lavora su di te con l'onestà di chi sa di non potersi permettere di mentire attraverso le mani. Dedicaci una vita. E sappi che quella vita non sarà mai abbastanza, ma che è quello che ti viene chiesto.
Lo stesso vale, e ancora di più, per chi riduce la medicina cinese a una lista di rimedi. Per chi cita i classici senza averli mai decifrati. Per chi sa i nomi dei meridiani ma non ha mai respirato il Qi che li percorre. Per chi insegna le forme del Qi Gong senza aver mai trasformato, attraverso di esse, il proprio pensiero e il proprio assetto emotivo. La medicina cinese non è solo informazione: è trasformazione. Non è solo conoscenza: è consapevolezza corporea. E la consapevolezza corporea richiede dedizione, altrimenti rimane finzione.
E la finzione, in questo ambito, non è solo un errore: è un tradimento.
Perché la gente viene a te con la sua ferita anche quando dice di voler "solo rilassarsi". Viene cercando uno spazio dove essere ascoltata. E se tu sei nella finzione, se la tua Zong Qi rimane chiusa perché non l'hai mai aperta davvero, allora la ferita si approfondisce: l'illusione di essere curata si sostituisce alla cura vera, e la persona se ne va ancora più prigioniera, ancora più sola.
LA VERITÀ CHE RIMANE
Qual è la verità che rimane, comunque e sempre? C'è una cosa che nessuno studio, per ora, ha contato. Migliaia di persone, dopo un trattamento serio, digeriscono meglio, respirano più a fondo, dormono, si sentono meno in guerra con sé stesse, tornano a comunicare, ritrovano un contatto con il proprio corpo che avevano perso. Il fatto che non esista ancora lo studio che lo certifica non cancella tutto questo. Non lo rende meno reale per chi lo vive. Semmai dovrebbe farci ve**re voglia di capirlo, non di sminuirlo con un articoletto egoico e saputello che racconta, peraltro, di quanto shiatsu chi lo scrive avrebbe bisogno.
E qui, lo ammetto, mi concedo la parola: certi critici sono scribattoli che nulla sanno. A volte ci vuole il giusto disappunto — noi lo chiamiamo calore nel fegato, e non sempre va spento.
Ma — e qui sta il punto cruciale — questo accade solo quando chi pratica è davvero degno della pratica. Solo quando il lavoro su se stesso è stato sincero. Solo quando la sua Zong Qi è stata aperta non per tecnica, direbbe Jullien, ma per dedizione. Solo allora lo spazio si crea. Solo allora due corpi che si incontrano possono intercettarsi e — se vogliamo scomodare la teoria polivagale — anche guarire, ma non è questo il momento di descriverne i meccanismi.
LA DOMANDA È RIVOLTA A NOI
Lo shiatsu non chiede di essere dichiarato vero per legge. Chiede solo di non essere liquidato prima di essere capito. Ma chiede soprattutto questo: che chi lo pratica sia il primo a capire se è davvero degno di praticarlo. Perché la vera domanda non è rivolta ai critici, ai legislatori, ai diffidenti. È rivolta a chi ha scelto questa via.
Se hai preso questo nome, se insegni questa sapienza, se tocchi i corpi delle persone con queste mani, allora chiediti: ho rinunciato davvero a ciò a cui dovevo rinunciare? Ho fatto il lavoro su di me, onestamente, senza scorciatoie? La mia Zong Qi è aperta, o rimane chiusa dalle mie ferite non elaborate? Quando tocco una persona, comunico guarigione, o comunico la mia incompiutezza mascherata da cura?
Perché la risposta a questa domanda non è una questione di tecnica. È una questione di etica. E l'etica non si insegna: si vive, giorno dopo giorno, sapendo che il primo su cui porre lo sguardo sei tu. E se sei sincero, difficilmente avrai pace tutti i giorni.
C'è un'ultima cosa, e la devo al mio amato François Jullien, al suo libro "Parlare senza parole. Logos e Tao, edito da Laterza": un testo che consiglio di leggere a chiunque lavori col corpo, perché il suo stesso titolo è già lo shiatsu. Lo spazio di disponibilità è il vuoto che si apre nello scarto tra intelligenze diverse che si incontrano. Non è terra di nessuno: è il luogo più fecondo che esista, quello del dialogo — dove dia è già, nel greco, lo scarto e il cammino, e logos è la parola che lo attraversa. Lì due pensieri lontani non si annullano: si tengono in vista, e si fanno luce a vicenda.
A chi sminuisce una bellezza di tale portata, la risposta va data come scelta di vita. Non come opinione da difendere."
Roberto Poli