Studio di psicologia e psicoterapia Dott.ssa Valeria Mainas

Studio di psicologia e psicoterapia Dott.ssa Valeria Mainas Dal febbraio 2001 esercito la libera professione come Psicologa e Psicoterapeuta prendendo in carico la persona con il suo disagio e le sue potenzialità di

Corso di studi:
Psicologia Università degli Studi di Cagliari
Anno di laurea 1997 voto 110/lode: · Psicologia dello sviluppo e dell'educazione
Scuola Superiore in Psicologia Clinica IFREP
maggio 1998 - giugno 2002 · Specializzazionr in Analisi Transazionale approccio integrato · Cagliari- Roma
SIG società italiana gestalt
Terminata il 2015 · Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt · Roma
At

tività professionale:
Psicologa e Psicoterapeuta Libera Professionista
presso proprio Studio di Psicologia e Psicoterapia, via Manin 3 · Selargius
Psicoterapia individuale e di gruppo, FIBROMIALGIA, elaborazione del lutto. Workshop esperienziali e incontri per genitori.

20/06/2026

Coltivare il Silenzio
Ricercato Amato Necessario
Vuoto fertile🌸

Perché la salute psicofisica passa anche dal rispettare se stesse. Saggezza giapponese. 💝
27/05/2026

Perché la salute psicofisica passa anche dal rispettare se stesse.
Saggezza giapponese. 💝

📍COME SMETTERE DI ESSERE LA DONNA CHE TIENE IN PIEDI TUTTI. NOVE COSE CHE I GIAPPONESI SANNO DA TRE SECOLI E NOI NO.

In Giappone esiste una parola precisa per descrivere la persona che porta sulle spalle il peso di tutta una famiglia, di tutta una casa, di tutta una rete di relazioni, e che a un certo punto crolla in silenzio senza che nessuno se ne accorga. Si chiama karōshi no onna. Letteralmente, "la donna che muore di troppo carico".

Non parla solo di morte fisica. Parla di una morte interiore molto più diffusa, e molto più invisibile. Quella delle donne che sono il perno di tutto. Che sanno dove sono i documenti del marito. Che ricordano i compleanni di tutti i parenti. Che chiamano l'idraulico. Che prenotano il pediatra. Che si ricordano che il figlio piccolo ha bisogno delle scarpe nuove. Che sanno cosa c'è in frigorifero. Che organizzano il Natale per quattordici persone. Che gestiscono i conti, le bollette, le scadenze, i regali, i certificati, le visite, le merende, gli zaini, le agende. E che, se si fermassero per una settimana, l'intera struttura crollerebbe in tre giorni.

Nel diciottesimo secolo, una scrittrice giapponese di nome Tadano Makuzu, una delle prime voci femminili intellettuali del Giappone, scrisse un testo intitolato Hitori Kangae, "pensieri da sola". Lì, in una pagina diventata leggendaria, descriveva le donne della sua epoca come "pilastri invisibili". Diceva che ogni casa giapponese, dietro la facciata, era retta da una donna che nessuno vedeva. Una donna che si svegliava prima di tutti e si addormentava dopo tutti. Una donna che, se per caso un giorno si fosse ammalata, avrebbe scoperto una cosa terribile: che nessuno, in casa, sapeva fare quello che lei faceva. Non perché non potessero. Perché non avevano mai dovuto.

Noi, in Italia, di solito facciamo l'opposto.

Ne facciamo una virtù. La donna italiana che tiene tutto in piedi è celebrata. È la madre, la moglie, la figlia, la sorella, la collega di cui tutti dicono "non so come fa". E lei, in mezzo a quel coro di ammirazione, si sente in trappola. Perché sa una cosa che gli altri non sanno: che non lo fa per scelta. Lo fa perché ha cominciato a farlo a venticinque anni, e adesso ne ha quarantasette, e non sa più come uscirne. Ogni volta che prova a fermarsi, qualcosa salta. Ogni volta che chiede aiuto, riceve aiuto sbagliato, fatto male, e finisce per rifarlo lei. Ed è esausta. Ma non può dirlo, perché le hanno insegnato che essere esausta è il prezzo di essere una brava donna.

Ecco le nove cose.

1. Smetti di confondere essere indispensabile con essere amata.
È la trappola fondamentale. Per anni hai pensato che tenere tutto in piedi fosse il tuo modo di amare. In realtà era il tuo modo di farti amare. Sono due cose diverse. Una donna ha paura, in fondo, che se smettesse di essere il pilastro di tutti, nessuno la cercherebbe più. È quasi sempre falso. Le persone che ti amano davvero ti amerebbero anche se non organizzassi tu il Natale. Le persone che ti amano solo per quello che fai per loro, non sono persone che ti amano. Sono persone che ti usano. Riconoscere la differenza è il primo passo per smettere di pagare il conto sbagliato.

2. Riconosci il "carico mentale".
Non è il lavoro fisico di gestire una casa. È il lavoro mentale. È sapere che oggi è giovedì e quindi va comprato il pane. È sapere che fra tre settimane c'è il compleanno della suocera e va pensato il regalo. È ricordarsi che il bambino ha l'allergia ai pollini e oggi c'è il vento. È avere venti, trenta, quaranta cose attive nella testa contemporaneamente, in ogni istante della giornata. Tuo marito, anche se è un uomo gentile, non ce le ha. Non perché sia cattivo. Perché tu hai sempre fatto in modo che lui non le avesse. Quel carico è diventato tuo per default. Non lo è per natura. Lo è per abitudine.

3. Smetti di rifare quello che gli altri fanno male.
È il meccanismo che intrappola tutte. Tuo marito apparecchia in modo sbagliato, e tu rifai. Tuo figlio mette i panni nella lavatrice in modo sbagliato, e tu rifai. Tua madre carica la lavastoviglie in modo sbagliato, e tu rifai. Ogni volta che rifai, stai insegnando una cosa precisa alle persone intorno a te: che non hanno bisogno di imparare, perché tanto ci pensi tu. Per un mese, prova a non rifare. Lascia il tavolo apparecchiato male. Lascia i panni nella lavatrice come li hanno messi loro. All'inizio ti farà male agli occhi. Dopo un mese, qualcosa di magico succede: imparano. Non bene come te. Ma imparano.

4. Distingui le tue urgenze da quelle che ti sono state delegate.
La maggior parte delle cose urgenti che hai in testa, non sono tue. Sono delle altre persone, che hai assorbito come se fossero tue. La scadenza della patente di tuo marito, non è urgente per te. È urgente per lui. La merenda di tuo figlio undicenne, può prepararsela lui. Il regalo per il compleanno di tua cognata, può pensarci tuo fratello, che è suo marito. Per ogni urgenza che ti viene in mente nei prossimi sette giorni, fermati e chiediti: di chi è davvero, questa cosa? Restituisci, una alla volta, tutte le urgenze che non sono tue. All'inizio si lamenteranno. Dopo qualche mese, ti ringrazieranno, perché si saranno sentiti finalmente adulti.

5. Coltiva il tuo "fare meno".
In giapponese esiste un concetto preciso, mottainai, che di solito si traduce con "non sprecare". Ma ha un secondo significato meno conosciuto: non sprecare te stessa. Non sprecare le tue energie su cose che non lo meritano. Non sprecare ore di vita per piegare i panni nel modo perfetto, quando piegarli in modo decente sarebbe sufficiente. Non sprecare un sabato a fare le pulizie profonde, quando una pulizia normale basta. Non sprecare due giorni a preparare una cena per dieci persone, quando bastava un piatto unico. Mottainai applicato a sé stesse è la più grande rivoluzione femminile possibile. È riconoscere che la tua vita vale più del tuo perfezionismo.

6. Smetti di scusarti per quello che non hai fatto.
È una piaga italiana. Una donna italiana media passa tre ore alla settimana a scusarsi. "Scusa se la casa è in disordine." "Scusa se non ho preparato il dolce." "Scusa se la cena è semplice." "Scusa se non ho ancora risposto." Smettila. Non hai fatto niente di male. Hai vissuto una giornata di esseri umani normali, in cui non si arriva a tutto. Ogni "scusa" gratuito è una piccola conferma del fatto che dovresti arrivare a tutto. Sostituiscila con il silenzio. O con un "la cena è quella che è". Le persone serene non si scusano per non essere perfette. Si scusano solo quando hanno fatto qualcosa di sbagliato. E non aver stirato le tovaglie non è qualcosa di sbagliato.

7. Riconosci che le persone intorno a te sono adulte.
Una madre italiana di cinquant'anni, con figli ventiquattrenni, controlla ancora se hanno mangiato. Una moglie di quarantacinque anni telefona al marito ai viaggi di lavoro per ricordargli di prendere le pastiglie. Una figlia di trentotto anni gestisce la spesa della madre settantenne sana e attiva. È un meccanismo italiano che chiamiamo amore, e che spesso è qualcos'altro: è non riuscire a smettere di considerarci responsabili della vita degli altri. Tuo figlio adulto è in grado di mangiare. Tuo marito è in grado di ricordarsi le pastiglie. Tua madre è in grado di fare la spesa. Lasciali. Smettere di gestirli non è abbandonarli. È trattarli, finalmente, da adulti. E loro, in segreto, si sentiranno meglio.

8. Diventa pessima in qualcosa.
È la cosa più liberante che esista. Una donna italiana di solito è brava in tutto. Cucina bene, organizza bene, lavora bene, tiene bene la casa, segue bene i figli, è una buona figlia. Quel "bene in tutto" è la sua condanna. Scegli, deliberatamente, una cosa in cui smettere di essere brava. Le pulizie. Le cene formali. La cura del giardino. I regali natalizi. Decidi che, da oggi, in quella cosa lì, sarai mediocre. Non disastrosa. Mediocre. Vedrai che il mondo non finisce. Vedrai che ti tornano in mano due ore alla settimana. E vedrai, soprattutto, che sentirsi liberi di non essere bravi in qualcosa è una delle libertà più grandi della vita adulta.

9. Comincia a vivere come se non ci fossi.
È l'esercizio più radicale, e il più rivelatore. Per una settimana, fai un esperimento. Vivi come se tu, in quella casa, non esistessi davvero. Non controllare. Non ricordare agli altri. Non comprare. Non organizzare. Non rifare. Non scusarti. Vivi come una persona che è ospite, non come la padrona di casa. Vedrai due cose. La prima è che molte cose, semplicemente, non si faranno, e scoprirai che non erano davvero necessarie. La seconda è che alcune cose si faranno lo stesso, perché qualcun altro le farà. Persone che da quindici anni guardavano te farle, all'improvviso le fanno. Non bene come te. Ma le fanno. E in quel momento ti accorgi di una cosa terribile e bellissima: che eri tu, da sola, a tenerti incatenata.

Quasi sempre, l'esaurimento delle donne italiane non viene dal fatto che gli altri pretendano troppo. Viene dal fatto che loro, da troppo tempo, hanno smesso di chiedersi se hanno voglia di dare quello che danno.

Karōshi no onna non è una condanna. È una soglia. È quel momento, di solito intorno ai quaranta, ai cinquanta, in cui una donna si guarda allo specchio e capisce che la versione di sé stessa che ha costruito negli ultimi vent'anni non le piace. È stanca. È invisibile. È risentita, anche se non lo dice. E si rende conto che le persone intorno a lei non si sono accorte di niente, perché lei non ha mai dato segno di niente. Ha tenuto tutto in piedi anche il giorno in cui crollava dentro. È a questa donna che il Giappone, per tre secoli, ha cercato di dire una cosa semplicissima. Non sei un pilastro. Sei una persona. E le persone, anche quelle bravissime, hanno il diritto di posare il peso. Non a settant'anni, quando il peso le ha già piegate. Adesso. Oggi pomeriggio. A partire dal prossimo no, piccolo, gentile, fermo, che dirai a qualcuno che si era abituato a chiederti tutto.

Tadano Makuzu, tre secoli fa, in una piccola casa nel nord del Giappone, scriveva con un pennello su un foglio di riso. Diceva che le donne pilastro reggevano case piene di gente che non le vedeva. Aggiungeva una frase semplice, e definitiva. Diceva che il giorno in cui un pilastro si stanca, non crolla la casa. Crolla il pilastro. E nessuno, in quella casa, è mai stato capace di rimetterlo in piedi.

Ho scritto un libro con diciannove storie di persone, italiane e giapponesi, che a un certo punto della loro vita hanno smesso di tenere in piedi tutti. E hanno cominciato, lentamente, a tenere in piedi sé stesse.

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Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi vuole scoprire un'altra via, diversa da quella che l'Occidente ci ha insegnato.

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Un minuto di Silenzio per tutte noi professioniste e professionisti del settore, per tutte le madri e tutti bimbi in que...
07/05/2026

Un minuto di Silenzio per tutte noi professioniste e professionisti del settore, per tutte le madri e tutti bimbi in questa giornata che ci ricorda a che la maggior parte delle ricerche, delle conoscenze e delle possibilità del prendersi cura, rimangono inattive e inascoltate.
Dalla sensibilizzazione alla rassegnazione è un attimo.

Il CNOP celebra il 6 maggio 2026 la Giornata mondiale della salute mentale materna, che ricorre ogni anno il primo mercoledì di maggio, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza del benessere psicologico in gravidanza e nel post-partum, promuovendo prevenzione, diagnosi e cura dei disturbi psichici perinatali. Istituita nel 2016, questa giornata invita a superare stigma e tabù, sostenendo le madri e il nuovo nucleo familiare.

Diventare genitori è un processo complesso e trasformativo, spesso accompagnato da emozioni contrastanti, stress e cambiamenti profondi. L’idea di una maternità sempre serena non riflette la realtà: secondo l’OMS, circa 1 donna su 5 sperimenta ansia o depressione nel periodo perinatale, con possibili conseguenze anche gravi per la salute della madre e per lo sviluppo del bambino.

Nonostante ciò, il disagio psichico perinatale è ancora poco riconosciuto, anche a causa di condizionamenti culturali e aspettative idealizzate che rendono difficile chiedere aiuto. I sintomi possono emergere durante la gravidanza e nei primi anni dopo il parto e riguardano donne di ogni età, cultura e condizione sociale.

Riconoscere precocemente i segnali, promuovere una cultura del supporto e rafforzare le reti di sostegno, a partire dal ruolo dei partner, è fondamentale per intervenire in modo efficace. Allo stesso tempo, è necessario un impegno delle istituzioni per garantire servizi adeguati e accessibili, aumentando la consapevolezza e il sostegno alla salute mentale materna, che riguarda l’intera famiglia e la comunità.

“𝑃𝑒𝑟 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜.”
𝐸̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑒𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑣𝑖𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎, 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑒 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖.
𝑅𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒” 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑎𝑙 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑜.

Onorare la sacralità della vita, prendersi cura di sè, dare importanza agli anni, amandosi ancora🌹
03/05/2026

Onorare la sacralità della vita, prendersi cura di sè, dare importanza agli anni, amandosi ancora🌹

📍COME NON AVERE PAURA DI INVECCHIARE. NOVE COSE CHE I GIAPPONESI SANNO DA SECOLI E NOI NO.

In Giappone, il sessantesimo compleanno si chiama kanreki. Letteralmente, "ritorno al calendario".

Si festeggia con un rito antichissimo. Si offre alla persona che compie sessant'anni un piccolo gilet rosso senza maniche, chiamato chanchanko, simile a quello che in Giappone era tradizionalmente associato ai neonati. La persona se lo infila davanti a tutta la famiglia, e ride. Perché in quel momento, secondo la tradizione, lei sta rinascendo. Il calendario zodiacale orientale, fatto della combinazione dei dodici animali con i cinque elementi, ha completato il suo ciclo di sessant'anni, ed è ricominciato dal segno con cui era nata. Da quel giorno, simbolicamente, lei ricomincia. Le ricomincia tutta una vita davanti.

E non è l'unico compleanno che il Giappone celebra. Ne celebra molti, dopo i sessanta. Sessanta (kanreki, rosso). Settanta (koki, viola). Settantasette (kiju, viola). Ottanta (sanju, giallo o oro). Ottantotto (beiju, giallo o oro). Novanta (sotsuju, bianco o viola). Novantanove (hakuju, bianco). Cento (hyakuju). Ognuno con un nome preciso, un colore preciso, un significato preciso, spesso ricavato da un gioco fra il numero e i caratteri kanji. Più la persona invecchia, più i Giapponesi la festeggiano.

Il pittore Hokusai, intorno ai settantacinque anni, scrisse una frase diventata leggendaria. Era nel postscritto al primo volume delle sue "Cento vedute del Monte Fuji", del 1834. Diceva che tutto quello che aveva dipinto fino a settant'anni non era degno di nota. Che a settantatré aveva cominciato a capire qualcosa della struttura di animali, piante, uccelli. Che a ottanta avrebbe fatto ulteriori progressi. Che a novanta sarebbe arrivato all'essenza delle cose. Che a cento avrebbe raggiunto uno stato divino. E che a centodieci ogni suo punto, ogni sua linea, sarebbe stato vivo. Si firmava, in quel periodo, "Gakyo rojin Manji", il vecchio pazzo per il disegno. Morì nel 1849, a ottantanove anni, e si racconta che le sue ultime parole furono: se il cielo mi avesse dato altri dieci anni, anche soltanto altri cinque, sarei diventato un vero pittore.

Noi, in Italia, di solito facciamo l'opposto.

Cominciamo a temere l'invecchiamento dai trentacinque anni. Lo combattiamo con creme, diete, palestre, cosmetica, pensieri ossessivi sul corpo, paragoni continui con quando eravamo più giovani. Trattiamo i compleanni dopo i quaranta come piccole sconfitte da minimizzare. Diciamo "non festeggiamo, è solo un numero". E ogni anno una piccola parte di noi si rassegna a sparire un po'.

Ecco le nove cose.

1. Smetti di trattare l'invecchiamento come una perdita.
È la trappola più grande. Il Giappone non vede il tempo come una sottrazione, ma come un'aggiunta. Ogni anno non perdi qualcosa che avevi. Aggiungi qualcosa che non avevi. Una conoscenza, una pazienza, una forma di sguardo, una capacità di stare con il dolore senza farsi schiacciare. Sono cose che a vent'anni non hai. Le hai adesso.

2. Festeggia i tuoi decenni.
Se il Giappone celebra una serie lunga di compleanni speciali, prendine almeno tre. I quaranta. I cinquanta. I sessanta. Non con la classica festa imbarazzata. Con un rito tuo. Una cena. Una lettera che ti scrivi. Un viaggio da sola. Un regalo che ti fai senza chiedere il permesso. I decenni non sono lapidi. Sono porte che si aprono.

3. Smetti di paragonarti a quella che eri.
Mostrare le foto di "quando avevi vent'anni" è un'abitudine occidentale. Il Giappone tradizionalmente non lo fa. Una persona di sessant'anni viene guardata adesso, per quello che è oggi. Smetti di guardare i tuoi vecchi album per piangere su qualcosa. Quella ragazza esiste ancora. È dentro di te, sotto le rughe. Non se n'è andata. Si è solo stratificata.

4. Coltiva la tua patina.
In Giappone esiste una parola specifica, sabi, parte dell'estetica wabi-sabi, per indicare la bellezza che gli oggetti acquistano col tempo. Una ciotola di legno, dopo cinquant'anni di uso quotidiano, è più bella di quella nuova. Non più giovane. Più bella. Tu sei lo stesso. Le tue mani con le vene visibili, il viso con le linee, la voce un po' più bassa di vent'anni fa. Quella è la tua sabi. Non si copre. Si coltiva.

5. Fatti una nuova specialità.
Hokusai pubblicò le Trentasei vedute del Monte Fuji, la sua opera più famosa, fra i settanta e i settantatré anni. Il Giappone è pieno di queste storie. Persone che a sessant'anni hanno iniziato un nuovo mestiere. A settanta una nuova lingua. A ottanta un orto. Smetti di credere alla bugia per cui dopo i quaranta sei "fissa" in quello che sei. Apri un quaderno nuovo. Cominciane una.

6. Diventa amica delle persone più anziane di te.
Le persone più anziane sono il tuo specchio del futuro. In Giappone, dove la cultura ha tradizionalmente integrato gli anziani nella famiglia allargata e nella comunità, è qualcosa di naturale. Da noi siamo state cresciute molto di più a temerli, evitarli, lasciarli a casa. È un errore. Una donna di settanta che ride forte, che balla, che è bella, ti regala più sicurezza per il tuo futuro di mille creme antirughe. Cerca le tue. Frequenta le tue. Saranno il tuo specchio.

7. Smetti di nascondere l'età.
"Una signora non rivela mai la sua età". È una frase europea. In Giappone, soprattutto raggiunti certi traguardi, è quasi l'opposto. La gente l'età la dice volentieri, soprattutto se è alta, perché ogni soglia significativa ha un nome dedicato e una festa. Settantasette, in Giappone, è kiju, "longevità della gioia". Smetti di nasconderti. Più ti nascondi, più dichiari di vergognarti.

8. Lascia che il corpo cambi.
Una delle libertà più grandi che la tradizione giapponese ha custodito è non aver mai considerato la bellezza come monopolio della giovinezza. Le ame, le donne pescatrici di Mie, continuano a tuffarsi in mare per pescare anche oltre gli ottant'anni, oggi con la muta, in passato con il loro perizoma bianco. Le donne anziane di Okinawa, una delle "zone blu" del mondo per longevità, lavorano nei campi e nelle comunità anche a novant'anni. Smetti di combattere il tuo corpo. Comincia ad ascoltarlo. Riposalo. Curalo. Vestilo nei colori che ti piacciono. Ma non chiedergli di tornare quello di prima. Non vuole. Vuole essere quello di adesso.

9. Adotta il tuo "ancora cinque anni".
Hokusai morì pronunciando, secondo la tradizione, parole come queste. "Ancora dieci anni, anche solo altri cinque, e sarei diventato un vero pittore." A quasi novant'anni. Aveva fatto il pittore per tutta la vita. Aveva pubblicato decine di migliaia di disegni. Era già il più famoso del Giappone. E pensava di non aver ancora cominciato. Trova qualcosa nella tua vita che meriti questa frase. Una passione, un lavoro, una pratica, una relazione. Qualcosa di cui dirti, ogni giorno, che ti servono ancora cinque anni per capirla davvero. Quell'ancora cinque anni è la cosa che ti tiene viva.

Quasi sempre, la paura di invecchiare non viene dal corpo che cambia. Viene da una mente che ha smesso di credere che il futuro sia un posto in cui andare.

In Giappone si dice che l'invecchiamento non è la fine di una corsa. È l'inizio di una camminata diversa, più lenta, più precisa, in cui finalmente puoi guardare le cose. Una camminata in cui i compleanni si celebrano con vestiti rossi, e il tempo che passa non è una condanna, ma un compimento. Un volto pieno di linee non è un volto che ha perso. È un volto che è arrivato.

Ho scritto un libro con diciannove storie di persone, italiane e giapponesi, che a un certo punto della loro vita hanno smesso di temere il tempo. E hanno cominciato, lentamente, a sceglierlo.

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Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi vuole scoprire un'altra via, diversa da quella che l'Occidente ci ha insegnato.

➡️ COMMENTA CON "ESTRATTO" PER RICEVERE GRATIS UN CAPITOLO DEL LIBRO.

02/05/2026

💚 Se non la vivi, non la vedi. Ma la MCS esiste, colpisce e chiede di essere riconosciuta!

👉 Maggio è il mese in cui si celebra la consapevolezza sulle malattie come la MCS, Fibromialgia, EHS, ME/CFS. Vogliamo quindi lanciare, a partire da oggi, una Campagna di informazione e sensibilizzazione sulle malattie ambientali promossa dalle associazioni e dai comitati che operano a sostegno dei pazienti per il riconoscimento di patologie troppo spesso ignorate e sottostimate.

📍Ideata da Comitato Oltre la MCS in collaborazione con le altre realtà associative, lanciamo la campagna informativa "Se non la vivi, non la vedi", con l'obiettivo di informare e sensibilizzare tutti coloro che entrano in contatto con un malato di una o più patologie ambientali, siano essi operatori sanitari, medici, familiari o amici.

💚 Perché il punto principale di tutta questa sofferenza sommersa, sottostimata e spesso non riconosciuta, che impatta sulla necessità e sul diritto di ogni malato ad essere curato, è che:
"Se ti dico che sto male, devi aiutarmi".

📌 Aderiscono alla Campagna:

AIE Associazione Italiana Elettrosensibili APS
Associazione AMICA APS
Associazione A.N.A.S.I.N.T.A.
Associazione CFU-Italia ODV
DISCONNESSI Giornale e Rivista
Associazione Malati Ambientali As.M.Amb.
Associazione MCS Illness APS
Comitato Oltre la MCS
Comitato Toscano MCS
Associazione Umbria MCS OdV
Comitato Veneto Sensibilità Chimica

condividete, fate girare

Bellissima iniziativa💞La relazione madre bambino, contatto che nutre psicofisicamente.
22/04/2026

Bellissima iniziativa💞
La relazione madre bambino, contatto che nutre psicofisicamente.

Nuova importante iniziativa a Sa domu de su Coru, di via del progresso 2 a Quartucciu, che propone "Il fatto, il primo linguaggio", corso di massaggio infantile - metodo Aimi (Associazione Italiana Massaggio Infantile).
Il corso è un percorso strutturato, in incontri settimanali, tutti i lunedì di maggio più l'ultimo venerdì dello stesso mese, ed è rivolto a genitori e bambini da 0 a 12 mesi. Basato sul tocco e l'ascolto, mira a rafforzare la relazione genitore-figlio, offrendo benefici fisici ed emotivi, facilitando il rilassamento e la comunicazione.
Ogni incontro ha la durata di circa 60-90 minuti.
L'insegnante AIMI non massaggia direttamente i bambini, ma mostra i movimenti su un bambolotto, mentre i genitori massaggiano i propri figli.
Si apprende una sequenza completa di massaggio che integra tecniche tradizionali indiane, svedesi, riflessologia plantare e movimenti di rilassamento.
Il massaggio stimola, rilassa e dà sollievo al bambino (es. coliche, tensione), promuovendo un profondo legame affettivo.
Le insegnanti certificate sono anche infermiere pediatriche in strutture sanitarie.
Informazioni e prenotazioni ai numeri in locandina Donatella 3476747960, Chiara 3383679545 o al 334 882 1892

02/04/2026

Il 2 aprile si celebra la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, un appuntamento internazionale in cui siamo chiamati a interrogarci su come le nostre comunità sappiano realmente accogliere la complessità delle differenze umane.

L’autismo non è una condizione da ridurre a etichette o semplificazioni. È un insieme di modi diversi di percepire, elaborare e abitare il mondo. Riconoscerlo significa superare una visione centrata esclusivamente sul deficit e aprirsi a una prospettiva che tenga insieme bisogni, diritti, potenzialità e qualità della vita.

Le famiglie, le scuole, i servizi e i contesti di lavoro rappresentano i luoghi in cui questa responsabilità prende forma. È qui che si gioca l’opportunità di costruire ambienti realmente inclusivi, in cui le persone nello spettro autistico possano esprimere sé stesse senza essere costrette ad adattarsi a modelli rigidi o escludenti. Parlare di inclusione significa lavorare sulle relazioni, sui linguaggi, sulle risorse.

La psicologia ha un ruolo essenziale: contribuire a una lettura competente e rispettosa della neurodiversità, sostenere le persone, i loro familiari e i loro contesti di vita, promuovere interventi basati su evidenze scientifiche, orientati alla dignità e all’autodeterminazione.

Sviluppare “tutti questi tipi diversi di mente” è una responsabilità collettiva: ed è in questa direzione che il lavoro delle psicologhe e degli psicologi è fondamentale soprattutto perché costruisce ponti tra differenze e possibilità.

28/03/2026

N.B. ‼️

Indirizzo

Via Manin 3
Selargius
09047

Orario di apertura

Lunedì 11:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 11:00 - 17:00

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