15/11/2022
Possiedo solo questa foto di quel giorno: la mia laurea in ostetricia.
Purtroppo, per una serie di circostanze non ho mai avuto le altre immagini che erano state scattate. Rimane questa, che amo molto. In ogni caso, ricordo tutto del 15 novembre 2012: il mio abito - in cui oggi non entro più ma che custodisco con cura - le scarpe e il momento della vestizione al mattino. Avevo preso una stanza a Vicenza, sede della mia laurea, in cui dormire il giorno prima per poter essere già lì. Era una stanza spoglia e modesta, dai toni beige. Ricordo l'attesa e le mie giovani compagne di corso, le emozioni sui loro volti. Io ci ero già passata anni prima, eppure era la prima volta anche per me. La prima volta in cui vivevo uno stretto senso di appartenenza a quello che mi stava accadendo. Ho invitato pochi amici e amiche e i miei genitori e abbiamo poi brindato nel bar vicino all'ospedale che frequentavo abitualmente. Ero felice ma anche triste, a tratti incredula. Era un momento di trasformazione: nella mia vita personale stavo lasciando andare qualcosa che avevo creduto così importante da essere definitivo e la laurea mi aveva sostenuta dandomi radici e direzione. Era un momento in cui c'era del dolore, ma il mio obiettivo di diventare ostetrica mi aiutava a impastarlo con un po' di saggezza.
E così è stato negli anni a ve**re: ho impastato il mio lavoro con la mia vita e la vita con il mio lavoro. Ad oggi posso dire che è un buon impasto, migliorato con l'andare del tempo, rinfrescato come la pasta madre. È malleabile ma saldo. Le due componenti - vita e professione - si incontrano, si intrecciano, si mescolano senza mai perdere la loro essenza distinta. La mia identità personale va ben oltre il mio lavoro ma, di fatto, ciò che nell'impasto si è unito non si potrà separare.
E sono felice che sia così.
Oggi, dopo dieci anni di professione, sono molto felice che sia così.