Dott.ssa Karin Vero Psicologa-Psicoterapeuta

Dott.ssa Karin Vero       Psicologa-Psicoterapeuta Consulenze psicologiche
Interventi per alunni con BES
Psicoterapie individuali, di coppia e familiari

𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨!🆘 𝐒𝐞 𝐭𝐮 𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐨...
10/09/2026

𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨!
🆘 𝐒𝐞 𝐭𝐮 𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞!
È possibile rivolgersi a un professionista della salute mentale, ai servizi sanitari del territorio, o al Pronto Soccorso. In una situazione di emergenza o di pericolo, chiama il 112.

www.dipendenze.com
28/08/2026

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Meta non ammette alcuna responsabilità ma pagherà fino a 16,68 miliardi di dollari e cambierà Facebook e Instagram. Sul piano giuridico non è una confessione. Sul piano umano è difficile fingere che non significhi nulla. A volte il denaro non confessa, ma racconta.

Arriveranno limiti di tempo, restrizioni notturne, meno notifiche a scuola e controlli seri sull’età. Ma se il prodotto era già abbastanza sicuro, perché modificarlo adesso?

Adam Mosseri ha ammesso che quasi nessun adolescente attivava “Prenditi una pausa”. E dovrebbe sorprenderci? Chiedere a un ragazzo di azionare da solo il freno dentro una macchina progettata per non fermarsi è un’ipocrisia travestita da libertà. Gli adolescenti non sono adulti in miniatura: il controllo degli impulsi è ancora in formazione, mentre il bisogno di approvazione è potentissimo. Le piattaforme lo sanno. Lo misurano, lo prevedono e lo trasformano in permanenza online.

Meta dice che il rapporto tra social e salute mentale è complesso. È vero. Ma “complesso” non significa innocuo. Se una piattaforma alimenta confronto, insonnia, ansia e incapacità di staccarsi, non può usare la complessità come alibi e poi lasciare il conto alle famiglie.

Servono regole sul design, ma non basta. Sotto i sedici anni i social non dovrebbero essere accessibili. Dopo, sì, ma soltanto con un Patentino Digitale obbligatorio: educazione agli algoritmi, ai dati, alla reputazione, alla dipendenza e alle conseguenze delle proprie azioni.

La multa non diventi il prezzo per comprare il silenzio. Per anni abbiamo chiesto ai ragazzi di controllarsi e ai genitori di sorvegliare. Era più comodo così. Intanto gli adulti più potenti del mondo guadagnavano proprio dalla difficoltà dei più giovani a fermarsi.

NO, NON È TUTTO OK! 📵
12/08/2026

NO, NON È TUTTO OK! 📵

Cartelloni pubblicitari che spingono all’acquisto di un modello di lusso con un bambino piccolo, troppo piccolo. Così il telefono assume il significato di una …

https://www.dipendenze.com/di-cosa-ci-occupiamo/dipendenze-tecnologiche
12/08/2026

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Sotto l’ombrellone vicino al mio, una bambina chiedeva lo smartphone al padre. Lui le ha detto di no, lei ha insistito e ha cominciato a piangere, alzando la voce. Il padre ha resistito per qualche minuto, poi, sfinito, ha preso il telefono e glielo ha consegnato. La bambina ha smesso subito di piangere.

Non ho pensato a una bambina capricciosa. Ho visto una situazione comune: un adulto stanco che, pur di interrompere un momento diventato faticoso, rinuncia al limite appena stabilito. In quell’istante consegnarle lo smartphone gli sarà sembrata la soluzione più semplice. Il problema nasce quando questa risposta diventa abituale, perché la bambina finisce per capire che il no non è definitivo e che, insistendo abbastanza, può far cambiare la decisione dell’adulto.

La frustrazione fa parte della crescita e non dobbiamo eliminarla. Un bambino può desiderare qualcosa, non ottenerla, arrabbiarsi e piangere senza che questo significhi aver subito un danno. In quei momenti ha bisogno di sentire che l’adulto comprende il suo dispiacere, ma rimane fermo. Quel padre avrebbe potuto dirle: “So che vuoi il telefono e capisco che sei arrabbiata, ma adesso non puoi usarlo. Puoi essere dispiaciuta, io resto qui con te, però la mia decisione non cambia”.

Essere genitori significa anche riuscire a sopportare il malessere momentaneo dei figli e il disagio che provoca in noi. Se ogni lacrima porta a una concessione, lo smartphone rischia di diventare lo strumento con cui spegniamo le emozioni e chiudiamo in fretta i conflitti. Un bambino cresce anche quando scopre che può volere intensamente qualcosa, non riceverla, stare male per un po’ e poi superare quel momento con un adulto accanto. Forse, in passaggi come questo, crescono entrambi.

https://newsite.dipendenze.com/elenco-esperti-dite
03/08/2026

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Molti genitori conoscono bene quella scena. Arriva il momento di spegnere il tablet, chiudere il videogioco o mettere via il telefono e improvvisamente il bambino cambia. Urla. Si agita. Piange. Diventa aggressivo oppure disperato. E la reazione immediata spesso è una sola: “Sta facendo i capricci.”

A volte però dietro quella rabbia c’è qualcosa di più complesso.

Perché molti bambini oggi utilizzano gli schermi non solo per divertirsi, ma per calmarsi, distrarsi, regolare emozioni che da soli fanno ancora fatica a contenere. Lo schermo diventa una sorta di anestesia emotiva veloce: interrompe la noia, abbassa l’ansia, evita il silenzio, occupa la mente.

E allora quando quello stimolo viene tolto, non stanno semplicemente perdendo un gioco. Stanno perdendo qualcosa che li aiutava a non sentire fatica, frustrazione o vuoto.

Questo non significa lasciare che usino gli schermi senza limiti. Significa capire che il problema non si risolve soltanto spegnendo il dispositivo. Perché se un bambino non sviluppa altri modi per calmarsi, aspettare, stare con sé stesso o attraversare emozioni difficili, continuerà a cercare fuori qualcosa che lo anestetizzi.

Per questo educare oggi non significa soltanto dire dei no. Significa accompagnare i figli a costruire strumenti interiori che permettano loro di tollerare il vuoto, la noia, l’attesa e la frustrazione senza aver bisogno di uno schermo acceso per stare bene.

Perché un bambino non nasce dipendente da un dispositivo. Diventa dipendente quando quel dispositivo sostituisce troppo presto qualcosa che dovrebbe trovare nelle relazioni, nel gioco reale e nella presenza degli adulti.

Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche Gap e Cyberbullismo
31/07/2026

Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche Gap e Cyberbullismo

PRIMA DEI 15 ANNI NIENTE SOCIAL. DAI 15, SOLO CON IL PATENTINO DIGITALE

Firma la petizione è promossa dall'Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche Gap e Cyberbullismo!
31/07/2026

Firma la petizione è promossa dall'Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche Gap e Cyberbullismo!

PRIMA DEI 15 ANNI NIENTE SOCIAL. DAI 15, SOLO CON IL PATENTINO DIGITALE

Non basta togliere lo smartphone! 📵
13/07/2026

Non basta togliere lo smartphone! 📵

Molti genitori arrivano esasperati. “Dottore, passa tutto il giorno al telefono.” E allora la soluzione sembra semplice: togliere lo smartphone, limitare i social, spegnere il Wi-Fi.

Ma spesso il problema è più profondo del dispositivo stesso.

Perché se un ragazzo si rifugia continuamente dentro uno schermo dobbiamo chiederci anche cosa stia cercando lì dentro e cosa invece stia mancando fuori.

A volte manca ascolto. A volte calma. A volte appartenenza. A volte semplicemente uno spazio dove sentirsi accolto senza pressione o giudizio.

Il telefono allora diventa una specie di anestesia emotiva. Un modo per non sentire vuoto, solitudine, noia o fatica relazionale.

Per questo togliere soltanto il dispositivo senza lavorare sulla relazione rischia di trasformarsi in una guerra continua, dove il ragazzo percepisce soltanto privazione e controllo.

Educare al digitale non significa solo mettere limiti. Significa anche costruire alternative emotive reali.

Tempo condiviso. Dialogo. Esperienze corporee. Routine sane. Relazioni che facciano sentire un figlio importante anche fuori dagli schermi.

Perché un ragazzo non smette davvero di rifugiarsi online quando gli togliamo il telefono. Inizia lentamente a uscirne quando trova fuori qualcosa che gli fa stare meglio del rifugio digitale.

📵 Divieti e restrizioni possono essere utili, ma non bastano! Il patentino digitale può promuovere un uso più consapevol...
17/06/2026

📵 Divieti e restrizioni possono essere utili, ma non bastano! Il patentino digitale può promuovere un uso più consapevole e sicuro di Internet e dei dispositivi digitali.

Ben venga il divieto. Ma non raccontiamoci che una soglia d’età, da sola, possa salvare i nostri figli dal digitale. Vietare può essere necessario, perché ci sono ambienti che non sono pensati per la crescita, ma per catturare attenzione, tempo e fragilità. Però un divieto senza educazione resta una serratura fragile: rassicura gli adulti, ma non forma i ragazzi.

Il punto non è solo impedire l’accesso ai social prima dei 16 anni. Il punto è chiedersi che cosa sappia davvero un ragazzo quando quel cancello si apre. Sa riconoscere una manipolazione? Sa proteggere la propria immagine, la propria intimità, la propria reputazione? E oggi la stessa domanda va posta anche sull’intelligenza artificiale. Perché l’IA non è un gioco innocuo: può diventare rifugio emotivo, scorciatoia cognitiva, fonte di dipendenza, luogo in cui si delegano pensieri, scelte e perfino emozioni. Per questo, se parliamo di tutela dei minori, il divieto deve riguardare anche l’accesso non regolato agli strumenti di intelligenza artificiale.

Ecco perché serve il Patentino Digitale obbligatorio. E deve valere anche per l’IA. Non come progetto accessorio, non come incontro una tantum, ma come percorso educativo stabile, serio, condiviso da scuola, famiglie e professionisti. Perché prima di entrare in una piazza globale fatta di algoritmi, relazioni, pressioni, risposte artificiali e trappole emotive, non basta dire a un ragazzo “stai attento”. Quella non è educazione. È la frase che usiamo quando non abbiamo preparato davvero nessuno.

Il divieto può fermare una mano. Il Patentino Digitale può formare una coscienza. E senza coscienza, ogni norma resta un argine provvisorio. Ben venga il divieto, dunque. Ma se non introduciamo il Patentino Digitale anche per social e intelligenza artificiale, stiamo solo spostando più avanti il problema, proteggendo non i ragazzi, ma la nostra illusione di aver fatto abbastanza.

www.dipendenze.com
20/04/2026

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Gentile Presidente Giorgia Meloni,

oggi le scrivo non solo da professionista ma da padre. Le scrivo perché sul tema dei social ai minori credo che non possiamo più permetterci di essere vaghi, prudenti o diplomatici. Io sono favorevole al divieto dei social sotto i 16 anni. Lo sono in modo convinto, netto, senza esitazioni. E lo dico da persona che da oltre vent’anni lavora con adolescenti, famiglie, dipendenze digitali e sofferenze che troppo spesso gli adulti vedono solo quando ormai sono esplose.

In questi anni ho visto ragazzi spegnersi lentamente dietro uno schermo, ho visto genitori sentirsi impotenti, ho visto relazioni rompersi, autostima crollare, sonno saltare, ansia crescere, isolamento travestito da connessione. Per questo non riesco più a considerare i social come semplici strumenti. Non lo sono. Almeno non per un ragazzo che sta crescendo.

I nostri figli oggi entrano in piattaforme che non sono neutre. Entrano in ambienti progettati per trattenerli, per catturare attenzione, per farli restare, per farli tornare. E dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa che ancora troppi fanno finta di non vedere: gli algoritmi dei social sono studiati anche per attivare meccanismi compulsivi. Sanno intercettare fragilità, desideri, vuoti, bisogno di approvazione. E quando tutto questo incontra un adolescente, il rischio diventa enorme.

Per questo io penso che vietare i social sotto i 16 anni sia giusto. Anzi, necessario. Ma penso anche che il divieto, da solo, non basti. Perché se una legge si limita a dire “no”, senza costruire un percorso educativo serio, rischia di diventare soltanto una norma da aggirare. I ragazzi entreranno lo stesso mentendo sull’età, le piattaforme continueranno a fare finta di nulla e noi adulti continueremo ad accorgerci del problema solo dopo.

È per questo che da tempo, con l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo, che ho l’onore di presiedere, porto avanti una proposta precisa: il Patentino Digitale. Non un simbolo, non una trovata, non una lezione occasionale fatta per sentirci a posto con la coscienza. Un percorso vero, serio, obbligatorio.

Se davvero questo Paese vuole fare una legge utile, allora dentro quella legge deve esserci anche il Patentino Digitale obbligatorio. Deve essere previsto un percorso da svolgere negli istituti scolastici, attraverso enti certificati, con almeno sei mesi di formazione reale. Sei mesi in cui ai ragazzi venga spiegato che cosa sono gli algoritmi, come funziona la dipendenza da approvazione, che cosa significa reputazione online, che cosa può diventare il cyberbullismo, come agiscono la pornografia, l’adescamento, l’umiliazione pubblica, la solitudine digitale, l’intelligenza artificiale usata senza strumenti.

E in questo percorso devono esserci anche i genitori. Non alla fine, non di lato, non come spettatori. Devono esserci dentro. Almeno per una parte obbligatoria del percorso. Perché non possiamo chiedere ai figli consapevolezza e poi lasciare gli adulti nell’ignoranza digitale. Anche i genitori devono formarsi, devono capire, devono firmare quel patentino e assumersi la responsabilità di accompagnare i figli online fino alla maggiore età.

Una volta ottenuto, il Patentino Digitale deve diventare anche la condizione necessaria per entrare sui social. Non un attestato da conservare in un cassetto, ma una vera chiave di accesso. Solo i minori che avranno completato il percorso formativo, insieme ai loro genitori, dovranno poter essere autorizzati all’ingresso in piattaforma. E le piattaforme dovranno essere obbligate per legge a riconoscere quella autorizzazione, impedendo l’accesso a chi ne è privo. Perché altrimenti continueremo a chiedere responsabilità ai ragazzi lasciando però aperte tutte le porte. Perché il punto è tutto qui: la libertà digitale senza educazione non è libertà. È abbandono.

Presidente, se davvero vogliamo proteggere i nostri ragazzi, allora serve il coraggio di fare entrambe le cose: mettere un limite chiaro e costruire uno strumento educativo serio. Per questo le chiedo di sostenere una legge che preveda il divieto dei social sotto i 16 anni, ma che inserisca al suo interno anche l’obbligo del Patentino Digitale.

Per una volta proviamo ad arrivare prima del danno. Perché su questo tema non possiamo più permetterci di arrivare dopo.


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