04/09/2026
Lorena Isceri aveva lasciato Federico Vella. Aveva scelto di interrompere una relazione, come ogni donna deve poter fare senza temere di essere perseguitata, rapita o uccisa.
Lui l’ha aggredita, stordita, legata e chiusa nel bagagliaio. Lorena, appena ha potuto, ha cercato il telefono e ha chiesto aiuto: «Mi ha rapita, vuole uccidermi». Aveva compreso perfettamente il pericolo. Ha provato a salvarsi. Non ci è riuscita.
Questa non è una “tragedia di coppia” e non è la storia di due persone travolte da un amore troppo grande. È un femminicidio. Lei voleva vivere e uscire da quella relazione; lui ha deciso che non avrebbe potuto farlo.
La dinamica si ripete con una regolarità spaventosa: una donna lascia, un uomo non accetta la separazione e trasforma la fine del rapporto nella perdita del controllo su di lei. Non serve inventare diagnosi a distanza e non serve rifugiarsi nella parola “raptus”. Moltissime persone soffrono per un abbandono senza rapire, perseguitare o uccidere. Il problema non è il dolore: è l’idea del possesso.
L’amore non immobilizza, non sequestra, non sorveglia, non minaccia e non punisce chi sceglie di andare via. Quando una donna viene considerata una proprietà, il suo “no” diventa un affronto e la separazione un atto da castigare.
Anche il suicidio dell’assassino non mette le due morti sullo stesso piano e non trasforma questa storia in un dramma romantico. Lorena chiedeva aiuto, lui la stava uccidendo.
Dobbiamo educare i ragazzi anche al rifiuto, alla separazione e alla libertà dell’altra persona. E dobbiamo smettere di chiamare amore ciò che amore non è.
Lorena non è morta per troppo amore. È stata uccisa perché un uomo non ha accettato che fosse libera.