Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Quando regaliamo il primo smartphone a un figlio spesso pensiamo di stare consegnando un oggetto. Uno strumento utile. U...
15/06/2026

Quando regaliamo il primo smartphone a un figlio spesso pensiamo di stare consegnando un oggetto. Uno strumento utile. Un modo per sentirlo più vicino, più sicuro, più autonomo.

Ma uno smartphone non è soltanto un telefono.

È un ambiente relazionale, emotivo e sociale dentro cui un bambino entra improvvisamente senza avere ancora gli strumenti necessari per orientarsi davvero.

Dentro quel dispositivo ci sono immagini, confronti, giudizi, algoritmi, richieste di approvazione, esposizione continua, contenuti violenti, pornografia, solitudine mascherata da connessione e una velocità emotiva che il cervello di un bambino non è pronto a gestire da solo.

Eppure spesso consegniamo tutto questo con la stessa leggerezza con cui si regala un gioco.

Il problema non è demonizzare la tecnologia. Il problema è pensare che un bambino possa imparare ad abitare il digitale semplicemente perché sa usare uno schermo.

Saper scorrere contenuti non significa saper gestire emozioni. Non significa riconoscere manipolazioni. Non significa tollerare esclusione, vergogna, pressione sociale o dipendenza da approvazione.

Per questo il primo smartphone dovrebbe essere un percorso condiviso, non un gesto automatico legato all’età o alla pressione del gruppo.

Perché un figlio non ha bisogno solo di accesso alla tecnologia. Ha bisogno di adulti che restino accanto mentre impara lentamente a capire cosa quella tecnologia può fare alla sua mente, alla sua autostima e alle sue relazioni.

Quando un ragazzo di diciassette anni arriva a uccidere una zia, una insegnante, una donna di famiglia, non possiamo lim...
14/06/2026

Quando un ragazzo di diciassette anni arriva a uccidere una zia, una insegnante, una donna di famiglia, non possiamo limitarci a dire “mostro”. È una parola comoda, ci mette al sicuro, ci fa credere che il male abiti sempre altrove. Ma la verità è più dolorosa: prima di un gesto così estremo c’è quasi sempre una storia di emozioni che nessuno ha saputo contenere, nominare, trasformare.

Non sto parlando di giustificare. Un omicidio resta un omicidio. Una vita è stata spezzata e davanti a questo serve rispetto, silenzio, pudore. Ma proprio perché una vita è stata spezzata dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa accade quando un adolescente non riesce più a stare dentro la frustrazione, quando il limite viene vissuto come un’umiliazione, quando il no diventa una ferita intollerabile.

I ragazzi non nascono capaci di reggere il dolore. Lo imparano se qualcuno resta accanto a loro mentre soffrono, mentre perdono, mentre aspettano, mentre si arrabbiano. Lo imparano se incontrano adulti capaci di contenere senza schiacciare, di dire no senza umiliare, di educare senza abbandonare.

Oggi crescono in un mondo che li abitua al subito, ma la vita non risponde subito. Le relazioni non obbediscono. I soldi dividono. Le famiglie si spaccano. Le parole feriscono. E se dentro non c’è una grammatica emotiva, se nessuno ha insegnato che la rabbia può essere attraversata senza diventare distruzione, allora qualcosa può rompersi.

Non tutti i ragazzi fragili diventano violenti. Anzi, la maggior parte non lo sarà mai. Ma ogni gesto estremo ci ricorda che educare non significa solo proteggere i figli dal dolore. Significa prepararli a incontrarlo senza esserne divorati.

Perché il limite non è una punizione. È una forma d’amore. E forse dovremmo tornare a insegnarlo prima che sia troppo tardi.

Deve essermi sfuggito qualcosa. Forse una scoperta scientifica rivoluzionaria capace di riscrivere ciò che sappiamo sull...
12/06/2026

Deve essermi sfuggito qualcosa. Forse una scoperta scientifica rivoluzionaria capace di riscrivere ciò che sappiamo sull’orientamento sessuale. Perché sento ripetere sempre più spesso che l’omosessualità sarebbe una scelta, una preferenza personale, qualcosa che si decide come si decide tra il mare e la montagna.

A sostenerlo, però, non sono ricercatori che portano nuove evidenze. Sono quasi sempre persone che confondono le proprie convinzioni con la realtà. Eppure la comunità scientifica è chiara da decenni: l’American Psychiatric Association ha rimosso l’omosessualità dai disturbi mentali nel 1973, l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha eliminata dall’elenco delle malattie nel 1990 e l’American Psychological Association definisce l’orientamento sessuale come un modello relativamente stabile di attrazioni emotive, romantiche e sessuali.

La parte più interessante, però, non riguarda l’omosessualità. Riguarda noi. Riguarda la crescente abitudine a pensare che i fatti possano essere adattati alle nostre idee. Se una realtà ci disturba, la ridefiniamo. Se una conoscenza consolidata entra in conflitto con la nostra visione del mondo, allora mettiamo in discussione la conoscenza.

La libertà di avere opinioni diverse è un valore che va difeso sempre. Ma esiste una differenza sostanziale tra il diritto di esprimere un’opinione e la pretesa di trasformarla in un fatto.

Per questo, quando qualcuno sostiene che l’omosessualità sia una scelta, c’è una domanda molto semplice da fare: «Tu quando hai scelto di essere eterosessuale?». È spesso in quel momento che il ragionamento si inceppa.

Perché l’orientamento sessuale non si sceglie come si sceglie un gelato. E negarlo non è una posizione culturale. È semplicemente ignorare ciò che sappiamo.

12/06/2026

Prepariamo i nostri ragazzi all’esame di maturità ricordando loro una verità che spesso noi adulti dimentichiamo: non si può sapere tutto.

In questi giorni vedo molti studenti inseguire l’impossibile. Ripassano fino a notte fonda, cercano di colmare ogni lacuna, si spaventano all’idea di una domanda inattesa. Alcuni sono convinti che il loro valore dipenda dalla capacità di avere una risposta pronta per qualsiasi argomento. È una convinzione pericolosa, perché trasforma un esame in una sentenza.

Da psicologo, credo che uno degli insegnamenti più importanti che possiamo lasciare ai nostri ragazzi sia questo: non saranno mai definiti da ciò che non sanno. La vita adulta non è fatta di persone che conoscono tutto. È fatta di persone che sanno affrontare ciò che non conoscono senza andare in pezzi. Un bravo professionista non è chi ha tutte le risposte, ma chi sa ragionare, collegare le informazioni, riconoscere i propri limiti e continuare a cercare.

Forse dovremmo dire ai maturandi che l’esame non serve a dimostrare di essere perfetti. Serve a mostrare ciò che hanno costruito in anni di studio, errori, fatica e crescita. Nessuna commissione si aspetta una macchina enciclopedica. Si aspetta una persona capace di pensare.

Per questo il consiglio che darei è semplice: negli ultimi giorni non inseguite ciò che non riuscirete più a imparare. Rafforzate ciò che sapete già. Dormite. Mangiate bene. Concedetevi qualche pausa senza sentirvi in colpa. E se durante il colloquio arriverà una domanda difficile, fermatevi e ragionate. Partite da ciò che conoscete. Spesso la maturità non sta nella risposta perfetta, ma nel modo in cui si affronta l’incertezza.

La maturità passerà. Il voto rimarrà su un foglio. Quello che resterà davvero sarà la capacità di affrontare il mondo senza sentirsi sbagliati ogni volta che non si ha una risposta. E questa, più di qualsiasi nozione, è una lezione che vale per tutta la vita.

Nel bagno di un liceo di Fano è stata trovata una poesia che inneggia allo stupro. Non una frase scritta di fretta sul m...
11/06/2026

Nel bagno di un liceo di Fano è stata trovata una poesia che inneggia allo stupro. Non una frase scritta di fretta sul muro. Una poesia. Un foglio preparato, scritto con cura, firmato e affisso perché altri lo leggessero. E c’è un dettaglio che mi colpisce più degli altri: il titolo è al plurale, I poeti del bagno. Come se dietro quelle parole non ci fosse soltanto una persona ma un’identità condivisa, un gruppo, un modo di sentirsi parte di qualcosa.

È questo che dovrebbe preoccuparci.

Il problema non è soltanto chi ha scritto quel testo ma chi pensava che fosse una buona idea. Chi lo ha letto e ha sorriso. Chi lo ha trovato divertente. Chi non ha percepito immediatamente l’orrore di trasformare una violenza in una rima.

Da anni parliamo di stupri, femminicidi e aggressioni quando ormai sono accaduti. Molto meno spesso ci occupiamo del terreno culturale che li precede. Eppure è lì che tutto comincia. Comincia quando il corpo dell’altro smette di essere una persona e diventa un oggetto. Quando il consenso viene trattato come un dettaglio, quando la sopraffazione diventa una battuta e il gruppo premia ciò che dovrebbe condannare.

Non credo che chi ha scritto quel foglio abbia voluto fare una dichiarazione sulla violenza sessuale. Credo però che quel testo racconti qualcosa di inquietante sulla nostra incapacità di educare al limite, al rispetto e alla responsabilità. Racconta una generazione che cresce immersa in messaggi in cui provocare conta più che comprendere, scioccare conta più che riflettere e ottenere l’approvazione del gruppo vale più delle conseguenze delle proprie parole.

Per questo quel foglio non può essere liquidato come una bravata. Le bravate passano ma i sintomi restano. E questa poesia è un sintomo potente di qualcosa che come adulti dovremmo avere il coraggio di guardare senza girarci dall’altra parte. La violenza non nasce il giorno in cui qualcuno commette un reato
ma quando si ride di ciò che dovrebbe farci vergognare.

Nasce quando si ride di ciò che dovrebbe farci vergognare ma soprattutto quando gli adulti smettono di educare e iniziano a minimizzare.

Ogni anno si ripete lo stesso copione.Scuola finita, zaini svuotati, e poi una montagna di esercizi da portare in vacanz...
10/06/2026

Ogni anno si ripete lo stesso copione.

Scuola finita, zaini svuotati, e poi una montagna di esercizi da portare in vacanza.

Ma siamo davvero sicuri che sia questo il modo migliore per imparare?

Da psicoterapeuta mi chiedo spesso perché continuiamo a difendere un modello educativo che confonde l’apprendimento con la ripetizione. Per anni abbiamo pensato che imparare significasse fare, rifare e ripetere. Oggi sappiamo che la curiosità, l’esperienza, la motivazione e il coinvolgimento emotivo contano almeno quanto una pagina di esercizi.

Le vacanze dovrebbero essere anche tempo di scoperta, lettura libera, relazioni, noia creativa, esperienze che aiutano i ragazzi a crescere come persone e non solo come studenti.

Il problema non è studiare ma pensare che l’unico modo per farlo sia riempire quaderni.

Nel frattempo il mondo è cambiato. L’intelligenza artificiale svolge in pochi secondi attività che continuiamo a chiedere ai ragazzi di fare per ore. Forse è arrivato il momento di insegnare qualcosa che una macchina non può sostituire: pensiero critico, creatività, capacità di scegliere, di sbagliare e di comprendere.

Ne parlo nell’articolo pubblicato oggi su Repubblica.

Vi lascio il link nei commenti.
Leggetelo e ditemi cosa ne pensate.

Per me i compiti delle vacanze sono da abolire.Non perché studiare faccia male. Ma perché continuare ad assegnare pagine...
10/06/2026

Per me i compiti delle vacanze sono da abolire.

Non perché studiare faccia male. Ma perché continuare ad assegnare pagine da riempire, esercizi da completare e capitoli da ripassare significa ostinarsi a difendere un modello educativo che non prepara più alla realtà.

Oggi molti di quei compiti vengono svolti con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. E diciamocelo: molti di quei compiti o li fa ChatGPT o li facciamo noi genitori. E allora perché continuiamo a chiedere attività che una macchina può fare al posto loro o che finiscono per coinvolgere gli adulti più degli studenti?

Io farei un’altra proposta.

A settembre chiederei a ogni studente di consegnare dieci storie.

Dieci esperienze vere.

Una conversazione importante con un nonno. Una giornata di volontariato. Un libro letto per piacere. Una paura affrontata. Un tramonto guardato senza telefono. Un litigio risolto. Un errore da cui è nato un insegnamento. Un gesto di coraggio. Una nuova amicizia. Un momento in cui si è sentito davvero vivo.

Perché la vita non chiederà mai quante pagine hai compilato ad agosto.

Ti chiederà se sai affrontare una delusione. Se sai prenderti una responsabilità. Se sai stare da solo senza sentirti perso. Se sai costruire relazioni, rispettare gli altri, trovare il tuo posto nel mondo.

Il problema non sono i compiti delle vacanze ma una scuola che continua a valutare ciò che uno studente ricorda e troppo poco ciò che sta diventando.
Se vogliamo educare persone e non soltanto studenti, allora dobbiamo avere il coraggio di cambiare.

Ha sparato a un uomo e oggi quell’uomo rischia di non camminare più. Il motivo, secondo quanto emerso, sarebbe un like l...
09/06/2026

Ha sparato a un uomo e oggi quell’uomo rischia di non camminare più. Il motivo, secondo quanto emerso, sarebbe un like lasciato alla fidanzata.

La cosa più inquietante di questa storia non è il social network. È l’idea che un gesto così banale possa essere vissuto come un’offesa da punire. Un like non ferisce nessuno, ma può trasformarsi nel pretesto perfetto per chi vive le relazioni come possesso, per chi confonde la gelosia con l’amore e il controllo con il rispetto.

In questi anni ho sentito ripetere molte volte che il problema sono i social. È una spiegazione comoda, perché ci evita di guardare più in profondità. La verità è che un social non rende una persona violenta. Può amplificare ciò che è già presente: l’incapacità di tollerare la frustrazione, la convinzione che ogni ferita all’orgoglio debba essere vendicata, l’idea che gli altri siano qualcosa da controllare anziché persone da rispettare.

Questa vicenda racconta soprattutto una povertà emotiva. Racconta persone che non riescono a stare dentro la rabbia senza trasformarla in aggressione. Persone che confondono ciò che provano con ciò che hanno il diritto di fare. Sentirsi feriti è umano. Decidere di ferire qualcuno perché ci si sente feriti è un’altra cosa.

Il fatto che oggi un uomo possa perdere l’uso dell’unica gamba che gli permetteva di camminare dovrebbe spingerci a parlare meno di algoritmi e più di educazione emotiva. Perché il problema non nasce quando compare un like sullo schermo. Nasce molto prima, quando nessuno insegna che il dolore non dà il diritto di fare male agli altri.

Come fa un uomo a convincersi di stare aiutando una ragazza bullizzata mentre le scrive “non hai idea di quanto ti desid...
09/06/2026

Come fa un uomo a convincersi di stare aiutando una ragazza bullizzata mentre le scrive “non hai idea di quanto ti desidero”? Non è una domanda retorica. Si chiama distorsione cognitiva del predatore: un meccanismo psicologico preciso con cui il comportamento abusivo viene reinterpretato internamente come cura, vicinanza, persino amore. “Lo facevo perché era in difficoltà”, queste parole non sono una giustificazione, sono la firma di un pattern.

Le piattaforme digitali non creano questi uomini, ma abbattono la soglia di accesso. Quello che prima richiedeva prossimità fisica oggi si costruisce in silenzio, nella tasca di una tredicenne, alle 23.

La cosa che però non riesco a smettere di pensare è che queste ragazze hanno parlato. Sono andate in caserma, con le prove, con le madri. Questo non è scontato, è il risultato di qualcuno che ha insegnato loro che potevano farlo. Costruire quello spazio, in famiglia e a scuola, è prevenzione vera. Non app di controllo parentale. Non filtri. Adulti con cui vale la pena parlare.

Se lavori con adolescenti o sei un genitore, questo vale anche per te.

Un bambino oggi sa saltare una pubblicità dopo pochi secondi. Sa cambiare video in un attimo. Sa passare da uno stimolo ...
08/06/2026

Un bambino oggi sa saltare una pubblicità dopo pochi secondi. Sa cambiare video in un attimo. Sa passare da uno stimolo all’altro con una velocità impressionante. Ma spesso non sa più restare qualche minuto dentro la noia. E questa non è una cosa banale.

Perché è proprio nella noia che un bambino costruisce qualcosa di fondamentale: la capacità di immaginare, inventare, creare, aspettare. È lì che nasce il gioco spontaneo. È lì che impara a stare con sé stesso senza avere continuamente bisogno di essere intrattenuto.

Il problema è che noi adulti abbiamo iniziato ad avere paura di quel vuoto. Appena arriva un “mi annoio”, interveniamo subito. Con uno schermo. Un cartone. Un tablet a tavola. Un telefono in macchina. Un video mentre mangia. Qualunque cosa pur di evitare quel momento di silenzio e attesa.

Ma la noia non è un errore da correggere. È uno spazio mentale necessario. Un bambino che non la sperimenta mai rischia di crescere senza allenarsi alla frustrazione, all’attesa, alla capacità di autoregolarsi. E quando non si impara a stare nel vuoto, si finisce per cercare continuamente qualcosa che lo riempia: notifiche, video, social, stimoli continui.

Non è il digitale il nemico. Il problema nasce quando diventa l’unico modo per non sentire il silenzio, l’attesa o la fatica di stare fermi.

Perché un bambino non ha bisogno di essere intrattenuto ogni secondo. Ha bisogno anche di tempi lenti, di pause, di momenti vuoti da trasformare in qualcosa di suo.

La noia non è tempo perso. È uno degli spazi più importanti in cui si cresce davvero.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
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