Dott. Giuseppe Lavenia

Dott. Giuseppe Lavenia Psicoterapeuta - Divulgatore Scientifico - Esperto in Educazione e Benessere Digitale. AGCOM "Influencer rilevanti"

Presidente Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione Marche.

Lorena Isceri aveva lasciato Federico Vella. Aveva scelto di interrompere una relazione, come ogni donna deve poter fare...
04/09/2026

Lorena Isceri aveva lasciato Federico Vella. Aveva scelto di interrompere una relazione, come ogni donna deve poter fare senza temere di essere perseguitata, rapita o uccisa.

Lui l’ha aggredita, stordita, legata e chiusa nel bagagliaio. Lorena, appena ha potuto, ha cercato il telefono e ha chiesto aiuto: «Mi ha rapita, vuole uccidermi». Aveva compreso perfettamente il pericolo. Ha provato a salvarsi. Non ci è riuscita.

Questa non è una “tragedia di coppia” e non è la storia di due persone travolte da un amore troppo grande. È un femminicidio. Lei voleva vivere e uscire da quella relazione; lui ha deciso che non avrebbe potuto farlo.

La dinamica si ripete con una regolarità spaventosa: una donna lascia, un uomo non accetta la separazione e trasforma la fine del rapporto nella perdita del controllo su di lei. Non serve inventare diagnosi a distanza e non serve rifugiarsi nella parola “raptus”. Moltissime persone soffrono per un abbandono senza rapire, perseguitare o uccidere. Il problema non è il dolore: è l’idea del possesso.

L’amore non immobilizza, non sequestra, non sorveglia, non minaccia e non punisce chi sceglie di andare via. Quando una donna viene considerata una proprietà, il suo “no” diventa un affronto e la separazione un atto da castigare.

Anche il suicidio dell’assassino non mette le due morti sullo stesso piano e non trasforma questa storia in un dramma romantico. Lorena chiedeva aiuto, lui la stava uccidendo.

Dobbiamo educare i ragazzi anche al rifiuto, alla separazione e alla libertà dell’altra persona. E dobbiamo smettere di chiamare amore ciò che amore non è.

Lorena non è morta per troppo amore. È stata uccisa perché un uomo non ha accettato che fosse libera.

Non chiamiamola “tragedia di coppia”. Eviterei anche l’espressione “femminicidio-suicidio”, perché finisce per mettere s...
03/09/2026

Non chiamiamola “tragedia di coppia”. Eviterei anche l’espressione “femminicidio-suicidio”, perché finisce per mettere sullo stesso piano due gesti che non lo sono. Se le prime ricostruzioni saranno confermate, una donna è stata uccisa dall’ex compagno, che successivamente si è tolto la vita.

Lei avrebbe cercato aiuto chiamando il 112 e contattando un amico. Aveva percepito il pericolo e aveva provato a salvarsi. È un elemento che rende questa vicenda ancora più dolorosa e che non può essere relegato a un dettaglio di cronaca.

La violenza non nasce da un amore troppo grande, ma dall’idea che l’altra persona ci appartenga. Quando una donna decide di interrompere una relazione, alcuni uomini non vivono soltanto la fine di un legame, ma la perdita del controllo su di lei. Per questo la separazione può diventare uno dei momenti più pericolosi.

Liquidare tutto come un gesto di follia serve soltanto a non guardare ciò che abbiamo davanti: un uomo incapace di riconoscere la libertà della donna con cui aveva avuto una relazione. Dobbiamo educare gli uomini ad accettare un rifiuto, una distanza e anche la fine di un rapporto. Amare significa riconoscere all’altro il diritto di scegliere, persino quando quella scelta ci ferisce. Negare questo diritto significa entrare nel territorio della violenza.

03/09/2026

Perché fai così?

La pronunciamo quando nostro figlio urla, si chiude in camera, risponde male, prende un brutto voto o resta incollato al telefono. Vorremmo capire, ma spesso quel “perché” contiene già un critica: non dovresti comportarti così, mi stai deludendo.

Un figlio, soprattutto quando è in difficoltà, non sempre conosce il perché. A volte ha soltanto un nodo che non sa nominare, una rabbia che copre una paura, un silenzio che usa per difendersi. Costringerlo a spiegarsi mentre sta male può farlo sentire sotto interrogatorio. Allora si chiude, risponde «non lo so» oppure attacca.

Dovremmo sostituire il perché con il come. Non «Perché fai così?», ma «Come posso aiutarti?».

Non «Perché non mi parli?», ma «Come posso farti sentire al sicuro con me?».

Non «Perché hai sbagliato ancora?», ma «Come affrontiamo quello che è successo?».

Il perché cerca una causa, qualche volta un colpevole. Il come cerca una strada. Nei momenti difficili, ai nostri figli serve un adulto che non li metta all’angolo, ma resti accanto a loro e li aiuti a comprendere ciò che ancora non riescono a dire.

Questo non significa accettare tutto o cancellare le regole. Possiamo fermare un comportamento sbagliato senza umiliare chi lo ha compiuto. Possiamo dire «questo non va bene» e poi aggiungere: «Vediamo come uscirne insieme».

Educare non significa ottenere subito una spiegazione ma creare le condizioni perché quella spiegazione possa arrivare. Significa insegnare che un errore non interrompe la relazione e che chiedere aiuto non è una debolezza.

La prossima volta tratteniamo il primo «perché». Facciamo un respiro e domandiamo: «Come posso aiutarti?».

Oggi smartphone, social network, videogiochi e ambienti digitali non sono più soltanto strumenti. Possono diventare luog...
29/08/2026

Oggi smartphone, social network, videogiochi e ambienti digitali non sono più soltanto strumenti. Possono diventare luoghi nei quali adolescenti e adulti cercano rifugio, approvazione, identità, fino a perdere progressivamente libertà, relazioni e contatto con la realtà. Per intervenire non bastano opinioni, intuizioni o facili allarmismi. Servono competenze cliniche, capacità di leggere i segnali e modelli di intervento adeguati alle nuove forme di disagio.

Il corso si svolgerà interamente online nelle giornate del 25 e 26 settembre e del 9 e 10 ottobre 2026 e consentirà di acquisire 48 crediti ECM.

Con me ci saranno Daniela Lucangeli, Roberta Bruzzone, Alberto Pellai, Emanuele Frontoni e Lorenzo Brocchini: professionalità e punti di vista differenti per affrontare il rapporto tra persone e tecnologia nella sua complessità, dalla prevenzione alla presa in carico.

Non sarà un percorso costruito sulla paura del digitale, ma sulla responsabilità di conoscerlo. Perché non possiamo aiutare davvero bambini, adolescenti e adulti se continuiamo a osservare il loro disagio con categorie appartenenti a un mondo che non esiste più.

Le iscrizioni sono ormai in chiusura: restano soltanto 10 posti disponibili.

Se desideri partecipare, questo è il momento di iscriverti. Una volta raggiunto il numero massimo previsto, non sarà possibile accettare altre richieste.

Tutte le informazioni e le iscrizioni su:

https://www.dipendenze.com/corso/corso-di-alta-formazione-sulle-dipendenze-digitali-settembre-ottobre-2026

È un libro nato per le ragazze e i ragazzi delle scuole medie e superiori, ma anche per i genitori, gli insegnanti e gli...
28/08/2026

È un libro nato per le ragazze e i ragazzi delle scuole medie e superiori, ma anche per i genitori, gli insegnanti e gli educatori che ogni giorno li accompagnano nella crescita.

Ho scelto di parlare di rispetto partendo dalla vita vera: una battuta che ferisce, l’esclusione dal gruppo, il peso di un commento online, gli stereotipi, il consenso, la vergogna, la solitudine e la responsabilità di chi vede e deve decidere se restare in silenzio.

Oltre dieci storie ambientate in classe, attività da svolgere insieme e piccoli impegni concreti per comprendere che fare la cosa giusta non significa essere perfetti. Significa accorgersi dell’altro, assumersi le proprie responsabilità e scegliere da che parte stare.

È un libro pensato anche per l’educazione civica a scuola, perché le Linee guida nazionali chiedono esplicitamente di educare al rispetto di ogni persona e dei suoi diritti fondamentali.

Il rispetto non è una lezione da imparare a memoria. È un comportamento da allenare ogni giorno: nelle aule, in famiglia, nello sport e online.

Potete trovarlo in tutte le librerie oppure acquistarlo direttamente qui:
https://amzn.eu/d/0ieCurWQ

Spero che possa diventare uno strumento vivo di dialogo e di lavoro nelle classi e nelle famiglie.

A Ponte di Legno una bambina di due anni sarebbe stata fatta sedere sul vasino in mezzo ai tavoli di un ristorante, ment...
27/08/2026

A Ponte di Legno una bambina di due anni sarebbe stata fatta sedere sul vasino in mezzo ai tavoli di un ristorante, mentre i genitori facevano colazione. Secondo il racconto della titolare, i bagni erano a pochi metri e, quando ha chiesto alla madre di accompagnare lì la piccola, si sarebbe sentita rispondere che «stava imparando». La bambina sarebbe poi stata pulita davanti agli altri clienti.

La prima cosa da dire è che quella bambina non ha alcuna colpa. A due anni dipende completamente dalle scelte degli adulti e proprio per questo avrebbe avuto diritto a vedere protetta la propria intimità. Imparare a usare il vasino è un passaggio delicato, che va accompagnato senza vergogna, ma senza trasformare il corpo di un bambino in qualcosa da esporre in pubblico.

Trovo preoccupante anche la reazione di chi si offende quando gli viene posto un limite ragionevole. Accogliere i bambini non significa che i genitori possano comportarsi ovunque come se fossero nel bagno di casa. Un ristorante è uno spazio condiviso: ci sono persone che mangiano, lavoratori da rispettare e norme igieniche che valgono per tutti. Dire «qui no, andiamo in bagno» non significa essere ostili verso l’infanzia. Significa avere educazione.

C’è poi un altro confine che non possiamo ignorare. La scena è stata fotografata e diffusa sui social, fino a diventare virale. Denunciare il comportamento degli adulti non autorizza a esporre ancora di più una minore. È un paradosso crudele: per protestare contro chi non ha protetto la sua riservatezza, si rischia di violarla una seconda volta.

In questa storia gli adulti hanno avuto tutti molto da dire, da commentare e da condividere. La bambina, invece, non ha potuto scegliere nulla. Ed è proprio da lei che dovremmo partire. Educare significa riconoscere che un figlio è una persona, con una dignità e un’intimità da difendere, anche quando è troppo piccolo per chiedercelo.

Meta non ammette alcuna responsabilità ma pagherà fino a 16,68 miliardi di dollari e cambierà Facebook e Instagram. Sul ...
26/08/2026

Meta non ammette alcuna responsabilità ma pagherà fino a 16,68 miliardi di dollari e cambierà Facebook e Instagram. Sul piano giuridico non è una confessione. Sul piano umano è difficile fingere che non significhi nulla. A volte il denaro non confessa, ma racconta.

Arriveranno limiti di tempo, restrizioni notturne, meno notifiche a scuola e controlli seri sull’età. Ma se il prodotto era già abbastanza sicuro, perché modificarlo adesso?

Adam Mosseri ha ammesso che quasi nessun adolescente attivava “Prenditi una pausa”. E dovrebbe sorprenderci? Chiedere a un ragazzo di azionare da solo il freno dentro una macchina progettata per non fermarsi è un’ipocrisia travestita da libertà. Gli adolescenti non sono adulti in miniatura: il controllo degli impulsi è ancora in formazione, mentre il bisogno di approvazione è potentissimo. Le piattaforme lo sanno. Lo misurano, lo prevedono e lo trasformano in permanenza online.

Meta dice che il rapporto tra social e salute mentale è complesso. È vero. Ma “complesso” non significa innocuo. Se una piattaforma alimenta confronto, insonnia, ansia e incapacità di staccarsi, non può usare la complessità come alibi e poi lasciare il conto alle famiglie.

Servono regole sul design, ma non basta. Sotto i sedici anni i social non dovrebbero essere accessibili. Dopo, sì, ma soltanto con un Patentino Digitale obbligatorio: educazione agli algoritmi, ai dati, alla reputazione, alla dipendenza e alle conseguenze delle proprie azioni.

La multa non diventi il prezzo per comprare il silenzio. Per anni abbiamo chiesto ai ragazzi di controllarsi e ai genitori di sorvegliare. Era più comodo così. Intanto gli adulti più potenti del mondo guadagnavano proprio dalla difficoltà dei più giovani a fermarsi.

Una donna ha incontrato un uomo conosciuto sui social ed è stata accoltellata alla gola. È riuscita a salvarsi gridando ...
22/08/2026

Una donna ha incontrato un uomo conosciuto sui social ed è stata accoltellata alla gola. È riuscita a salvarsi gridando e quelle urla hanno svegliato una persona che si trovava nel residence e ha chiamato il 112.

Di fronte a una storia così, il rischio è sempre lo stesso: trasformarla in un racconto morboso oppure chiedersi che cosa avrebbe potuto fare la vittima per evitarlo. La responsabilità, invece, è soltanto di chi ha commesso la violenza. Dirlo con chiarezza non ci impedisce di parlare anche di prevenzione, perché incontrare qualcuno conosciuto online richiede cautele che troppo spesso vengono scambiate per diffidenza.

Sui social può nascere rapidamente un senso di confidenza. Ci si scrive, ci si racconta, si condividono fotografie e parti della propria vita, fino ad avere l’impressione di conoscere davvero chi si trova dall’altra parte. Ma un profilo, anche quando appare credibile, mostra soltanto ciò che una persona ha deciso di farci vedere.

Per questo, prima di incontrarsi, è utile fare una videochiamata e verificare l’identità dell’altro. Il primo appuntamento dovrebbe avvenire in un luogo pubblico, comunicando a una persona fidata dove ci si trova e con chi. Condividere la posizione del telefono può sembrare eccessivo, ma in alcune situazioni può fare la differenza.

C’è poi un aspetto che dobbiamo insegnare soprattutto ai più giovani: se durante un incontro qualcosa ci mette a disagio, possiamo andarcene senza dover essere gentili a tutti i costi. Non serve aspettare che accada qualcosa di grave per dare ascolto alla paura. E si può cambiare idea in qualsiasi momento, perché aver accettato un appuntamento non significa aver acconsentito a tutto ciò che potrebbe accadere dopo.

La prudenza non deve impedirci di incontrare le persone. Deve soltanto ricordarci che la fiducia, prima di essere concessa, ha bisogno di tempo e di realtà.

Dell’emergenza caldo raccontiamo soprattutto gli effetti sul corpo: disidratazione, cali di pressione, accessi al pronto...
21/08/2026

Dell’emergenza caldo raccontiamo soprattutto gli effetti sul corpo: disidratazione, cali di pressione, accessi al pronto soccorso. Parliamo molto meno di ciò che accade alla vita psicologica e alle relazioni quando, per molte ore, uscire diventa impossibile.

Le città si svuotano, le tapparelle si abbassano e chi ha meno autonomia resta chiuso in casa ad aspettare la sera. Succede ai bambini, che dipendono dagli adulti per incontrare i coetanei, giocare e muoversi. Succede agli anziani, per i quali anche una breve passeggiata o andare a fare la spesa può diventare rischioso.

Per i più piccoli, le giornate senza movimento e senza relazioni finiscono facilmente davanti a uno schermo. La ricerca “Bambini Digitali”, condotta da Di.Te. e SIPEC su 6.666 famiglie, mostra che il 61,4% dei bambini tra zero e sei anni utilizza ogni giorno un dispositivo. Se lo schermo diventa la risposta abituale alla noia, all’irritazione e alla solitudine, rischia di rimanerlo anche quando l’estate è finita.

Per molti anziani, invece, perdere la passeggiata, le commissioni e le poche parole scambiate nel quartiere significa rinunciare a quei gesti che danno ordine alla giornata. Il telefono può mantenere un contatto, ma quando diventa l’unico legame con figli e nipoti può anche nascondere una solitudine che avremmo il dovere di riconoscere.

In mezzo ci sono le famiglie e i caregiver, chiamati a occuparsi contemporaneamente di figli e genitori anziani, spesso senza spazi freschi, servizi o qualcuno a cui chiedere aiuto.

Proteggere dal caldo non può significare isolare. Nel mio nuovo articolo su Repubblica Salute parlo di bambini, anziani, famiglie e di città che devono ripensare servizi e luoghi d’incontro davanti a estati ormai profondamente cambiate.

Leggi l’articolo completo qui:
https://www.repubblica.it/salute/2026/08/21/news/quando_il_caldo_estremo_e_le_tapparelle_chiuse_cancellano_la_nostra_socialita-425538372/

Non sappiamo quante donne siano state uccise durante un ultimo incontro, perché questa circostanza non viene registrata ...
17/08/2026

Non sappiamo quante donne siano state uccise durante un ultimo incontro, perché questa circostanza non viene registrata dalle statistiche nazionali. Sappiamo però quanto spesso ritorni nelle cronache. Può essere una cena, un caffè, la richiesta di parlare ancora una volta. Lei accetta perché lui sembra più calmo, perché spera che la tensione sia finita o perché vorrebbe chiudere quella relazione senza continuare a vivere nella paura.

Tania Terrin aveva 39 anni. Ad aprile l’ex compagno avrebbe tentato di strangolarla e lei lo aveva denunciato. A giugno era arrivato l’ammonimento del questore con l’obbligo di starle lontano. Qualche giorno prima del delitto avevano mangiato una pizza insieme e lui era apparso tranquillo. La sera di Ferragosto Tania lo avrebbe fatto entrare in casa. È stata trovata morta, soffocata. L’uomo, dopo averla uccisa, si è tolto la vita.

Da fuori può sembrare difficile comprendere perché una donna torni a incontrare chi le ha fatto del male. Da dentro è tutto molto più complesso. La violenza non cancella immediatamente il legame, i ricordi e la speranza che l’altro possa cambiare. Dopo mesi trascorsi nella tensione, anche un breve periodo di calma può essere vissuto come la conferma che il peggio sia finalmente passato. Non è ingenuità e non è debolezza. È il tentativo umano di ritrovare un po’ di normalità dentro una relazione che l’ha progressivamente distrutta.

Per questo non dovremmo chiederci perché Tania abbia aperto quella porta ma domandarci come proteggere davvero una donna quando il pericolo è già emerso.

Indirizzo

Via Corridoni 11, 13, 15
Senigallia
60019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

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