08/09/2026
L'8 settembre 1943 fu la resa dei conti con vent'anni di menzogne. Il regime fascista, che aveva trascinato l'Italia in una guerra di aggressione promettendo vittorie facili, si rivelò per quello che era, ovvero un apparato di potere, di corruzione e di clientelarismo senza alcuna responsabilità verso il Paese. Quando la sconfitta divenne evidente, non ci fu nessuna assunzione di colpa e nessun tentativo di proteggere i cittadini. Solo la fuga ed il silenzio vigliacco.
La vergogna riguardò anche la monarchia. Il re Vittorio Emanuele III, capo dello Stato e comandante supremo delle forze armate, aveva legittimato il fascismo fin dal 1922, consegnandogli il potere, e lo aveva sostenuto e protetto per due decenni. Quando arrivò il momento di assumersi la propria responsabilità storica e morale, scelse invece di salvare se stesso. Insieme a Badoglio abbandonò Roma nella notte, senza lasciare ordini chiari all'esercito, senza avvertire i comandi periferici e senza pensare alla sorte di centinaia di migliaia di soldati italiani sparsi tra l'Italia ed i Balcani. Fu un tradimento delle istituzioni verso il proprio popolo.
Da quel vuoto di comando nacque però una risposta onorevole. Ad esempio, a Cefalonia i soldati della divisione Acqui rifiutarono la resa e combatterono, pagando con la vita. Nelle stesse settimane, in tutta Italia, migliaia di operai, di contadini, di donne e di giovani senza addestramento cominciarono a organizzarsi, nascondendo i soldati sbandati, procurandosi le prime armi, creando le prime bande partigiane.
È da questi giorni disordinati e drammatici che prese avvio la Resistenza, un movimento popolare che lo Stato non aveva previsto.
Due anni dopo, quella lotta portò alla liberazione e ad una pace vera conquistata dal basso. Da lì nacquero la nostra Repubblica e la nostra Costituzione, segnando il riscatto di una nazione che aveva imparato, a caro prezzo, a fidarsi di se stessa ed a lottare per la propria libertà.