03/09/2026
È settembre.
Tempo di ripartenze.
Si torna al lavoro e, a volte, la fatica non dipende soltanto da quello che dobbiamo fare, ma dal clima che respiriamo mentre lo facciamo.
Perché al lavoro non portiamo soltanto competenze e compiti.
Portiamo anche il nostro stato emotivo.
La fretta di una persona può rendere tutti più tesi.
Una lamentela ripetuta può appesantire l’intera giornata.
Un tono brusco può metterci sulla difensiva ancora prima di comprenderne il motivo.
Allo stesso modo, una presenza calma, una parola gentile o qualcuno capace di restare lucido nei momenti difficili possono aiutare il gruppo a ritrovare stabilità.
Ci influenziamo continuamente, spesso senza accorgercene.
Il nostro sistema nervoso registra i volti, i toni di voce, i silenzi, la tensione nei gesti. E poiché è particolarmente sensibile ai segnali di pericolo, il malessere tende a catturare la nostra attenzione più facilmente della serenità.
Per questo il clima di un luogo di lavoro non è un dettaglio.
Può alleggerire la fatica oppure moltiplicarla.
Può farci sentire sostenuti oppure costantemente in allerta.
E quel clima non dipende mai da una sola persona. Si costruisce ogni giorno, attraverso il modo in cui ci parliamo, ci ascoltiamo e portiamo nel gruppo ciò che stiamo vivendo.
Forse, allora, ripartire significa anche domandarsi:
Che cosa accade dentro di me quando entro in questo ambiente?
E quale clima contribuisco a creare con la mia presenza?