04/09/2026
𝗖𝗼𝗿𝗽𝗶 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗻𝗲𝘀𝘀𝗶: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵é 𝗹𝗮 𝗣𝗼𝘀𝘁𝘂𝗿𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗵𝗮 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗱𝗮𝗴𝗼𝗴𝗶𝗮.
𝘜𝘯𝘢 𝘳𝘪𝘧𝘭𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘭𝘪𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘪 𝘨𝘦𝘯𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪.
Quando 17 anni fa iniziavo, in Francia, a studiare la Posturologia, la nostra clinica ragionava soprattutto in chiave biomeccanica, pur con solide basi di neurofisiologia. Il paziente che osservavamo era per noi concettualmente un’entità che sapeva muoversi nello spazio — magari male, con compensi e asimmetrie, ma pur sempre un corpo con un repertorio motorio su cui intervenire. Fu all’università di Parigi che sentii parlare per la prima volta di neuroposturologia.
Oggi osserviamo qualcosa di diverso. Sempre più spesso, soprattutto tra gli adolescenti, l’aspetto biomeccanico da “correggere” è relativo, mentre predomina un sistema neurocognitivo fragile che fatica a costruire un’immagine coerente del proprio corpo nello spazio, nel tempo e nell’organizzazione del movimento.
Cosa vediamo davvero oggi in clinica? Non più solo scoliosi, atteggiamenti, asimmetrie del bacino, disallineamenti, ma schemi motori deficitari: ragazzi che non hanno mai davvero imparato a cadere, a rotolare, ad arrampicarsi, a correre su terreni irregolari, insomma, quelle esperienze che costruiscono il repertorio motorio di base.
Vediamo tante dispercezioni corporee, ovvero difficoltà a percepire con precisione e accuratezza dove si trova il proprio corpo nello spazio, come reagisce, con che ritmo si muove, cosa gli succede. E adattamenti neurocognitivi molto fragili: sistemi di equilibrio e controllo posturale che si sono sviluppati con pochissimo allenamento sensoriale reale e che quindi rispondono male allo stimolo ambientale, a riposo e ancor più sotto stress e fatica.
Questo non è un fenomeno biomeccanico, ma un fenomeno di sviluppo, ed è qui, appunto, che entra in gioco la pedagogia. Perché parlare di pedagogia in medicina e non solo di terapia?
Pedagogia terapeutica in Posturologia significa una cosa precisa: non limitarsi a correggere un vizio posturale, ma insegnare di nuovo al sistema nervoso a costruire, interpretare e usare le informazioni che arrivano dal corpo: la vista e l’oculomotricità, l’equilibrio, la propriocezione, il tatto, la dermomodulazione.
Un adolescente con uno schema motorio povero non ha bisogno solo di un plantare o di un esercizio correttivo ma ha bisogno di esperienze, quelle stesse esperienze sensomotorie che un tempo si accumulavano naturalmente giocando all’aperto, arrampicandosi, cadendo e rialzandosi, misurandosi fisicamente con altri bambini.
Veniamo al ruolo della tecnologia — senza demonizzarla, per ca**tà: non è la tecnologia in sé il problema, ma la sostituzione dell’esperienza corporea reale. Ore passate immobili con lo sguardo fisso a distanza ravvicinata, con input sensoriali poverissimi, producono un sistema nervoso che si allena a stare fermo e semplicemente a guardare, non a muoversi, sentire, percepire ed elaborare. Un cervello adolescente in pieno sviluppo, esposto in modo sistematico a questa povertà sensomotoria, costruisce mappe corporee meno precise. Non è un giudizio morale sui ragazzi o sui genitori, ma una conseguenza fisiologica prevedibile di un ambiente che è cambiato più in fretta della nostra biologia.
Cosa possiamo fare insieme?
Osservare lo sviluppo neuromotorio nel suo insieme, non il singolo segmento o la singola curva della colonna.
Reinserire la variabilità sensomotoria nella vita quotidiana dei nostri ragazzi: contatto ambientale, superfici instabili, movimento multidirezionale, giochi che richiedono equilibrio e coordinazione reale — la bicicletta, ad esempio.
Ridurre educativamente il tempo-schermo, sostituendolo con tempo di movimento libero e non strutturato, quello che i pediatri dello sviluppo chiamano 𝒖𝒏𝒔𝒕𝒓𝒖𝒄𝒕𝒖𝒓𝒆𝒅 𝒑𝒍𝒂𝒚.
𝘭’𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘱𝘦𝘳𝘵𝘪𝘯𝘢 è 𝘶𝘯 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘰 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘢𝘶𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘢𝘮𝘦𝘳𝘪𝘤𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘪 𝘱𝘪𝘢𝘤𝘦 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰.