Maria Pia Chirizzi Psicologa Psicoterapeuta

Maria Pia Chirizzi Psicologa Psicoterapeuta Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico Relazionale
Terapeuta EMDR Sono iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia n° 7879.

Mi chiamo Maria Pia Chirizzi e sono una Psicologa clinica specializzata in Psicoterapia Sistemico Relazionale. Mi occupo di terapia individuale, della coppia, della famiglia e dei gruppi. Per informazioni o per prenotare un appuntamento puoi contattarmi al n° 3460290167 (anche tramite WhatsApp), puoi scrivermi sulla posta privata di Messenger o mandare una mail a [email protected]

29/08/2026

Questo è un punto decisivo: sono molti quelli che dedicano la propria esistenza a realizzare una loro concezione di come dovrebbero essere, invece di realizzare se stessi.
Questa differenza tra realizzazione di sé e realizzazione della propria immagine di sé è molto importante.
La maggior parte delle persone vive soltanto per la propria immagine.
Dove alcune persone hanno un sé, la maggior parte delle persone hanno un vuoto, dato che sono impegnatissime a proiettarsi in questo o in quello.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte alla maledizione dell’ideale. La maledizione del non dover essere quello che si è.

Fritz Perls

28/08/2026

Le persone che non ricevono mai abbracci o che ben pochi ne hanno ricevuti sono inconfondibili, per via di quella corazza che hanno dovuto costruire intorno alla loro anima. Non ve**re stretti tra le braccia di qualcuno che amiamo ci proietta in una dimensione di solitudine, dove l'unica soluzione sembra essere quella di rafforzare il nostro carattere oltre i limiti umani per riuscire a farcela anche da soli. Il primo segnale della vita è l’abbraccio. Significa protezione, affidarsi ad occhi chiusi, cura e culla che solleva dalla malinconia. Questo è il nutrimento che un figlio dovrebbe ricevere. Dovrebbe, perché, a volte, c’è freddo nell'abbraccio e nessuna melodia nel sorriso dei genitori. L'amore si trasforma in ostilità o in indifferenza, e quell'abbraccio confortante lo cercherai altrove. O, addirittura, crederai che non esista. Crederai di non esistere. E invece, tu esisti.

Aldo Carotenuto

21/08/2026

“I bambini hanno bisogno di appianare qualsiasi specie di disordine nella famiglia, per così dire di caricare sulle proprie fragili spalle il peso che grava sulle spalle di tutti; naturalmente non fanno questo, alla fin fine, per puro altruismo, ma per poter nuovamente fodere la tranquillità perduta e la tenerezza che dipende da questa tranquillità. Una madre che si lamenta delle proprie sofferenze può fare della figlia la propria infermira a vita, in sostanza procurarsi, per mezzo suo, un sostituto della madre, senza tener in alcun conto i veri interessi della figlia.”
Sandor Ferenczi

20/08/2026

"Cosa c'entra il tuo lavoro con le stelle?...."
"Ci sono stelle che non si vedono,stanno nascoste, inghiottite dalla grandezza del cielo,che a volte le copre con le nuvole e a volte le scopre troppo...Io diciamo che provo a cacciare via quelle nuvole dalla testa delle persone, a fare spazio a stelle che hanno dentro. Sposto un po' il cielo e me le vado a prendere. Non è sempre facile,sai, perché loro si nascondono,non sono abituate alla luce,e così provano sempre a tirarsi indietro e a cercare una nuova nuvola con cui coprirsi..."
"Ma quelle nuvole cosa sono per le tue stelle?"
"Sono il passato,sono le mancanze,sono i buchi neri che appartengono anche agli esseri umani,non solo alla galassia....il mio compito è quello di aiutarle a uscire per farsi vedere in tutto il loro splendore.."

20/08/2026
17/08/2026

Chi ha messo ordine nel suo mondo interiore, non ha bisogno di impressionare gli altri per attirare attenzione, approvazione e considerazione.

Roberto Potocniak

16/08/2026

“Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro”.

Philip Roth

AltraPsicologia  Siracusa... Incontri spensierati di colleganza ❤️ Ritrovarsi,conoscersi ...Perché fare rete significa e...
25/07/2026

AltraPsicologia Siracusa... Incontri spensierati di colleganza ❤️ Ritrovarsi,conoscersi ...Perché fare rete significa essere meno soli e più ricchi di opportunità, umane e professionali❤️

16/04/2026

MADRI STRESSATE E PSICOLOGIA DELLA COLPA

C’è una scena che si ripete, silenziosa e normalizzata, in gran parte del mondo occidentale: una donna attraversa la gravidanza lavorando fino a poche settimane dal parto, partorisce in un ambiente tecnicamente efficiente ma affettivamente deprivato, rientra a casa con un neonato e, nel giro di poche settimane, si ritrova sola a sostenere un compito biologicamente e psicologicamente immenso.
Questa scena non viene percepita come anomala. È considerata normale. Ed è proprio questa normalità a costituire il problema.

LA SOLITUDINE ORGANIZZATA
Nelle società urbanizzate, la maternità si svolge dentro un dispositivo paradossale: altamente assistito sul piano medico, ma profondamente carente sul piano relazionale.
Durante la gravidanza, la donna continua a lavorare secondo ritmi produttivi pensati per uomini o per donne non gravide. Il parto avviene in contesti ospedalieri che garantiscono sicurezza, ma che, per ragioni organizzative, limitano la presenza delle figure affettive significative.
Per decenni – e in parte ancora oggi – madre e neonato sono stati separati subito dopo la nascita. E anche quando questa pratica è stata corretta, resta un dato strutturale: la donna, una volta uscita dall’ospedale, torna in uno spazio domestico isolato, privo di quella rete di supporto che ha caratterizzato per millenni la crescita umana.
A pochi mesi di vita, il bambino viene inserito in un asilo nido. Non per una scelta ponderata, ma per una necessità economica e sociale e perché una madre che non lo fa viene ormai considerata “arretrata”, cioè una sciocca, se non persino “snaturata”, cioè una “cattiva madre”. Una buona parte della pedagogia, infatti, invita all’autonomizzazione precoce: il bambino deve imparare a stare da solo, a dormire da solo, a contenersi.
Si tratta di una vera e propria inversione del bisogno biologico. Nei primi mesi di vita, il bambino non ha bisogno di autonomia: ha bisogno di dipendenza intensa, continua, regolata da presenze adulte stabili e affettivamente disponibili.

IL BAMBINO NARCISISTA: UN MITO SCIENTIFICO
A questa organizzazione sociale si è affiancata, per lungo tempo, una teoria psicologica che l’ha giustificata: l’idea che il bambino nasca narcisista, cioè incapace di relazione, chiuso nella propria pulsione, orientato solo alla soddisfazione dei bisogni primari.
Secondo questa visione, il neonato non riconosce l’altro come persona. La madre è solo un mezzo. Il legame affettivo sarebbe una conquista tardiva, ottenuta attraverso frustrazioni e adattamenti.
Questa teoria, sostenuta da figure di enorme prestigio come Anna Freud e Melanie Klein, ha inciso profondamente sulla cultura psicologica del Novecento. Una teoria che fa del bambino un “piccolo mostro” di egoismo, dal quale occorre difendersi precocemente: con l’autonomizzazione, l’asilo precoce, la psicoanalisi infantile e la neuropsichiatria.
Ma questo occorre dirlo con chiarezza: si tratta di una costruzione teorica arbitraria, che non regge alla prova dell’osservazione diretta.
Gli studi di infant research, a partire dagli anni Sessanta, hanno mostrato qualcosa di radicalmente diverso: il bambino nasce predisposto alla relazione. Cerca lo sguardo, risponde al volto, si sintonizza con la voce, è capace di proto-dialoghi affettivi già nelle prime settimane di vita.
Autori come John Bowlby, Daniel Stern, Alice Miller, Edward Tronick, Colwyn Trevarthen hanno contribuito a ribaltare il paradigma: il bambino non è un essere egocentrico da socializzare, ma un essere relazionale che ha bisogno di relazione per esistere.

LA MADRE SOVRACCARICA
Se il bambino è relazionale, allora il suo sviluppo dipende dalla qualità e dalla quantità delle interazioni affettive. E qui emerge il nodo cruciale: una madre sola non basta.
Non perché sia inadeguata, ma perché il compito è eccessivo. Si tratta di una situazione di sovraccarico sia fisico che emotivo.
La madre moderna si trova a svolgere contemporaneamente funzioni che, nel corso dell’evoluzione, erano distribuite su più figure:
• nutrire
• contenere emotivamente
• stimolare
• regolare i ritmi
• rispondere ai segnali
• gestire la propria fatica
In condizioni di isolamento, questo carico diventa rapidamente insostenibile. Compare lo stress, la stanchezza cronica, talvolta la depressione post-partum.
E qui interviene la psicologia della colpa.

DALLA FATICA ALLA COLPA
Invece di riconoscere il sovraccarico strutturale, la cultura psicologica dominante tende a individualizzare il problema.
Se la madre è stanca → è colpa sua, perché non regge emotivamente.
Se il bambino è agitato → è colpa di entrambi: c’è un difetto genetico o un errore educativo.
Se la relazione è difficile → è colpa della madre: c’è un deficit affettivo.
Il passaggio è sottile ma decisivo: da un problema di contesto si scivola a un problema di persona.
E la madre finisce per interiorizzare questo sguardo accusatorio. Si osserva, si giudica, si corregge. Si scinde tra una parte che agisce e una che valuta. E il rapporto con il bambino, invece di essere uno spazio di esperienza condivisa, diventa un campo di prestazione.
Nel frattempo, il bambino percepisce la tensione. E reagisce. E la sua reazione viene letta come ulteriore prova che qualcosa non funziona.
Si crea così un circuito chiuso:
stress materno → reazione del bambino → colpa materna → ulteriore stress condiviso.
A questo punto la madre è pronta o a precocizzare e adultizzare il suo bambino o andare in depressione; e il bambino è pronto a sviluppare ansia, depressione, iperattività, e vari disturbi neuropsicologici o alimentari che con uno sviluppo sano sarebbero rimasti latenti.

UNA SCIENZA AL SERVIZIO DELL'ADATTAMENTO
Per decenni, la psicologia e la psicoterapia hanno contribuito – diciamo pure in buona fede e inconsapevolmente – a sostenere questo sistema. Hanno naturalizzato la famiglia nucleare. Hanno ridotto il contesto a sfondo. Hanno trasformato bisogni relazionali in variabili individuali.
In questo modo, hanno finito per assecondare esigenze sociali più ampie:
• la trasferibilità delle persone (emigrazione a fini economici)
• la produttività economica (madri che tornano presto al lavoro)
• la creazione di servizi a pagamento (neuropsichiatri, psicologi, asili nido)
• la riduzione dei legami affettivi intensi (ideologicamente inappropriati)
• l’adattamento precoce alle istituzioni (educazione normativa).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le società occidentali sono oggi le più dotate di servizi psicologici e, allo stesso tempo, le più attraversate da disturbi psichici.
Non è un paradosso. È una conseguenza.
Occorre ammettere che la civiltà che ha creato la psicologia e i suoi servizi è anche l’UNICA che ha separato la madre dal neonato. Non lo avevano fatto nemmeno le società guerriere.

RIPENSARE IL PROBLEMA
Non si tratta di rimpiangere il passato né di proporre modelli irrealizzabili. Si tratta di rimettere al centro una verità semplice:
• il bambino nasce relazionale
• ha bisogno di più figure adulte
• la madre non può essere lasciata sola
• il contesto conta quanto – e spesso più – dell’individuo.
Finché continueremo a spiegare la sofferenza con la sofferenza, finché continueremo a cercare nella madre ciò che appartiene al sistema, la colpa continuerà a circolare dove dovrebbe esserci comprensione.
E la maternità, invece di essere un’esperienza vitale e condivisa, resterà ciò che oggi troppo spesso è: un compito solitario, carico di emozioni e di fatica, attraversato da un senso di inadeguatezza e di impotenza che non dovrebbe accompagnare le fasi più delicata della vita: la creazione e lo sviluppo di un essere umano.

Nicola Ghezzani
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