Vittimologia

Vittimologia La vittimologia è la disciplina che studia la relazione tra vittima e aggressore, tra vittime e sis Comunque, potrebbe essere non sempre così, ad es. J.

Vittimologia


definizione Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La vittimologia è la disciplina che studia la relazione tra vittima e aggressore, tra vittime e sistema giudiziario (polizia, magistratura e amministrazione penitenziaria) e tra vittime e altre istituzioni, quali mass media, gruppi d'interesse e associazioni[1]. La vittimologia, comunque, non si limita allo studio della vittima ma com

prende anche forme di violazione dei diritti umani. Indice
1 I reati da colletti bianchi
2 Disturbo post traumatico da stress (PTSD)
3 Propensione della vittima 3.1 Errore fondamentale di attribuzione

4 Predisposizione della vittima
5 Tasso di vittimizzazione in Italia
6 Coppia penale
7 Prospettive sulla vittimologia

I reati da colletti bianchi

In criminologia, la vittima di un crimine è una persona che ha subito un danno direttamente da un autore di un reato, piuttosto che da tutta la società nel suo insieme[2]. nel caso delle vittime dei reati della amministrazione pubblica cd. “colletti bianchi”, che potrebbero essere non sempre chiaramente identificabili o direttamente collegati ad un reato verso persone particolari. Le vittime della amministrazione pubblica spesso rifiutano il proprio status di vittime attraverso la sola costruzione sociale del problema (Croall, 2001). Non tutti i criminologi, comunque, accettano il concetto di vittimizzazione o di vittimologia che, quindi, rimane tuttora controverso. Il programma di impatto sulla vittima è una forma di giustizia riparativa nella quale la vittima (o un parente o un amico della vittima deceduta) si incontra con l'imputato per conferire con lui su come il suo crimine ha avuto conseguenze nella sua vita, nella speranza dell'assoluzione o della liberazione anticipata. Disturbo post traumatico da stress (PTSD)

per approfondire vedi blog

I problemi più frequenti, che coinvolgono tre quarti delle vittime, sono di tipo psicologico, che, tra l'altro, includono: paura, ansia, tensione nervosa, deficit di autostima, aggressività, emarginazione sociale, ed insonnia[3]. Tali problemi spesso sono concomitanti con la sindrome da Disturbo post traumatico da stress (PTSD). I postumi da trauma sono altre sì sottesi a preesistenti problemi della sfera emotiva così come a variabili socio-demografiche. Ciò è stato riconosciuto come una delle cause principali di tale sindrome per la quale le persone anziane si trovano ad essere più colpite.(Ferraro, 1995)

Le vittime possono fare esperienza delle seguenti situazioni psicologiche:
Incremento della vulnerabilità personale;
Ambiente sociale inteso come oscuro ed incomprensibile;
Percezione di sé stessi in base a punti di vista negativi[3]

L'esperienza della vittimizzazione può determinare una progressione negativa del livello di paura da parte della vittima del crimine e persino giungere a forme di fobia sociale. Propensione della vittima

Si tratta di uno dei più controversi problemi discussi attualmente in letteratura in quanto è un modo altamente moralistico di attribuire una colpa alla vittima di un crimine, cd. colpevolizzazione della vittima.[4]. La teoria dei fattori ambientali dice che l'ambiente e il contesto possono condizionare o favorire la possibilità di una vittima di incontrare l'aggressore.[5]

Ci sono stati alcuni studi recenti che dimostrano la reale esistenza di propensione al vittimismo.[6]. Contrariamente alle credenze popolari secondo le quali sarebbero le donne ad essere le vittime, e perciò più propense rispetto agli uomini, attualmente gli uomini tra i 24 e 34 anni sono più propensi ad essere vittime di recidive.[7]. Poiché ogni ricerca utilizza differenti metodi, i risultati sono verificabili e possono inferire su altri progetti. Lo studio della vittimologia può anche comprendere la “cultura del vittimismo”, nella quale la vittima di un crimine rivela il proprio status, asserendo di essersi creata da sé la vicenda criminale per attirare le simpatie di colleghi o amici[8]

Nel caso della delinquenza minorile, l'analisi dei dati dimostra anche che le persone sono più propense ad essere vittimizzate da qualcuno che conoscono; i reati più frequenti commessi da adolescenti, infatti, sono la violenza sessuale, la violenza di gruppo, e l'omicidio. Gli adolescenti vittimizzano le persone che non conoscono generalmente quando commettono aggressioni, rapimenti, rapina a mano armata e rapina con scasso[9]

Le pr******te sono riconosciute come coloro che soffrono l'incidenza più elevata di crimini violenti nonché di casi irrisolti, e non ci sono neppure molti studi vittimologici al riguardo. Errore fondamentale di attribuzione

Per approfondire, vedi la voce Errore fondamentale di attribuzione. In psicologia sociale, l'Errore fondamentale di attribuzione (nota anche come corrispondenza di pregiudizi o effetto di attribuzione) descrive la tendenza a sopravvalutare la disposizione o le spiegazioni personali sui comportamenti osservati altrui mentre si sottovalutano spiegazioni contingenti dettate dal caso. Il termine fu coniato da Lee Ross[10] qualche anno dopo l'esperimento compiuto da Jones E.E., Harris V. (1967).[11]

L'Errore fondamentale di attribuzione è più visibile quando le persone descrivono il comportamento ad altri. Ciò non spiega le interpretazioni di un comportamento personale – dove i fattori contingenti sono spesso assunti nella considerazione. Tale discrasia è cd. “distorsione dell'attore osservato”. Si consideri il seguente caso:




« Alice disse a Roberto di correre verso la roccia e buttarsi giù, Alice potrebbe considerare Roberto essere goffo o negligente. Se Alice successivamente corre verso la medesima roccia, potrebbe essere propensa a evitare la posizione di quella roccia (contingenza) »





La predisposizione della vittima o la colpa può essere una forma di errore di attribuzione fondamentale, e più specificamente, un Ipotesi del mondo giusto. L'Ipotesi del mondo giusto è la credenza per la quale le persone subiscono ciò che desiderano[12] L'attribuzione degli insuccessi a cause personali piuttosto che quelle dettate dal caso, che sono immutabili ed incontrollabili, soddisfiamo la credenza per la quale il mondo è lontano e che abbiamo il controllo sul nostro destino. Siamo stimolati a vedere un mondo giusto perché questo riduce la nostra percezione delle minacce,[13][14] conferendo un senso di sicurezza, aiutandoci a trovare il significato in circostanze difficili e favorirci psicologicamente.[15]. Sfortunatamente, l'ipotesi del modo giusto si associa anche alla tendenza delle persone ad emarginare i sopravvissuti di una tragedia o di un incidente, come le vittime delle violenze sessuali[16][17] e violenza domestica[18] per rassicurare se stessi sulla insormontabilità di tali eventi. La gente può anche arrivare a tali estremi, come le difficoltà della vittima a superare il trauma e la tendenza a nascondersi dietro una giustificazione per il proprio insuccesso.[19]

Predisposizione della vittima

La scelta di utilizzare la predisposizione della vittima al contrario di "vittimizzazione" o qualche altro termine è dovuto al fatto che non attribuisce alcuna colpa alla vittima, ma piuttosto si concentra sulle interazioni che fanno di lui/lei vulnerabile ad un reato. Mentre la propensione alla vittima si riferisce alla colpevolizzazione della vittima, l'idea che sta alla base della predisposizione della vittima è lo studio degli elementi che rendono la vittima più vulnerabile agli attacchi.[20] In un articolo che sintetizza le più recenti scoperte in materia vittimologica, si indica la predisposizione come un modello che descrive la cattiva interpretazione dell'aggressore sul comportamento della vittima[21]. Si basa sulla teoria dell'interazionismo simbolico e non solleva l'aggressore dalle sue responsabilità.[21]

In una ricerca condotta su 329 serial killer, sono stati analizzati i comportamenti delle loro vittime, suddividendole in tre gruppi in base ad una serie di variabili quali l'ammontare di tempo trascorso con persone sconosciute, il tipo di impiego e la loro ubicazione al momento del compimento del reato. I risultati dimostrano che il 13-15% delle vittime avevano una predisposizione elevata, mentre il 60-74% ne avevano di meno e solo il 23-25% ne avevano una di livello intermedio.[20] I risultati, inoltre, indicano che dopo il 1975, una vittima su cinque che fa l'autostop, lavorando come pr******ta, coinvolge se stessi in situazioni in cui spesso entra in contatto con sconosciuti.[20]

L'importanza nello studiare e comprendere la predisposizione è continuata anche nella ricerca scientifica. Di conseguenza, uno studio sulla facilitazione stimola l'opinione pubblica, induce a maggiori ricerche sulla coppia penale (vedi infra), e sull'eziologia del crimine violento.[22] Uno degli scopi più convenienti di tale ricerca è di informare l'opinione pubblica al fine di incrementare il livello di attenzione affinché possa diminuire il rischio di vittimizzazione. Un altro obiettivo è di stimolare le indagini. In particolare, l'analisi delle reti sociali permette di comprendere di come un'area sociale diventi più a rischio di omicidi seriali rispetto ad altre.[23] Ciò può essere dovuto alla predisposizione perché le reti sociali delle vittime sono allocate in aree dove le vittime sono più vulnerabili. Tramite queste strategie, gli investigatori possono creare dei profili geografici dove gli incontri sono più rischiosi tra serial killer e le vittime. Tasso di vittimizzazione in Italia

L'Indagine sulla vittimizzazione criminale in Italia (IVICI) è uno strumento per misurare e conoscere quei reati che le vittime non hanno denunciato né alle forze dell’ordine né alla magistratura e che rimarrebbero altrimenti sconosciuti, nonostante la loro consistenza.[24] L'indagine ha come fonte primaria il tasso di vittimizzazione: «ogni anno si registrano dati su un campione di 77,200 famiglie includendo almeno 134,000 individui con caratteristiche e conseguenze simili alla vittimizzazione in Italia. Tale ricerca stimola il governo ad analizzare l'incidenza su alcuni reati quali stupri, incesti, saccheggi, aggressioni, furti, rapine con scasso, sottrazione di motocicli ed autoveicoli ed inferire le conclusioni all'intera popolazione (donne, anziani, minori, immigrazione, etc.)».[24] In accordo con l'Istat, l'Ivici indica che, dal 1994 al 2008, il tasso di vittimizzazione per i reati violenti (rapine, aggressioni), lo scippo, i furti di auto/moto e maltrattamenti di animali è maggiore al Sud, ma è più alto al Nord per borseggi, furti a distanza, furti con scasso e atti di vandalismo. In entrambi i casi si riscontra un incremento dei tassi in prossimità delle zone metropolitane (Bologna, Milano, Genova).[24]

Coppia penale

La coppia penale è la relazione criminologica che intecorre tra aggressore e vittima.[25] Il titolo fu coniato da un sociologo nel 1963[26] accettato dalla comunità scientifica.[26][27][28] secondo cui «quando si commette un reato, ci sono sempre due parti in causa, una è rappresentata dall'aggressore e l'altra dalla vittima, che ha dato (volente o nolente) l'opportunità di commettere quel crimine»[27] La vittima, sotto tale punto di vista, è un «membro della coppia penale e potrebbe assumere una responsabilità funzionale al compimento del crimine».[29] The very idea is strongly rejected by some other victimologists as blaming the victim.[28]

Prospettive sulla vittimologia

Molti paesi finanziano programmi di ricerca sulla vittimologia destinando maggiori risorse alla microcriminalità ma meno per quelli che si realizzano con una minore frequenza quali omicidi o abuso di sostanze illegali. Poiché sono falliti i tentativi di utilizzare i risultati di queste ricerche per analisi di efficienza relativa (confronti), la valutazione delle definizioni dei reati e altre distinzioni metodologiche sono ancora ad un livello sperimentale in ambito internazionale, si segnala tra l'altro l'International Crime Victims Survey (ICVS) che, dopo il primo finanziamento nel 1989, è stato prorogato per ben quattro volte e cioè nel 1992, nel 1996, nel 2000 e nel 2004/2005. A fronte delle conseguenza della globalizzazione e del graduale ritiro dello Stato dalle politiche pubbliche, inoltre, i governi si stanno chiedendo quale sia il miglior modo per tutelare i diritti delle vittime, senza subire contraccolpi sulle finanze nazionali. Il termine vittimologia, infatti, indica la disciplina che studia i danni inflitti a vittime durante la commissione di un reato nonché e l'obiettivo correlato per il risarcimento della vittima, come un indice di riparazione, perché in criminologia, la sola attribuzione della pena non è sufficiente per risarcire il danno. Nel Codice di procedura penale, sono previste diverse norme per il risarcimento alla vittima. Ma in alcuni paesi in via di sviluppo le misure compensative non sono sufficienti e ciò merita maggiore attenzione da parte della comunità internazionale al fine di introdurre quelle riforme necessarie anche per tutelare le vittime, sia moralmente che materialmente, anche al di fuori dei propri confini nazionali. Note
1.^ Karmen A., (2003), Crime Victims: An Introduction to Victimology, Wadsworth Publishing
2.^ C'è una corrente di pensiero secondo la quale sarebbe la società stessa ad essere la vittima di molti crimini, tra cui omicidi e omicidi a sfondo sessuale. Tale teoria è stata condivisa da alcuni giusvaloristi, molti dei quali vedono coinvolta tutta la società mente altri solo il sistema giudiziario.
3.^ a b Sebba L., (1996) Third Parties, Victims and the Criminal Justice System, Ohio State University Press, Columbus.
4.^ Id., see
5.^ Harrison, “Evironmental theory”, in Theory
6.^ Thissen D. Wainer H., (1983) [Toward the Measurement and Prediction of Victim Proneness http://jrc.sagepub.com/cgi/content/abstract/20/2/243?ck=nck], “Journal of Research in Crime and Delinquency”, 20, 2, pp. 243-261
7.^ Kingma J., (1999) Repeat Victimization of Victims of Violence: a Retrospective Study From a Hospital Emergency Department for the Period 1971-1995, “Journal of Interpersonal Violence”, 14, 1, pp. 79-90
8.^ (EN) 'Don't Blame the Victim': the Psychology of Victimhood, (EN)Rethinking 'Don't Blame the Victim': the Psychology of Victimhood, (EN)An obsession with victimhood.
9.^ Lusignan R., (2007) "Risk Assessment and Offender-Victim relationship in Juvenile Offenders", “International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology”, 51, 4, pp. 433-443
10.^ Ross L. (1977) The intuitive psychologist and his shortcomings: distortions in the attribution process, in L. Berkowitz (Ed.), Advances in experimental social psychology (vol. 10, pp. 173–220), New York, Academic Press.
11.^ Jones E.E., Harris V.A. (1967) The attribution of attitudes, “Journal of Experimental Social Psychology”, 3, pp. 1–24.
12.^ Lerner M.J., Miller D.T. (1977), Just-world research and the attribution process: Looking back and ahead, “Psychological Bulletin”, 85, pp. 1030-1051.
13.^ Burger J.M. (1981) Motivational biases in the attribution of responsibility for an accident: a meta-analysis of the defensive-attribution hypothesis, “Psychological Bulletin”, 90, pp. 496-512.
14.^ Walster E. (1966) Assignment of responsibility for an accident, “Journal of Personality and Social”, 31, pp. 73-79.
15.^ Gilbert D.T., Malone P.S. (1995) The correspondence bias. Psychological Bulletin, 117, pp. 21–38. ]
16.^ Abrams D., Viki G.T., Masser B., Bohner G. (2003) Perceptions of stranger and acquaintance r**e: The role of benevolent and hostile sexism in victim blame and r**e proclivity, “Journal of Personality and Social Psychology”, 84, pp. 111-125.
17.^ Bell S.T., Kuriloff P.J., & Lottes I. (1994) Understanding attributions of blame in stranger-r**e and date-r**e situations: an examinations of gender, race, identification, and students' social perceptions of r**e victims, “Journal of Applied Social Psychology”, 24, pp. 1719-1734.
18.^ Summers G., Feldman N.S. (1984) Blaming the victim versus blaming the perpetrator: An attributional analysis of spouse abuse, “Journal of Applied Social and Clinical Psychology”', 2, pp. 339-347.
19.^ Woogler R.J. (1988) Other lives, other selves: A Jungian psychotherapist discovers past lives, New York, Bantam.
20.^ a b c Hickey E.W. (2006) The Male serial murderer. In Serial murderers and their victims (4th ed., pp. 152-159), Belmont, CA: Wadsworth Group
21.^ a b Schneider H. (2001) Victimological developments in the world during the past three decades (I): A Study of comparative victimology, “International journal of offender therapy and comparative criminology”, 45, pp. 449-468
22.^ Miethe T.D. (1985) The Myth or reality of victim involvement in crime: A Review and comment on victim-precipitation research, “Sociological focus”, 18, 3, pp. 209- 220
23.^ Godwin M. (1998) Victim target networks as solvability factors in serial murder, “Social behavioral and personality”, 26, 1, pp. 75-84
24.^ a b c Indagine sulla vittimizzazione criminale in Italia
25.^ "Criminology Today" (4th ed. Prentice Hall), in Criminal Justice Glossary at the Prentice Hall website
26.^ a b Harris R., (1992) Crime, criminal justice, and the probation service, Routledge, at 56 (citing Mendelsohn 1963)
27.^ a b Pawanjit, "Hiring Domestic Help Without Verification," Premier Shield Newsletter, (pdf)
28.^ a b Van Ness D.W. (1986) Crime and its victims: what we can do, InterVarsity Press
29.^ Sengstock M.C., Liang J. (1979) "Elderly Victims of Crime - A Refinement of Theory in Victimology," (AARP), in National Criminal Justice Reference service (NCJRS) Abstracts - a United States government website

04/06/2026

Non agisce per senso di colpa...
agisce per mantenere il controllo.

1. Nega tutto (anche davanti alle prove)
Ti fa dubitare di ciò che hai visto.
Cerca di cambiare la versione della realtà.

2. Minimizza ciò che è successo
"È stato un errore", "non ha significato nulla"...
Riduce l'accaduto per fartelo percepire come meno grave.

3. Dà la colpa a te
Dice che mancava qualcosa nella relazione, che sei cambiato/a, che lo hai spinto/a a farlo.
Sposta la responsabilità lontano da sé.

4. Promette di cambiare... senza cambiare davvero
Dice ciò che hai bisogno di sentire per impedirti di andartene.
Ma le sue azioni non confermano quelle parole.

5. Si mette nei panni della vittima
Si comporta come se fosse lui/lei a soffrire di più.
Per farti abbassare la guardia.

6. Può ripetere lo stesso comportamento
Perché non c'è un cambiamento reale...
solo una soluzione temporanea.

E la cosa più importante:
Non conta ciò che dice dopo averti ferito...
conta ciò che fa.

Perché chi è davvero pentito...
non si limita a chiedere scusa... cambia.

E se non c'è cambiamento...
non c'è vero pentimento.

Quindi non lasciarti confondere da belle promesse.
Guarda i fatti.

Perché è lì che trovi la verità di cui hai bisogno per decidere se restare...
oppure scegliere te stesso/a. ❤️

Sono Sofi. Seguimi e ti mostrerò come riconoscere gli abusi narcisistici, smettere di giustificare chi ti ferisce e capire quando delle scuse sono soltanto un'altra forma di manipolazione.

19/05/2026

PERCHÉ IL NARCISISTA MALIGNO NON RIESCE A ELABORARE LA FINE DI UNA STORIA QUANDO VIENE LASCIATO.

Il cosiddetto “narcisista maligno” non soffre perché è stato lasciato.
Soffre perché è stato smascherato.

E tra le due cose, per lui, o per lei, la seconda è infinitamente più devastante.

L’essere stati lasciati non è una ferita affettiva, è una frattura identitaria

Quando una relazione finisce in modo “normale”, anche chi ha tratti narcisistici può raccontarsela:
“non era quella giusta”, “non mi meritava”, “ho scelto io”.

Ma quando viene lasciato da qualcuno che ha visto troppo, succede altro.

Succede che cade la maschera, si incrina il personaggio e, soprattutto, viene minacciata quella costruzione fragile che lui spaccia per identità
Non è più una storia finita.
È una testimonianza vivente del suo bluff.

E questa cosa, per lui, è intollerabile.

Perché non riesce a lasciar andare (anche dopo molti anni)

Perché tu non sei “l’ex”.

Sei quella che ha visto dietro le quinte, quella che non si è fatta manipolare fino in fondo, quella che non ha confermato la sua grandiosità. E quindi diventi una minaccia permanente.
Non perché fai qualcosa.
Ma perché esisti con una memoria incompatibile con la sua narrazione.
E allora parte il piano B: distruggere la fonte
Se non può controllarti, deve delegittimarti.
Ed è qui che entrano in scena calunnia, diffamazione, insinuazioni e campagne sottili o esplicite
Non è rabbia “normale”. È un’operazione chirurgica che punta a riscrivere la realtà per non crollare dentro… Perché se tu resti credibile… lui è finito.
Dentro la sua testa funziona così:
“Se lei è credibile → io sono smascherato”
“Se io sono smascherato → perdo potere”
“Se perdo potere → non esisto”

Quindi l’unica via è: screditarti.
Non perché gli interessi davvero distruggerti. Ma perché deve salvare se stesso da una percezione di vuoto che non sa reggere.

Questi soggetti non tollerano il rifiuto, la perdita di controllo e la verità su di loro
Ma soprattutto non tollerano una cosa ossia che qualcuno che li abbia visti davvero… e sia sopravvissuto senza di loro
E perché va avanti per anni?

Perché il tempo, per loro, non chiude nulla. Non c’è elaborazione.
Non c’è integrazione.
Non c’è crescita.

C’è solo rimuginazione, rancore e bisogno di riscrivere la storia. È un loop.

E tu, in quel loop, sei il nodo irrisolto.

Non è che non riesce a dimenticarti.

È che non può permetterselo.

Perché dimenticarti significherebbe accettare che non era chi diceva di essere, che non ha avuto il controllo e che qualcuno lo ha visto per quello che è ossia un soggetto inadeguato, fallito.
E questo, per una struttura del genere, è psicologicamente insostenibile.

Quindi no, non è amore.
Non è nostalgia.
Non è nemmeno semplice vendetta.

È molto più semplice e molto più povero…è un sistema fragile che cerca disperatamente di non crollare… eliminando chi ne ha visto le crepe.

E più tu sei solida, lucida e impermeabile,
più quella crepa, dentro di lui, si allarga.

Senza che tu debba fare assolutamente niente, se non lasciarlo in balia di se stesso, la sua più grave condanna.

15/05/2026

Questo è ciò che viene definito “scimmie volanti”. Per la famiglia del narcisista, tu sei una pedina intercambiabile che deve svolgere un ruolo: sopportare, così che loro non debbano avere a che fare con lui. È una tattica di pressione collettiva: ti fanno sentire quella “problematicа” solo perché non taci ciò che loro nascondono sotto il tappeto. Alla fine, non combatti soltanto contro una persona, ma contro un intero sistema che preferisce sacrificare la tua salute mentale piuttosto che ammettere di avere un manipolatore seduto a tavola. 🥀

🎭 La normalizzazione dell’abuso:
Ti diranno frasi come “ha un carattere forte” oppure “devi avere pazienza”, minimizzando le aggressioni pur di evitare che tu te ne vada.

📉 La triangolazione familiare:
Il narcisista racconta versioni distorte dei litigi affinché gli altri ti chiamino per rimproverarti o giudicarti senza conoscere la verità.

🤐 Il gaslighting collettivo:
Quando provi a spiegare ciò che vivi, ti guardano come se fossi pazza o esagerata, facendoti dubitare della tua stessa realtà a ogni riunione di famiglia.

⛓️ Il senso di colpa per “distruggere la famiglia”:
Se decidi di andartene o prendere le distanze, ti indicheranno come la responsabile del dolore dei nonni o dei fratelli, ignorando il danno che lui ti ha fatto per primo.

Non sei obbligata ad amare chi protegge il tuo aggressore. La famiglia del narcisista che ti chiede di sopportare sta solo difendendo la propria comodità, non il tuo benessere. Tagliare i rapporti con il narcisista, a volte, significa dover tagliare anche con tutto il suo albero genealogico per poter finalmente fiorire in un terreno non contaminato. La tua pace non è negoziabile, nemmeno per il “bene della famiglia”. 🫂✨

13/05/2026
06/04/2026

La tecnica del sasso grigio (più nota come Grey Rock Method)

Quando hai a che fare con un ex partner con forti tratti narcisistici, una cosa devi capirla molto in fretta:
non sempre cerca una soluzione. Molto più spesso cerca una reazione.

E lì cascano in tanti.

Perché tu pensi di doverti spiegare meglio.
Pensi di dover chiarire.
Pensi di dover dimostrare che sei ragionevole, equilibrato, disponibile, collaborativo.

E invece no.
Molte volte stai solo entrando, con tutte le scarpe, nel teatro che l’altro ha allestito per te.

Ed è qui che entra in gioco la tecnica del sasso grigio.

Tradotto:
diventi emotivamente irrilevante sul piano della provocazione.
Non freddo con i figli.
Non assente.
Non passivo.
Semplicemente impenetrabile alle esche dell’ex.

Perché il punto è questo:
chi vive di controllo, di destabilizzazione, di punzecchiature continue, ha bisogno del tuo nervosismo come dell’ossigeno.
Vuole vederti reagire.
Vuole farti uscire asse.
Vuole poterti poi dire: “Vedete? È lei quella aggressiva. È lui quello instabile.”

Classico copione. Piuttosto miserabile, ma molto classico.

Allora come si applica il sasso grigio quando di mezzo ci sono i figli?

Primo: si risponde solo a ciò che riguarda davvero il minore.
Non alle frecciate.
Non alle insinuazioni.
Non alle provocazioni travestite da comunicazione genitoriale.

Esempio:
“Sei la solita incapace, comunque domani porto io Marco alle 16.”

Tu non rispondi al veleno.
Rispondi al dato utile:
“Confermo consegna di Marco alle 16.”

Fine.
Il resto è pattume emotivo. E il pattume non si raccoglie a mani n**e.

Secondo: messaggi brevi, neutri, asciutti.
Più scrivi, più materiale regali.
Più spieghi, più appigli offri.
Più ti giustifichi, più ti metti in posizione difensiva.

Chi provoca professionalmente usa le tue parole come una clava.
Dunque:
frasi corte, tono civile, un’informazione per volta.

Terzo: niente emoticon, niente sarcasmo, niente romanzi.
Lo so, la tentazione di asfaltare certi soggetti sarebbe fortissima.
Ma quando ci sono i figli di mezzo, l’obiettivo non è vincere il duello.
È proteggere il perimetro.

Quarto: usa il canale scritto quando possibile.
Perché la comunicazione tracciabile riduce le manipolazioni, abbassa l’improvvisazione e soprattutto ti costringe a pensare prima di reagire. Alcune fonti indicano proprio la comunicazione elettronica o telefonica come utile nelle situazioni di co-parenting ad alta conflittualità, perché permette interazioni più brevi e controllate. 

Quinto: separa sempre il piano genitoriale da quello personale.
Non stai discutendo della vostra relazione fallita.
Non stai discutendo del suo ego ferito.
Non stai discutendo di chi aveva ragione tre anni fa.

Stai parlando di orari, scuola, salute, attività, documenti, logistica.
Tutto il resto è rumore.

Sesto: non cercare di farti capire da chi non vuole capire.
Questo è uno degli errori più costosi sul piano emotivo.
Ci sono persone che non leggono per comprendere: leggono per attaccare.
Non ascoltano per collaborare: ascoltano per trovare un varco.

E allora smetti di usare la comunicazione come se foste due adulti motivati al bene comune, quando dall’altra parte c’è qualcuno che usa i figli come prolunga del conflitto.

Settimo: il sasso grigio non significa lasciar correre tutto.
Attenzione, perché qui molti sbagliano.
Essere neutri non significa essere ingenui.
Se ci sono condotte gravi, ostacoli sistematici, denigrazione davanti ai figli, violazioni degli accordi, si documenta tutto.
Con ordine. Con date. Con precisione. Senza sceneggiate.

Neutralità non è debolezza.
È strategia.

Ottavo: i figli non devono diventare i tuoi confidenti, i tuoi testimoni, i tuoi mediatori.
Mai.
Il genitore più sano è quello che sa contenere il proprio dolore senza scaricarlo addosso ai figli.

Perché un ex ad alto tasso manipolativo ti vuole innescato.
Ti vuole esasperato.
Ti vuole reattivo.

Un genitore lucido, invece, fa una cosa molto più intelligente:
si sottrae al ring e resta sul ruolo.

E questo manda ai matti chi è abituato a governare il gioco attraverso il caos.

Ricordatelo bene:
non sempre la risposta migliore è quella più brillante.
Molto spesso è quella più sobria.
Più noiosa.
Più piatta.

Perché con certi soggetti il problema non è dire la cosa perfetta.
È smettere di offrire carburante.

E allora meno emozione esibita.
Meno spiegazioni inutili.
Meno sangue in acqua.

Più confini.
Più metodo.
Più controllo.

In sintesi:
con un ex partner provocatorio, il sasso grigio non serve a cambiare lui.
Serve a salvare te e a proteggere i figli dal contagio del conflitto.

Indirizzo

Taranto
74100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00

Telefono

+393492550643

Sito Web

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