25/07/2026
Prima di poter parlare, a volte, bisogna solo trovare qualcuno che non abbia paura di sedersi accanto al tuo silenzio. E aspettare.
«Quanto durerà la terapia?»
«Cosa avete fatto oggi?»
Sono le domande che accompagnano quasi ogni inizio. Alla prima rispondo che non ho mai una mappa pronta da mostrare; alla seconda, a volte, rispondo con un sorriso: «Abbiamo solo giocato».
Perché la cura, con i ragazzi e con i bambini, non viaggia sui binari rigidi dei grandi. Cerca altre strade, altri linguaggi, porte d’ingresso segrete che chiedono solo di essere abitate con delicatezza.
Ieri, dopo quattro mesi di silenzio, una mia paziente ha iniziato a comunicare.
Per quattro mesi abbiamo custodito quel silenzio. E so bene che per un genitore l'attesa può essere difficile, faticosa, piena di interrogativi. Eppure, quei quattro mesi non sono stati tempo perso: sono stati il nostro modo di conoscerci. Giorno dopo giorno, tassello dopo tassello, respiro dopo respiro, abbiamo intrecciato un filo invisibile ma fortissimo, costruendo uno spazio sicuro.
Ieri quel filo si è animato. Senza parole dette a voce, ma attraverso un ponte di carta: una serie di lettere che abbiamo iniziato a scriverci.
Un’emozione profonda, che custodisco con cura. E un grande, sincero applauso va a questi genitori, che hanno saputo attendere e che si sono fidati di me, permettendo a questo miracolo quotidiano di accadere
Ora posso serenamente godermi le mie vacanze ❤️