Dott.ssa Veronica Rossi

Dott.ssa Veronica Rossi Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Dott.ssa Veronica Rossi, Psicologo, Via Antonio Pacinotti 20/B, Terni.

Sono la Dott.ssa Veronica Rossi una psicologa e Sessuologa

Specializzata in:
-Psicologia dell'Alimentazione e della Nutrizione,
-Psicologia sportiva,
-Tecniche psico-fisiche di gestione dello stress e dell'ansia
-Psicologia di Coppia

11/08/2026

Sui social le parole della psicologia vanno fortissimo. Il loro significato, un po’ meno.

Così “sensibile” diventa fragile, “vulnerabile” diventa debole e qualsiasi fastidio viene promosso a trigger.

Ma le parole sono da usare con prudenza e soprattutto, non sono interscambiabili perché servono a distinguere esperienze diverse.

Perché se tutto è un trauma, tutto è tossico e tutto ci triggera, forse non stiamo diventando più consapevoli. Stiamo solo parlando peggio, ma con più sicurezza.

Dizionario psicologico dei social — Parte 1.

07/08/2026

“Ho sempre fatto così.”

Nel lavoro può sembrare una frase rassicurante.
A volte, invece, è proprio quella che dovrebbe farci ve**re qualche dubbio.

Le conoscenze cambiano.
La ricerca evolve.
Cambiano gli strumenti, i contesti, le persone con cui lavoriamo e le domande a cui siamo chiamati a rispondere.

Per questo essere competenti non significa arrivare a un punto in cui non abbiamo più nulla da imparare.

Significa continuare ad aggiornare il proprio sguardo.

La formazione continua serve proprio a questo: non ad accumulare attestati, ma ad aggiungere strumenti, mettere in discussione automatismi e rendere il proprio lavoro sempre più consapevole.

IGEA propone Master e percorsi formativi rivolti a professionisti dell’area psicologica, educativa, sociale e sanitaria, con l’obiettivo di trasformare l’aggiornamento in competenza concreta.

Perché sapere qualcosa è importante.
Continuare a farsi domande lo è ancora di più.

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Avete presente quella canzone che vi rimane in testa perché non ricordate il titolo? Quattro note in loop, finché non la...
06/08/2026

Avete presente quella canzone che vi rimane in testa perché non ricordate il titolo? Quattro note in loop, finché non la trovate e finalmente la mente si placa.
Con alcune esperienze accade lo stesso, continuano a tornarci in mente non perché vogliamo riviverle, ma perché non siamo ancora riusciti a comprenderle e perché sono rimaste incompiute.

Conversazioni che ripassiamo parola per parola. Un confronto finito con un «vabbè, lasciamo stare». Un abbandono senza spiegazioni. Quel «cosa sarebbe successo se…» che ricostruiamo per la centotrentaduesima volta, sperando che improvvisamente compaia una risposta.
La mente tende a trattenere ciò che percepisce come incompiuto: domande senza risposta, parole non dette, emozioni a cui non siamo riusciti a dare un nome. È il cosiddetto Effetto Zeigarnik.

Ma continuare a pensarci non significa necessariamente elaborare.
La ruminazione si muove moltissimo, ma non arriva da nessuna parte: è una rotonda emotiva in cui facciamo cinquanta giri per ritrovarci sempre davanti alla stessa uscita.

Non tutto ciò che ritorna vuole essere rivissuto. A volte chiede soltanto di essere riconosciuto, nominato e collocato nel posto giusto della nostra storia.
E forse “chiudere” non significa ricevere finalmente dall’altro la spiegazione perfetta. Significa riuscire a dare noi un titolo a quella canzone.
Non per cancellarla, ma per smettere di canticchiarla ossessivamente nel tentativo di capire cosa fosse.

Perchè nella vita reale, a differenza di Spotify, non sempre esiste una risposta chiara. Non tutti ci daranno le spiegazioni che vogliamo, e non tutte le storie finiscono con un finale logico. Talvolta bisogna mettersi il cuore in pace e accettare che la risposta è semplicemente che non c'è una risposta e che quel punto dobbiamo imparare a metterlo noi, anche quando l’altro ha lasciato la frase a metà.

04/08/2026

Dopo un tradimento, la relazione rischia di trasformarsi in un conto corrente emotivo: uno diventa il creditore e l’altro il debitore a vita.

Chi è stato tradito ha diritto alla rabbia, alle domande e al bisogno di essere rassicurato. Chi ha tradito deve assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto e tollerarne le conseguenze.

Ma riparare non significa espiare per sempre.

Quando il tradimento diventa il lasciapassare per controllare, stabilire unilateralmente le regole o chiudere ogni discussione con «dopo quello che hai fatto, non puoi parlare», il dolore rischia di trasformarsi in potere.

Si crea così una dinamica complementare rigida: chi ha subito il tradimento occupa la posizione “up” del creditore morale; chi ha tradito resta nella posizione “down” dell’imputato che deve continuamente dimostrare di meritare l’assoluzione.

Uno riscuote.
L’altro espia.
E il conto, curiosamente, non arriva mai a zero.

Questo non significa equiparare le responsabilità: la responsabilità del tradimento appartiene a chi ha tradito. Ma la responsabilità di come la coppia organizza la relazione dopo appartiene, progressivamente, a entrambi.

Superare un tradimento non significa dimenticarlo, ma evitare che diventi un titolo di potere a tempo indeterminato.

Se si sceglie di restare insieme, prima o poi bisogna uscire dal tribunale e tornare nella relazione: non più giudice e imputato, ma due persone nuovamente sullo stesso piano.

Vi è mai capitato di vedere una coppia rimanere intrappolata in questa dinamica?

31/07/2026

La psicologia sui social corre spesso il rischio di trasformarsi in una serie di pillole motivazionali che iper-semplificano la realtà. Ma ridurre la complessità umana a formule pronte produce solo diagnosi errate e relazioni più fragili.

Facciamo chiarezza su tre concetti finiti nel tritacarne del web:
1️⃣ “I narcisisti scelgono sempre gli empatici”
Ormai la parola “narcisista” viene usata a sproposito per etichettare qualunque ex o persona con cui le cose sono andate male. Ma la clinica ci insegna che non esiste una forza magnetica tra “buoni” e “cattivi”. Esistono incastri dinamici: ferite reciproche, schemi di attaccamento complementari e bisogni insoddisfatti che finiscono per agganciarsi. Continuare a leggere le relazioni come uno scontro tra eroi e predatori ci impedisce di assumere la nostra quota di responsabilità relazionale.

2️⃣ “Devi eliminare chiunque ti faccia stare male”
Esiste una differenza abissale tra una relazione abusiva e il normale attrito tra due persone. Confondere la “tossicità” con il disagio emotivo ci porta a cancellare legami al primo segnale di conflitto. Un confronto duro o una critica non sono tentativi di distruggerci: sono momenti fisiologici che ci costringono a confrontarci con i nostri limiti.

3️⃣ “Devi stare bene da solo prima di poter stare in coppia”
L’autosufficienza emotiva totale è un mito da sfatare. Essere umani significa avere bisogno dell’altro: siamo biologicamente strutturati per la co-regolazione. Sebbene la dipendenza affettiva sia un tema da affrontare, pretendere di raggiungere la perfetta “illuminazione” da soli prima di aprirsi all’amore genera solo isolamento. Si può guarire, crescere e trovare equilibrio anche attraverso il legame con l’altro.
La psicologia vera non offre risposte in tre punti: offre domande per capire meglio la realtà.

Siamo tutti convinti di essere dei reporter neutrali e oggettivi della realtà. Che la realtà così come la percepiamo, si...
26/07/2026

Siamo tutti convinti di essere dei reporter neutrali e oggettivi della realtà. Che la realtà così come la percepiamo, sia così per tutti.

Eppure no, diciamo che la vita di ognuno di noi è un po' come un "Truman Show". Ma non in senso negativo, eh. Intendiamoci bene.

Questa consapevolezza da una parte libera, ma dall'altra fa anche un po' girare le scatole, perché non vediamo le cose per come sono, le vediamo per come siamo.

La realtà là fuori è fondamentalmente uno schermo bianco. A metterci i colori, le intenzioni maligne, i pericoli o i grandi significati siamo noi, facendo passare tutto dal nostro filtro personale: che è fatto di insicurezze non risolte, dalle esperienze delle relazioni passate, dal modo in cui siamo stati amati (o ignorati) e perché no, livello di caffeina o di stanchezza del momento

Facci caso: potrebbe bastare un semplice "Ok" inviato su WhatsApp senza faccine.
Se sei in una giornata di grazia e ti senti sicuro, leggi: "Perfetto, ricevuto".
Se sei in piena fase di ansia da abbandono, leggi: "È arrabbiato con me, ho sbagliato tutto, non mi ama più".

Il messaggio è identico, la lettura che se ne fa, cambia.

Quando una situazione o una frase ti scatenano una reazione spropositata, che sia rabbia, panico o senso di colpa, prova a fare una pausa prima di sguainare le armi. Perché ricordati che parte di quello vedi di ciò che sta succedendo fuori, è determinato da ciò che ti porti dentro.

Che poi, la soluzione è solo una: ricordarsi che non esiste una sola realtà, ma tante quante sono gli occhi di chi guarda.

24/07/2026

Capita a tutti: apri un social, trovi una lista di “sintomi” e nell’arco di trenta secondi ti autodiagnostichi di tutto, dalla neurodivergenza all’attacco di panico latente.
In psicologia c’è una motivazione molto precisa dietro questo fenomeno.

Cercare e ritrovare sé stessi nei sintomi risponde a un bisogno umano profondo: il bisogno di senso. Dare un nome scientifico a un malessere indistinto toglie il peso del senso di colpa. Ci fa sentire meno soli, meno “difettosi” e più compresi.

Il limite dei social, però, è che tendono a patologizzare la vita quotidiana.

Sperimentare ansia prima di un esame, darsi un momento di isolamento dopo una giornata pesante o dimenticare dove si sono messe le chiavi della macchina non sono automaticamente “sintomi” di qualcosa di patologico: sono sfumature della normale esperienza umana. La diagnosi vera considera la frequenza, l’impatto sulla vita di tutti i giorni e il funzionamento generale della persona. E sopratutto deve farla un professionista.

Riconoscersi in una descrizione può essere il primo passo per conoscersi e, se serve, per iniziare un percorso. Ma ricordiamoci che un sintomo è un campanello d’allarme, non la nostra intera identità.
Siamo persone che provano cose, non elenchi del DSM-5.

Avere un’etichetta pio farci sentire piu sicuri, ma non sempre c’e. Non sempre si tratta di patologia, ma di funzionamento.

Vi è mai capitato di cascare nella trappola delle “diagnosi da reel”?

22/07/2026

L’arteterapia non è una gara estetica.

Non conta produrre qualcosa di bello, corretto o tecnicamente valido.
Conta il processo: ciò che emerge, ciò che si ripete, ciò che prende forma quando le parole non bastano.

Per questo le metodologie espressive possono diventare strumenti preziosi nei contesti educativi, clinici e relazionali.

21/07/2026

Ormai è convinzione comune che tornare sui propri passi sia sempre un fallimento.

Ma l’ossitocina è analfabeta: non sa leggere le etichette “ex” o “passato”, sa solo riconoscere dove sei stata al sicuro.

Sentirsi “a casa” tra le braccia di chi ha fatto parte della tua storia non è debolezza, è memoria emotiva. A volte ci si lascia perché la “sintassi” relazionale è ancora acerba, ma il tempo e la crescita cambiano le persone.

Se la chimica è ancora lì, quel ritorno può essere un’opportunità consapevole, non una minestra riscaldata.

Smetti di giudicare il calore che provi con i “dover essere” degli altri. Accoglilo, capisci cosa ti dice e poi decidi con calma: è ancora casa tua o è stata solo una bellissima sosta di passaggio?

A chi è capitato un “secondo tempo” migliore del primo?

17/07/2026

Nelle demenze non cambia solo il funzionamento cognitivo.
Cambia anche il modo in cui familiari, caregiver e professionisti entrano in relazione con la persona.

La ripetizione, la confusione, la perdita di orientamento possono generare stanchezza, rabbia, senso di colpa.

Per questo servono strumenti: per comprendere, comunicare, accompagnare e proteggere la dignità della persona anche quando la memoria vacilla.

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