24/04/2026
“Ho paura che me li portino via.”
Quando una madre arriva a pensare questo, qualcosa si è già rotto da tempo. Non in lei soltanto, ma intorno a lei.
Ci ostiniamo a raccontare la maternità come un luogo naturale di felicità, come se bastasse partorire per sapere amare, reggere, capire. Come se non fosse concesso avere paura, sentirsi smarrite, attraversate da pensieri che non si riconoscono nemmeno come propri.
La depressione dopo un parto non è una debolezza, non è una mancanza. È una ferita che attraversa il corpo e la mente, che cambia la percezione di sé, del proprio bambino, del mondo. E quando arriva, spesso arriva in silenzio. Perché chi la vive ha paura di dirlo. Ha paura di essere giudicata, etichettata, allontanata.
Allora succede qualcosa di pericoloso: il dolore resta dentro, cresce, si deforma. E fuori continuiamo a vedere solo quello che vogliamo vedere. Una madre, un bambino, una normalità apparente.
E quando poi accade qualcosa di estremo, ci affrettiamo a cercare il mostro. È più semplice. Ci protegge dall’idea che certe crepe possano attraversare anche le nostre case, le nostre famiglie, le nostre vite.
Ma il punto non è il gesto finale ma tutto quello che viene prima.
È una donna che non trova uno spazio sicuro in cui dire “non sto bene”, è la paura che chiedere aiuto significhi perdere tutto.
È una società che osserva più di quanto ascolti.
Se una madre pensa che curarsi possa farle perdere i figli, allora abbiamo già perso qualcosa di fondamentale: la fiducia.
E senza fiducia non si chiede aiuto e senza aiuto, il dolore resta solo.
La genitorialità non può essere una prova da superare in silenzio. Dovrebbe essere un tempo accompagnato, sostenuto, tenuto. Non giudicato.
Perché a volte non serve qualcuno che spieghi.
Serve qualcuno che resti.
Per chi volesse approfondire trovate L'artico su la Repubblica https://www.repubblica.it/salute/2026/04/23/news/ho_paura_che_mi_portino_via_i_figli_la_depressione_post_partum_e_la_solitudine_che_non_vediamo-425300866/
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