28/06/2026
Il rancore è la memoria che smette di essere ricordo e diventa identità. Non consiste soltanto nel ricordare un torto, ma nel continuare a vivere in relazione a esso, lasciando che definisca il significato del presente. Per questo se in una fase iniziale può essere considerato del tutto umano, rischia di diventare problematico quando persiste a lungo, influenzando il benessere interno di una persona. Coltiviamo l’arte del lasciar andare.
LA NATURA DEL RANCORE SECONDO UMBERTO GALIMBERTI
Il rancore è una delle passioni più distruttive che l'essere umano possa coltivare perché, a differenza della rabbia che esplode e si consuma, il rancore è un sentimento che si nutre del tempo. Per Umberto Galimberti, il rancore è il rifiuto categorico di accettare l'accaduto e il limite intrinseco della condizione umana. Quando proviamo rancore, noi non stiamo semplicemente subendo un torto, stiamo tentando di negare la realtà attraverso una memoria ferita che si trasforma in una sorta di divinità privata: il torto subito diventa il centro del nostro universo.
La dinamica profonda è quella dell'impossibilità di elaborare il lutto della delusione. Poiché non riusciamo ad accettare che l'altro ci abbia ferito, restiamo ancorati a una condizione di perenne attesa di riparazione, una riparazione che però, nella logica del rancore, non potrà mai essere soddisfacente. Il rancoroso si autoconvince che la sua sofferenza sia un titolo di credito nei confronti del mondo. Ma questo è un errore fatale. La prigionia del rancore impedisce lo sguardo verso il futuro e consuma l'identità nel tentativo, vano, di tenere in scacco l'altro.
Il consiglio, se vogliamo evitare la deriva del vittimismo, è quello di compiere il difficile passaggio dal rancore al perdono non come atto di bontà verso l'altro, ma come atto di liberazione verso se stessi. Perdonare significa togliere il potere all'offesa, smettere di dare importanza a chi ci ha ferito e riprendere in mano il filo del proprio percorso. Senza questa operazione, il soggetto resta intrappolato in un passato che continua a mangiare il presente, alimentando quella stessa "Sindrome di Harry Potter" dove si cerca la magia di una trasformazione esterna che non avverrà mai senza un reale, faticoso lavoro interiore.
UMBERTO GALIMBERTI
FOCUS 3.0 ASSOCIAZIONE NO PROFIT