18/05/2026
Davanti a una tragedia come quella di Modena non basta dire “è folle”, come se questa parola chiudesse tutto. Non basta nemmeno usare il disagio psichiatrico come spiegazione automatica, perché sarebbe ingiusto verso migliaia di persone che soffrono e non farebbero mai del male a nessuno. La salute mentale grave, quando viene lasciata sola, quando non è seguita, quando non viene presa in carico con continuità, può diventare anche un problema di sicurezza collettiva. Non per stigma ma per responsabilità.
Il punto non è avere paura di chi soffre ma smettere di abbandonarlo fino al giorno in cui la sua sofferenza entra nella cronaca nera. Una società adulta non si accorge della psichiatria solo dopo i morti e i feriti. Una società adulta costruisce reti, controlli, servizi, continuità terapeutica, famiglie sostenute, medici e psicologi messi nelle condizioni di intervenire prima. Perché certe fragilità non si curano con l’indignazione del giorno dopo, né con il pietismo, né con il silenzio.
La malattia mentale non è una colpa. Ma ignorarla può diventare una responsabilità sociale. E ogni volta che trasformiamo un segnale in una pratica archiviata, una famiglia in una famiglia lasciata sola, un paziente difficile in un problema da spostare altrove, stiamo preparando il terreno alla prossima domanda inutile: “si poteva evitare?”.
A volte no. Ma troppe volte non abbiamo nemmeno provato abbastanza a capirlo prima.