04/09/2026
Il lato oscuro di Lancillotto
Perché la prevenzione al femminicio non sta funzionando
di Gloria Volpato
Ogni 25 novembre lo stesso rito. Scarpe rosse allineate in piazza, panchine dipinte, fiocchi, hashtag. Il rosso scelto per ricordare il sangue versato.
Ma proviamo a guardarlo con onestà, quel colore, prima di continuare a usarlo: nella grammatica sensoriale con cui un uomo è stato educato a leggere il mondo, il rosso non è mai stato solo sangue. È il tacco dodici, il rossetto, l'invito.
Stiamo comunicando il pericolo con l'alfabeto stesso del desiderio che a volte lo genera.
Non è un dettaglio, è un cortocircuito che dice già molto su quanto sia disorientata, oggi, la prevenzione.
Ma il problema non è nella grafica delle campagne. È molto più a monte. È nella storia che raccontiamo da sempre su cosa significhi amare, da uomini.
Lancillotto nasce da un rapimento. Ginevra viene sottratta, e lui la insegue attraverso terre proibite per riportarla a sé. Nei secoli quella grammatica non si è mai davvero spenta, si è solo travestita: oggi si chiama Rapita dal principe, Prigioniera del principe, ed è uno dei generi più venduti al mondo ( Vedi il successo dei libri erotici come 50 sfumature di grigio)
Il codice è identico: un uomo dimostra il proprio amore attraverso un gesto che sostituisce la propria volontà a quella della donna.
È il codice alla base dell'erotismo, questo va detto.
Ti rapisco, ti porto dove non avresti scelto di andare, ti sorprendo con qualcosa che tu non avresti mai deciso. E questo, nella narrativa romantica, non è soltanto una minaccia. È la prova più alta perché lei in una situazione simile si abbandonerà eroicamente a lui come nella scena del film Excalibur in cui Lancillotto possiede Ginevra mantenendo quella corazza.
Esattamente quella corazza splendente che riprende Nolan nella sua odissea dove gli uomini sono eroi soli, che parlano per proclami e vedono nelle donne qualcuno da raggiungere o qualcuno da farsi supportare ma certamente mai qualcuno con cui dialogare.
La matrice del femminidio è dunque la stessa alla base dell'eccitazione erotica spinta all'estremo della morte. Entrare in una relazione eterossessuale classica significa dunque entrare fin dall'inizio in un gioco tra la vita e la morte.
È qui che va aperto il vero processo. Non al singolo uomo violento, trattato come un'eccezione malata da isolare e curare a parte. Ma all'etica stessa del gesto eroico maschile in amore, quella che applaudiamo ogni sera al cinema e che, portata fino in fondo, produce ciò che leggiamo ogni giorno nelle cronache.
Non sono due grammatiche diverse. È la stessa, a gradi diversi di intensità.
Chi lavora clinicamente con uomini che hanno agito violenza incontra spesso una vergogna arcaica, mai attraversata, che si traduce nell'unico linguaggio che quell'uomo ha imparato a parlare: il possesso.
Massimo Recalcati, riflettendo su un femminicidio che ha scosso l'opinione pubblica, ha descritto questo meccanismo con una frase che va letta lentamente: ti domino fino al punto da ucciderti in modo tale che tu non possa mai abbandonarmi, perché se tu mi abbandonassi non resterebbe niente di me. Non è l'amore che si converte in odio. È lo stesso amore, quello costruito sull'avere e non sull'essere, che porta dentro di sé, fin dall'inizio, la propria distruzione.
Non è un pensiero nuovo, se si guarda alla cultura che lo ha preparato. Denis de Rougemont, studiando il mito di Tristano e Isotta, scriveva che l'Occidente ha bisogno di un mito per dire l'inconfessabile: che la passione è legata alla morte, e che chi vi si abbandona con tutte le forze porta con sé la propria distruzione. Non parlava di femminicidio. Parlava della radice culturale dell'amore-passione che ancora oggi chiamiamo romantico.
E quando quella stessa logica si allarga oltre la coppia, arriva fino a inghiottire un'intera famiglia, la psicologia la chiama familicidio altruistico: un uomo che uccide moglie e figli non per odio ma per quello che, nella sua mente, resta un atto d'amore e di protezione, l'unico modo che conosce per non lasciarli soli nella vergogna o nel crollo.
Nella stanza, lui dice: "Volevo solo che restasse mia per sempre." E non mente. È esattamente quello che intendeva. Il problema non è la sua sincerità.
È il vocabolario con cui ha imparato a tradurre l'amore.
Se questa è la matrice, allora capiamo perché la prevenzione, finora, ha fallito. Perché continua a rivolgersi alle donne, insegnando loro a riconoscere il pericolo, mentre il pericolo nasce altrove, in una grammatica maschile mai messa in discussione alla radice.
E capiamo anche perché i luoghi sbagliati sono i parchi, le piazze, i cortili dove installiamo panchine rosse: sono spazi pensati per chi rischia, non per chi costruisce, fin da ragazzo, l'identità che poi diventerà pericolosa.
Se il problema è l'identità maschile, la comunicazione deve entrare dove quell'identità si forma tra pari: gli stadi, gli spogliatoi, i contesti dove un ragazzo impara cosa vuol dire essere uomo insieme ad altri uomini. E il messaggio non può più essere un avvertimento sul pericolo. Deve essere una smentita, ripetuta, paziente:
la follia non è la misura dell'amore.
Non è più tempo di essere Lancillotto al contrario. È tempo di uscire dalla favola.
Ma smontare la favola non basta, se sotto non c'è nient'altro. Dietro la fame di possesso c'è quasi sempre un'impotenza mai attraversata, il terrore di dipendere da un'altra persona senza poterla controllare.
È una fatica che la nostra cultura non insegna a reggere: la fatica di restare in bisogno di qualcuno senza doverlo sciogliere nella presa.
Manca una cultura della relazione che aiuti i ragazzi a diventare uomini capaci di dipendere senza vergognarsene e senza vendicarsene, uomini che non oscillano tra il rifiuto di ogni legame e l'afferrare l'altro come fosse l'unica prova della propria esistenza.
Forse è questa la domanda che dovrebbe sostituire tutte le campagne fallite finora. Non più: come proteggiamo le donne dal pericolo.
Ma: come aiutiamo gli uomini a reggere il bisogno, senza trasformarlo in una presa da cui nessuna scarpa rossa, da sola, potrà mai davvero salvarci.