Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale Bergamo

Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale  Bergamo Centro di Psicologia, Psicoterapia, counselling,coaching e formazione per adulti, coppie, adolescenti, bambini e le loro famiglie.

Divenire significa “venire ad essere”, ovvero farsi diverso da quello che si era. Esso è la condizione necessaria dell’Essere, della vita stessa. Ispirandosi a questo concetto, il Centro Divenire afferma la sua ambiziosa vocazione a sostenere ogni individuo nel dispiegarsi della personale ricerca di Sé e del proprio senso nella vita, insieme alla fede nei processi vitali spontanei che portano tutt

o alla trasformazione(nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) e al cambiamento. Per questo motivo non consideriamo i nostri pazienti dei “casi” ma individui che affrontano particolari difficoltà in un dato momento della loro vita, come avviene per tutti! L’approccio del centro è la risultante di un’integrazione di diversi orientamenti di cura e sviluppo delle potenzialità individuali: in particolare, si favoriscono la dimensione della relazione, del contatto e dell’esperienza diretta con sé e con gli altri sia sul piano verbale che su quello corporeo. Il modello d’intervento che ci contraddistingue comporta un progetto terapeutico che prevede una presa in carico articolata e spesso multidisciplinare. Abbiamo la credenza che “curare” faccia rima a volte anche con “formare”, nel senso che il processo di terapia viene supportato da esperienze integrative di sviluppo della persona e che il benessere psicologico viene nutrito da momenti formativi sotto forma di seminari e conferenze. Ecco allora che all’interno di un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico, sia esso individuale , di coppia o di gruppo, la personale elaborazione venga stimolata e supportata da esperienze ad hoc, come work-shop monotematici di una giornata su temi come la vergogna, la relazione con i fratelli ecc., oppure cicli di esperienze come i gruppi mono-genere (si veda cerchio dei maschi o i gruppi dedicati alla consapevolezza corporea (si veda classi di bioenergetica), all’accettazione di Sè e del proprio corpo, ai gruppi di incontro sino all’ atelier di scrittura autobiografica. L’esperienza e sopratutto i risultati in termini di benessere e soddifazione ci stanno ulteriormente rinforzando nel proseguire questa meravigliosa ricerca.

"L’egoeco" è il fenomeno per cui non ascoltiamo veramente ciò che l’altro sta dicendo, ma sentiamo soprattutto l’eco del...
01/09/2026

"L’egoeco" è il fenomeno per cui non ascoltiamo veramente ciò che l’altro sta dicendo, ma sentiamo soprattutto l’eco delle nostre convinzioni, paure e aspettative.
Le parole arrivano fino a noi, attraversano la nostra storia e ritornano trasformate in qualcosa che spesso appartiene più a chi ascolta che a chi ha parlato.

Ascoltare sembra un’azione semplice. In realtà, mentre l’altro parla, noi interpretiamo, anticipiamo, confrontiamo e prepariamo una risposta.
Talvolta smettiamo di seguirlo già dopo le prime parole, perché crediamo di sapere dove voglia arrivare. Non ascoltiamo più per comprendere, ma per confermare ciò che avevamo già concluso.

Nel rapporto di coppia l’egoeco può trasformare una domanda innocente in un’accusa. .
L’altro pronuncia una frase, ma noi rispondiamo a un significato che abbiamo prodotto autonomamente.

Anche le vecchie ferite partecipano alla conversazione.
Chi è stato spesso svalutato può sentire una critica dove esiste soltanto un’osservazione. Chi teme l’abbandono riconosce segnali di distacco in ogni silenzio. Chi ha dovuto difendersi dall’autorità può reagire come a un ordine persino davanti a una richiesta gentile.

In questi casi non siamo necessariamente in malafede. Siamo sinceramente convinti di aver udito ciò che, in realtà, abbiamo aggiunto.

L’egoeco si manifesta anche quando riportiamo immediatamente ogni esperienza al nostro vissuto.
Una persona racconta una sofferenza e noi rispondiamo: "È successo anche a me", iniziando a parlare della nostra storia.
Crediamo di mostrare vicinanza, ma talvolta abbiamo semplicemente sostituito il suo racconto con il nostro.
L’altro cercava ascolto e si ritrova a fare da pubblico.

Non possiamo eliminare completamente questo filtro. Ogni essere umano comprende a partire da ciò che conosce.
Ma possiamo riconoscere che la nostra interpretazione non coincide necessariamente con l’intenzione altrui.

Una domanda semplice può interrompere l’eco: "Ho capito bene ciò che volevi dire?".
Ripetere con parole nostre il messaggio ricevuto e permettere all’altro di correggerci crea uno spazio nel quale la comunicazione può finalmente respirare.

Ascoltare davvero richiede anche di tollerare qualche secondo di vuoto.
Non dobbiamo rispondere immediatamente, raccontare un’esperienza simile o offrire una soluzione.
A volte la forma più profonda di presenza consiste nel lasciare che le parole dell’altro rimangano per un momento dentro di noi senza essere occupate dalle nostre.

L’ascolto autentico non è passività.
È un atto di ospitalità: significa fare temporaneamente spazio a una realtà diversa dalla nostra, senza annetterla e senza tradurla subito nel nostro linguaggio.

L’egoeco diminuisce quando smettiamo di domandarci soltanto: "Che cosa provoca in me ciò che stai dicendo?" e aggiungiamo: "Che cosa significa per te?".

Forse molte incomprensioni non nascono perché le persone non parlano, ma perché ciascuno ascolta la propria eco credendo che sia la voce dell’altro.

Comunicare comincia quando abbiamo il coraggio di abbassare, almeno per un momento, il volume di noi stessi.

(Ciro Barberio - "L’egoeco")

Immagine creata tramite AI - "La diffusione uni-laterale"

repost Poeti Viandanti

LA CHIMICA DELL'AMORE«Con lui c'era chimica.»«Con lei non è mai scattato niente.»Frasi che usiamo come un verdetto defin...
19/08/2026

LA CHIMICA DELL'AMORE

«Con lui c'era chimica.»
«Con lei non è mai scattato niente.»

Frasi che usiamo come un verdetto definitivo, come se la chimica fosse una prova del nove capace di dirci in pochi minuti se una storia merita di cominciare.
Ma cosa succede davvero, in quei minuti in cui decidiamo che "c'è chimica"?

Nel 1974 un esperimento lo ha svelato per caso: un gruppo di uomini attraversava un ponte sospeso e instabile, un altro un ponte solido. Su entrambi li aspettava una donna che lasciava il proprio numero.

Gli uomini del ponte pericolante la chiamarono molto più spesso, e la trovarono più attraente. Il cuore batteva per la paura del vuoto, ma la mente, di fronte a quell'attivazione, le diede un nome: attrazione. Non sapendo da dove viene, la traduciamo nell'emozione più disponibile: se davanti c'è una persona, diventa desiderio.

Chi ci fa aspettare, chi va e torna, tiene il sistema nervoso attivato: è la stessa attivazione del ponte, solo che qui la chiamiamo passione. E quando quella persona torna, il sollievo lo scambiamo per amore, ma spesso nasce solo dalla fine della paura di perderla.

Per questo chiamiamo "assenza di chimica" l'assenza di quella tensione a cui il corpo si è abituato: forse è solo assenza di allarme.
In seduta, una paziente mi racconta di un uomo che la fa sentire "come mai prima d'ora". Le chiedo cosa sente quando lui non risponde: petto stretto, telefono controllato ogni cinque minuti. Le chiedo se ricorda qualcuno rimasto, senza farla sentire così. Ci pensa. Sì, dice. E mi sono annoiata.

La svolta è arrivata quando ha smesso di chiedersi perché attraeva persone così, e ha iniziato a chiedersi cosa, in lei, riconosceva casa in quel copione.

È lo stesso movimento che chiamo punto zero: fermarsi un istante prima di dare un nome a ciò che si sente, per non lasciare che sia il corpo, da solo, a sceglierlo.
Disarmare il cuore non significa smettere di desiderare, ma distinguere l'attivazione dal desiderio, l'angoscia dall'amore.

E tollerare un amore che non produce vertigine.

Ma la pace non è assenza di amore: è solo qualcosa che va ancora imparato a riconoscere.

Gloria Volpato

LA CHIMICA DELL'AMORE«Con lui c'era chimica.»«Con lei non è mai scattato niente, mancava la chimica.»Sono frasi che usia...
19/08/2026

LA CHIMICA DELL'AMORE

«Con lui c'era chimica.»
«Con lei non è mai scattato niente, mancava la chimica.»

Sono frasi che usiamo con leggerezza, quasi fossero un verdetto definitivo. Come se la chimica fosse una specie di prova del nove, capace di dirci in pochi minuti se una storia merita di cominciare.

Ma cosa succede davvero, in quei minuti in cui decidiamo che "c'è chimica"?

Nel 1974 due psicologi provarono a rispondere a questa domanda, senza saperlo.

Nel 1974 due psicologi, Dutton e Aron, fecero un esperimento diventato famoso. Un gruppo di uomini attraversava un ponte sospeso, stretto, instabile, sopra un canyon. Un altro gruppo attraversava un ponte solido e sicuro. Su entrambi i ponti li aspettava una donna che chiedeva di rispondere a un breve questionario e lasciava il proprio numero.

Gli uomini del ponte pericolante la chiamarono molto più spesso. E la descrissero come più attraente.

Il cuore batteva forte per la paura del vuoto sotto i piedi. Ma la mente, di fronte a un'attivazione così intensa, aveva bisogno di darle un nome. E il nome che trovò fu: attrazione.

Questo fenomeno si chiama misattribuzione dell'eccitazione. Il corpo si attiva, il battito accelera, lo stomaco si stringe. E noi, che raramente sappiamo leggere con precisione da dove viene quell'attivazione, la traduciamo nell'emozione più disponibile nel contesto. Se davanti a noi c'è una persona, quell'emozione diventa desiderio.

Ora proviamo a spostare questo meccanismo dentro una relazione che dura nel tempo.

Chi ci fa aspettare, chi non si concede del tutto, chi va e torna, tiene il nostro sistema nervoso costantemente attivato. Non sappiamo, aspettiamo, interpretiamo un silenzio, temiamo di perdere. È la stessa attivazione del ponte. Solo che qui la chiamiamo passione.

E quando quella persona torna, il sollievo che proviamo è enorme. Ma quel benessere spesso non nasce dalla sua presenza. Nasce dalla cessazione momentanea della paura di perderla. È una differenza enorme, anche se dentro di noi sembra la prova di un amore straordinario.

Per questo, a volte, chiamiamo "assenza di chimica" semplicemente l'assenza di quella tensione a cui il corpo si è abituato. Una persona disponibile, che non ci fa aspettare, che non dobbiamo interpretare, non attiva lo stesso battito. E lo confondiamo con l'assenza di desiderio, quando è forse soltanto l'assenza di allarme.

L'antropologa Helen Fisher, che per decenni ha studiato il cervello innamorato, diceva in una sua conferenza che l'amore romantico è una delle sostanze che crea maggiore dipendenza sulla Terra. Perfetto quando va bene. Devastante quando va male.

Con tanto di tolleranza, astinenza e ricaduta, proprio come una dipendenza.

Forse è anche per questo che confondiamo così facilmente l'intensità con l'amore vero.

In seduta, una paziente mi racconta di un uomo che la fa sentire "come mai prima d'ora". Le chiedo di descrivermi le sensazioni fisiche di quando lui non risponde ai messaggi. Il petto stretto, dice. Il telefono controllato ogni cinque minuti. La difficoltà a mangiare. Le chiedo se quelle sensazioni assomigliano più al desiderio o alla paura. Resta in silenzio a lungo. Poi dice: non lo so più distinguere.

Le chiedo se ricorda un momento, nella sua vita, in cui qualcuno è rimasto e lei non ha sentito nulla di simile. Ci pensa. Sì, dice. E mi sono annoiata.

La svolta terapeutica, con lei, non è arrivata insegnandole a diagnosticare un evitante. È arrivata quando ha smesso di chiedersi perché continuava ad attrarre persone così, e ha cominciato a chiedersi cosa, in lei, riconosceva quel copione come casa.

È lo stesso movimento che chiamo punto zero. Fermarsi un istante prima di dare un nome a ciò che si sente. Non per smettere di provare emozioni intense, ma per non lasciare che sia il corpo, da solo, a scegliere il nome giusto.

E con quel nome, una storia intera.

Disarmare il cuore, in questo senso, non significa smettere di desiderare. Significa imparare a distinguere l'attivazione dal desiderio, l'angoscia dall'amore, il sollievo dalla felicità.

E, soprattutto, imparare a tollerare una forma di amore che non produce vertigine. Dove nessuno deve inseguire, interpretare, dimostrare di meritare.

Non è detto che sia più facile. Per chi ha imparato ad amare nella mancanza, la reciprocità può essere disorientante, quasi insapore, all'inizio.

Ma la pace non è l'assenza di amore.

È semplicemente qualcosa che va ancora imparato a riconoscere.

Gloria Volpato

Grazie di cuore per questa bellissima recensione e per la cura del format Roberta Yoga Anuttara Yoga Anuttara 🙏💞
07/08/2026

Grazie di cuore per questa bellissima recensione e per la cura del format Roberta Yoga Anuttara Yoga Anuttara 🙏💞

Il fiore di loto ha bisogno del fango per fiorire.Non è una metafora consolatoria.È una legge della vita.Da piccoli abbi...
07/08/2026

Il fiore di loto ha bisogno del fango per fiorire.

Non è una metafora consolatoria.
È una legge della vita.
Da piccoli abbiamo imparato qualcosa di sbagliato sull'amore.
Abbiamo creduto che per essere amati dovessimo essere speciali, impeccabili, all'altezza.
Che l'approvazione degli altri fosse la prova del nostro valore.
Che il dolore, il fallimento, il fango, fossero da nascondere per non perdere il legame.

E così abbiamo costruito maschere.
Falsi sé presentabili, efficienti, capaci.
E intanto, sotto, qualcosa aspettava.
Ma la natura non sbaglia.
Il loto non fiorisce nonostante il fango.
Fiorisce grazie al fango.

Ciò che abbiamo attraversato, le perdite, i conflitti, i momenti in cui ci siamo sentiti inadeguati, sbagliati, soli, non sono stati ostacoli alla nostra fioritura.
Sono stati il terreno.

Da bambina Anna ha rinunciato ai suoi sogni per compiacere i genitori.
Ha creduto che il suo desiderio fosse un peso, che le sue emozioni fossero troppo.
Ha imparato che per essere amata doveva scomparire un poco.
In terapia, anni dopo, accade qualcosa.
Ricontatta quella ragazza di quindici anni che si è congelata nell'attesa di permesso.

E le dice:
"A me vai bene così come sei. Sempre così entusiasta. Non mi interessa se gli altri dicono che sei sempre troppo. A me questo troppo piace."

Non è la terapeuta a dirlo.
È lei, a se stessa.
È questo il fiore che nasce dal fango.

Non la scomparsa del dolore.
La scoperta che dentro al dolore c'era qualcosa di prezioso che aspettava di essere visto.

La natura intrinsecamente buona della vita non è assenza di difficoltà.

È la capacità, che possiamo coltivare, di lasciarci toccare dalla bellezza anche dentro le esperienze più difficili.

Di sentire che una forza più grande di noi ha operato nella nostra storia, anche nei momenti in cui sembrava tutto perduto.
Il fango non era il nemico.
Era ciò che ti ha permesso di radicarti.

Gloria Volpato, Punto Zero

"Sei sicuro di amare le donne? Sei sicura di amare gli uomini?"È la domanda che spiazza sempre i miei pazienti etero. Pe...
06/08/2026

"Sei sicuro di amare le donne? Sei sicura di amare gli uomini?"

È la domanda che spiazza sempre i miei pazienti etero. Perché diamo per scontato che l'orientamento sessuale garantisca apertura verso l'altro sesso. Spesso non è così.

In molte relazioni eterosessuali si cerca non l'alterità, ma il proprio riflesso: un uomo che ama "come una donna lo ama", una donna attratta da "quanto un uomo la desidera" — ma raramente un interesse autentico per come l'altro è, nelle sue sfaccettature reali. Si cerca l'identico, travestito da corpo diverso.

Un paziente, per mesi, mi ha parlato della compagna solo in termini di quanto lo facesse sentire desiderato. Quando gli ho chiesto di descrivere lei — non il rapporto — è rimasto in silenzio a lungo. Amava l'effetto che lei produceva su di lui, non la persona che lo produceva.

Irigaray lo chiamava mancata alterità. Freud, scelta narcisistica dell'oggetto. Jessica Benjamin diceva: la vera relazione comincia solo quando riconosco l'altro come soggetto pari — non quando mi chiedo "cosa fa per me", ma "chi è, indipendentemente da me".

Forse la vera domanda non è "chi amo", ma cosa sto amando quando dico di amare qualcuno. Se è l'altro, o solo l'eco di me stesso che mi torna indietro.

Gloria Volpato

Agosto a casa? Approfittane per fare un piccolo viaggio dentro di te, per scoprire la tua mappa interiore. 🧭Non tutti i ...
06/08/2026

Agosto a casa? Approfittane per fare un piccolo viaggio dentro di te, per scoprire la tua mappa interiore. 🧭

Non tutti i viaggi hanno bisogno di una valigia. Alcuni iniziano restando fermi, con il coraggio di guardarsi dentro con onestà.

5 incontri di counseling per fare il punto sulla tua situazione di vita — capire come ti senti, e di cosa hai davvero bisogno per ritrovarti.

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""Sei sicuro di amare le donne? Sei sicura di amare gli uomini?"È la provocazione che mi capita di fare  ai pazienti ete...
06/08/2026

""Sei sicuro di amare le donne? Sei sicura di amare gli uomini?"

È la provocazione che mi capita di fare ai pazienti etero quando parlano della loro relazione.

E quasi sempre li spiazza, perché la danno per scontata — come se l'orientamento sessuale garantisse automaticamente l'apertura verso l'altro sesso.

Non è così.

Quello che osservo in molte relazioni eterosessuali è un paradosso: si cerca nell'altro non l'alterità, ma il proprio riflesso.

Un uomo che ama "il modo in cui una donna lo ama", una donna attratta da "quanto un uomo la desidera" — ma raramente emerge un interesse autentico per come l'altro funziona, per le sue sfaccettature specifiche, per la sua differenza radicale.

Si cerca l'identico, travestito da corpo diverso. Da un certo punto di vista, è una relazione omosessuale nella struttura, anche quando etero nella forma.

Mi viene in mente un paziente — chiamiamolo M. — che per mesi ha parlato della compagna solo in termini di "quanto mi fa sentire desiderato", "quanto mi ammira". Quando gli ho chiesto di descrivermi lei, non il rapporto con lei, ma lei — cosa la fa arrabbiare, cosa teme, come pensa — è rimasto in silenzio parecchi secondi. Non perché non lo sapesse in astratto, ma perché non se l'era mai chiesto sul serio. Amava l'effetto che lei produceva su di lui, non la persona che la produceva.

Questo non è un pensiero nuovo.
Irigaray, in Etica della differenza sessuale (1984), lo mette al centro della sua filosofia: la cultura occidentale, dice, non ha mai davvero pensato la differenza sessuale come alterità reale. Ha pensato un soggetto neutro (di fatto maschile) e una donna definita solo in rapporto a quel soggetto, mai nella sua autonomia simbolica.

Il risultato è che anche nell'amore eterosessuale si finisce per amare non l'altro, ma un'estensione di sé — l'altro-per-me, non l'altro-in-sé.

Freud, molto prima, aveva già distinto la scelta oggettuale "narcisistica" da quella "anaclitica": si ama ciò che si è, ciò che si vorrebbe essere, o chi ci ha nutriti — raramente si ama semplicemente perché l'altro esiste, distinto e opaco a noi.

E Jessica Benjamin, psicoanalista intersoggettivista, ha dato forse la formula più chiara: la vera relazione comincia solo quando l'altro viene riconosciuto come soggetto pari, non come oggetto che risponde ai miei bisogni — quando smetto di chiedermi "cosa fa per me" e comincio a chiedermi "chi è, davvero, indipendentemente da me".

Forse la vera domanda, in terapia come nella vita, non è "chi amo" ma "chi sto amando quando dico di amare qualcuno".

Se è l'altro, o solo l'eco di me stesso che mi torna indietro.

Gloria Volpato

Solo perché sei capace di fare tutto, non devi fare tutto.C'è qualcosa che non si dice mai di chi fa tutto.Non lo fa sol...
31/07/2026

Solo perché sei capace di fare tutto, non devi fare tutto.

C'è qualcosa che non si dice mai di chi fa tutto.
Non lo fa solo perché è capace.
Lo fa perché smettere di fare sembra pericoloso.
⬇️
Marco viene da me da qualche mese.
Efficiente, preciso, sempre con una soluzione pronta.
Un giorno mi dice:
"Non riesco a stare fermo. Come se fermarmi fosse sbagliato."
"Cosa teme che succeda se si ferma?"
"Che qualcosa crolli. Che non riesca a rimediare."
"E se non riuscisse a rimediare, cosa significherebbe?"
"Che non sono abbastanza."
"E se non fosse abbastanza, cosa teme che farebbe l'altro?"
Silenzio lungo.
"Se ne andrebbe. Come è sempre andata."
⬇️
Eccolo.
Non era l'agenda il problema.
Era quella ferita lì, sepolta sotto anni di fare:
la convinzione che senza la propria utilità, l'altro non avrebbe ragione di restare.
Ma c'è qualcosa di ancora più difficile da vedere.
L'altro può andarsene comunque.
Non perché non sei abbastanza.
Ma perché è libero.
E nessuna efficienza, nessun fare instancabile potrà mai tenerlo se ha scelto di andare.
⬇️
Finché fai per tutti, non c'è spazio per nessuno.
Non per l'altro, che non trova mai una persona intera di fronte a sé.
Non per te, che sparisci dentro i bisogni altrui senza mai chiederti cosa vuoi davvero.
Imparare a stare nella propria metà del campo è il lavoro più difficile per chi ha imparato presto che occuparsi dell'altra metà era l'unico modo per sentirsi al sicuro.
Ma è l'unico modo per uscire dalla trappola.
⬇️
Perché solo quando smetti di fare per tenere l'altro, puoi cominciare a sceglierlo davvero.
E solo allora diventa possibile quello a cui avevi rinunciato credendo di proteggerti:
la reciprocità.
Non fare per tutti non è egoismo.
È fare spazio.
A te. All'altro.
All'incontro reale tra due persone che scelgono di esserci.
Gloria Volpato
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Solo perché sei capace di fare tutto, non devi fare tutto.C'è qualcosa che non si dice quasi mai di chi fa tutto.Non lo ...
31/07/2026

Solo perché sei capace di fare tutto, non devi fare tutto.

C'è qualcosa che non si dice quasi mai di chi fa tutto.

Non lo fa solo perché è capace. Lo fa perché, in un posto molto antico e molto preciso, smettere di fare sembra pericoloso.

Marco viene da me da qualche mese. È un uomo efficiente, preciso, affidabile. Al lavoro, in famiglia, con gli amici. Sempre con una soluzione pronta, sempre un passo avanti agli eventi.

Un giorno mi dice:
"Non riesco a stare fermo. Anche quando non c'è niente di urgente, trovo qualcosa da fare. Come se fermarmi fosse sbagliato."
Gli chiedo: "Cosa teme che succeda se si ferma?"
Pausa lunga.
"Che le cose vadano fuori controllo. Che qualcosa crolli."
"E se crollasse, cosa significherebbe di lei?"
"Che non sono abbastanza."
"E se non fosse abbastanza, cosa teme che farebbe l'altro?"
Questa volta il silenzio è più lungo. Quando parla, la voce è diversa.
"Se ne andrebbe. Come è sempre andata."

Eccolo. Non era l'agenda il problema. Era quella ferita lì, sepolta sotto anni di fare: la convinzione che, senza la propria utilità, l'altro non avrebbe ragione di restare.

A un certo punto della storia, molto presto, dipendere dall'altro ha fatto male. E allora il sistema ha imparato: non chiedere. Non aver bisogno. Farcela da soli. Ed è diventato molto bravo a farcela da solo.

Ma il prezzo è alto.

Perché smettere di fare significa risentire esattamente quella cosa lì: il bisogno dell'altro. Quel bisogno a cui si era rinunciato per non soffrire più. Quella fame antica di essere visti, sostenuti, tenuti, che si era imparato a coprire con l'efficienza.
Ed è qui che arriva la parte più difficile.

Quella che nessuno vuole sentire.

L'altro può andarsene comunque.
Non perché tu non sia abbastanza. Ma perché è libero. E nessuna efficienza, nessuna disponibilità totale, nessun fare instancabile potrà mai tenerlo se lui ha scelto di andare. L'illusione di essere indispensabili è solo questo: un'illusione. Una strategia di controllo travestita da generosità.

E finché si fa per tutti, non c'è spazio per nessuno. Non per l'altro, che non trova mai una persona intera di fronte a sé, solo un servizio sempre attivo. Non per sé stessi, che spariscono dentro i bisogni altrui senza mai chiedersi cosa vogliono davvero.

Imparare a stare nella propria metà del campo è il lavoro più difficile per chi ha imparato presto che occuparsi dell'altra metà era l'unico modo per sentirsi al sicuro.

Ma è l'unico modo per uscire dalla trappola.

Perché solo quando smetti di fare per tenere l'altro, puoi cominciare a sceglierlo davvero.

E solo quando l'altro non è più necessario per la tua sopravvivenza emotiva, diventa possibile qualcosa di completamente diverso: la reciprocità.

Quella a cui si era dolorosamente rinunciato credendo di proteggersi, e che invece era l'unica cosa che si desiderava davvero.

Non fare per tutti non è egoismo.
È fare spazio.
A te. All'altro. All'incontro reale tra due persone che scelgono di esserci, non che ci sono costrette dall'utilità di qualcuno.

Gloria Volpato

Indirizzo

Siamo A Torre Boldone E A Curno (Bg)
Torre Boldone

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 22:00
Martedì 09:00 - 22:00
Mercoledì 09:00 - 22:00
Giovedì 09:00 - 22:00
Venerdì 09:00 - 22:00

Telefono

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