Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale Bergamo

Centro Divenire Psicoterapia e Crescita Personale  Bergamo Centro di Psicologia, Psicoterapia, counselling,coaching e formazione per adulti, coppie, adolescenti, bambini e le loro famiglie.

Divenire significa “venire ad essere”, ovvero farsi diverso da quello che si era. Esso è la condizione necessaria dell’Essere, della vita stessa. Ispirandosi a questo concetto, il Centro Divenire afferma la sua ambiziosa vocazione a sostenere ogni individuo nel dispiegarsi della personale ricerca di Sé e del proprio senso nella vita, insieme alla fede nei processi vitali spontanei che portano tutt

o alla trasformazione(nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) e al cambiamento. Per questo motivo non consideriamo i nostri pazienti dei “casi” ma individui che affrontano particolari difficoltà in un dato momento della loro vita, come avviene per tutti! L’approccio del centro è la risultante di un’integrazione di diversi orientamenti di cura e sviluppo delle potenzialità individuali: in particolare, si favoriscono la dimensione della relazione, del contatto e dell’esperienza diretta con sé e con gli altri sia sul piano verbale che su quello corporeo. Il modello d’intervento che ci contraddistingue comporta un progetto terapeutico che prevede una presa in carico articolata e spesso multidisciplinare. Abbiamo la credenza che “curare” faccia rima a volte anche con “formare”, nel senso che il processo di terapia viene supportato da esperienze integrative di sviluppo della persona e che il benessere psicologico viene nutrito da momenti formativi sotto forma di seminari e conferenze. Ecco allora che all’interno di un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico, sia esso individuale , di coppia o di gruppo, la personale elaborazione venga stimolata e supportata da esperienze ad hoc, come work-shop monotematici di una giornata su temi come la vergogna, la relazione con i fratelli ecc., oppure cicli di esperienze come i gruppi mono-genere (si veda cerchio dei maschi o i gruppi dedicati alla consapevolezza corporea (si veda classi di bioenergetica), all’accettazione di Sè e del proprio corpo, ai gruppi di incontro sino all’ atelier di scrittura autobiografica. L’esperienza e sopratutto i risultati in termini di benessere e soddifazione ci stanno ulteriormente rinforzando nel proseguire questa meravigliosa ricerca.

Due percorsi, un solo filo conduttore: il rapporto che gli uomini hanno — o non hanno — con sé stessi.🔹 Uomini Persi — 5...
07/09/2026

Due percorsi, un solo filo conduttore: il rapporto che gli uomini hanno — o non hanno — con sé stessi.

🔹 Uomini Persi — 5 incontri di counseling individuale, un percorso esperienziale per chi sente che le strade percorse finora non lo rappresentano più.
🔹 Cerchio degli Uomini — il nuovo percorso annuale riparte martedì 13 ottobre, un incontro al mese, per costruire insieme uno spazio di fraternità autentica.

Abbiamo dedicato l'ultima newsletter proprio al maschile: la trovi nel link in bio oppure qui 👉
https://a3u93.r.a.d.sendibm1.com/mk/mr/sh/OycXxko2a8zXNWXiurL8EYjN/BVfsbQKunv6z

07/09/2026

Punto Zero è un libro perfetto per i momenti di crisi, perché ti accompagna a comprendere come funzioni tu, come funzionano gli altri, e in che modo sei arrivato al punto della vita in cui ti trovi ora.

Questo libro di autoaiuto ti accompagna a ricapitolare la tua vita, a fare chiarezza, a capire perché, nonostante il lavoro fatto su di sé, certe cose continuano a tornare.

È un viaggio che ti porta a creare una certa distanza, come se potessi osservare la tua vita dall'alto.

E da lì non solo guardare il cammino percorso finora, ma riprenderlo con più determinazione, gioia, voglia di rimettersi in gioco.

Perché è questo che accade quando torniamo ad amare la vita che abbiamo, e la vita che siamo.

Gloria Volpato

Punto Zero, Disarmare il Cuore e Voltare pagina con amore ( Edizioni San Paolo).
Su tutte le piattaforme. Disponibile anche in formato e-book

SFERA EBBASTA A SAN SIRO: UNA SCENA SU CUI RIFLETTERE Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze. La scena cel...
06/09/2026

SFERA EBBASTA A SAN SIRO: UNA SCENA SU CUI RIFLETTERE

Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze. La scena celebrata da moltissimi media e diventata virale è un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi. Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all’educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere sociorelazionale ed emotivo.

Nel frattempo, la loro cultura “mainstream” continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l’esatto contrario. Un uomo con dieci ragazze, lui davanti loro dietro. Tutte vestite uguali, praticamente in divisa. Di lui sappiamo tutto, di loro non sappiamo nemmeno il nome.

Viene in mente il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo che anni fa aveva raccontato al mondo il ruolo decorativo del corpo femminile all’interno di tutte le trasmissioni della Tivu generalista. Era il 2009 e dopo quasi 20 anni siamo praticamente ancora lì. Solo che allora questa cosa veniva vista per ciò che era: un gigantesco stereotipo culturale da ribaltare. Oggi viene raccontata come qualcosa da celebrare; online ho letto anche l’aggettivo “colossale” per definire tale scena e tale ingresso. Detto da un sessantenne, tutto questo suona come un predicozzo del solito boomer. Invece, sono un padre e un uomo e un maschio e da anni penso e lavoro per produrre pensiero critico.

Siamo noi uomini per prima a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni. Uno dei miei figli ieri era a San Siro. Stamane a colazione ho parlato con lui. Non avevo bisogno di essere capito o di portarlo dalla mia parte. Però volevo che lui avesse anche un’altra narrazione. Un’ultima osservazione: oggi quando si parla di violenza di genere, di abbattimento degli stereotipi tantissimi artisti della musica mainstream si mettono in prima fila con dichiarazioni e proclami. Poi se un’artista come Sfera Ebbasta li convoca per un feat, dentro un suo brano corrono alla corte del re come se niente fosse. Forse sarebbe il caso che le artiste smontassero narrazioni che fanno male al femminile, a tutte le donne (e quindi anche a loro) pretendendo una coerenza che troppo spesso sfugge ai più.

Scrivere queste cose oggi è spaventosamente impopolare. Ma al tempo stesso è troppo necessario. Perciò ho deciso di scrivere questo post. Non mi interessa parlare di Sfera Ebbasta, sia chiaro. Mi interessa promuovere pensiero critico sulla cultura di cui lui, volente o nolente, è un testimonial di riferimento. Vorrei chiedergli se non sente alcuna responsabilità etica ed educativa avendo un pubblico così ampio tra i giovani ed essendo lui stesso un papà.

Condivido con voi la foto del fatto di cui vi parlo, non per celebrarla e renderla ancora più popolare (rischio di cui sono consapevole). Lo faccio perché cominciate a guardarla con più pensiero critico, a decostruirla secondo la lettura che le mie parole vi volevano suggerire. Magari fatelo con i vostri figli. O con i vostri studenti alla ripresa dell’anno scolastico.

Alberto Pellai

IL LATO OSCURO DI LANCILLOTTOPerché la prevenzione al femminicio ha finora fallito.Ogni 25 novembre lo stesso rito. Scar...
04/09/2026

IL LATO OSCURO DI LANCILLOTTO
Perché la prevenzione al femminicio ha finora fallito.

Ogni 25 novembre lo stesso rito. Scarpe rosse, panchine dipinte, hashtag. Il rosso per ricordare il sangue versato.

Ma guardiamolo con onestà: nella grammatica sensoriale maschile il rosso non è mai stato solo sangue. È il tacco dodici, l'invito. Comunichiamo il pericolo con l'alfabeto stesso del desiderio che a volte lo genera.

Il problema è più a monte. È nella storia che raccontiamo su cosa significhi amare, da uomini.

Lancillotto nasce da un rapimento.
Un uomo dimostra il proprio amore sostituendo la propria volontà a quella della donna. Ti rapisco, ti porto dove non avresti scelto di andare. Nella narrativa romantica questo non è una minaccia. È la prova più alta.

Non è un'eccezione malata da isolare. È l'etica stessa del gesto eroico maschile in amore, quella che applaudiamo al cinema, portata fino in fondo.

Massimo Recalcati lo ha scritto così: ti domino fino al punto da ucciderti in modo che tu non possa mai abbandonarmi, perché se lo facessi non resterebbe niente di me. Non è amore che diventa odio. È lo stesso amore, costruito sull'avere e non sull'essere, che porta dentro di sé la propria distruzione fin dall'inizio.

Nella stanza, lui dice: "Volevo solo che restasse mia per sempre." E non mente. Il problema non è la sua sincerità.

È il vocabolario con cui ha imparato a tradurre l'amore.

Ecco perché la prevenzione ha fallito. Continua a rivolgersi alle donne, mentre il pericolo nasce in una grammatica maschile mai messa in discussione.

La comunicazione dovrebbe entrare dove quell'identità si forma tra pari, negli stadi, negli spogliatoi. Il messaggio non un avvertimento sul pericolo, ma una smentita: la follia non è la misura dell'amore.

Non più: come proteggiamo le donne dal pericolo. Ma: come aiutiamo gli uomini a reggere il bisogno, senza trasformarlo in una presa.

Gloria Volpato

Il lato oscuro di LancillottoPerché la prevenzione al femminicio non sta funzionandodi Gloria Volpato Ogni 25 novembre l...
04/09/2026

Il lato oscuro di Lancillotto
Perché la prevenzione al femminicio non sta funzionando
di Gloria Volpato

Ogni 25 novembre lo stesso rito. Scarpe rosse allineate in piazza, panchine dipinte, fiocchi, hashtag. Il rosso scelto per ricordare il sangue versato.

Ma proviamo a guardarlo con onestà, quel colore, prima di continuare a usarlo: nella grammatica sensoriale con cui un uomo è stato educato a leggere il mondo, il rosso non è mai stato solo sangue. È il tacco dodici, il rossetto, l'invito.

Stiamo comunicando il pericolo con l'alfabeto stesso del desiderio che a volte lo genera.

Non è un dettaglio, è un cortocircuito che dice già molto su quanto sia disorientata, oggi, la prevenzione.

Ma il problema non è nella grafica delle campagne. È molto più a monte. È nella storia che raccontiamo da sempre su cosa significhi amare, da uomini.

Lancillotto nasce da un rapimento. Ginevra viene sottratta, e lui la insegue attraverso terre proibite per riportarla a sé. Nei secoli quella grammatica non si è mai davvero spenta, si è solo travestita: oggi si chiama Rapita dal principe, Prigioniera del principe, ed è uno dei generi più venduti al mondo ( Vedi il successo dei libri erotici come 50 sfumature di grigio)

Il codice è identico: un uomo dimostra il proprio amore attraverso un gesto che sostituisce la propria volontà a quella della donna.

È il codice alla base dell'erotismo, questo va detto.

Ti rapisco, ti porto dove non avresti scelto di andare, ti sorprendo con qualcosa che tu non avresti mai deciso. E questo, nella narrativa romantica, non è soltanto una minaccia. È la prova più alta perché lei in una situazione simile si abbandonerà eroicamente a lui come nella scena del film Excalibur in cui Lancillotto possiede Ginevra mantenendo quella corazza.

Esattamente quella corazza splendente che riprende Nolan nella sua odissea dove gli uomini sono eroi soli, che parlano per proclami e vedono nelle donne qualcuno da raggiungere o qualcuno da farsi supportare ma certamente mai qualcuno con cui dialogare.

La matrice del femminidio è dunque la stessa alla base dell'eccitazione erotica spinta all'estremo della morte. Entrare in una relazione eterossessuale classica significa dunque entrare fin dall'inizio in un gioco tra la vita e la morte.

È qui che va aperto il vero processo. Non al singolo uomo violento, trattato come un'eccezione malata da isolare e curare a parte. Ma all'etica stessa del gesto eroico maschile in amore, quella che applaudiamo ogni sera al cinema e che, portata fino in fondo, produce ciò che leggiamo ogni giorno nelle cronache.

Non sono due grammatiche diverse. È la stessa, a gradi diversi di intensità.

Chi lavora clinicamente con uomini che hanno agito violenza incontra spesso una vergogna arcaica, mai attraversata, che si traduce nell'unico linguaggio che quell'uomo ha imparato a parlare: il possesso.

Massimo Recalcati, riflettendo su un femminicidio che ha scosso l'opinione pubblica, ha descritto questo meccanismo con una frase che va letta lentamente: ti domino fino al punto da ucciderti in modo tale che tu non possa mai abbandonarmi, perché se tu mi abbandonassi non resterebbe niente di me. Non è l'amore che si converte in odio. È lo stesso amore, quello costruito sull'avere e non sull'essere, che porta dentro di sé, fin dall'inizio, la propria distruzione.

Non è un pensiero nuovo, se si guarda alla cultura che lo ha preparato. Denis de Rougemont, studiando il mito di Tristano e Isotta, scriveva che l'Occidente ha bisogno di un mito per dire l'inconfessabile: che la passione è legata alla morte, e che chi vi si abbandona con tutte le forze porta con sé la propria distruzione. Non parlava di femminicidio. Parlava della radice culturale dell'amore-passione che ancora oggi chiamiamo romantico.

E quando quella stessa logica si allarga oltre la coppia, arriva fino a inghiottire un'intera famiglia, la psicologia la chiama familicidio altruistico: un uomo che uccide moglie e figli non per odio ma per quello che, nella sua mente, resta un atto d'amore e di protezione, l'unico modo che conosce per non lasciarli soli nella vergogna o nel crollo.

Nella stanza, lui dice: "Volevo solo che restasse mia per sempre." E non mente. È esattamente quello che intendeva. Il problema non è la sua sincerità.

È il vocabolario con cui ha imparato a tradurre l'amore.

Se questa è la matrice, allora capiamo perché la prevenzione, finora, ha fallito. Perché continua a rivolgersi alle donne, insegnando loro a riconoscere il pericolo, mentre il pericolo nasce altrove, in una grammatica maschile mai messa in discussione alla radice.

E capiamo anche perché i luoghi sbagliati sono i parchi, le piazze, i cortili dove installiamo panchine rosse: sono spazi pensati per chi rischia, non per chi costruisce, fin da ragazzo, l'identità che poi diventerà pericolosa.

Se il problema è l'identità maschile, la comunicazione deve entrare dove quell'identità si forma tra pari: gli stadi, gli spogliatoi, i contesti dove un ragazzo impara cosa vuol dire essere uomo insieme ad altri uomini. E il messaggio non può più essere un avvertimento sul pericolo. Deve essere una smentita, ripetuta, paziente:

la follia non è la misura dell'amore.

Non è più tempo di essere Lancillotto al contrario. È tempo di uscire dalla favola.

Ma smontare la favola non basta, se sotto non c'è nient'altro. Dietro la fame di possesso c'è quasi sempre un'impotenza mai attraversata, il terrore di dipendere da un'altra persona senza poterla controllare.

È una fatica che la nostra cultura non insegna a reggere: la fatica di restare in bisogno di qualcuno senza doverlo sciogliere nella presa.

Manca una cultura della relazione che aiuti i ragazzi a diventare uomini capaci di dipendere senza vergognarsene e senza vendicarsene, uomini che non oscillano tra il rifiuto di ogni legame e l'afferrare l'altro come fosse l'unica prova della propria esistenza.

Forse è questa la domanda che dovrebbe sostituire tutte le campagne fallite finora. Non più: come proteggiamo le donne dal pericolo.

Ma: come aiutiamo gli uomini a reggere il bisogno, senza trasformarlo in una presa da cui nessuna scarpa rossa, da sola, potrà mai davvero salvarci.

"L’egoeco" è il fenomeno per cui non ascoltiamo veramente ciò che l’altro sta dicendo, ma sentiamo soprattutto l’eco del...
01/09/2026

"L’egoeco" è il fenomeno per cui non ascoltiamo veramente ciò che l’altro sta dicendo, ma sentiamo soprattutto l’eco delle nostre convinzioni, paure e aspettative.
Le parole arrivano fino a noi, attraversano la nostra storia e ritornano trasformate in qualcosa che spesso appartiene più a chi ascolta che a chi ha parlato.

Ascoltare sembra un’azione semplice. In realtà, mentre l’altro parla, noi interpretiamo, anticipiamo, confrontiamo e prepariamo una risposta.
Talvolta smettiamo di seguirlo già dopo le prime parole, perché crediamo di sapere dove voglia arrivare. Non ascoltiamo più per comprendere, ma per confermare ciò che avevamo già concluso.

Nel rapporto di coppia l’egoeco può trasformare una domanda innocente in un’accusa. .
L’altro pronuncia una frase, ma noi rispondiamo a un significato che abbiamo prodotto autonomamente.

Anche le vecchie ferite partecipano alla conversazione.
Chi è stato spesso svalutato può sentire una critica dove esiste soltanto un’osservazione. Chi teme l’abbandono riconosce segnali di distacco in ogni silenzio. Chi ha dovuto difendersi dall’autorità può reagire come a un ordine persino davanti a una richiesta gentile.

In questi casi non siamo necessariamente in malafede. Siamo sinceramente convinti di aver udito ciò che, in realtà, abbiamo aggiunto.

L’egoeco si manifesta anche quando riportiamo immediatamente ogni esperienza al nostro vissuto.
Una persona racconta una sofferenza e noi rispondiamo: "È successo anche a me", iniziando a parlare della nostra storia.
Crediamo di mostrare vicinanza, ma talvolta abbiamo semplicemente sostituito il suo racconto con il nostro.
L’altro cercava ascolto e si ritrova a fare da pubblico.

Non possiamo eliminare completamente questo filtro. Ogni essere umano comprende a partire da ciò che conosce.
Ma possiamo riconoscere che la nostra interpretazione non coincide necessariamente con l’intenzione altrui.

Una domanda semplice può interrompere l’eco: "Ho capito bene ciò che volevi dire?".
Ripetere con parole nostre il messaggio ricevuto e permettere all’altro di correggerci crea uno spazio nel quale la comunicazione può finalmente respirare.

Ascoltare davvero richiede anche di tollerare qualche secondo di vuoto.
Non dobbiamo rispondere immediatamente, raccontare un’esperienza simile o offrire una soluzione.
A volte la forma più profonda di presenza consiste nel lasciare che le parole dell’altro rimangano per un momento dentro di noi senza essere occupate dalle nostre.

L’ascolto autentico non è passività.
È un atto di ospitalità: significa fare temporaneamente spazio a una realtà diversa dalla nostra, senza annetterla e senza tradurla subito nel nostro linguaggio.

L’egoeco diminuisce quando smettiamo di domandarci soltanto: "Che cosa provoca in me ciò che stai dicendo?" e aggiungiamo: "Che cosa significa per te?".

Forse molte incomprensioni non nascono perché le persone non parlano, ma perché ciascuno ascolta la propria eco credendo che sia la voce dell’altro.

Comunicare comincia quando abbiamo il coraggio di abbassare, almeno per un momento, il volume di noi stessi.

(Ciro Barberio - "L’egoeco")

Immagine creata tramite AI - "La diffusione uni-laterale"

repost Poeti Viandanti

LA CHIMICA DELL'AMORE«Con lui c'era chimica.»«Con lei non è mai scattato niente.»Frasi che usiamo come un verdetto defin...
19/08/2026

LA CHIMICA DELL'AMORE

«Con lui c'era chimica.»
«Con lei non è mai scattato niente.»

Frasi che usiamo come un verdetto definitivo, come se la chimica fosse una prova del nove capace di dirci in pochi minuti se una storia merita di cominciare.
Ma cosa succede davvero, in quei minuti in cui decidiamo che "c'è chimica"?

Nel 1974 un esperimento lo ha svelato per caso: un gruppo di uomini attraversava un ponte sospeso e instabile, un altro un ponte solido. Su entrambi li aspettava una donna che lasciava il proprio numero.

Gli uomini del ponte pericolante la chiamarono molto più spesso, e la trovarono più attraente. Il cuore batteva per la paura del vuoto, ma la mente, di fronte a quell'attivazione, le diede un nome: attrazione. Non sapendo da dove viene, la traduciamo nell'emozione più disponibile: se davanti c'è una persona, diventa desiderio.

Chi ci fa aspettare, chi va e torna, tiene il sistema nervoso attivato: è la stessa attivazione del ponte, solo che qui la chiamiamo passione. E quando quella persona torna, il sollievo lo scambiamo per amore, ma spesso nasce solo dalla fine della paura di perderla.

Per questo chiamiamo "assenza di chimica" l'assenza di quella tensione a cui il corpo si è abituato: forse è solo assenza di allarme.
In seduta, una paziente mi racconta di un uomo che la fa sentire "come mai prima d'ora". Le chiedo cosa sente quando lui non risponde: petto stretto, telefono controllato ogni cinque minuti. Le chiedo se ricorda qualcuno rimasto, senza farla sentire così. Ci pensa. Sì, dice. E mi sono annoiata.

La svolta è arrivata quando ha smesso di chiedersi perché attraeva persone così, e ha iniziato a chiedersi cosa, in lei, riconosceva casa in quel copione.

È lo stesso movimento che chiamo punto zero: fermarsi un istante prima di dare un nome a ciò che si sente, per non lasciare che sia il corpo, da solo, a sceglierlo.
Disarmare il cuore non significa smettere di desiderare, ma distinguere l'attivazione dal desiderio, l'angoscia dall'amore.

E tollerare un amore che non produce vertigine.

Ma la pace non è assenza di amore: è solo qualcosa che va ancora imparato a riconoscere.

Gloria Volpato

LA CHIMICA DELL'AMORE«Con lui c'era chimica.»«Con lei non è mai scattato niente, mancava la chimica.»Sono frasi che usia...
19/08/2026

LA CHIMICA DELL'AMORE

«Con lui c'era chimica.»
«Con lei non è mai scattato niente, mancava la chimica.»

Sono frasi che usiamo con leggerezza, quasi fossero un verdetto definitivo. Come se la chimica fosse una specie di prova del nove, capace di dirci in pochi minuti se una storia merita di cominciare.

Ma cosa succede davvero, in quei minuti in cui decidiamo che "c'è chimica"?

Nel 1974 due psicologi provarono a rispondere a questa domanda, senza saperlo.

Nel 1974 due psicologi, Dutton e Aron, fecero un esperimento diventato famoso. Un gruppo di uomini attraversava un ponte sospeso, stretto, instabile, sopra un canyon. Un altro gruppo attraversava un ponte solido e sicuro. Su entrambi i ponti li aspettava una donna che chiedeva di rispondere a un breve questionario e lasciava il proprio numero.

Gli uomini del ponte pericolante la chiamarono molto più spesso. E la descrissero come più attraente.

Il cuore batteva forte per la paura del vuoto sotto i piedi. Ma la mente, di fronte a un'attivazione così intensa, aveva bisogno di darle un nome. E il nome che trovò fu: attrazione.

Questo fenomeno si chiama misattribuzione dell'eccitazione. Il corpo si attiva, il battito accelera, lo stomaco si stringe. E noi, che raramente sappiamo leggere con precisione da dove viene quell'attivazione, la traduciamo nell'emozione più disponibile nel contesto. Se davanti a noi c'è una persona, quell'emozione diventa desiderio.

Ora proviamo a spostare questo meccanismo dentro una relazione che dura nel tempo.

Chi ci fa aspettare, chi non si concede del tutto, chi va e torna, tiene il nostro sistema nervoso costantemente attivato. Non sappiamo, aspettiamo, interpretiamo un silenzio, temiamo di perdere. È la stessa attivazione del ponte. Solo che qui la chiamiamo passione.

E quando quella persona torna, il sollievo che proviamo è enorme. Ma quel benessere spesso non nasce dalla sua presenza. Nasce dalla cessazione momentanea della paura di perderla. È una differenza enorme, anche se dentro di noi sembra la prova di un amore straordinario.

Per questo, a volte, chiamiamo "assenza di chimica" semplicemente l'assenza di quella tensione a cui il corpo si è abituato. Una persona disponibile, che non ci fa aspettare, che non dobbiamo interpretare, non attiva lo stesso battito. E lo confondiamo con l'assenza di desiderio, quando è forse soltanto l'assenza di allarme.

L'antropologa Helen Fisher, che per decenni ha studiato il cervello innamorato, diceva in una sua conferenza che l'amore romantico è una delle sostanze che crea maggiore dipendenza sulla Terra. Perfetto quando va bene. Devastante quando va male.

Con tanto di tolleranza, astinenza e ricaduta, proprio come una dipendenza.

Forse è anche per questo che confondiamo così facilmente l'intensità con l'amore vero.

In seduta, una paziente mi racconta di un uomo che la fa sentire "come mai prima d'ora". Le chiedo di descrivermi le sensazioni fisiche di quando lui non risponde ai messaggi. Il petto stretto, dice. Il telefono controllato ogni cinque minuti. La difficoltà a mangiare. Le chiedo se quelle sensazioni assomigliano più al desiderio o alla paura. Resta in silenzio a lungo. Poi dice: non lo so più distinguere.

Le chiedo se ricorda un momento, nella sua vita, in cui qualcuno è rimasto e lei non ha sentito nulla di simile. Ci pensa. Sì, dice. E mi sono annoiata.

La svolta terapeutica, con lei, non è arrivata insegnandole a diagnosticare un evitante. È arrivata quando ha smesso di chiedersi perché continuava ad attrarre persone così, e ha cominciato a chiedersi cosa, in lei, riconosceva quel copione come casa.

È lo stesso movimento che chiamo punto zero. Fermarsi un istante prima di dare un nome a ciò che si sente. Non per smettere di provare emozioni intense, ma per non lasciare che sia il corpo, da solo, a scegliere il nome giusto.

E con quel nome, una storia intera.

Disarmare il cuore, in questo senso, non significa smettere di desiderare. Significa imparare a distinguere l'attivazione dal desiderio, l'angoscia dall'amore, il sollievo dalla felicità.

E, soprattutto, imparare a tollerare una forma di amore che non produce vertigine. Dove nessuno deve inseguire, interpretare, dimostrare di meritare.

Non è detto che sia più facile. Per chi ha imparato ad amare nella mancanza, la reciprocità può essere disorientante, quasi insapore, all'inizio.

Ma la pace non è l'assenza di amore.

È semplicemente qualcosa che va ancora imparato a riconoscere.

Gloria Volpato

Grazie di cuore per questa bellissima recensione e per la cura del format Roberta Yoga Anuttara Yoga Anuttara 🙏💞
07/08/2026

Grazie di cuore per questa bellissima recensione e per la cura del format Roberta Yoga Anuttara Yoga Anuttara 🙏💞

Il fiore di loto ha bisogno del fango per fiorire.Non è una metafora consolatoria.È una legge della vita.Da piccoli abbi...
07/08/2026

Il fiore di loto ha bisogno del fango per fiorire.

Non è una metafora consolatoria.
È una legge della vita.
Da piccoli abbiamo imparato qualcosa di sbagliato sull'amore.
Abbiamo creduto che per essere amati dovessimo essere speciali, impeccabili, all'altezza.
Che l'approvazione degli altri fosse la prova del nostro valore.
Che il dolore, il fallimento, il fango, fossero da nascondere per non perdere il legame.

E così abbiamo costruito maschere.
Falsi sé presentabili, efficienti, capaci.
E intanto, sotto, qualcosa aspettava.
Ma la natura non sbaglia.
Il loto non fiorisce nonostante il fango.
Fiorisce grazie al fango.

Ciò che abbiamo attraversato, le perdite, i conflitti, i momenti in cui ci siamo sentiti inadeguati, sbagliati, soli, non sono stati ostacoli alla nostra fioritura.
Sono stati il terreno.

Da bambina Anna ha rinunciato ai suoi sogni per compiacere i genitori.
Ha creduto che il suo desiderio fosse un peso, che le sue emozioni fossero troppo.
Ha imparato che per essere amata doveva scomparire un poco.
In terapia, anni dopo, accade qualcosa.
Ricontatta quella ragazza di quindici anni che si è congelata nell'attesa di permesso.

E le dice:
"A me vai bene così come sei. Sempre così entusiasta. Non mi interessa se gli altri dicono che sei sempre troppo. A me questo troppo piace."

Non è la terapeuta a dirlo.
È lei, a se stessa.
È questo il fiore che nasce dal fango.

Non la scomparsa del dolore.
La scoperta che dentro al dolore c'era qualcosa di prezioso che aspettava di essere visto.

La natura intrinsecamente buona della vita non è assenza di difficoltà.

È la capacità, che possiamo coltivare, di lasciarci toccare dalla bellezza anche dentro le esperienze più difficili.

Di sentire che una forza più grande di noi ha operato nella nostra storia, anche nei momenti in cui sembrava tutto perduto.
Il fango non era il nemico.
Era ciò che ti ha permesso di radicarti.

Gloria Volpato, Punto Zero

Indirizzo

Siamo A Torre Boldone E A Curno (Bg)
Torre Boldone

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 22:00
Martedì 09:00 - 22:00
Mercoledì 09:00 - 22:00
Giovedì 09:00 - 22:00
Venerdì 09:00 - 22:00

Telefono

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