04/08/2026
⚠️Attenzione: questo post contiene spoiler su Spider-Man: Brand New Day
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Ogni tanto un film racconta bene qualcosa che in studio incontriamo di continuo. È il caso dell'ultimo Spider-Man, uscito al cinema in questi giorni.
Peter Parker sta cambiando. I sensi gli si sono acuiti fino a diventare insostenibili, il corpo fa cose che non riesce a prevedere, e lui tutto questo lo vive con paura. Così si costruisce un chip inibitore e se lo applica addosso, per tenere a bada quello che sta diventando.
Chi lavora con la neurodivergenza riconosce subito quella scena. L'ipersensibilità sensoriale, il sovraccarico in classe o al supermercato, la stanchezza di stare in un ambiente costruito su un funzionamento che non è il proprio, sono esperienze quotidiane per molti bambini e ragazzi autistici o con ADHD. E come Peter, prima o poi arrivano a desiderare un interruttore.
Quel desiderio però raramente nasce da solo. I bambini imparano presto a leggersi negli occhi degli adulti. Quando un genitore arriva chiedendo che il figlio diventi come gli altri, quasi mai lo fa per rifiuto. Lo fa perché ha paura che soffra, che resti indietro, che venga escluso. È una richiesta che nasce dall'amore e da una preoccupazione legittima. Il problema è che il bambino non percepisce la paura, percepisce il messaggio: così come sei non vai bene.
Da lì in avanti il desiderio di stare meglio, che è sano, si confonde con la convinzione di dover smettere di essere sé stessi. Nel lavoro clinico distinguere le due cose è decisivo.
Il film mostra anche il rovescio, cioè cosa diventa una persona a cui quell'accoglienza non è mai arrivata. Jean e sua sorella Sara vengono allontanate dalla madre proprio quando i loro poteri emergono. Crescono senza nessun adulto che dia un nome a quello che sentono e senza nessuno che le aiuti a sostenerlo. Finiscono in un'istituzione che le studia come materiale da laboratorio. Sara ci muore dentro, e Jean lo viene a sapere solo dopo, mentre subisce lo stesso trattamento.
Nel film questo diventa una minaccia per l'intera città. Nella realtà ha un aspetto molto più silenzioso. Un ragazzo che non si è mai sentito accolto raramente esplode. Più spesso si nasconde, impara a fingersi come gli altri, si convince di essere sbagliato, e arriva in adolescenza con ansia, ritiro o una rabbia che nessuno collega più all'origine.
Nello scontro finale Peter fa due cose. Prima si toglie l'inibitore, decidendo di smettere di combattere contro sé stesso, e solo allora riesce davvero a usare i suoi poteri invece di subirli. Poi, invece di continuare a colpirla, lascia che Jean entri nella sua mente. Quello che le mostra è un ricordo di zia May, una conversazione in casa su cosa voglia dire avere dei poteri ed essere speciali. È quel ricordo a fermarla.
I due hanno lo stesso problema. La differenza è che uno ha avuto una zia May.
Una precisazione, perché il messaggio non venga frainteso. Accogliere non vuol dire rinunciare agli strumenti. Percorsi abilitativi, supporto psicologico, adattamenti scolastici e, quando indicati, trattamenti farmacologici servono e aiutano a vivere meglio. Quello che il film mette in discussione non è il supporto, è l'idea che il figlio vada corretto. Aiutare una persona vuol dire darle strumenti a partire da com'è fatta.
Se siete genitori di un bambino o di un ragazzo neurodivergente, non vi stiamo chiedendo di fare tutto voi. Gli strumenti si costruiscono insieme, con la scuola, con i terapisti, con i servizi. C'è però una cosa che dipende soprattutto da voi, ed è l'idea che vostro figlio si fa di sé stesso mentre impara. Se cresce pensando di essere un problema da sistemare, userà molte energie per nascondersi invece che per imparare. Se cresce sapendo che gli volete bene per come è fatto, quelle energie restano disponibili per tutto il resto.
Nel film è una conversazione in cameretta. Nella vita reale funziona più o meno allo stesso modo.