Dott.ssa Mariasole Orrico psicologa

Dott.ssa Mariasole Orrico psicologa Professionalità, competenze riconosciute, abilitazioni e privacy.

🎬 Psicologia nei film Parliamo di Cattivissimo Me. Sì, il film d'animazione con i Minions. Al di là delle gag, Gru è un ...
28/07/2026

🎬 Psicologia nei film

Parliamo di Cattivissimo Me. Sì, il film d'animazione con i Minions. Al di là delle gag, Gru è un personaggio psicologicamente meraviglioso per spiegare come funziona il riscatto emotivo e il concetto di "ri-genitorialità" (o re-parenting).

All'inizio Gru è il classico cattivo: freddo, cinico, distaccato. Attraverso i flashback sulla sua infanzia, però, capiamo subito il perché. Vediamo una madre profondamente disattenta e svalutante. Ogni volta che il Gru bambino faceva qualcosa di straordinario (come costruire un razzo spaziale), la madre rispondeva con un grugnito di indifferenza. Gru è diventato un supercattivo nell'assurdo tentativo di farsi finalmente "notare" da lei.

Poi, nella sua vita arrivano tre bambine orfane. All'inizio vuole solo usarle per un piano malvagio, ma stando con loro succede un miracolo clinico: prendendosi cura dei bisogni emotivi di quelle bambine, Gru impara a prendersi cura del suo bambino interiore ferito.

Sana le sue mancanze offrendo a loro l'amore, l'attenzione e la protezione che lui non ha mai ricevuto. Cambia pelle non per magia, ma perché sperimenta per la prima volta l'empatia e il legame autentico.

Questo film ci insegna una cosa bellissima: il nostro passato e le nostre ferite infantili spiegano chi siamo, ma non devono per forza condannarci a essere "cattivi" per sempre. Possiamo sempre scegliere di interrompere la catena e curare le nostre ferite offrendo agli altri (o a noi stessi) ciò che ci è mancato.

Avete mai fatto pace con un pezzetto del vostro passato prendendovi cura di qualcun altro, o magari imparando a fare da "genitori sani" a voi stessi?

🎬 Psicologia nei film Scommetto che quasi tutti abbiamo visto Il diavolo veste Prada. E di solito ci si concentra sul ca...
21/07/2026

🎬 Psicologia nei film

Scommetto che quasi tutti abbiamo visto Il diavolo veste Prada. E di solito ci si concentra sul carisma spietato di Miranda Priestly o sulla trasformazione stilistica di Andy. Ma se guardiamo il film con la lente della psicologia del lavoro, la vera storia è un’altra: è il racconto di come, un millimetro alla volta, possiamo scivolare nel burnout e perdere i nostri confini personali.

C’è una scena chiave, verso la fine, in cui Andy dice al suo fidanzato: "Non ho avuto scelta". Lui la guarda e le risponde una cosa potentissima: "Sì che ce l'avevi. Hai scelto di dire di sì a lei e di no a noi".

Spesso nel lavoro (ma anche nelle relazioni) cadiamo nella trappola del "non ho scelta". Ci convinciamo che per essere all'altezza, per fare carriera o per non deludere un capo esigente, sia normale sacrificare la vita privata, il sonno, gli affetti e la salute. Diventa una dipendenza da approvazione.

Il problema è che quando superiamo i nostri confini personali "solo per questa volta", stiamo spostando l'asticella un po' più in là. E alla fine ci ritroviamo a vivere una vita che non ci somiglia più, chiedendoci come siamo finiti lì.

La svolta di Andy non è quando impara a fare bene il suo lavoro, ma quando capisce che nessun successo professionale vale il prezzo di smarrire se stessi. E decide, finalmente, di rassegnare le dimissioni.

Vi è mai capitato di accorgervi che stavate sacrificando troppo di voi stessi per un lavoro o per un obiettivo, raccontandovi la scusa del "non ho scelta"?

🎬 Psicologia nei film Facciamo un salto indietro nel tempo. Vi ricordate The Truman Show? Truman scopre che la sua inter...
14/07/2026

🎬 Psicologia nei film

Facciamo un salto indietro nel tempo. Vi ricordate The Truman Show? Truman scopre che la sua intera vita non è altro che un reality show: la moglie è un'attrice, gli amici seguono un copione, la città è uno studio televisivo.

Oggi, nell'era di Instagram e TikTok, questo film del 1998 sembra quasi una profezia. Solo che il regista dello show non è più un network televisivo, siamo noi stessi.

Dal punto di vista psicologico, il film tocca un tasto delicatissimo: la frammentazione dell'Io tra Sé reale (chi siamo davvero, con le nostre insicurezze e i giorni no) e Sé ideale o "sociale" (la performance che mostriamo agli altri).

Il rischio moderno è proprio questo: passare così tanto tempo a curare la nostra "vetrina", a recitare la parte di quelli sempre felici, di successo o performanti, da finire per credere che la vita sia solo quella. Finché il confine tra chi siamo e chi mostriamo si dissolve, lasciandoci addosso un senso di vuoto e profonda depersonalizzazione.

Truman a un certo punto decide di toccare la fine del set, scopre la porta di uscita e, nonostante la paura dell'ignoto, sceglie la realtà. Sceglie di essere una persona vera in un mondo imperfetto, piuttosto che un personaggio perfetto in un mondo finto.

Ogni tanto vale la pena chiederselo: quanta della nostra energia quotidiana va nella recita e quanta nella vita reale?

13/07/2026

“Ce la farò anche stavolta”.

Quante volte te lo sei detto stringendo i denti?

Essere forti è una bellissima risorsa, ma a volte confondiamo la forza con la capacità di sopportare tutto, da soli, fino all’esaurimento. Chiedere aiuto non significa arrendersi. Al contrario, è il primo atto di coraggio per riprendere in mano la propria vita.

Prenderti cura della tua salute mentale non è un lusso, è un tuo diritto.

Se senti che il carico si sta facendo troppo pesante, parliamone. Il primo passo inizia da un piccolo spazio tutto tuo.

12/07/2026
Immagina di essere su una barca in mezzo a un fiume e di vedere un'altra imbarcazione che viene dritta verso di te, risc...
09/07/2026

Immagina di essere su una barca in mezzo a un fiume e di vedere un'altra imbarcazione che viene dritta verso di te, rischiando di venirti addosso.

Se vedi che a bordo c'è qualcuno, probabilmente ti arrabbierai. Inizierai a urlare, a dirgli di stare attento, a prendertela con la sua sbadataggine. La tua rabbia salirà al massimo perché sentirai quel comportamento come un torto o un'offesa personale.

Ma cosa succederebbe se quell'altra barca fosse completamente vuota, trascinata semplicemente dalla corrente?

Probabilmente non urleresti. Non ti arrabbieresti con il legno della barca. Semplicemente, prenderesti il timone e faresti una manovra per schivarla, mantenendo la calma.

La barca è esattamente la stessa nei due scenari, ma la tua reazione cambia totalmente. Perché? Perché nel secondo caso hai tolto l'intenzione: hai capito che la barca non ce l'aveva con te.

Nella vita di tutti i giorni ci scontriamo continuamente con "barche" che rischiano di travolgerci: il collega sgarbato, il partner distratto, la persona che ci taglia la strada nel traffico. La nostra prima reazione è quasi sempre quella di pensare: “Ce l'ha con me”, “Non mi rispetta”.

Spesso, però, le persone che ci feriscono o ci fanno arrabbiare sono solo barche vuote. Sono guidate dalla corrente delle loro stesse tempeste interiori, dalle loro giornate storte, dalle loro insicurezze o dalle loro ferite. Il loro modo di fare parla di loro, non di noi.

Imparare a vedere gli altri come "barche vuote" non significa subire tutto passivamente o giustificare ogni comportamento. Significa fare una scelta di salute mentale: smettere di prendere tutto sul personale.

Non possiamo controllare le imbarcazioni che si muovono nel fiume della nostra vita, né la direzione della corrente. Ma possiamo decidere di non sprecare le nostre energie urlando contro una barca vuota, e usare quella forza semplicemente per sterzare e proteggere la nostra serenità.

🎬 Psicologia nei film Se mi lasci ti cancello (titolo italiano tremendo per un film capolavoro come Eternal Sunshine of ...
07/07/2026

🎬 Psicologia nei film

Se mi lasci ti cancello (titolo italiano tremendo per un film capolavoro come Eternal Sunshine of the Spotless Mind).

La trama la conosciamo: due ex si lasciano e decidono di sottoporsi a una procedura medica per cancellare letteralmente dalla memoria ogni traccia della loro storia d'amore. Per non soffrire più.

Al di là della fantascienza, questo film fotografa un meccanismo che in terapia vediamo continuamente: l'evitamento esperienziale. Cioè quel disperato tentativo umano di anestetizzare il dolore, di scappare dalle emozioni negative o di seppellire i ricordi che fanno male.

Il bello del film è che, mentre la mente del protagonista viene resettata, lui si rende conto che cancellare il dolore significa anche perdere le parti più belle di sé, le lezioni apprese, i momenti di gioia. Finisce per lottare per tenersi stretto anche il ricordo del pianto, pur di non dimenticare chi è stato.

È una grande verità clinica: il dolore non è un errore di sistema. Elaborare un lutto o la fine di una relazione non significa dimenticare, ma integrare quella ferita nella nostra storia. Le scorciatoie per non soffrire, semplicemente, non funzionano. Anestetizzare una parte della nostra vita significa anestetizzarle tutte, anche la capacità di amare ancora.

Cancellare il passato non ci rende liberi, ci rende solo più vuoti. Voi avete mai provato a "cancellare" un pezzo della vostra storia pur di non soffrire?

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Praia A Mare
Tortora
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