30/08/2026
DIARIO DALLA CINA – Giorno 9
Il Tao non ha bisogno di un simbolo
Oggi è domenica e, in attesa di tornare domani in ospedale, ho voluto cercare un altro volto di Kunming, quello più silenzioso, più antico. Sono salito al Tempio Dorato, il Jindian, a una decina di chilometri della città, uno dei luoghi più importanti della tradizione taoista dello Yunnan, immerso in un grande parco che lentamente allontana il rumore della città e ti porta in un tempo diverso.
Il complesso nasce all’inizio del Seicento, durante la dinastia Ming, ed è legato alla tradizione del monte Wudang, culla del taoismo, e alla figura di Zhenwu, una delle grandi divinità, protettore del Nord. Il padiglione principale, ricostruito in bronzo nel Seicento, è ancora oggi uno degli elementi più suggestivi del luogo.
Ma più della sua storia, quello che colpisce è il modo in cui tutto sembra costruito per accompagnarti gradualmente fuori dalla fretta: i viali, gli alberi, le salite, i cortili, il verde che avvolge i padiglioni, il silenzio che cresce mentre la città rimane sempre più lontana.
Entrando, ho cercato quasi istintivamente il simbolo che noi occidentali associamo immediatamente al Taoismo: il Taijitu, il cerchio dello Yin e dello Yang. Cercavo Laozi, cercavo i simboli che siamo abituati a riconoscere e, invece, qui il Tao si manifesta in un altro modo. Attraverso Zhenwu, attraverso il Serpente e la Tartaruga, attraverso il Sole, la Luna, le stelle, l’Orsa Maggiore, il rapporto tra cielo e terra, l’architettura immersa nella montagna.
A un certo punto mi sono reso conto però che ero io a commettere l’errore più occidentale possibile: cercare un simbolo per poter dire di aver trovato il Tao.
Perché il Tao, in realtà, era tutto intorno. Era nel movimento delle foglie, nella luce che filtrava tra gli alberi, nella salita che lentamente rallentava il passo, nei pieni e nei vuoti del tempio, nella sensazione di essere dentro un luogo che non ti chiede di capire, ma semplicemente di osservare.
In realtà, in un padiglione un po' defilato, c'è una scultura di Laozi, ma abbandonata a se stessa e senza troppi onori.
Nel parco invece sorge con imponenza il Padiglione della Campana, e lì l’atmosfera cambia ancora. La campana è enorme, antica, imponente, sospesa come se il tempo stesso fosse rimasto appeso con lei. Sul pianerottolo, c’è una riproduzione più piccola, molto ad uso turistico, che però può essere suonata e così, seguendo il rituale, l’ho fatta risuonare dieci volte, come augurio di salute e prosperità.
Una campana ha qualcosa di profondamente taoista. La colpisci una volta sola, ma il suono continua anche quando la mano si è già fermata; raggiunge luoghi e persone che non puoi vedere e poi lentamente ritorna al silenzio. Un gesto di per sé piccolo produce onde molto più grandi.
E anche noi siamo così: una parola, una scelta, un atto di rabbia, una gentilezza, un sorriso non finiscono mai esattamente dove sono cominciati. Producono movimento, entrano nella vita degli altri, lasciano tracce, a volte tornano indietro quando ormai abbiamo dimenticato da dove erano partiti.
Ai piedi del Padiglione della Campana ho ritrovato casa: un gruppo di persone stava praticando Taiji e Qi Gong, con movimenti lenti e continui che fanno sparire il confine tra gesto, respiro e spazio.
Mi sono fermato a guardarli e, a un certo punto, mi sono messo anch’io a praticare qi gong, lasciando che il movimento scorresse come un pennello nell’aria.
È stato un momento molto semplice, ma particolarmente intenso. Sopra di me la campana, intorno il verde del parco, davanti quei corpi che si muovevano lentamente, e per qualche minuto non c’era più nulla da spiegare, nulla da dimostrare, nulla da capire.
C’era soltanto il gesto. Il respiro. La consapevolezza.
E lì ho compreso ciò che i testi antichi dicono: il Tao si comprende proprio quando smettiamo di volerlo spiegare.
Non è un simbolo appeso a una parete, non è una frase scritta in un libro, non è nemmeno qualcosa che appartiene soltanto a un tempio antico. È un modo di stare nelle cose, di muoversi senza forzare, di trovare equilibrio senza diventare immobili. È un modo di stare nel mondo in cui non sei separato dalla natura, perché ne fai parte.
Oggi, in quel parco, il Tao non l’ho trovato nel simbolo dello Yin e dello Yang che cercavo. L’ho trovato nel suono di una campana che continuava a vibrare dopo essere stata colpita.
L’ho trovato nei movimenti che ho disegnato nell’aria e nella sensazione di non essere più un osservatore della natura, ma una parte di essa.