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DIARIO DALLA CINA – Giorno 9Il Tao non ha bisogno di un simboloOggi è domenica e, in attesa di tornare domani in ospedal...
30/08/2026

DIARIO DALLA CINA – Giorno 9
Il Tao non ha bisogno di un simbolo

Oggi è domenica e, in attesa di tornare domani in ospedale, ho voluto cercare un altro volto di Kunming, quello più silenzioso, più antico. Sono salito al Tempio Dorato, il Jindian, a una decina di chilometri della città, uno dei luoghi più importanti della tradizione taoista dello Yunnan, immerso in un grande parco che lentamente allontana il rumore della città e ti porta in un tempo diverso.

Il complesso nasce all’inizio del Seicento, durante la dinastia Ming, ed è legato alla tradizione del monte Wudang, culla del taoismo, e alla figura di Zhenwu, una delle grandi divinità, protettore del Nord. Il padiglione principale, ricostruito in bronzo nel Seicento, è ancora oggi uno degli elementi più suggestivi del luogo.

Ma più della sua storia, quello che colpisce è il modo in cui tutto sembra costruito per accompagnarti gradualmente fuori dalla fretta: i viali, gli alberi, le salite, i cortili, il verde che avvolge i padiglioni, il silenzio che cresce mentre la città rimane sempre più lontana.

Entrando, ho cercato quasi istintivamente il simbolo che noi occidentali associamo immediatamente al Taoismo: il Taijitu, il cerchio dello Yin e dello Yang. Cercavo Laozi, cercavo i simboli che siamo abituati a riconoscere e, invece, qui il Tao si manifesta in un altro modo. Attraverso Zhenwu, attraverso il Serpente e la Tartaruga, attraverso il Sole, la Luna, le stelle, l’Orsa Maggiore, il rapporto tra cielo e terra, l’architettura immersa nella montagna.

A un certo punto mi sono reso conto però che ero io a commettere l’errore più occidentale possibile: cercare un simbolo per poter dire di aver trovato il Tao.
Perché il Tao, in realtà, era tutto intorno. Era nel movimento delle foglie, nella luce che filtrava tra gli alberi, nella salita che lentamente rallentava il passo, nei pieni e nei vuoti del tempio, nella sensazione di essere dentro un luogo che non ti chiede di capire, ma semplicemente di osservare.

In realtà, in un padiglione un po' defilato, c'è una scultura di Laozi, ma abbandonata a se stessa e senza troppi onori.
Nel parco invece sorge con imponenza il Padiglione della Campana, e lì l’atmosfera cambia ancora. La campana è enorme, antica, imponente, sospesa come se il tempo stesso fosse rimasto appeso con lei. Sul pianerottolo, c’è una riproduzione più piccola, molto ad uso turistico, che però può essere suonata e così, seguendo il rituale, l’ho fatta risuonare dieci volte, come augurio di salute e prosperità.

Una campana ha qualcosa di profondamente taoista. La colpisci una volta sola, ma il suono continua anche quando la mano si è già fermata; raggiunge luoghi e persone che non puoi vedere e poi lentamente ritorna al silenzio. Un gesto di per sé piccolo produce onde molto più grandi.

E anche noi siamo così: una parola, una scelta, un atto di rabbia, una gentilezza, un sorriso non finiscono mai esattamente dove sono cominciati. Producono movimento, entrano nella vita degli altri, lasciano tracce, a volte tornano indietro quando ormai abbiamo dimenticato da dove erano partiti.

Ai piedi del Padiglione della Campana ho ritrovato casa: un gruppo di persone stava praticando Taiji e Qi Gong, con movimenti lenti e continui che fanno sparire il confine tra gesto, respiro e spazio.
Mi sono fermato a guardarli e, a un certo punto, mi sono messo anch’io a praticare qi gong, lasciando che il movimento scorresse come un pennello nell’aria.

È stato un momento molto semplice, ma particolarmente intenso. Sopra di me la campana, intorno il verde del parco, davanti quei corpi che si muovevano lentamente, e per qualche minuto non c’era più nulla da spiegare, nulla da dimostrare, nulla da capire.
C’era soltanto il gesto. Il respiro. La consapevolezza.
E lì ho compreso ciò che i testi antichi dicono: il Tao si comprende proprio quando smettiamo di volerlo spiegare.

Non è un simbolo appeso a una parete, non è una frase scritta in un libro, non è nemmeno qualcosa che appartiene soltanto a un tempio antico. È un modo di stare nelle cose, di muoversi senza forzare, di trovare equilibrio senza diventare immobili. È un modo di stare nel mondo in cui non sei separato dalla natura, perché ne fai parte.

Oggi, in quel parco, il Tao non l’ho trovato nel simbolo dello Yin e dello Yang che cercavo. L’ho trovato nel suono di una campana che continuava a vibrare dopo essere stata colpita.

L’ho trovato nei movimenti che ho disegnato nell’aria e nella sensazione di non essere più un osservatore della natura, ma una parte di essa.

DIARIO DALLA CINA – Giorno 8Nel cuore di Kunming, il silenzioOggi niente ospedale. È sabato e ho voluto cercare un volto...
29/08/2026

DIARIO DALLA CINA – Giorno 8
Nel cuore di Kunming, il silenzio

Oggi niente ospedale. È sabato e ho voluto cercare un volto diverso di Kunming, forse quello che si nasconde meglio dentro una città che corre continuamente, tra grattacieli, traffico, tecnologia, milioni di persone e una velocità che sembra non concedere tregua. Sono andato al Tempio Yuantong, uno dei templi buddhisti più antichi e importanti dello Yunnan, e già varcando la soglia ho avuto la sensazione di entrare in un tempo completamente diverso.

Fuori c’è la città moderna, rumorosa, rapida, proiettata in avanti. Dentro, invece, compaiono il laghetto, le carpe, i fiori di loto, le statue del Buddha, di Guanyin, il profumo dell’incenso, i tetti antichi, gli alberi, il silenzio. Non è che il mondo smetta davvero di muoversi, ma cambia il modo in cui lo percepisci. Le carpe continuano a nuotare, l’acqua continua a muoversi, le persone entrano ed escono, eppure tutto sembra avere un ritmo diverso, più lento, più pieno, quasi come se improvvisamente non ci fosse più bisogno di arrivare da qualche parte.

E poi c’è il nome del tempio, che forse racconta ancora meglio quello che si prova entrando. Yuantong significa “perfetta compenetrazione”, “libero scorrimento”, un concetto profondamente buddhista legato a Guanyin, il Bodhisattva della compassione, colui che ascolta la sofferenza degli esseri e sceglie di farsene carico, di non voltarsi dall’altra parte. Non è quindi soltanto il nome di un luogo, ma quasi un’indicazione: lasciare che ciò che è dentro e ciò che è fuori smettano per un momento di essere separati, permettere alle cose di scorrere senza opporre continuamente resistenza.

Seduto davanti al laghetto, con i fiori di loto che emergevano dall’acqua e le carpe che si muovevano lentamente sotto la superficie, ho pensato che la pace del cuore non è affatto immobilità. La natura non è mai ferma. L’acqua cambia, il vento passa, i fiori si aprono e si chiudono, il corpo respira, il cuore batte. La quiete non è assenza di movimento, ma assenza di lotta inutile contro il movimento.

Ed è una differenza enorme.

Noi occidentali siamo diventati bravissimi a riempire ogni spazio, a correre, a programmare, a produrre, a controllare. Anche quando ci fermiamo, spesso la mente continua a muoversi più velocemente del corpo. Forse è proprio per questo che luoghi come questo riescono ancora a toccarci così profondamente: non perché ci obblighino a fare qualcosa, ma perché per qualche minuto ci ricordano che non tutto deve essere spinto, forzato, conquistato.

La compassione di Guanyin, in fondo, non è debolezza. È una forma altissima di forza, perché significa riuscire a vedere la sofferenza senza fuggire, senza irrigidirsi, senza trasformarla subito in giudizio. Anche verso noi stessi dovremmo imparare qualcosa di simile: smettere ogni tanto di combatterci, di pretendere continuamente di essere diversi da ciò che siamo e concederci uno spazio in cui poter semplicemente ascoltare.

Poi sono uscito. Ed è lì che il contrasto è diventato quasi violento. Rimetti piede fuori dal tempio e davanti a te ritrovi subito la Kunming di questi giorni: strade piene, traffico, persone che camminano in fretta, telefoni in mano, edifici moderni, vetro, cemento e proprio di fronte al tempio, un ospedale di gastroenterologia. In pochi metri passi dal silenzio di un tempio millenario alla corsa di una città che sembra lanciata verso il futuro senza voltarsi indietro.

Ma il senso non è scegliere tra i due mondi. Non dobbiamo vivere per sempre dentro un tempio per trovare la quiete, così come non possiamo pensare di eliminare la velocità e la complessità della vita moderna. Il punto è riuscire a portare un po’ di Yuantong anche fuori da quelle mura, conservare uno spazio interno nel quale le cose possano ancora scorrere senza diventare subito tensione, conflitto, rumore.

Oggi, per qualche ora, ho avuto la sensazione che quel tempio facesse esattamente questo: non fermare il mondo, ma ricordarti che puoi attraversarlo senza lasciarti trascinare continuamente dalla sua corrente.

Quando sono tornato sulla strada, con la città di nuovo davanti agli occhi, il traffico era lo stesso, il rumore era lo stesso, Kunming correva esattamente come prima.
Ma per qualche minuto ero io a essere diverso.

DIARIO DALLA CINA – Giorno 7Il fuoco che trasformaDa una settimana c’è un odore, forte, fortissimo che mi accompagna ovu...
28/08/2026

DIARIO DALLA CINA – Giorno 7
Il fuoco che trasforma

Da una settimana c’è un odore, forte, fortissimo che mi accompagna ovunque dentro e fuori l’ospedale di Kunming. Lo sento nei corridoi, nelle stanze, negli ambulatori; ma lo ritrovo anche sul camice, sui jeans, nei capelli e, quando la sera torno in albergo, è ben presente in camera e negli indumenti. È acre, affumicato, penetrante, completamente diverso dal profumo delle erbe di cui vi raccontavo ieri. È Artemisia che brucia. È l’odore della moxa.

Qui la utilizzano continuamente, nei reparti dove vengono trattate le paralisi facciali, le cervicalgie, dorsalgie, sciatalgie, dolori articolari di ogni tipo, ma anche quando il medico ritiene che il paziente abbia semplicemente bisogno di essere sostenuto, scaldato, tonificato. E guardandoli lavorare si capisce che, nella Medicina Cinese, il calore non è soltanto qualcosa da applicare ripetutamente sopra una zona dolorante: è una forza capace di trasformare.

La lettura tradizionale cinese del dolore parte da un principio molto semplice: quando Qi e Sangue scorrono liberamente non c’è dolore; quando il loro movimento si blocca, compare la sofferenza. Il freddo contrae, l’umidità appesantisce, la stasi impedisce il movimento. E allora il calore diventa uno degli strumenti con cui provare a rimettere in moto ciò che si è fermato.

In fondo lo sperimentiamo anche senza conoscere la Medicina Cinese. Quando un muscolo è contratto, lo massaggiamo, lo scaldiamo, cerchiamo istintivamente di riportare movimento e circolazione nella zona. Un massaggio può funzionare proprio perché aumenta localmente il flusso sanguigno, produce calore, riduce temporaneamente la tensione e modifica la percezione del dolore. Ma se il problema non è soltanto locale, agire esclusivamente sul muscolo non è sufficiente: è uno dei motivi per cui spesso i massaggi non funzionano, se non per uno o due giorni dopo il trattamento, tanto che poi il problema di ripresenta.
Perché manca la profondità, manca l'attivazione del sangue e dell'energia, manca quel calore benefico che il corpo ha disperso.

In Medicina cinese il ragionamento va più in profondità: l’ago entra nel punto. E sopra l’ago arriva il fuoco.
All'ospedale di Kunming non utilizzano normalmente il lungo sigaro di moxa tenuto a distanza, ma tagliano piccole rotelle di Artemisia pressata alte poco più di un centimetro, le accendono e poi le infilano sul ma**co dell’ago già inserito. Una, due, tre, quattro contemporaneamente, a seconda della zona e del trattamento. Rimangono lì anche per tutta la durata della seduta, una trenntina di minuti, mentre la moxa lentamente si consuma e il calore accompagna il lavoro dell’ago.

È un’immagine semplice e potentissima: il metallo entra nel corpo, il fuoco rimane sopra, l’Artemisia si trasforma lentamente in cenere e nel frattempo il paziente riceve insieme la stimolazione dell’ago e quella del calore.

E' la moxa rappresenta esattamente il concetto taoista: il fuoco non aggiunge semplicemente calore, ma trasforma uno stato in un altro. Ciò che era rigido torna mobile, ciò che il freddo aveva contratto può cominciare ad aprirsi.

Nella visione cinese, se l’Umidità appesantisce, il calore aiuta a disperderla; se il Freddo blocca, lo mette in movimento; se l'energia è debole, può essere utilizzata per sostenerla.

Una mattina nel reparto di degenza è arrivato un uomo di oltre ottant’anni. Lo hanno fatto sdraiare e, prima ancora di iniziare a occuparsi del problema per il quale era venuto, gli hanno sistemato una scatola di moxa sull’addome, nella zona di Qihai (CV6) il “Mare del Qi”, sotto l’ombelico. Non stavano ancora inseguendo il sintomo. Prima cercavano di sostenere l’uomo che quel sintomo lo portava con sé.

Quell’immagine mi è rimasta impressa perché racchiude un modo completamente diverso di pensare alla terapia: prima di chiedere a un organismo indebolito di reagire, gli restituisci qualcosa con cui reagire. Perché se non hai energia per reagire alla terapia, tutto è inutile.

E qui ritorna ancora una volta il Tao. La natura non forza inutilmente, ma prima crea le condizioni, poi lascia che la trasformazione avvenga. Il sole non ordina al ghiaccio di sciogliersi: porta calore e il ghiaccio cambia stato. La primavera non strappa le gemme dai rami: cambia la temperatura, la luce, l’umidità, e qualcosa che sembrava immobile, nasce.
E la moxa racconta proprio questo: non obbliga il corpo, ma gli dà quel calore necessario perché possa cambiare.

Poi la rotella di Artemisia diventa cenere, l’ago viene tolto e il paziente si alza. Ma l’odore rimane. Rimane nell’ambulatorio, nei corridoi e soprattutto nei miei vestiti, tanto che la sera ormai due docce sono quasi diventate parte della terapia anche per me.

Dopo una settimana qui dentro, quell’odore acre non mi parla più soltanto di fumo.
Mi parla di trasformazione

DIARIO DALLA CINA – Giorno 6Quando il protocollo incontra l’esperienzaDopo alcuni giorni trascorsi nei reparti e negli a...
27/08/2026

DIARIO DALLA CINA – Giorno 6
Quando il protocollo incontra l’esperienza

Dopo alcuni giorni trascorsi nei reparti e negli ambulatori dello Yunnan Provincial Hospital of Traditional Chinese Medicine, sto iniziando a capire davvero come lavorano qui con gli aghi.
Ogni mattina veniamo divisi in quattro gruppi e affidati a un medico cinese, sempre affiancato da studenti, assistenti e infermieri. Il paziente arriva, viene raccolta un’anamnesi piuttosto rapida, si inquadra il problema e poi si comincia: a volte sdraiato sul lettino, altre volte semplicemente seduto su una sedia. Tutto avviene con una naturalezza impressionante, perché qui l’agopuntura non è qualcosa di particolare o esotico: è una pratica quotidiana, utilizzata continuamente e su moltissimi pazienti.

La prima cosa che colpisce sono gli aghi, spesso molto più lunghi di quelli che utilizziamo abitualmente in Occidente, ma quello che sto trovando davvero interessante è osservare come cambino le mani da un medico all’altro. C’è chi punge più superficialmente, chi entra molto più in profondità, chi segue con grande precisione i punti previsti dai protocolli, chi aggiunge punti extrameridiano, chi cerca i punti Ashi direttamente là dove il corpo manifesta dolore o tensione. Nei casi di parestesie alcuni medici fanno precedere il trattamento da iniezioni di vitamina B12 su determinati punti, mentre altri, davanti a quadri molto simili, scelgono strade completamente diverse.

Ed è qui che emerge una contraddizione bellissima. La Medicina Tradizionale Cinese moderna è stata progressivamente codificata soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, quando la Cina di Mao sentì la necessità di trasformare un patrimonio medico immenso, cresciuto per secoli attraverso scuole, maestri e interpretazioni differenti, in qualcosa che potesse essere insegnato nelle università e applicato negli ospedali secondo criteri più uniformi. Nacquero così diagnosi più standardizzate, sindromi, protocolli e combinazioni di punti capaci di rendere quella medicina più facilmente riproducibile e più vicina al linguaggio della medicina moderna.

Avendo studiato entrambe, sia la Medicina Tradizionale Cinese sia la Medicina Classica Cinese, questa differenza per me non è soltanto teorica: la riconosco nel modo di osservare il paziente, nella scelta dei punti e soprattutto nel rapporto tra protocollo ed esperienza. Ed è proprio per questo che qui riesco a vedere con chiarezza quando il medico segue lo schema e quando invece lascia emergere quella parte più antica, più individuale e più profonda della medicina cinese.

Però ogni volta che trasformi una foresta in una mappa, inevitabilmente qualcosa si perde. La mappa è utile, indica la strada, permette di orientarsi, ma non restituisce il profumo del bosco, l’umidità della terra, il rumore delle foglie, la luce che cambia tra gli alberi. La Medicina Classica Cinese, quella più antica, era cresciuta dentro un’altra visione: l’uomo immerso nella natura, il corpo inseparabile dalle emozioni, il sintomo legato alla storia della persona, il Qi, lo Shen, il Jing, i Luo, i meridiani straordinari, Hun e Po, il cielo, la terra, le stagioni. Una medicina meno facilmente riducibile a uno schema perché cercava di leggere l’essere umano nella sua interezza e nella sua unicità.

Eppure proprio qui, dentro un grande ospedale dove i protocolli esistono e vengono utilizzati ogni giorno, quella parte più antica sembra riaffiorare continuamente attraverso l’esperienza del singolo medico. Il protocollo dice una cosa, ma poi una mano aggiunge un punto, un’altra cambia la profondità dell’ago, un’altra ancora segue ciò che il corpo sta mostrando in quel momento. Lo schema dà una direzione, ma non diventa una gabbia.

Ed è questo che mi piace osservare, perché la natura stessa non procede mai seguendo linee perfettamente dritte. L’acqua cambia percorso quando incontra una pietra, un albero cresce adattandosi alla luce e al vento, un fiume arriva al mare senza aver mai avuto bisogno di seguire un righello. Conoscere le regole è indispensabile, ma arriva un momento in cui l’esperienza deve sapere ascoltare ciò che sta accadendo davvero davanti a noi.

Dopo alcuni giorni trascorsi accanto a questi medici, per ora ho questa sensazione: si possono imparare i punti, studiare i protocolli, conoscere perfettamente la teoria, ma nessun libro può sostituire completamente le mani di chi ha trattato migliaia di persone. Perché davanti al medico non arriva mai soltanto una cervicalgia, una paresi o una sciatalgia. Arriva sempre una persona.

Ed è proprio nello spazio tra il protocollo e quella persona che, ancora oggi, continua a vivere la parte più profonda della Medicina Cinese.

DIARIO DALLA CINA – Giorno 5La farmacia della naturaPer migliaia di anni l’uomo si è curato con ciò che aveva attorno: r...
26/08/2026

DIARIO DALLA CINA – Giorno 5
La farmacia della natura

Per migliaia di anni l’uomo si è curato con ciò che aveva attorno: radici, cortecce, foglie, semi, fiori. Aveva imparato a riconoscere l’effetto di una pianta dal sapore, dall’odore, dalla stagione in cui cresceva, dal modo in cui cambiava il corpo. Ed entrando nello Yunnan Provincial Hospital of Traditional Chinese Medicine di Kunming questa storia non la leggi su un pannello. La respiri.
Appena varchi l’ingresso principale, prima ancora di vedere i reparti, ti investe un odore completamente diverso da quello che associamo a un ospedale. Non senti quella miscela fredda di disinfettanti, detergenti, plastica e farmaci che ti fa capire immediatamente che sei in un luogo di malattia.
Qui senti la terra!
Senti radici essiccate, cortecce, legni, foglie, semi, spezie, fiori. A tratti arriva una nota dolce, quasi floreale, poi qualcosa di più amaro, terroso, resinoso, intenso. È un profumo che cambia mentre cammini, come se ogni pianta lasciasse nell’aria una piccola traccia della propria identità.
Non ho il naso così allenato e raffinato, ma mi diverte soffermarmi nell'hall all'ingresso principale dell'ospedale, sedermi e cercare di distinguere i profumi che arrivano al di là del bancone: una radice porta con sé il sottobosco, una corteccia il legno di un albero secolare, un fiore conserva ancora qualcosa della sua delicatezza. E tutte insieme creano un profumo che ti accompagna nei saloni e nei corridoi e che, senza accorgertene, cambia la percezione del luogo. Non hai più la sensazione di essere in un ospedale, ma sei in un luogo dove la natura esprime la sua forza, la sua voce.

Proprio all’ingresso principale dell'ospedale, in una grande sala di attesa, si apre una delle farmacie erboristiche della struttura. Non una piccola erboristeria decorativa, un negozietto giusto per tappare folcloristicamente un buco, ma una vera farmacia ospedaliera, con preparazioni, cassetti, contenitori, piante essiccate, polveri, radici, cortecce, semi e formule che vengono preparate per i pazienti. E non è l’unica: all’interno dell’ospedale ce ne sono diverse.
Come ci ha spiegato il direttore il primo giorno, questa struttura è diventata negli anni un punto di riferimento per tutto lo Yunnan anche per la sua tradizione fitoterapica e ha sviluppato 96 preparazioni proprie, nate dall’esperienza clinica dei suoi medici e dalla ricchezza botanica di questa regione. Alcune sono così specifiche che anche altri ospedali dello Yunnan si riforniscono qui.
Quello che colpisce non è soltanto la quantità delle erbe, ma il modo in cui vengono pensate: il medico visita il paziente, raccoglie i sintomi, osserva il quadro complessivo e poi costruisce una formula. Le piante non vengono scelte perché “questa fa bene al fegato” o “questa serve per dormire”. Vengono combinate, dosate e modificate in base alla persona.
Perché qui si cura la persona, non la malattia! E questa è la differenza, enorme differenza, tra la medicina della tradizione orientale e quella occidentale, sterile, impersonale, moderna.
Ed è qui che si comprende davvero quanto la fitoterapia qui non sia un’aggiunta folcloristica alla medicina. È medicina.

La medicina moderna ci ha dato strumenti potenti e spesso indispensabili, ma proprio perché intervengono con forza, a volte estrema forza, sui processi biologici producono effetti indesiderati (e i chilometrici bugiardini ne sono la prova più evidente).
Le piante non sono certo innocue e proprio per questo vengono prescritte dai medici. Ma il principio di fondo è diverso: cercare nella natura sostanze capaci di dialogare con l’organismo e di accompagnarlo verso un equilibrio.
Ed è un pensiero che sento profondamente vicino, perché noi non siamo separati dalla natura. Noi siamo natura.

Il nostro corpo vive di luce, acqua, minerali, cibo, ritmo, sonno, movimento. Respira ciò che le piante producono, si nutre di ciò che nasce dalla terra, cambia con le stagioni e con il tempo.
Uno degli errori dell’uomo moderno è stato cominciare a comportarsi come se tutto questo fosse soltanto uno sfondo, qualcosa di esterno a noi, qualcosa di cui poterne fare a meno.
Qui, invece, quella connessione è ancora visibile: la ritrovi nelle erbe, nell’agopuntura, nel Qi Gong.
Aghi, piante, movimento e respiro: strumenti diversi, ma tutti orientati nella stessa direzione, quella di aiutare la persona a recuperare una relazione più profonda con il proprio equilibrio.

E alla fine della giornata, più delle formule e dei nomi delle piante, quello che resta addosso è proprio quel profumo. Un profumo di legno, terra, foglie e fiori che continua a seguirti anche quando esci.
Come se l’ospedale volesse ricordarti, prima ancora di iniziare a curarti, due cose semplicissime che abbiamo dimenticato: la natura non è fuori di noi. Ma soprattutto: la natura è medicina

DIARIO DALLA CINA – Giorno 4Quando anche il pane diventa medicinaIeri vi avevo promesso che vi avrei portato un po’ più ...
25/08/2026

DIARIO DALLA CINA – Giorno 4
Quando anche il pane diventa medicina

Ieri vi avevo promesso che vi avrei portato un po’ più dentro l’ospedale, ma senza trasformare questo diario in un elenco di tecniche e reparti. Preferisco raccontare ogni giorno una cosa che mi ha davvero colpito, qualcosa che dica non soltanto cosa fanno qui, ma soprattutto come pensano la salute.
Oggi voglio partire da una cosa che, probabilmente, nessuno immaginerebbe di trovare entrando in un grande ospedale universitario: il pane.
Pane preparato con erbe, fiori e ingredienti scelti non soltanto per il gusto, ma anche per la funzione che, secondo la tradizione cinese, possono svolgere sul corpo.

All’interno dello Yunnan Provincial Hospital of Traditional Chinese Medicine non ci sono soltanto reparti, ambulatori, aghi, moxa e diagnostica moderna. Ci sono anche spazi dove si possono acquistare prodotti da forno e alimenti preparati secondo quella logica antichissima per cui il confine tra cibo e rimedio non è affatto così netto come lo abbiamo costruito noi in Occidente.

Tra gli ingredienti utilizzati si trovano, ad esempio, bacche di goji, giuggiole, erbe della tradizione cinese e persino petali di rosa. Nello Yunnan la rosa viene utilizzata da molto tempo anche in preparazioni alimentari e, secondo la tradizione, viene associata soprattutto al sostegno della digestione, dello Stomaco, alla circolazione e al benessere della pelle.
E allora quel pane non è semplicemente “pane alla rosa”, come potremmo immaginarlo noi, magari come un prodotto curioso o raffinato. Dietro c’è un’altra idea: scegliere ciò che mangiamo anche in funzione di quello che vogliamo sostenere.
La stessa logica vale per preparazioni rivolte alla digestione, alla funzione di Milza e Stomaco secondo la Medicina Cinese, al sonno, alla vitalità, alla pelle, al nutrimento del sangue, all'insonnia e al mantenimento del buono stato di salute in generale.

E questa cosa mi ha colpito molto perché, mentre guardo quei pani, mi sembra di ritrovare qualcosa che appartiene profondamente anche al mio modo di lavorare.
Quando preparo un piano terapeutico parto sempre dall’alimentazione. Non perché penso che il cibo possa curare tutto e nemmeno perché mangiare debba diventare una prescrizione triste e ossessiva. Il cibo deve continuare a essere piacere, convivialità, gusto. Ma c’è una cosa che non possiamo dimenticare: mangiamo tutti i giorni, più volte al giorno. E ogni volta introduciamo nel nostro corpo qualcosa che può lavorare nella direzione della salute. Oppure nella direzione opposta.

Per questo trovo sempre curioso il nostro modo occidentale di pensare alla terapia. Possiamo alimentarci male per anni, ignorare completamente quello che introduciamo nel nostro corpo e poi aspettarci che una compressa, un integratore o un farmaco rimettano tutto a posto.
Ma qui il ragionamento parte molto prima. Nella tradizione cinese l’alimento non è soltanto qualcosa che serve a riempire lo stomaco o a soddisfare il palato. Viene scelto in funzione della costituzione della persona, della stagione, del momento della vita, di ciò che è in eccesso o di ciò che manca.
E nello Yunnan questo patrimonio è ancora più ricco, perché alla Medicina Cinese si intrecciano le tradizioni delle diverse popolazioni che vivono in questa regione, soprattutto quelle Yi e Dai, che conservano da secoli una conoscenza vastissima delle piante e del loro utilizzo terapeutico.
E la cosa che colpisce ancora di più è che tutto questo non vive fuori dall’ospedale, in qualche piccolo negozio tradizionale o in un mercato di quartiere. Vive dentro l’ospedale principale di una città con oltre 8 milioni di abitanti.
E qui c’è un’altra immagine che mi ha impressionato e che merita davvero un racconto a parte: all’interno della struttura ci sono diverse farmacie erboristiche, grandi, organizzate, con una quantità impressionante di radici, cortecce, semi, fiori e preparazioni che vengono prescritte dai medici come parte integrante della terapia.
Non un piccolo angolo “naturale” messo lì per completare l’offerta.
Diverse farmacie, diversi laboratori che confezionano al momento di preparati prescritti dai medici dei vari reparti.
Dentro un grande ospedale universitario. Accanto alla diagnostica moderna, agli ambulatori, ai reparti e alle altre terapie.
E qui ci sarebbe da aprire un capitolo su come in Italia, chi non è omologato ai farmaci di sintesi, viene marchiato come mago, stregone, addirittura da radiare dall'albo. Ma andiamo oltre...

E' proprio questo che continua a sorprendermi qui a Kunming: la tradizione non viene conservata come qualcosa da mostrare ai turisti o da proteggere sotto una campana di vetro. Viene utilizzata.

Ieri vi ho raccontato degli infermieri che praticano Qi Gong prima di iniziare il turno e degli esercizi che vengono insegnati ai pazienti affinché continuino a casa il proprio percorso di cura. Oggi è il turno del pane preparato con erbe e petali di rosa.
Sembrano due cose completamente diverse, ma in realtà raccontano la stessa idea: la salute non comincia quando compare la malattia e non può essere delegata completamente a qualcun altro. Il medico può curare, il terapeuta può accompagnare, l’ago può stimolare una risposta, una pianta può sostenere una funzione. Ma poi, ogni giorno, rimaniamo noi, con quello che mangiamo, con il modo in cui respiriamo, con quanto ci muoviamo, con come dormiamo e con il modo in cui scegliamo di vivere.

Questa una delle cose che sto ritrovando qui in Cina e che sento più vicina al mio lavoro: la cura non comincia in ambulatorio. Molto spesso comincia molto prima, nelle scelte apparentemente più semplici che consapevolmente ripetiamo ogni giorno.

Domani vi porterò dentro quelle farmacie erboristiche, perché quello che ho visto lì merita davvero un capitolo tutto suo.

Indirizzo

Via Fratelli Calvi 9
Treviolo
24048

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