Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile

  • Casa
  • Italia
  • Tricase
  • Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile

Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile, Psicoterapeuta, Via Olimpica 15, Tricase.

Itaca è un luogo di cura e ascolto, nato dalla passione di uno psichiatra e due psicoterapeuti
**
Orari per contattare il Centro Medico Itaca:
lun-ven 17:00-20:30, sab 10:00-12:00.

Il recente successo cinematografico di Nolan ispirato all'Odissea di Omero ci mette di fronte ad una forte presa di cosc...
15/09/2026

Il recente successo cinematografico di Nolan ispirato all'Odissea di Omero ci mette di fronte ad una forte presa di coscienza: a volte non vogliamo davvero andare avanti.
Vogliamo solo tornare a prima.
Prima di quella perdita.
Prima di quella relazione.
Prima di quella scelta.
Prima che qualcosa dentro di noi cambiasse.
Ma alcune esperienze ci trasformano e non possiamo semplicemente tornare al punto di partenza.
Possiamo, però, elaborare ciò che è accaduto e trovare un nuovo modo di sentirci a casa dentro di noi.
È forse questo uno dei significati più profondi dell’Odissea: il viaggio non ci riporta necessariamente alla persona che eravamo.
Ci porta a incontrare chi siamo diventati.
E forse è proprio questo che significa crescere: tornare a Itaca accettando quella parte di noi stessi che prima ci era oscura.

✍ Dott.ssa Alessia Vilei

AI COME PSICOLOGO: PERCHÉ RACCONTIAMO A CHATGPT COSE CHE NON RACCONTIAMO ALLE PERSONE?Ci sono persone che riescono a rac...
08/09/2026

AI COME PSICOLOGO: PERCHÉ RACCONTIAMO A CHATGPT COSE CHE NON RACCONTIAMO ALLE PERSONE?

Ci sono persone che riescono a raccontare a un’intelligenza artificiale cose che non hanno mai detto ad alta voce. Pensieri di cui si vergognano, paure che temono possano essere giudicate, pezzi della propria storia rimasti per anni senza parole. E io credo che una parte della risposta abbia a che fare proprio con ciò che, davanti a una macchina, non c’è: lo sguardo dell’altro.

Perché lo sguardo dell’altro non è mai soltanto uno sguardo. Dentro quello sguardo cerchiamo se siamo ancora amabili dopo quello che abbiamo detto, se abbiamo deluso, se siamo stati troppo. A volte basta una pausa perché il corpo senta di essersi esposto troppo.

Winnicott scriveva: “Quando guardo, sono visto, dunque esisto”. E forse non è un caso che una parte della nostra identità nasca proprio lì. Lacan, parlando dello stadio dello specchio, descrive il momento in cui il bambino riconosce la propria immagine e può fare esperienza di una forma unitaria di sé: "quello sono io". Prima ancora di possederci dall’interno, impariamo a riconoscerci da fuori, attraverso lo sguardo dell’altro.

Essere visti è profondamente umano. Ma proprio per questo può fare paura.
Con ChatGPT questo rischio sembra ridursi. Posso scrivere e cancellare. Fermarmi. Tornare. Non devo sostenere il silenzio dell’altro o interpretarne il volto. E allora forse non è così strano che alcune parole arrivino prima lì.

Ed eccolo il confine. Un’intelligenza artificiale può restituirci parole, connessioni, domande. Può persino farci sentire compresi. Ma non può incontrarci davvero. Non può esserci quella relazione dentro la quale scopriamo che possiamo mostrarci e restare comunque lì. Essere vulnerabili senza sentirci inadeguati. Essere visti senza sentirci giudicati.

Forse allora la domanda non è se l’AI possa sostituire uno psicologo, ma che cosa riesco a raccontare a una macchina che ho ancora paura di affidare allo sguardo di un altro essere umano? Perché ciò che raccontiamo a ChatGPT parla di noi. Ma ciò che non riusciamo ancora a raccontare a qualcuno racconta molto altro della nostra storia relazionale.

✍ Dott.ssa Selenia Greco

𝐈𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐥𝐞𝐧𝐭𝐨 La pausa estiva dal lavoro, dalle scuole e in generale dalla maggior parte degli impegni quotidiani che s...
01/09/2026

𝐈𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐥𝐞𝐧𝐭𝐨

La pausa estiva dal lavoro, dalle scuole e in generale dalla maggior parte degli impegni quotidiani che si ripetono nei mesi che la precedono, rappresenta un momento di grande cambiamento per il cervello umano e una grande occasione di ricarica per le persone. Ci sono infatti momenti dell’anno in cui fermarsi sembra impossibile anche se è una necessità, altri in cui pur potendosi fermare si vive lo stop con la smania di riempire quello spazio con qualcosa che ne valga davvero la pena. Tuttavia il nostro cervello non è fatto per restare sempre acceso, sempre disponibile, sempre proiettato in avanti.

Le pause, le ferie, il tempo libero non sono vuoti da riempire: sono spazi di recupero. La ricerca mostra che anche brevi interruzioni possono ridurre la stanchezza e restituire vigore, che gli ambienti naturali e meno richiedenti aiutano a rigenerare l’attenzione volontaria, gli studi sul distacco psicologico dal lavoro indicano che il benessere in vacanza cresce quando riusciamo davvero a interrompere il filo continuo delle responsabilità.
Forse, allora, il punto non è semplicemente “andare in ferie” ma tornare a sentire il tempo in modo diverso: più lento, più abitabile, più nostro. Un tempo in cui la mente può decantare, il corpo può abbassare il ritmo e la memoria può rimettere ordine nelle tracce che ci compongono.

Come ci ricorda Carlo Rovelli in L’ordine del tempo il tempo, nella nostra esperienza, non è solo un dato fisico: è memoria, anticipazione, identità. Che siamo fatti di tracce, di ricordi, di attese. Il nostro cervello tiene insieme ciò che è stato e ciò che immaginiamo sarà e da questo intreccio nasce il nostro modo di sentire il tempo, di sentirci noi stessi.

Per questo il tempo lento non è tempo perso. È il luogo in cui possiamo riconoscerci. È lo spazio in cui la memoria respira, l’anticipazione si acquieta e il presente torna a essere percepito non come una corsa ma come un dono finito e prezioso.

Riposare non significa interrompere il tempo, significa tornare ad abitarlo.

“𝑆𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑟𝑎𝑑𝑢𝑟𝑎 𝑎𝑝𝑒𝑟𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑛𝑒𝑢𝑟𝑜𝑛𝑖. 𝑆𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎. 𝑆𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑎𝑙𝑔𝑖𝑎. 𝑆𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑒𝑙𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑓𝑢𝑡𝑢𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑟𝑟𝑎̀. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑎𝑝𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑖𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑡𝑎𝑙𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑐𝑖 𝑎𝑛𝑔𝑜𝑠𝑐𝑖𝑎, 𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑑𝑜𝑛𝑜.” 𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑅𝑜𝑣𝑒𝑙𝑙𝑖

✍ Dott.ssa Noemi Santoro

Ci sono momenti in cui continuare a esserci significa accettare di fermarsi.Non ogni pausa è un'assenza. A volte è uno s...
10/08/2026

Ci sono momenti in cui continuare a esserci significa accettare di fermarsi.

Non ogni pausa è un'assenza. A volte è uno spazio necessario: per lasciare sedimentare ciò che è stato, ascoltare ciò che continua a muoversi dentro di noi, ritrovare presenza prima di tornare a incontrarsi.

Anche la cura conosce il tempo della sospensione. Non come vuoto, ma come parte del suo ritmo.

Il Centro Itaca resterà chiuso dall'𝟏𝟏 al 𝟐𝟑 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨.
Le attività riprenderanno lunedì 𝟐𝟒 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨.

«𝑰𝒐 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒍𝒂 𝒎𝒊𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆, 𝒊𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒅𝒐𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒉𝒐 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒐 𝒂 𝒇𝒂𝒓𝒆. 𝑵𝒐𝒏 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒍 ...
04/08/2026

«𝑰𝒐 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒍𝒂 𝒎𝒊𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆, 𝒊𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒅𝒐𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒉𝒐 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒐 𝒂 𝒇𝒂𝒓𝒆. 𝑵𝒐𝒏 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒖𝒓𝒃𝒐.»

Dare un senso alla diagnosi è uno dei compiti più delicati di chi fa questo lavoro.

Perché la diagnosi, se usata male, rischia di diventare un letto di Procuste: uno stampo in cui far entrare le persone a forza, tagliando via tutto ciò che non combacia.

Ma nessuno è "questo o quel disturbo". Ognuno è la propria storia, gli incontri fatti e quelli ancora da fare.

La domanda allora non è se abbandonare la diagnosi, ma come tenerla insieme al rispetto per ciò che ogni persona ha di irriducibile.

✍ Dott. Gionata Merico

28/07/2026

“Ogni volta che devo prendere un aereo inizio a stare male giorni prima."

"Vorrei partire, ma la paura è più forte di me."

"Mi vergogno perché gli altri salgono a bordo con naturalezza, mentre io mi sento paralizzato."

Sono parole rotte dalla sofferenza e dal senso di impotenza che ascolto spesso in terapia.

La fobia del volo non è semplicemente la paura di prendere un aereo. È una condizione clinica che può arrivare a restringere il mondo di una persona: rinunciare a una vacanza desiderata, evitare un'opportunità lavorativa, non riuscire a raggiungere qualcuno che si ama o sentirsi costantemente in balia di qualcosa che sembra impossibile controllare.

Chi ne soffre sa che, razionalmente, l'aereo è uno dei mezzi di trasporto più sicuri, eppure il corpo racconta un'altra storia. Il cuore accelera, il respiro si blocca, i muscoli si irrigidiscono, la mente immagina scenari catastrofici. È come se il sistema nervoso fosse convinto di essere in pericolo, anche quando il pericolo non c'è.

Si stima che circa il 2,5-6,5% della popolazione soffra di una vera e propria fobia del volo, mentre fino al 25-40% delle persone riferisce un disagio significativo nel prendere un aereo. Dietro questi numeri ci sono vite che si adattano alla paura, spesso in silenzio.

La psicotraumatologia ci insegna che, in molte persone, questa paura non nasce dall'aereo in sé. Può essere l'espressione di un sistema nervoso che, nel corso della propria storia, ha imparato ad associare l'imprevedibilità, la perdita di controllo o la vulnerabilità a un segnale di allarme. Non è una scelta, né una mancanza di coraggio: è una risposta automatica costruita nel tempo per proteggere ed è proprio perché si tratta di una risposta appresa che può essere trasformata.

La psicoterapia aiuta il cervello e il corpo a sentirsi nuovamente al sicuro, a regolare le risposte di allarme e a sciogliere quei meccanismi che mantengono viva la fobia. In alcuni casi, quando necessario, un supporto farmacologico prescritto dallo psichiatra può accompagnare questo percorso.

Da psicoterapeuta assisto con grande emozione alla vita che passo dopo passo torna a dispiegarsi: volti rabbuiati dal senso di difettosità che tornano a distendersi davanti lo scenario di un viaggio, cuori in tumulto per l’adrenalina di una partenza e non per il panico terrificante, persone che tornano a vivere senza negare la paura, ma facendo in modo che non sia lei a tenere le redini della propria vita, perché la vera libertà non è non avere paura, ma tornare a vivere senza esserne prigionieri.

✍Dott.ssa Daniela Uglia

"Dottore, da quando faccio terapia sto peggio con le persone." Una frase che mi capita spesso di sentire in determinati ...
21/07/2026

"Dottore, da quando faccio terapia sto peggio con le persone." Una frase che mi capita spesso di sentire in determinati momenti del percorso terapeutico. Pazienti che fanno più fatica a stare in famiglia, alcune amicizie sembrano improvvisamente vuote, sul lavoro non riescono più a sopportare alcune dinamiche.

"Possibile che la terapia mi stia facendo peggiorare?"

In quei momenti utilizzo spesso una metafora.
Immaginiamo una persona che, grazie a un percorso di alimentazione e attività fisica, perda molti chili. Sta meglio, ha più energie, si sente più in salute. Eppure accade una cosa curiosa: i vecchi vestiti non le stanno più bene.

Non perché i vestiti siano cambiati.

Perché è cambiato il corpo.

La psicoterapia, in fondo, produce qualcosa di simile.

Quando cambiamo, quando impariamo a riconoscere i nostri bisogni, a dare valore ai nostri confini, a rispettare maggiormente ciò che sentiamo, alcuni contesti iniziano a "starci stretti". Situazioni che per anni avevamo tollerato sembrano improvvisamente faticose. Relazioni che avevamo imparato ad abitare senza farci troppe domande iniziano a generare disagio.

Dal punto di vista sistemico-relazionale, ogni cambiamento individuale modifica inevitabilmente gli equilibri delle relazioni. I sistemi possono certamente modificarsi ma tendono comunque a mantenere la loro organizzazione, anche quando è fonte di sofferenza. Per questo, quando una persona cambia, il sistema può reagire, e quella nuova consapevolezza può essere vissuta come destabilizzante.

La parte più difficile è accettare che non sempre possiamo continuare a indossare ciò che apparteneva a una versione precedente di noi.

La psicoterapia non serve a rendere più sopportabile qualsiasi contesto.
Serve, piuttosto, a diventare la persona che possiamo essere. E, qualche volta, questo significa scoprire che alcuni "vestiti" non sono più della nostra misura.
E non perché siamo peggiorati.

Perché siamo cresciuti.

✍ Dott. Giacomo Rescio

𝐈𝐥 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐦𝐢 𝐫𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚Ogni incontro terapeutico custodisce un enigma che eccede ogni teoria. Prima delle parole...
15/07/2026

𝐈𝐥 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐦𝐢 𝐫𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚

Ogni incontro terapeutico custodisce un enigma che eccede ogni teoria. Prima delle parole, prima delle diagnosi, c’è una presenza silenziosa, un volto segnato dalla fatica, dalla vergogna, da una perdita che spesso non sa ancora dirsi. È in questa soglia fragile dell’incontro che Levinas continua a interrogarci.

La responsabilità verso l’altro non nasce da un dovere astratto, ma dall’essere toccati dalla sua esposizione al dolore. La donna che arriva con un’angoscia senza nome, il ragazzo che tace perché teme di essere vuoto, l’uomo che, dopo la dipendenza, sente il crollo di ogni appoggio interiore; ciascuno porta una sofferenza che non chiede anzitutto spiegazioni, ma ascolto. La psicoanalisi ci insegna che il sintomo non è mai soltanto un disturbo: è una forma del vivere, un modo in cui il corpo, il tempo e il legame con l’altro si fanno ferita.

Il terapeuta, allora, non interpreta soltanto, ma accoglie, contiene, attende. Sta accanto al dolore senza invaderlo, senza ridurlo a formula, senza fretta di guarirlo. In questo sostare discreto può emergere qualcosa dell’inconscio, ma anche qualcosa di più originario, ovvero il bisogno umano di essere riconosciuti nella propria vulnerabilità.

Forse la psicoterapia comincia davvero quando il terapeuta comprende di non avere davanti un caso, ma un volto che lo chiama. Restare fedeli a questa chiamata significa riconoscere, come Levinas ci suggerisce, che l’etica precede il sapere. L’altro infatti non è un oggetto da comprendere, ma una presenza da custodire. È qui che la cura si fa profondamente umana, nel rispetto di una fragilità che domanda presenza, ascolto e responsabilità.

✍ Dott. Andrea Zizzari

Può la psicopatologia essere la fonte e il fondamento delle nostre intuizioni? Come insegna Hillman, 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢 𝐬𝐨...
07/07/2026

Può la psicopatologia essere la fonte e il fondamento delle nostre intuizioni?

Come insegna Hillman, 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚.

La psiche si serve delle afflizioni per parlare, in un linguaggio esagerato e deforme, delle proprie profondità. Per muovere veramente l’anima è necessaria una tortura psicologica: un’immagine oscena in un sogno, una fantasia ipocondriaca, un sintomo psicosomatico.

La sofferenza può essere matrice di conoscenza ed elevazione, ma 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞. La direzione in cui procede il nostro viaggio d’anima è verso il basso.

Lo spazio psicologico è il regno della profondità: guadagniamo vastità e orizzonti più ampi mediante la discesa verticale.

La psico-terapia è lo spazio del bizzarro, del degradato, del fantastico, degli aspetti falliti della vita. Siamo davvero disposti a questa immersione?

✍🏻 Dott. Giuseppe Rizzo

PEOPLE PLEASING: QUANDO IL BISOGNO DI PIACERE AGLI ALTRI TI ALLONTANA DA TE STESSO"A essere amati non si impara. Si impa...
30/06/2026

PEOPLE PLEASING: QUANDO IL BISOGNO DI PIACERE AGLI ALTRI TI ALLONTANA DA TE STESSO

"A essere amati non si impara. Si impara, semmai, a non mendicare amore." - Alda Merini

Essere disponibili, gentili e attenti agli altri è una qualità. Ma quando il bisogno di essere accettati diventa più importante dell'ascolto di sé, può trasformarsi in un comportamento che, nel tempo, genera frustrazione e sofferenza.
Il people pleasing è la tendenza a mettere costantemente i bisogni, le aspettative e il benessere degli altri davanti ai propri. Chi ne fa esperienza spesso fatica a dire di no, evita il conflitto a tutti i costi, si assume responsabilità che non gli appartengono e cerca continuamente approvazione esterna.
Dietro questi comportamenti non c'è superficialità, ma spesso la paura di deludere, di essere rifiutati o di perdere l'affetto delle persone importanti. Per questo motivo si finisce per dire sì quando si vorrebbe dire no, per trattenere emozioni autentiche e per adattarsi continuamente alle esigenze altrui.
Il problema è che, nel lungo periodo, questa strategia può avere un costo elevato: stanchezza emotiva, risentimento, senso di vuoto, difficoltà nel riconoscere i propri bisogni e relazioni sbilanciate, in cui si dà molto più di quanto si riceve.
Imparare a stabilire confini non significa diventare egoisti. Significa riconoscere che il proprio tempo, le proprie energie e il proprio benessere hanno valore quanto quelli degli altri. Dire un no può essere un atto di rispetto verso se stessi e, paradossalmente, anche verso le proprie relazioni, perché permette di costruire legami più autentici e meno basati sulla compiacenza.
La crescita personale passa anche da qui: accettare che non è possibile piacere a tutti e che il proprio valore non dipende dall'approvazione altrui. Le relazioni più sane sono quelle in cui possiamo essere apprezzati per ciò che siamo, non per quanto siamo disposti a sacrificarci.

Quante delle tue scelte nascono da un desiderio autentico e quante, invece, dal bisogno di essere approvato? Forse la libertà inizia proprio nel momento in cui smetti di chiederti se piacerai agli altri e inizi a chiederti se ciò che stai facendo è davvero in sintonia con te stesso.

✍ Dott.ssa Alessia Vilei

Indirizzo

Via Olimpica 15
Tricase
73039

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00

Telefono

+393284703283

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Itaca - Centro di Psicoterapia, Psichiatria e Neuropsichiatria infantile:

Scelte rapide

Condividi

Digitare