Susanna Roici - Psicologa

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01/08/2026

La meditazione è un allenamento. La partita è la vita
Molti immaginano la meditazione come una parentesi: mezz'ora di quiete, seduti in silenzio, lontani dal mondo. Utile, certo, ma separata dal resto.

Fabbro propone un'immagine diversa, che ne cambia completamente il senso: «La meditazione è dunque una sorta di allenamento in vista della partita vera e propria, che è la vita stessa.»

La consapevolezza che si coltiva stando seduti non serve a stare bene su un cuscino: serve a portarla fuori, «a estenderla a ogni aspetto della vita». Non è un rifugio dalla realtà, ma un modo per attraversarla con occhi diversi.

Perché il rischio, altrimenti, è vivere «come degli automi» — e Fabbro elenca con precisione i fattori che ci addormentano: «la consuetudine alla ripetizione, gli atteggiamenti mentali preconcetti, la focalizzazione sugli obiettivi e la forza del contesto».

Soprattutto il linguaggio e le abitudini mentali ci imprigionano: «L'abitudine a utilizzare categorie e definizioni linguistiche determina un'immagine del mondo e di noi stessi che è una barriera alla conoscenza» — e «una fonte tenace di inconsapevolezza». Vediamo etichette, non la realtà viva che ci sta davanti. Guardiamo una persona e crediamo di conoscerla, quando in realtà stiamo solo vedendo l'idea che ci siamo fatti di lei.

C'è un esempio, nel libro, che colpisce per come tocca la vita di tutti i giorni — il modo in cui giudichiamo gli altri: «Se disprezziamo una persona possiamo descriverla con una sola frase. Se, invece, siamo obbligati a descrivere dettagliatamente questa persona, troveremo sicuramente qualche qualità che apprezziamo.» La consapevolezza allarga lo sguardo, e rende più difficile la condanna sbrigativa.

La mente consapevole, scrive Fabbro riprendendo la psicologa Ellen Langer, «permette la creazione di nuove categorie mentali», mentre l'inconsapevolezza «determina una rigida adesione alle vecchie». Meditare è tornare capaci di vedere il nuovo dove credevamo di sapere già tutto — nelle situazioni, e soprattutto nelle persone.

Ecco perché la meditazione non è una fuga dal mondo. È esattamente il contrario: il modo per tornarci più presenti, più liberi, più capaci di viverlo — e di vedere davvero le persone che incontriamo.

— F. Fabbro, dal libro «La meditazione mindfulness. Neuroscienze, filosofia e spiritualità» (Il Mulino)

28/07/2026

C’è qualcosa di contraddittorio nel modo in cui noi adulti parliamo della responsabilità degli adolescenti. Quando un ragazzo commette un fatto grave siamo pronti a dire che era abbastanza grande per capire, prevedere le conseguenze e scegliere diversamente. Quando invece quello stesso ragazzo chiede di avere voce nelle decisioni che riguardano la propria vita, la scuola o il proprio futuro, torna rapidamente a essere troppo piccolo.

Non credo affatto che gli adolescenti vadano deresponsabilizzati. Educare significa anche insegnare che ogni azione ha conseguenze e che comprendere un comportamento non significa giustificarlo. Ma se a quattordici o quindici anni consideriamo un ragazzo sufficientemente maturo da rispondere seriamente delle proprie azioni, allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci quali diritti siamo disposti a riconoscergli. Perché non discutere anche di voto, autonomia progressiva, partecipazione alle decisioni pubbliche, possibilità per gli studenti di valutare in modo strutturato la qualità dell’insegnamento?

Non significa trasformare un quattordicenne in un adulto. Da psicologo so bene che il controllo degli impulsi, la valutazione del rischio e la regolazione emotiva maturano nel tempo. Ma proprio per questo l’adolescenza dovrebbe essere il periodo in cui responsabilità e autonomia crescono insieme.

Non possiamo considerarli abbastanza grandi quando devono rispondere di un errore e troppo piccoli quando chiedono di contare. Educare alla responsabilità significa anche riconoscere, passo dopo passo, il diritto di scegliere, partecipare e avere voce. Altrimenti non li stiamo accompagnando verso l’età adulta ma stiamo semplicemente decidendo noi quando considerarli adulti e quando continuare a considerarli bambini.

Per chi volesse approfondire qui trovate il mio ultimo articolo https://www.repubblica.it/salute/2026/07/27/news/minori_imputabili_gia_a_14_anni_ma_a_che_eta_si_diventa_adulti-425495419/

28/07/2026
28/07/2026

Dopo l'approvazione del disegno di legge «anti-maranza», con nuove misure per i giovani dai 14 e i 18 anni, parla il neuropsichiatra del Bambino Gesù: «Se vogliamo ridurre la violenza, prevenire la recidiva e proteggere la collettività, la repressione non basta»

27/07/2026

Le due frecce: perché soffriamo sempre il doppio?
C'è un insegnamento del Buddha che, una volta capito, non si dimentica più. Riguarda il modo in cui reagiamo al dolore — e spiega perché, quasi sempre, soffriamo molto più del necessario.

Tutto nasce da una scoperta semplice. Ogni volta che avvertiamo qualcosa — una sensazione, un pensiero, un'emozione — la «etichettiamo» all'istante come piacevole, spiacevole o neutra, e reagiamo di conseguenza. «Quando non siamo consapevoli, le sensazioni piacevoli condizionano abitualmente il desiderio e l'attaccamento, le sensazioni spiacevoli condizionano la repulsione e l'avversione, e le sensazioni neutre condizionano la confusione.» Reagiamo in continuazione, senza accorgercene.

Fabbro lo definisce «il cuore dell'insegnamento del Buddha»: la scoperta che noi «stiamo sempre reagendo alle nostre sensazioni». «La parte che sente percepisce le sensazioni, la parte che reagisce, reagisce con bramosia e avversione. Ecco ciò che accade continuamente nella nostra vita.»

Ed è qui che entra in gioco l'immagine più potente. Quando ci colpisce una sensazione dolorosa — fisica o emotiva — accade qualcosa di automatico: «Quando una persona comune è soggetta a una sensazione dolorosa, prova avversione nei suoi confronti, si rammarica, si rattrista, e diventa turbata. È come se venisse trafitta da due frecce. La sensazione dolorosa è la prima freccia; e, quando non siamo consapevoli, la reazione mentale sgradevole è la seconda.»

E qui sta il paradosso: «Due frecce, che raddoppiano il colpo; la seconda provoca più sofferenza della prima.» Il dolore iniziale, spesso, è inevitabile. Ma tutto ciò che vi aggiungiamo sopra — la ribellione, il rimuginìo, il «perché proprio a me» — è la seconda freccia. E quella la scocchiamo noi, contro noi stessi.

La conclusione di Fabbro è netta: «La consapevolezza non reattiva, insegnata dal Buddha, permette di essere colpiti dal dolore soltanto una volta. Le persone comuni, che non praticano la meditazione, vengono sempre colpite due volte.»

C'è una buona notizia, però: «Poiché le modalità di reazione agli stimoli sono apprese, esse possono essere cambiate.» Non siamo condannati a reagire sempre allo stesso modo. Il segreto non è reprimere il dolore né lasciarsene travolgere, ma osservarlo: «Non appena la si osserva, essa inizia a perdere la sua forza; lentamente si indebolisce e così viene eliminata. Questa è una buona soluzione che evita i due estremi della repressione e del permissivismo.»

La meditazione non promette una vita senza dolore — sarebbe una promessa falsa. Promette qualcosa di più realistico e prezioso: imparare a non scoccare la seconda freccia. A restare feriti una volta sola.

— F. Fabbro, dal libro «La meditazione mindfulness. Neuroscienze, filosofia e spiritualità» (Il Mulino)

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