Susanna Roici - Psicologa

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09/08/2026

A 14 ANNI SI ESCE LA SERA DOPO CENA? DA PSICOLOGA VI DICO PERCHÉ PER ME È NO (ANCHE SE È ESTATE). E ALLE ALTRE ETÀ?

(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)

www.educazioneemotiva.it

"Ma mamma, ci vanno tutti! E poi è estate, non c'è scuola domani, vuoi proprio rovinarmi la vita?!"
Se avete un figlio in prima superiore, questa frase – accompagnata da un lancio di zaino e un sospiro drammatico – è il tormentone fisso di questi mesi.
In questo periodo assistiamo a un fenomeno strano: l'estate diventa una specie di "zona franca" dove le regole educative sembrano svanire. C'è chi usa la scusa che "il paese è piccolo e ci si conosce tutti", e chi in città si giustifica dicendo "ma sì, tanto domani non deve svegliarsi presto".
Da psicologa, però, non sono affatto d'accordo: paese, città o stagione dell'anno, la sostanza non cambia.
Il tramonto tardivo o le vacanze scolastiche non accelerano magicamente la maturità cognitiva di un adolescente. A 14 anni la corteccia prefrontale (l'area del cervello che valuta i rischi e controlla l'impulsività) è ancora in pieno sviluppo.
Le dinamiche di gruppo tossiche, l'approccio precoce alle sostanze e l'incapacità di gestire gli imprevisti notturni non vanno in vacanza. I confini chiari non sono una punizione: sono il recinto sicuro di cui un ragazzo ha psicologicamente bisogno per non sentirsi sperduto nel vuoto delle tre del mattino.
La libertà va concessa un passo alla volta, mantenendo la rotta anche sotto il sole estivo. Ecco una scaletta di massima degli orari concreti divisi per età, basata sulla gradualità.
11 - 13 anni: solo pomeriggio.
Niente uscite serali autogestite. Il rientro pomeridiano è tassativo entro l'ora di cena (es. 19:30 o 20:00 in estate sfruttando la luce). La socialità si coltiva alla luce del giorno.
14 anni: NO alla sera
Dopo cena si sta a casa, a prescindere da cosa dicano le chat dei genitori o il calendario. Se c'è un falò o un compleanno imperdibile, scatta il "trasporto protetto": si accompagna il figlio e lo si va a riprendere a un orario tassativo (es. le 22:30). Niente giri in autonomia al buio.
15 - 16 anni: le prime ore della sera.
Si concede la prima vera serata nel weekend o in estate, ma con confini rigidi. Un orario ragionevole per il rientro è tra le 23:00 e le 23:30, a patto che il rientro avvenga in totale sicurezza e tracciabilità.
17 anni: verso l'autonomia
Ci si avvicina alla maggiore età. Il coprifuoco può allungarsi fino alle 24:00 o alle 00:30. La regola d'oro resta la reperibilità assoluta: se c'è un imprevisto, si avvisa prima che scada l'orario.
18 anni: responsabilità e rispetto
La legge li considera adulti, ma finché vivono sotto lo stesso tetto si rispettano le regole della convivenza. Non si impone un orario fisso, ma resta l'obbligo di comunicare dove si va e a che ora si prevede di rientrare.
Dire di no d'estate è ancora più faticoso e ci fa vincere il premio come "Genitori più cattivi dell'anno". Ma i "No" fermi detti oggi sono le fondamenta della loro sicurezza di domani.

01/08/2026

La meditazione è un allenamento. La partita è la vita
Molti immaginano la meditazione come una parentesi: mezz'ora di quiete, seduti in silenzio, lontani dal mondo. Utile, certo, ma separata dal resto.

Fabbro propone un'immagine diversa, che ne cambia completamente il senso: «La meditazione è dunque una sorta di allenamento in vista della partita vera e propria, che è la vita stessa.»

La consapevolezza che si coltiva stando seduti non serve a stare bene su un cuscino: serve a portarla fuori, «a estenderla a ogni aspetto della vita». Non è un rifugio dalla realtà, ma un modo per attraversarla con occhi diversi.

Perché il rischio, altrimenti, è vivere «come degli automi» — e Fabbro elenca con precisione i fattori che ci addormentano: «la consuetudine alla ripetizione, gli atteggiamenti mentali preconcetti, la focalizzazione sugli obiettivi e la forza del contesto».

Soprattutto il linguaggio e le abitudini mentali ci imprigionano: «L'abitudine a utilizzare categorie e definizioni linguistiche determina un'immagine del mondo e di noi stessi che è una barriera alla conoscenza» — e «una fonte tenace di inconsapevolezza». Vediamo etichette, non la realtà viva che ci sta davanti. Guardiamo una persona e crediamo di conoscerla, quando in realtà stiamo solo vedendo l'idea che ci siamo fatti di lei.

C'è un esempio, nel libro, che colpisce per come tocca la vita di tutti i giorni — il modo in cui giudichiamo gli altri: «Se disprezziamo una persona possiamo descriverla con una sola frase. Se, invece, siamo obbligati a descrivere dettagliatamente questa persona, troveremo sicuramente qualche qualità che apprezziamo.» La consapevolezza allarga lo sguardo, e rende più difficile la condanna sbrigativa.

La mente consapevole, scrive Fabbro riprendendo la psicologa Ellen Langer, «permette la creazione di nuove categorie mentali», mentre l'inconsapevolezza «determina una rigida adesione alle vecchie». Meditare è tornare capaci di vedere il nuovo dove credevamo di sapere già tutto — nelle situazioni, e soprattutto nelle persone.

Ecco perché la meditazione non è una fuga dal mondo. È esattamente il contrario: il modo per tornarci più presenti, più liberi, più capaci di viverlo — e di vedere davvero le persone che incontriamo.

— F. Fabbro, dal libro «La meditazione mindfulness. Neuroscienze, filosofia e spiritualità» (Il Mulino)

28/07/2026

C’è qualcosa di contraddittorio nel modo in cui noi adulti parliamo della responsabilità degli adolescenti. Quando un ragazzo commette un fatto grave siamo pronti a dire che era abbastanza grande per capire, prevedere le conseguenze e scegliere diversamente. Quando invece quello stesso ragazzo chiede di avere voce nelle decisioni che riguardano la propria vita, la scuola o il proprio futuro, torna rapidamente a essere troppo piccolo.

Non credo affatto che gli adolescenti vadano deresponsabilizzati. Educare significa anche insegnare che ogni azione ha conseguenze e che comprendere un comportamento non significa giustificarlo. Ma se a quattordici o quindici anni consideriamo un ragazzo sufficientemente maturo da rispondere seriamente delle proprie azioni, allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci quali diritti siamo disposti a riconoscergli. Perché non discutere anche di voto, autonomia progressiva, partecipazione alle decisioni pubbliche, possibilità per gli studenti di valutare in modo strutturato la qualità dell’insegnamento?

Non significa trasformare un quattordicenne in un adulto. Da psicologo so bene che il controllo degli impulsi, la valutazione del rischio e la regolazione emotiva maturano nel tempo. Ma proprio per questo l’adolescenza dovrebbe essere il periodo in cui responsabilità e autonomia crescono insieme.

Non possiamo considerarli abbastanza grandi quando devono rispondere di un errore e troppo piccoli quando chiedono di contare. Educare alla responsabilità significa anche riconoscere, passo dopo passo, il diritto di scegliere, partecipare e avere voce. Altrimenti non li stiamo accompagnando verso l’età adulta ma stiamo semplicemente decidendo noi quando considerarli adulti e quando continuare a considerarli bambini.

Per chi volesse approfondire qui trovate il mio ultimo articolo https://www.repubblica.it/salute/2026/07/27/news/minori_imputabili_gia_a_14_anni_ma_a_che_eta_si_diventa_adulti-425495419/

28/07/2026

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