Dott.ssa Caviglia Medico Psicoterapeuta

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10/06/2026

📍L'uomo da cui è nata una delle più grandi aziende del mondo non cominciò costruendo automobili, ma telai per tessere. E la sua invenzione più geniale non fu un telaio più veloce, né più potente. Fu un telaio capace di fermarsi da solo, all'istante, nel momento esatto in cui un singolo filo si spezzava.

Si chiamava Sakichi Toyoda, nato in Giappone nel 1867 da una famiglia povera, figlio di un falegname. Lo avrebbero poi chiamato "il re degli inventori giapponesi". Da ragazzo guardava sua madre passare ore al telaio, e notava un problema che agli altri sfuggiva. Quando, durante la tessitura, un filo si rompeva, la macchina continuava ad andare avanti lo stesso, indifferente, tessendo metri e metri di stoffa ormai difettosa. Del guasto ci si accorgeva troppo tardi, quando il danno era fatto e il tessuto era da buttare.

Toyoda passò anni su quel problema. E nel telaio che inventò mise un meccanismo semplice e rivoluzionario: appena un filo si spezzava o finiva, un piccolo dito di metallo cadeva e bloccava di colpo tutta la macchina. Il telaio, in pratica, era capace di accorgersi che qualcosa si era rotto, e di fermarsi prima di rovinare il resto.

Pare un dettaglio tecnico. Cambiò la storia dell'industria.

Perché un telaio che si arresta da solo quando un filo si rompe non spreca più stoffa, e soprattutto libera la persona dal dover restare a fissarlo ogni secondo. Una sola operaia poteva seguire molte macchine insieme, intervenendo solo quando una si fermava per segnalare un guasto. Da quell'idea, fermarsi al momento giusto, nacque uno dei princìpi su cui ancora oggi si fonda il modo di lavorare di quella grande industria.

Ma la parte che conta, per me, non è l'ingegneria. È la filosofia nascosta dentro quel gesto.

Toyoda non costruì una macchina più ostinata, che tirasse dritto a ogni costo. Costruì una macchina abbastanza saggia da fermarsi. Per lui la forza non stava nel produrre comunque, ignorando che dentro qualcosa si era spezzato. La forza stava nell'accorgersene subito, al primo filo rotto, e nell'avere il coraggio di bloccare tutto prima di tessere quell'errore dentro ogni centimetro che veniva dopo.

Da bravi, ci hanno cresciuti a tenere duro, a non mollare, a stringere i denti e andare avanti comunque. E va bene, a volte. Ma quante volte, dentro di noi, un filo si era già spezzato, e abbiamo continuato a tessere lo stesso? Una stanchezza che fingevamo di non sentire. Un dolore che rimandavamo. Un legame in cui qualcosa si era rotto da mesi, e noi avanti uguale, a produrre stoffa difettosa giorno dopo giorno, fino a ritrovarci con metri e metri di vita da buttare, chiedendoci come abbiamo fatto a non accorgercene prima.

Il telaio di Toyoda mette in chiaro una verità che facciamo fatica ad accettare: fermarsi, al momento giusto, non è debolezza. È intelligenza. Ed è quasi sempre la mossa che salva tutto il resto.

Continuare a girare a vuoto, con il filo rotto, non è forza: è soltanto rumore. Sembra che stiamo andando avanti, e invece stiamo solo accumulando danni che dovremo disfare uno a uno.

Lo riconosco, quel rumore dentro, quando suona: la spia che qualcosa non va, e che vorrei zittire pur di non doverla ascoltare. La tentazione è sempre la stessa: ti**re avanti, far finta di niente, perché fermarmi mi pare una sconfitta, una perdita di tempo, l'ammissione di aver sbagliato qualcosa. E invece quel piccolo dito di metallo che cade mi ricorda che la vera maestria non sta nel non rompersi mai. Sta nell'accorgersi in fretta quando ci si rompe, e nell'avere il fegato di fermare il telaio, riannodare il filo con calma, e solo allora ricominciare a tessere.

Una vita intera può cambiare a seconda di quanto in fretta sappiamo fermarci, sentire il filo che si è spezzato e riannodarlo, invece di tessere ancora per ore sopra uno strappo.

Da « LE CREPE SONO FATTE PER L’Oro »

28/05/2026

L'uomo non sa che sotto c'è un serpente.
La donna non sa che c'è una pietra che schiaccia l'uomo.
La donna pensa: “Sto per cadere e non posso arrampicarmi perché il serpente mi morderà... perché l'uomo non usa un po' più di forza per tirarmi su?"
L'uomo pensa: “Questo masso mi sta schiacciando, eppure sto tirando la donna con tutto me stesso. Ma perché lei non prova ad arrampicarsi con un po' più di forza? "
Fine della storia.
Morale: non puoi vedere la pressione a cui sono sottoposti gli altri. Gli altri non possono vedere il dolore che stai provando.
Questa è la vita.
Che sia lavoro, famiglia, sentimenti, amici. Dovremmo sforzarci di più per capire il punto di vista altrui. Imparare a pensare in modo diverso e a comunicare in modo più chiaro. Tutti quelli che incontriamo stanno combattendo battaglie di cui non sappiamo assolutamente nulla.
Empatia e rispetto per gli altri, aprire la mente e il cuore possono aprire nuove, meravigliose strade.

28/05/2026

La madre affettuosa insegna al suo bambino a camminare da solo. E’ sufficientemente lontana da lui da non poterlo sorreggere davvero ma gli tende le braccia.
Lei prevede i suoi movimenti e, se lui barcolla, si curva immediatamente per afferrarlo in modo che il bambino possa pensare che non stia camminando da solo.. eppure fa di più. il suo volto diventa ricompensa, un incoraggiamento.
Così il bambino cammina da solo con gli occhi fissi sul volto di sua madre, e non sulle difficoltà sul proprio cammino.
Si sostiene con le braccia che non lo sostengono e costantemente lotta per il rifugio nell’abbraccio di sua madre, non sospettando neanche minimamente che proprio nello stesso momento in cui sta mettendo in evidenza il suo bisogno di lei, lui sta mostrando di poterne fare a meno perché sta camminando da solo”

Così Kierkgaard (1938), (citato da Mahler et al., 1975), ci spiega meravigliosamente come il bambino possa acquisire padronanza e autonomia grazie alla presenza attenta ed affettuosa di un caregiver “appena leggermente in anticipo sui suoi tempi”, in altre parole incoraggiandolo, quasi fosse già diventato ciò che è solo in procinto di diventare.

22/05/2026

Un bambino risponde “grazie” perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.

Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la lettura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.

Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti. «Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così», è una frase da non dire mai. Un bambino sempre attivo è un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non un paziente da curare con dei farmaci.

Un bambino pone sempre tante domande; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola. Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso e spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.

Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile. Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.

Giorgio Gaber, Non insegnate ai bambini.

12/05/2026

Essere maldicenti, esprimere dei giudizi senza avere alcuna conoscenza dei fatti, è un atteggiamento del tutto spontaneo. Ci sono individui che vivono soltanto di quest’attività, persone amareggiate dalla vita che non riescono mai a scorgere la minima luce nel panorama dell’esistenza. Ciò fa supporre che la maldicenza sia connessa con un sentimento di inferiorità. Colui il quale non si sente inferiore e combatte giorno dopo giorno per conquistare la sua vita non ha certo bisogno di essere maldicente, perché è stato capace di integrare all'interno della sua personalità sia la luce che l’ombra.

Aldo Carotenuto

29/03/2026

Spesso la gente domanda se la psicoanalisi serva a rendere la vita più facile.
É naturale che qualsiasi pretesa di questo genere debba venir considerata con sospetto.
La psicoanalisi, che rappresenta in se stessa un processo penoso, non può cambiare il fatto che la vita è difficile.
La cosa migliore che possa accadere è che la persona analizzata incominci a poco a poco a sentirsi meno in preda di forze sconosciute, sia interne che esterne, e sempre più in grado di affrontare, nel modo che le è più congeniale, le difficoltà connesse con la stessa natura umana, col processo di sviluppo e con la graduale costruzione di un rapporto maturo e costruttivo con la società.”

✔️ Donald W. Winnicott “Il bambino e il mondo esterno“ Giunti-Barbera (1973)

16/03/2026

𝐈𝐥 𝐂𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐃𝐨𝐣𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐕𝐢𝐭𝐚 - 𝟐𝟓
𝐃𝐢 “𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨”
KARATE
Ogni allenamento inizia e finisce con un saluto.
Non è un gesto di cortesia, ma un atto simbolico: il riconoscimento che ciò che stai per fare non è solo esercizio fisico, ma pratica sacra.
Il tatami diventa un luogo di trasformazione e il corpo il suo tempio.
All’inizio non ne ero consapevole.
Vedevo il corpo solo come uno strumento da potenziare: muscoli da rafforzare, resistenza da aumentare, velocità da migliorare.
Il dolore era un ostacolo, la fatica un fastidio, il corpo un mezzo da piegare alla volontà.
Ma col tempo, ho imparato che il Karate non ti chiede di usare il corpo, ma di rispettarlo.
Ogni arto, ogni respiro, ogni battito diventano parte di una liturgia silenziosa.
Ricordo la prima volta in cui, dopo un allenamento intenso, sentii il corpo non come nemico, ma come compagno.
Non era più una macchina da spremere, ma un luogo da abitare con presenza.
Ogni tensione si trasformava in consapevolezza, ogni limite in insegnamento.
Il corpo, curvato dalla fatica, mi stava educando più di qualsiasi parola.
Da allora ho capito: il Karate è via perché ti insegna a trattare il corpo come tempio.
Non come oggetto da usare, ma come spazio sacro che custodisce la tua vita e la tua coscienza.

VITA
Fuori dal dojo, questa lezione diventa ancora più urgente.
Viviamo in un tempo che riduce il corpo a immagine o a strumento.
Da un lato il culto estetico: il corpo come superficie da esibire, da correggere, da confrontare.
Dall’altro lato l’uso funzionale: il corpo come macchina da spingere al massimo, sacrificata sull’altare della produttività.
Eppure, il corpo è molto di più.
È la casa che abitiamo dall’inizio alla fine della vita.
È il ponte attraverso cui conosciamo il mondo, amiamo, lavoriamo, sogniamo.
È il primo luogo in cui la verità si manifesta: un respiro corto rivela ansia, un dolore nascosto racconta di un conflitto, una tensione alle spalle svela un peso che non vogliamo ammettere.
Ho vissuto momenti in cui il corpo mi ha parlato più chiaramente di qualsiasi ragionamento.
Quando la mente voleva resistere, ma il corpo cedeva, era un invito a fermarmi.
Quando il corpo si ammalava, era un messaggio che ignoravo da troppo tempo.
Quando il corpo tremava di emozione, era la verità che emergeva oltre ogni maschera.
Il corpo non mente.
Per questo trattarlo come tempio significa imparare ad ascoltarlo, ad accoglierlo, a rispettarlo come si rispetta un luogo sacro.
INTEGRAZIONE
Il Karate mi ha insegnato che la trasformazione passa dal corpo.
Ogni kata, ogni kumite, ogni respiro è pratica incarnata.
Allenare il Do significa riconoscere che il corpo non è ostacolo allo spirito, ma suo veicolo.
Il tempio non è fuori: è qui, nella carne, nei muscoli, nelle ossa che portano memoria e presenza.
Questo cambia il modo in cui vivi tutto.
Sul tatami, significa smettere di forzare e iniziare ad ascoltare.
Significa riconoscere che anche la fatica è preghiera, che anche il sudore è meditazione, che anche il dolore può essere insegnamento.
Nella vita, significa portare lo stesso rispetto: nutrire il corpo con cura, dargli riposo, muoverlo con gratitudine.
Non perché “serve”, ma perché è il luogo in cui la vita si manifesta.
Trattare il corpo come tempio significa anche riconoscerne la fragilità.
Il tempio può crollare, il corpo può ammalarsi, invecchiare, spegnersi.
Ma proprio questa fragilità lo rende sacro: ci ricorda che ogni respiro è dono, che nulla è scontato, che la vita è preziosa.
Il Do non separa corpo e spirito: li unisce.
Il corpo custodisce lo spirito, lo spirito anima il corpo.
Quando lo capisci, smetti di combattere contro di te e inizi a vivere in integrazione.
APERTURA DI CAMPO
E tu?
Come tratti il tuo corpo oggi?
Lo usi come strumento, lo giudichi come immagine, o riesci a rispettarlo come tempio?
Hai mai sentito un momento in cui il corpo ti ha parlato chiaramente, mostrandoti una verità che la mente non voleva vedere?
Condividilo: nel riconoscere il corpo come tempio, riscopriamo insieme la sacralità del vivere quotidiano.

30/01/2026

La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l’immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.
Eugenio Borgna - “La fragilità che è in noi”

22/01/2026

Nel 1942 uno psichiatra arrivò in un campo di concentramento nazista senza nulla che potesse salvarlo. Nessuna influenza, nessuna protezione, nessun futuro.

Le guardie si muovono alla solita velocità. Gli hanno rasato la testa e sostituito il suo nome con un numero, 119.104. Perquisirono il suo cappotto e trovarono ciò che più contava per lui: un manoscritto cucito nella fodera, anni di ricerche, il lavoro che credeva definisse la sua vita. Lo hanno fatto a pezzi e gettato nel fuoco.

Ai loro occhi, l'atto era completo. L'uomo era stato spazzato via. La sua professione, la sua dignità, il suo passato, tutto era andato. Quello che rimaneva era un corpo che aspettava la fine.

Si sbagliavano.

Distruggendo tutto ciò che possedeva, costrinsero Viktor Frankl ad affrontare qualcosa che non potevano toccare.

Qualche mese prima, a Vienna, Frankl aveva ricevuto un'offerta di uscita: un visto per gli Stati Uniti. La sicurezza. Un futuro. Era già uno psichiatra rispettato, con una pratica in crescita e una donna che amava profondamente. Ma quel visto riguardava solo lui. I suoi genitori sono stati lasciati fuori.

Se se ne fosse andato, molto probabilmente sarebbero stati catturati. Se rimane, andrà con loro.

Pesando la decisione, ha notato un piccolo pezzo di marmo sulla scrivania del padre. Fu salvato da una sinagoga distrutta dai nazisti. Incisa una citazione dei Dieci Comandamenti: "Onora tuo padre e tua madre. "

Frankl ha il visto scaduto.

Poco dopo, un busso alla porta ha annunciato il loro arresto.

Fu inviato prima a Theresienstadt, poi ad Auschwitz e infine a Dachau. I campi non sono progettati per uccidere il corpo, ma per svuotare la mente. I prigionieri dormivano impilati su assi di legno. Il cibo consisteva in zuppa leggera e un pezzo di pane. Il lavoro consisteva nell'affrontare il fango ghiacciato, sopportare ore interminabili ed essere puniti per qualsiasi segno di debolezza.

Come medico, Frankl iniziò ad osservare qualcosa che non corrispondeva alla solita logica della sopravvivenza. Gli uomini più forti spesso muoiono per primi. Altri, che sembravano a malapena vivi, sopravvissero in modo inspiegabile.

Le persone non morirebbero solo di fame o di malattia. Stavano morendo perché non avevano motivo di vivere.

I medici del campo avevano anche un nome per questo: "la malattia del dono di sé. "

Una volta seguiva uno schema. Un prigioniero stava cercando di lavarsi. Poi non riusciva a stare in piedi. Finalmente ha fatto un gesto che ha segnalato la fine: si è fumato la sigaretta.

Le si*****te erano valuta di cambio. Potrebbero essere scambiati con la zuppa. La zuppa significava un giorno in più. Quando un uomo fumava la propria sigaretta, dichiarava che domani non era più importante.

Pochi giorni dopo, era morto.

Frankl ricorda una frase di Nietzsche: "Chi ha un perché può sopportare qualsiasi come. "

Così il prigioniero 119.104 iniziò una ribellione invisibile a tutte le guardie.

Dal momento che il suo manoscritto era scomparso, lo riscrisse nella sua mente. Mentre camminava nella neve con gli stivali strappati, si immaginava in una calda sala conferenze, spiegando la psicologia del campo agli studenti non ancora nati. Il suo corpo era presente. La sua mente si è rifiutata di restare lì.

Pensava costantemente a sua moglie, senza sapere se fosse ancora viva. Eppure, lui le parlava in silenzio. Mostrava il suo volto. L'amore che provava diventava qualcosa di forte dentro di lui, non toccato dalle barbe e dai colpi.

Cominciò ad aiutare gli altri a trovare la loro ragione di vita. Era inginocchiato accanto ai caduti e ha fatto loro una semplice domanda:

"Cosa ti aspetta? "

Un uomo parlava di un bambino in un altro paese. Ancora un'altra ricerca lasciata incompiuta. Frankl ha ricordato loro che le loro vite contenevano ancora degli obblighi, anche qui.

A volte basta farli durare fino alla prossima chiamata.

Nell'aprile 1945 i campi furono liberati.

Frankl è uscito con 38 kg. Il suo corpo era rovinato, ma era vivo.

La libertà ha portato le notizie che temeva. Sua moglie era morta. I suoi genitori erano morti. Suo fratello era morto. Tutti quelli per cui è rimasto se n'erano andati.

Era tutto solo.

Piuttosto che arrendersi, si sedette e scrisse.

Scrisse con urgenza, ricostruendo il manoscritto che i nazisti avevano distrutto, ora plasmato da ciò che aveva vissuto. In nove giorni, ha finito un libro che non pensava che nessuno avrebbe mai letto.

"La ricerca del significato dell'uomo. "

Voleva pubblicarlo in forma anonima, firmato solo dal suo numero di prigioniero. Gli editori hanno rifiutato il manoscritto inizialmente. Hanno detto che era troppo doloroso. Che il mondo voleva voltare pagina.

Ma il libro ha trovato dei lettori lo stesso.

Una vedova ha trovato un motivo per alzarsi. Un uomo d'affari rovinato ha trovato la volontà di ricominciare. Uno studente sull'orlo della disperazione ha trovato un motivo per restare.

Il libro si diffonde in diversi paesi e generazioni. È stato venduto per milioni di copie ed è stato tradotto in decine di lingue. La Biblioteca del Congresso l'avrebbe poi classificata tra i libri più influenti della storia americana.

Frankl visse fino al 1997. Ha preso la licenza di pilota a sessant'anni. Ha scalato montagne per tutta la vita. Si è risposato e ha cresciuto una figlia. Costruisce una vita modellata dal significato piuttosto che dalla perdita.

La sua eredità non è mai stata nel suo libro.

Era la verità che aveva riportato dai campi.

Tutto può essere tolto ad un essere umano. Possedimenti. Salute. Famiglia. LIBERO.

Ma una cosa rimane.

Libertà di scegliere come rispondere a ciò che ti accade.

I nazisti hanno cercato di ridurre Viktor Frankl a un numero. Invece ha trasformato la sofferenza in una lente che ha aiutato milioni di persone a capire come vivere.

Non siamo definiti da cosa siamo fatti.

Siamo definiti da ciò che scegliamo di fare con ciò che rimane.

Fonti :
Viktor Frankl, la ricerca del significato dell'uomo
Documenti storici sulla vita di Viktor Frankl

15/01/2026

« Ma è pur sempre tua madre/tuo padre »

È la frase che blocca più persone adulte di quante immaginiamo.
Arriva come una sentenza.
E spegne qualsiasi tentativo di mettere un limite.

Le relazioni tossiche non esistono solo nelle coppie.
Esistono anche tra genitori e figli adulti.
E fanno ancora più male, perché sono coperte dalla parola famiglia.

Ci sono adulti che si sentono ancora in colpa ogni volta che dicono no.
Che si sentono ingrati se prendono le distanze.
Che tornano bambini appena un genitore alza la voce, si offende, si chiude.

Non è rispetto.
È dipendenza emotiva.

Un genitore tossico non è quello che sbaglia.
È quello che non ti permette di diventare davvero adulto.
Che invade, giudica, controlla, svaluta.
O che ti ama solo quando fai quello che si aspetta.

E tu cresci con un messaggio chiaro: per essere amato devi adattarti.

Mettere confini con i propri genitori non è tradimento.
È maturità.

Essere adulti significa poter dire:
“Questo mi fa male” senza sentirsi cattivi.

La famiglia non giustifica tutto.
Il legame di sangue non cancella la responsabilità emotiva.

Se una relazione, anche genitoriale, ti fa sentire piccolo, inadeguato, sempre in difetto,
non è cura.
È ferita che continua.

E prendersi distanza, a volte,
non è mancanza d’amore.
È autoprotezione.

Fonte: Linkedin - Giuseppe Lavenia - docente di Psicologia delle Dipendenze Tecnologiche - Università La Sapienza di Roma

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