Enrica Matta - Psicosessuologa

Enrica Matta - Psicosessuologa Seguo i risultati delle ultime ricerche scientifiche internazionali su sesso e intimità. Qui offro uno sguardo attento e critico sull'amore e sul fare l'amore.

Ogni giorno accompagno donne e uomini attraverso le gioie e i dolori delle relazioni.

Per quasi 20 anni, e tutt’ora più saltuariamente, ho lavorato come formatrice sui temi del comportamento e della comunic...
09/12/2021

Per quasi 20 anni, e tutt’ora più saltuariamente, ho lavorato come formatrice sui temi del comportamento e della comunicazione in ambito organizzativo, presso aziende di produzione e di servizi, ospedali, enti pubblici, scuole, università.

In quel contesto è arcinoto, perché molto efficace, un video in cui Julio Velasco, coach di pallavolo, enuncia la celebre frase: “Gli schiacciatori non parlano dell’alzata: la risolvono” (facilmente rintracciabile su YouTube)

Ultimamente, lavorando molto con coppie, mi sono trovata a ripensare a quel discorso di Velasco, perché uno dei cardini del lavoro con le persone che stanno vivendo situazioni di conflitto o di difficoltà nella relazione è quello di invitarle, ciascuna, a parlare di sé e non dell’altra persona.

Questo non significa che talvolta non sia l’altra ad avere torto (spesso è proprio vero che l’alzatore ha alzato male la palla): gestire i conflitti significa uscire dalla logica dei torti e delle ragioni per entrare in una logica di soluzione del problema.

“Questa non è una partita in cui io gioco contro di te. Siamo invece noi, insieme, a giocare questa partita, e l’avversario è il problema”. È verso il problema che è utile mettere della sana aggressività.

Tutto ciò è facile a dirsi, difficile a farsi. Ma accorgersi, almeno qualche volta, che si sta “parlando dell’alzata” è utile per ricordarsi di tornare a occuparsi di sé, di cosa è in nostro potere modificare senza aspettarci che la soluzione arrivi da fuori.

Così, nelle sessioni di coppia, talvolta faccio notare: “stai parlando da mezz’ora dell’altra persona. Sono tutte energie che vanno inutilmente disperse fuori di te”

Una domanda guida può essere: anche ammettendo che l’altro stia sbagliando, cosa posso fare io ora in questa situazione?

“Voglio schiacciatori che schiacciano bene p***e alzate male”

Pillola nr. 1. “FEAR”: False Expectations Appearing Real (false aspettative che sembrano reali) usiamo questo acronimo p...
05/12/2021

Pillola nr. 1. “FEAR”: False Expectations Appearing Real (false aspettative che sembrano reali) usiamo questo acronimo per ricordarci che spesso le nostre ansie si basano su pensieri ed emozioni che non SONO la realtà ma sono una nostra interpretazione, soggettiva e spesso, distorta, della realtà.

La gelosia è esperienza umana universale e non si manifesta soltanto nel contesto delle relazioni romantiche o sessuali, né soltanto nelle relazioni monogame (l'acronimo in effetti è tratto da un testo dedicato al tema della gelosia proprio nelle relazioni non monogame, per le quali il tema è centrale).

Quando siamo preda a gelosia la nostra mente può incominciare a “raccontarsi delle storie” per poi ruminarle all’infinito: scenari presenti o futuri, in cui la persona amata non ci ama più, ci abbandonerà, vivrà esperienze meravigliose con altre persone, più belle, più intelligenti, più affascinanti di noi…

È importante non lasciarsi risucchiare da quei pensieri, mettendoli in discussione e contemplando la possibilità che siano appunto aspettative false di scenari catastrofici e non corrispondenti a realtà. È possibile allenarsi a riconoscere quei pensieri e aspettative per quello che sono: pensieri ed aspettative, spesso frutto delle nostre paure e personali vulnerabilità. Sarà più facile, in questo modo, lasciarli scorrere via così come sono arrivati, privarli di un po’ del loro peso, guardarli con distanza e con più leggerezza e non come mostri sul punto di sbranarci.

La strada, talvolta faticosa e dolorosa, passa attraverso un dialogo con i propri pensieri, in cui ci poniamo come curiosi studiosi di questo "interessante" fenomeno che ci sta attraversando: la gelosia.

Seguono altre pillole. Stay tuned :-)

(Fonte: Kitty Chambliss, Jeaulosy Survival Guide. How to feel safe, happy and secure in an open relationship, 2017, Loving Without Boundaries)

Mia nonna andava in  . Mia nonna era  . Quando era piccola la chiamavano “Ercolina”, per quanto era forte. La maestra la...
05/10/2021

Mia nonna andava in . Mia nonna era . Quando era piccola la chiamavano “Ercolina”, per quanto era forte. La maestra la puniva perché in palestra faceva “giochi da maschi”: si arrampicava sulle pertiche meglio e più velocemente dei suoi compagni. Mia nonna era sana: nata nel #1899 e morta nel 1999, fino agli ultimissimi anni si diceva orgogliosa di non aver mai messo piede in ospedale. In foto, sull’ , lei è quella più in alto di tutti 😊

Questi alcuni dei su mia nonna, da lei stessa raccontati più volte. Ciò che in famiglia si narra delle nostre radici diventa ricordo, ci forma, ci plasma, diventa parte di un nostro “dna psichico” (e forse non solo psichico): a volte una missione, una vocazione, altre un problema da risolvere, altre un’amarezza o una condanna che ci portiamo addosso.

Ci sono amarezze nella mia vita, eredità dolorose, e ce ne sono anche nella storia di questa stessa nonna, ma la sua figura è prevalentemente un esempio, un’impronta che mi ha accompagnata nella vita come una risorsa e un’ispirazione.

Così, quando vado in montagna, quando ho tra le mani la delle nostre valli (in queste foto, lei sulle cime delle , io qui in , in e nel vallone di ) spesso i miei pensieri vanno a lei, ed è un po’ come dialogare con lei, ringraziarla, immaginarla felice di sapermi lì, sperando di avere un po’ della sua forza nei muscoli e nel fiato, e nell’animo un po’ del suo coraggio e resistenza.

Nella pratica clinica spesso chiedo dei nonni e delle nonne, delle , dei miti di . Molto spesso i nonni sono ricordati come risorse, come “luogo” d’amore incondizionato, protezione, sicurezza, calore e fonte di ispirazione. Le parole sui nonni e sulle nonne sono spesso accompagnate da lacrime di commozione, e talvolta di , quando non ci sono più e il dolore del si mescola a gratitudine.

A dispetto del titolo, un po' altisonante, questo non è un libro enfatico, che voglia esaltare il   dopo i 50, negare i ...
12/08/2021

A dispetto del titolo, un po' altisonante, questo non è un libro enfatico, che voglia esaltare il dopo i 50, negare i problemi che subentrano con il passare degli anni, e neppure promuovere il sesso a tutti i costi. È invece un testo realistico che offre spunti e aiuto concreto.

L'autrice è una terapeuta che aveva 57 anni lo scorso anno, quando è stato pubblicato questo libro.

“Dopo i 50”, o intorno a questa età di profondi cambiamenti, il sesso e la non sono né meglio né peggio, ma diversi.

Le statistiche parlano chiaro: alcunə mantengono una sessualità penetrativa, modificando magari frequenza, o ritmi, o posizioni o contesti; altrə scoprono o riscoprono differenti forme di intimità e stimolazione sessuale; altrə ancora rinunciano del tutto al sesso per dedicarsi a un corporeo affettuoso, che non prevede o , ma vicinanza e .

La grande differenza, in termini di appagamento, soddisfazione e felicità, è che le scelte siano consapevoli e condivise, negoziate e comunicate tra le persone interessate. Non c'è nulla di “prescritto”, nulla che valga per tuttə universalmente.

Il libro offre aiuto pratico per ciascuna, e molte altre, di queste scelte, e per diverse fasi e condizioni di vita.

T. Cox, Great S*x Starts at 50, London 2020

Ho più volte scritto in merito all'importanza della mindfulness in sessuologia. Nel mio lavoro quotidiano, invito spesso...
30/05/2021

Ho più volte scritto in merito all'importanza della mindfulness in sessuologia. Nel mio lavoro quotidiano, invito spesso i pazienti e le pazienti alla pratica della presenza e dell'attenzione, in sessuologia come in psicoterapia. L'esercizio della mindfulness può essere più o meno formale e includere per esempio l'esercizio dell'attenzione nel tocco, nel dialogo, nelle attività nella natura, oppure, come dimostra lo studio che cito qui, anche il rock climbing.

La pratica meditativa della mindfulness ha ricevuto sempre più attenzione anche da parte della cosiddetta “psicologia positiva”, in quanto metodo per migliorare il benessere e ridurre l’ansia.

Possiamo definire la mindfulness, con le parole di Kabat-Zinn, come la capacità di porre attenzione intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante.

Uno studio appena pubblicato esplora empiricamente la correlazione tra il livello di mindfulness e l’attività di arrampicata sportiva. 59 partecipanti sono stati sottoposti a misurazione dei livelli di mindfulness prima e dopo un’attività di arrampicata sportiva. Il gruppo di controllo ha effettuato invece le stesse misurazioni prima e dopo lo svolgimento di altri tipi di attività fisica. La partecipazione all’attività di arrampicata incrementa i livelli di mindfulness in modo significativamente più alto rispetto al gruppo di controllo.

Si tratta del primo studio che dimostra che la pratica dell’arrampicata sportiva incrementa i livelli di mindfulness in giovani adulti.

A livello teorico, questi risultati sono di grande interesse per la comprensione dello stato di “flow”, esperienza umana ottimale: uno stato di coscienza in cui una persona è completamente immersa in un’attività.

A livello pratico, questo studio mette in luce l’importanza della pratica dell’arrampicata sportiva anche in ambito terapeutico.

In foto sono io, che mi prendo cura del mio benessere 😊

Wheatley, K.A. Exploring the relationship between mindfulness and rock-climbing: a controlled study. Curr Psychol (2021)

Indirizzo

Corso Galileo Galilei
Turin
10126

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