Carlo Rosso Psichiatra

Carlo Rosso Psichiatra Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo.

Da anni studia e cura le problematiche legate all'umore, all'ansia, al panico, al desiderio e agli esiti del’ADHD nell’adulto.

24/07/2026

Oggi invecchiare è impossibile, ci è concessa la morte ma non l’invecchiamento. La vergogna è l’emozione dell’invecchiamento. Ha sostituito il misurato sentimento della nostalgia o del rimpianto. Questi stati d’animo sono lussi concessi solo a chi, piegato dalla malattia e dalle ferite dell’esistere, è già di fatto fuori dal mondo e alle prese con l’accettazione di un sé malato. Ma chi inizia a invecchiare quando è in salute deve fare i conti con la vergogna: la vergogna di essere sopravvissuti alla giovinezza e tuttavia accampare desideri, speranze, aspettative e bisogni.

Clandestini nel paese della giovinezza, gli incipienti anziani d’oggi si aggirano alla ricerca di espedienti di cittadinanza. Chirurgia estetica, cura ossessiva del corpo, adozione di mode e modi giovanili che illudono ma non aiutano a ridurre davvero lo scarto che angoscia e genera vergogna. Anzi, rincorrere la parodia della giovinezza sradica le esistenze dal vero della loro storia rendendole fragili.

Oggi la giovinezza aborre chi incarna il suo futuro. Meglio però riappropriarsi della dignitosa dimensione longitudinale dell’esistenza: c’è un passato che radica e significa un presente, il quale aspira ancora a un futuro. Meglio preferire ciò, piuttosto che mendicare un pass d’accesso all’illusione della giovinezza che ci relega in un limbo sordo alla dimensione drammatica dell’esistenza, che ha un inizio e un’ineluttabile fine ma è il solo sale che la rende sapidamente autentica.

Ci aspettiamo che l’amore sia alimentato dal desiderio. Anzi, tendiamo a credere che amare qualcuno significhi inevitabi...
15/07/2026

Ci aspettiamo che l’amore sia alimentato dal desiderio. Anzi, tendiamo a credere che amare qualcuno significhi inevitabilmente continuare a desiderarlo sessualmente con la stessa intensità degli inizi. Quando questo non accade, molti concludono che l’amore sia finito o che la relazione abbia perso qualcosa di essenziale. Ma forse è utile partire da una constatazione meno romantica e più realistica: amore e desiderio sessuale non coincidono e, per certi aspetti, sono strutturalmente in tensione tra loro.

Il desiderio sessuale vive infatti della mancanza. Non si nutre di ciò che possiede, ma di ciò che continua a sfuggirgli. È attratto da ciò che non è ancora completamente disponibile, da ciò che conserva un margine di mistero, di imprevedibilità, di alterità. Per il desiderio vale sempre la logica del «questo non è ancora quello»: ogni volta che raggiunge il suo oggetto, una parte di esso tende a spostarsi oltre, verso un nuovo altrove. Non perché sia insaziabile in senso patologico, ma perché il suo movimento consiste proprio nel non poter coincidere pienamente con ciò che possiede.

L’amore percorre una strada diversa. Amare significa poter dire «questo è quello», riconoscendo nell’altro una presenza unica, insostituibile e irriducibile. Non perché l’altro soddisfi ogni nostra mancanza, né perché incarni un ideale di perfezione, ma perché smettiamo di inseguire in lui la soluzione ai nostri bisogni e iniziamo a riconoscerlo nella sua alterità. L’amore non cerca un oggetto da consumare, ma un soggetto con cui condividere un’esistenza.

Ed è proprio qui che nasce una delle grandi sfide della vita di coppia. Il desiderio ha bisogno di una certa distanza, mentre l’amore tende naturalmente a ridurla. L’intimità, la fiducia, la quotidianità, la prevedibilità e la sicurezza sono il terreno su cui l’amore cresce, ma sono anche gli elementi che possono rendere più difficile l’emergere di quel senso di scoperta e di sorpresa di cui il desiderio sessuale si alimenta.

Questo significa forse che l’amore sia destinato a spegnere il desiderio? Non necessariamente. Significa piuttosto che il desiderio non può essere considerato una semplice conseguenza dell’amore. Ha una logica propria, diversa da quella dell’amore, e proprio per questo richiede di essere custodito. Non si mantiene vivo per inerzia, né può essere imposto con la volontà. Ha bisogno che ciascuno continui a esistere anche come altro per l’altro, senza essere completamente assorbito dalla relazione.

Molte coppie, senza accorgersene, trasformano il legame in un luogo dove ogni differenza viene progressivamente annullata. Condividono tutto, sanno tutto l’uno dell’altro, si organizzano come una perfetta squadra. Tutto questo può rafforzare enormemente l’amore, ma non necessariamente il desiderio. Quest’ultimo ha bisogno che nell’altro rimanga qualcosa che non sia del tutto disponibile, qualcosa che continui a sorprenderci e a ricordarci che la persona che amiamo non coincide mai completamente con l’immagine che ne abbiamo costruito.

Forse amare significa proprio questo: imparare a custodire il desiderio senza pretendere che sia l’unica misura dell’amore, e continuare a scegliere l’altro anche quando il desiderio, come è nella sua natura, cambia forma, attraversa momenti di maggiore o minore intensità o cerca nuovi modi di esprimersi.

La maturità di una relazione non consiste allora nell’eliminare la tensione tra amore e desiderio, ma nel saperla abitare. Accettare che parlino linguaggi diversi significa rinunciare all’illusione che uno possa garantire automaticamente l’altro. Ed è forse proprio questa consapevolezza che permette alla coppia di continuare a cercarsi, anche dopo essersi trovata.

29/06/2026

Afflitta, una quarantenne mi consulta. Ha trovato, dice, l’amore. Ma è un qualcosa che frustra la sua stessa idea di amore. Lui, un cinquantenne piacente e trasgressivo, dal passato sentimentale complesso, la risucchia in una dimensione relazionale che disarticola il suo modo di intendere le cose della vita e le instilla anche un’interessante dose di trasgressione sessuale. Questa storia ha per la donna un indubbio merito: l’aiuta a fare esperienza di modi di sentire e vivere distanti dal suo stile relazionale, troppo rigidamente orientato dall’impegno, dal sacrificio, dalla coerenza e dal rispetto. Lui, complice l’amore di lei, ha incrinato questo stile relazionale. C’è altro quindi, inizia a pensare lei, la strada della vita non è necessariamente dritta e tesa a un fine ma può essere anche piacevolmente curva, eccitante e imprevedibile. E anche il sesso con lui è altro dal lineare svolgersi della funzione che dall’eccitamento giunge a un onesto orgasmo. Ora è diverso, l’atto si impregna di fantasie trasgressive divenendo passione sessuale pura. Un nuovo mondo si è dischiuso. L’arrivo del «principe» ha incrinato il suo sistema difensivo e tra le sue crepe ha iniziato a filtrare creatività e un po’ di trasgressione, potenti concimi dell’orizzonte “nuovo” a cui aspira la sua esistenza.

Eppure lei è sofferente. Vuole circoscrivere quell’amore, quell’uomo. Piegarlo al suo modello tradizionale, romantico. In fondo, dice, vorrei solo che passasse più tempo con me e che... non mi tradisse con altre. Sì, perché a lui accade di accoppiarsi con donne di una notte. E, con una folgorante sincerità figlia di uno stucchevole egoismo, le ha detto che per lui la fedeltà dei corpi non è un valore, che ha eletto lei a «porto sicuro» ma si riserva di declinare la loro storia sotto le insegne del «perché no?». Perché rinunciare a un rapporto sessuale con una sconosciuta se mi è gradito? Perché venirti a trovare se ho voglia di passare il pomeriggio a guardare una serie TV? Insomma il messaggio è: tu sei importante, ma per continuare a esserlo non puoi diventare un «limite». Sei la donna dell’intimità, ma non dell’impegno. È un duro colpo per lei che vive sotto le insegne del «no, perché...», ovvero rinuncio a qualcosa che per me vale in funzione di un bene superiore, sia esso un obiettivo professionale o a maggior ragione un amore.

Ecco dunque uno scenario, oggi non così raro, dove i sempre più disorientati alfieri del «no, perché...» combattono frustranti battaglie di retroguardia con i convinti assertori del «perché no?».
Ora mi chiedo se posizioni così diverse e distanti possano confluire in una qualche sintesi d’amore. Difficile, perché l’amore non può che vivere nell’orizzonte del «per sempre» e puntellarsi sull’impegno. Ciò significa che il «no, perché…» dialoga con il «per sempre» ed è innervato dall’impegno. Infatti nell’amore il «no, perché…» è quotidiana rinuncia alle lusinghe del mondo, in quanto «tu, proprio tu» sei diventato il centro del mio mondo. Per te la mia rinuncia ha senso. Invece, per l’alfiere del «perché no?» il suo «amore», per quanto sinceramente voluto e dichiarato importante, è a ben vedere periferia, è necessariamente sempre sacrificabile sull’altare del «perché no?». Il suo motto è «tu sei importante per me, ma io sono prima di te». E su questa affermazione penso affondi la scommessa ardita dell’amore che aspira a collocare il «per sempre» nel tempo finito dell’esistenza. Si tratta di linguaggi distanti. Certo, i nostri due eroi potranno trovare forme di coesistenza, comunque sempre dolorose per la vittima del «perché no?», ma è improbabile che si avvicinino a quella particolarissima esperienza umana che ha accettato la sfida del due ed è diventata qualcosa di speciale che, a buona ragione, potremmo chiamare amore.

13/06/2026

Che cosa tiene insieme una coppia? Quali siano i mattoni e la malta di una relazione può essere soggettivamente ovvio, ma scientificamente non è scontato. È vero che ognuno è di sé, in qualche misura, un esperto. Infatti la maggior parte di noi ha elaborato teorie su quale sia la materia che assicura la tenuta di una coppia. Idee che sono per lo più figlie di amori, disgraziati o riusciti, che si sono condensati in cornici interpretative, talora ciniche e talaltra prudenti o fiduciose. Come sia, queste cornici comprensive sono prodotti di esperienze personali e in quanto tali non hanno carattere generale. Nel tentativo di dare una risposta «scientifica» alla questione dobbiamo chiederci se la ricerca ci venga o meno in aiuto, ovvero se esista un carattere più generale che trascende le nostre verità soggettive. Soprattutto nei paesi anglofoni, vige una tradizione di analisi sulla relazione di coppia di cui qui vi riassumo qualche linea confacente al nostro scopo.

In generale questi studi suggeriscono che un clima d’attenzione all’esperienza emotiva del compagno, di mutuo supporto, di sincerità e giocosità costituirebbero «i mattoni e la malta della casa della coppia». E il sesso? Il discorso sul sesso è particolare. È riconosciuto che una buona interazione sessuale avrebbe una funzione di compenso nella coppia in cui è carente la competenza comunicativa. Insomma, là dove il ponte dell’intimità traballa, la via del sesso è un percorso alternativo per consolidare la percezione di una soddisfacente relazione di coppia. Alcuni studi hanno evidenziato che una soddisfacente vita sessuale tamponerebbe le crepe relazionali generate dai problemi emotivi o temperamentali di uno o entrambi i partner. Ecco allora che la ricerca ci aiuta a capire alcune cose interessanti. Intanto che una coppia capace di comunicare in modo intimo può sopravvivere ai marosi di una disfunzione sessuale. Per questa coppia la comunicazione è mattone e malta e il sesso un’esperienza importante, gratificante, ma non fondante.

Ne sono testimonianza quelle coppie che, pur con una sessualità ridotta nel tempo, continuano ad avere una percezione positiva del loro legame. Vi è poi il secondo aspetto che ci spiega invece la tenuta di coppia di soggetti problematici e con fragili competenze comunicative. Per questi, secondo le ricerche, sarebbe il sesso a subentrare alla carenza dei mattoni e della malta dell’efficace comunicazione. Ma una soluzione vale l’altra? Non per la mia esperienza. In quest’ultima configurazione relazionale intravedo il rischio dell’abuso sessuale. Le coppie che in mancanza di comunicazione hanno imparato che tutto – anche ciò che va male – si risolve a letto corrono il rischio di fare sesso in momenti della loro vicenda attraversati da un eccesso di aggressività e inciampare in questi casi nel precipizio dell’abuso non è un’eventualità remota.

Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse verso il ruolo dei fattori metabolici e nutrizionali nei distu...
04/06/2026

Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse verso il ruolo dei fattori metabolici e nutrizionali nei disturbi del neurosviluppo. Una recente meta-analisi pubblicata su Neuropsychiatric Disease and Treatment (2025) suggerisce che alcune vitamine potrebbero rappresentare un utile supporto ai trattamenti tradizionali nell’autismo e nell’ADHD.

Lo studio, che ha analizzato 22 ricerche per un totale di oltre 1.500 pazienti, evidenzia un dato interessante: le vitamine del gruppo B sembrano mostrare benefici più evidenti nei soggetti con disturbo dello spettro autistico (ASD), mentre la vitamina D appare maggiormente associata a miglioramenti nei sintomi dell’ADHD.

È importante sottolineare che le vitamine non curano né l’autismo né l’ADHD. Tuttavia, le evidenze emergenti suggeriscono che alcuni sottogruppi di pazienti possano beneficiare di interventi mirati, basati non su approcci generici ma sulla comprensione delle specifiche caratteristiche biologiche individuali. La direzione della ricerca sembra infatti sempre più orientata verso una neuropsichiatria di precisione, nella quale valutazioni metaboliche, immunologiche e genetiche contribuiranno a identificare quei pazienti che potrebbero trarre beneficio da strategie terapeutiche personalizzate, integrando gli approcci educativi, psicologici e farmacologici già consolidati.

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Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse verso il ruolo dei fattori metabolici e nutrizionali nei disturbi del neurosviluppo. Una recente meta-analisi pubblicata su Neuropsychiatric Disease and Treatment (2025) suggerisce che alcune vitamine potrebbero rappresentare un utile suppor...

21/05/2026

Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente come una quota significativa di adulti che giungono all’osservazione clinica per disturbi d’ansia presenti in realtà anche una storia di ADHD non riconosciuto. La coesistenza tra ADHD e ansia rappresenta infatti una condizione clinica relativamente frequente e, quando non adeguatamente compresa, può condurre a percorsi diagnostici e terapeutici parziali o inefficaci.

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà nella regolazione dell’attenzione, dell’impulsività e delle funzioni esecutive. Dal punto di vista neurobiologico coinvolge principalmente i circuiti dopaminergici e noradrenergici fronto-striatali, sistemi che svolgono un ruolo fondamentale nella modulazione dell’attenzione, della motivazione e della capacità di organizzare il comportamento nel tempo. Quando questi sistemi funzionano in modo meno efficiente, il soggetto fatica a pianificare le attività, a mantenere la concentrazione su compiti prolungati e a regolare l’impulso ad agire. Nel corso dello sviluppo queste difficoltà tendono a produrre una serie di esperienze soggettive e relazionali che possono avere un impatto significativo sulla costruzione dell’autostima. Il bambino e poi l’adolescente con ADHD sperimenta frequentemente difficoltà scolastiche, rimproveri ripetuti, aspettative disattese e una sensazione persistente di essere «in ritardo» rispetto ai coetanei. Con il passare del tempo queste esperienze possono contribuire alla formazione di un assetto interno caratterizzato da insicurezza, autocritica e anticipazione di possibili fallimenti. In questo contesto, l’ansia può emergere non tanto come espressione primaria di un disturbo d’ansia autonomo, quanto come risposta adattiva a una percezione costante di instabilità del proprio funzionamento mentale.

Quando ADHD e ansia si manifestano insieme, i due quadri tendono a influenzarsi reciprocamente in modo significativo. Le difficoltà tipiche dell’ADHD — disorganizzazione, procrastinazione, difficoltà di concentrazione e impulsività — si intrecciano con i processi cognitivi propri dell’ansia, come la rimuginazione, l’anticipazione di errori e l’ipercontrollo. Il risultato è spesso una condizione paradossale: la persona riferisce una mente costantemente attiva e affollata di pensieri, ma sperimenta al tempo stesso una marcata difficoltà nel trasformare tali pensieri in azioni organizzate ed efficaci. Nell’età adulta questa configurazione può assumere forme cliniche relativamente caratteristiche. La persona tende a vivere una persistente difficoltà nella gestione del tempo e delle priorità, alternando periodi di procrastinazione a fasi di lavoro intenso e spesso tardivo, sotto pressione. Si associa frequentemente una sensazione di costante affanno mentale, come se ogni compito richiedesse uno sforzo cognitivo sproporzionato. In molti casi emerge un vissuto di perenne rincorsa rispetto alla vita, accompagnato da un’elevata autocritica e dalla convinzione di non riuscire mai a raggiungere gli standard richiesti. Questo assetto ha inevitabilmente ripercussioni anche sulla dimensione relazionale. Le difficoltà nella regolazione attentiva e nella gestione delle emozioni possono tradursi in una certa imprevedibilità nei rapporti interpersonali. La persona con ADHD può apparire al partner distratta, disorganizzata o poco presente nei momenti di condivisione prolungata. Nei conflitti relazionali può emergere una maggiore impulsività o una difficoltà nel modulare la risposta emotiva. Allo stesso tempo, il soggetto vive spesso queste difficoltà con un intenso senso di colpa e con la sensazione di deludere ripetutamente le aspettative dell’altro. Anche la dimensione sessuale può risentire di questa configurazione clinica. In alcuni soggetti con ADHD si osserva una certa difficoltà a mantenere la concentrazione durante l’intimità o una tendenza alla ricerca di stimoli intensi e novità. Quando a questo quadro si associa l’ansia, possono comparire ulteriori elementi di interferenza, come preoccupazioni legate alla performance, difficoltà a rimanere mentalmente presenti nel momento dell’incontro sessuale o, in alcuni casi, un progressivo evitamento dell’intimità nei periodi di maggiore stress. Sul piano lavorativo la combinazione tra ADHD e ansia può produrre un funzionamento caratterizzato da grande dispendio di energia mentale. Molte persone con questo profilo mostrano capacità cognitive elevate e una buona creatività, ma incontrano difficoltà nella gestione delle routine organizzative e delle priorità. Il lavoro tende così a essere affrontato con modalità irregolari, con fasi di procrastinazione seguite da periodi di intensa attività sotto pressione. Non è raro che queste persone appaiano dall’esterno competenti e capaci, ma vivano internamente una costante sensazione di fatica e di precarietà del proprio equilibrio operativo.

Alla luce di questa complessità, il trattamento richiede spesso un approccio integrato. Sul piano farmacologico possono essere utilizzati farmaci specifici per l’ADHD, come gli stimolanti (metilfenidato o lisdexamfetamina) o l’atomoxetina, talvolta associati a antidepressivi quando la componente ansiosa è particolarmente rilevante. Tuttavia, è clinicamente importante distinguere se l’ansia rappresenti un disturbo primario oppure se sia secondaria alle difficoltà organizzative e attentionali proprie dell’ADHD. In quest’ultimo caso, trattare esclusivamente l’ansia rischia di lasciare irrisolto il nucleo del problema.

Accanto alla terapia farmacologica, la psicoterapia svolge un ruolo fondamentale. Gli interventi più utili sono quelli che aiutano la persona a sviluppare strategie per la gestione delle funzioni esecutive, a migliorare la regolazione emotiva e a ridurre l’autocritica derivante da anni di esperienze percepite come fallimentari. Il punto centrale da tenere presente è che molti adulti che convivono da anni con ansia cronica non presentano necessariamente un disturbo d’ansia primario. In alcuni casi l’ansia rappresenta piuttosto l’esito di una lunga storia di difficoltà attentive e organizzative non riconosciute. Riconoscere la presenza di un ADHD nell’adulto non significa attribuire un’etichetta patologica, ma offrire finalmente una chiave di lettura coerente a un funzionamento mentale che per anni ha cercato di adattarsi senza disporre degli strumenti adeguati. Spesso, proprio questa nuova comprensione rappresenta già il primo passo verso un cambiamento terapeutico significativo.

La sessualità nelle persone con disturbo dello spettro dell’autismo è stata a lungo ignorata, infantilizzata o trattata ...
14/05/2026

La sessualità nelle persone con disturbo dello spettro dell’autismo è stata a lungo ignorata, infantilizzata o trattata esclusivamente come problema comportamentale.

Nel capitolo che ho scritto con Veronica Tatti e Antonella Contarino abbiamo cercato di affrontare un tema particolarmente delicato: il ruolo dei trattamenti farmacologici in ambito sessuologico nei soggetti con autismo.
Abbiamo provato a riflettere su alcuni punti centrali:
• quando un farmaco può realmente ridurre sofferenza, impulsività o disregolazione;
• come evitare che la terapia diventi uno strumento di contenimento o controllo;
• il rapporto tra neurodivergenza, desiderio, identità di genere e autodeterminazione;
• la necessità di integrare sempre psicofarmacologia, psicoeducazione e lavoro clinico-relazionale.
La sessualità nelle persone neurodivergenti non è un «sintomo da spegnere», ma una dimensione umana da comprendere, accompagnare e tutelare.

Il contributo è pubblicato nel volume:
«Affettività e sessualità nell’autismo» (a cura di Roberto Keller,
Edra Editore).

Quando si parla di relazioni abusive ci si concentra quasi sempre sull’aggressore. L’attenzione si concentra quasi sempr...
05/05/2026

Quando si parla di relazioni abusive ci si concentra quasi sempre sull’aggressore. L’attenzione si concentra quasi sempre su chi esercita violenza, controllo o manipolazione. Ma esiste anche un’altra domanda, molto più difficile: perché alcune persone non riescono a lasciare chi le fa soffrire?

Se vogliamo capire davvero perché alcune relazioni abusive possono durare anni — a volte decenni — dobbiamo guardare anche a un altro aspetto, molto meno visibile e molto meno intuitivo. Il funzionamento psicologico della persona che non riesce a separarsi dal partner abusante. È un tema delicato e bisogna dirlo subito con grande chiarezza: comprendere questo funzionamento non significa in alcun modo attribuire responsabilità alla vittima.

Guarda il video:

Quando si parla di relazioni abusive ci si concentra quasi sempre sull’aggressore. L’attenzione si concentra quasi sempre su chi esercita violenza, controllo...

27/04/2026

📖 𝗡𝗢𝗩𝗜𝗧𝗔̀ 𝟮𝟬𝟮𝟲

In libreria 𝗗𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶 𝗳𝗿𝗮𝗴𝗶𝗹𝗶. 𝗦𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗲 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗮 di Carlo Rosso Psichiatra.

Desideri fragili nasce da un’esigenza urgente e spesso taciuta: parlare di sessualità nella salute mentale non come tabù o problema collaterale, ma come dimensione centrale dell’esperienza umana e della riabilitazione. Il testo è pensato per TRP, educatori e infermieri psichiatrici, psicologi, psichiatri e per tutti gli operatori della salute mentale che desiderano integrare la sessualità nei percorsi riabilitativi con competenza e responsabilità.

Scopri il libro 👉🏻 www.francoangeli.it/Libro/9788835187554

27/04/2026

La sessualità è parte dell’identità. Non riguarda soltanto ciò che si fa. Riguarda ciò che si è. Il modo in cui il soggetto si percepisce, il modo in cui si sente visto dall’altro, il modo in cui abita il proprio corpo.
Nei pazienti psichiatrici, l’identità è spesso fragile. Può essere frammentata, instabile e messa in crisi dalla malattia, dai trattamenti, dal contesto sociale. In questo scenario, la sessualità può diventare un punto di sofferenza. Ma anche un possibile punto di ricostruzione.
Non è possibile lavorare sull’identità ignorando il corpo. Non è possibile promuovere autonomia senza includere il desiderio. Non è possibile parlare di relazione senza considerare l’intimità perché sessualità attraversa tutte queste dimensioni, anche quando non viene esplicitata. Occuparsene non richiede necessariamente protocolli complessi, richiede innanzitutto un cambio di sguardo. Autorizzarsi ad aprire il tema, anche con parole semplici, anche senza una competenza specialistica formalizzata. Richiede confronto, disponibilità a riconoscere le personali difficoltà, spazi di pensiero condiviso e lavoro d’équipe. Richiede integrazione del tema nella pratica clinica, senza relegarlo a eccezione o emergenza. Richiede un lavoro con le famiglie per accompagnarle nel riconoscere il paziente come soggetto adulto, come essere desiderante, come persona tesa al legame e non solo come oggetto di cura o di protezione. In questa prospettiva, la sessualità non è un problema da contenere.
Occuparsene significa, in ultima analisi, restituire al paziente la possibilità di esistere anche come soggetto del desiderio.

Indirizzo

C. So Galileo Ferraris 109
Turin

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