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21/10/2026
Se il tuo migliore amico ti parlasse come parli tu a te stesso, sareste ancora amici?È la domanda che uso spesso in stud...
15/10/2026

Se il tuo migliore amico ti parlasse come parli tu a te stesso, sareste ancora amici?
È la domanda che uso spesso in studio quando qualcuno descrive la propria voce critica interiore. Dopo un attimo di silenzio, di solito la risposta è no.
All’origine, quella voce voleva proteggerti: punirsi da soli, da piccoli, prima che arrivasse una critica esterna, poteva sembrare più sicuro. Il problema è che non si è mai aggiornata, e continua a usare la stessa logica anche adesso che il contesto è cambiato.
Ha anche un difetto preciso: ricorda ogni errore nei minimi dettagli, quasi nessun successo.
Un modo per allentarla: separare quello che fai da quello che sei. “Ho gestito male quella conversazione” è un fatto, modificabile. “Sono un pessimo comunicatore” è una condanna, che si attacca all’identità.
Oggi prova questo: scrivi una cosa, anche piccola, che hai fatto bene. Non per convincerti di essere bravo. Solo per dare alla memoria un dato in più da ricordare.

L’ultima pagina di R.E.A.C.T. non chiude niente. Lascia aperte quattro domande.È così che finisce il libro: nessuna conc...
08/10/2026

L’ultima pagina di R.E.A.C.T. non chiude niente. Lascia aperte quattro domande.
È così che finisce il libro: nessuna conclusione rassicurante, nessun punto di arrivo. L’autore lo scrive chiaramente, «non c’è nulla di concluso, qui. C’è, semmai, un punto di partenza più consapevole.»
Le quattro domande che lascia sono queste:
Cosa sto provando, adesso?
Da dove viene questa reazione?
Questo pensiero è un fatto o un’interpretazione?
Cosa voglio scegliere, invece di subire?
Non serve rispondere a tutte insieme. Basta una, oggi.
Qual è la prima a cui hai pensato? Scrivimela nei commenti.
Il libro non è ancora uscito. Se vuoi sapere quando arriva, seguimi qui.

«Perché lo faccio ancora?»Dopo aver reagito di nuovo allo stesso modo, nelle stesse situazioni, con le stesse persone, i...
01/10/2026

«Perché lo faccio ancora?»

Dopo aver reagito di nuovo allo stesso modo, nelle stesse situazioni, con le stesse persone, in studio se lo chiedevano centinaia di persone.

La risposta che ho imparato sta qui: quegli schemi, un tempo, erano stati utili. Proteggevano. Solo che il contesto è cambiato, e loro no.

Il libro parte da questa domanda. Ogni capitolo comincia da un problema reale e da una storia, e ogni storia ha una via d’uscita. Nel primo c’è quella di un uomo che si arrabbiava sempre nello stesso momento e non capiva perché.

A te succede? Scrivimi nei commenti in quale situazione reagisci prima ancora di scegliere.

Il libro non è ancora uscito. Se vuoi sapere quando arriva, seguimi qui.

Sei mai stato in un posto con il corpo, e altrove con la testa?Anni fa, da giovane psicologo, raccontai al mio superviso...
24/09/2026

Sei mai stato in un posto con il corpo, e altrove con la testa?

Anni fa, da giovane psicologo, raccontai al mio supervisore tutto quello che avrei dovuto fare diversamente in una seduta complicata. Lui mi ascoltò, poi fece una domanda sola: «Eri con lui? Presente, dico, non nella tua testa, ma davvero lì?»

Una ricerca su migliaia di persone ha misurato che la mente vaga quasi metà del tempo, e che quando vaga siamo meno felici, indipendentemente da dove stia andando. È così che funziona il cervello, non un difetto da correggere. Tornare, ogni volta, è la pratica.

Le cinque lettere del metodo R.E.A.C.T. non sono cinque passi da seguire in fila. Sono cinque porte verso la stessa stanza: il presente.

Salva questo post: la prossima volta che sei in un momento difficile, usalo come bussola.

Litigate sempre sugli stessi dettagli, senza mai risolverli davvero?Il caso di Valentina e Riccardo, insieme da undici a...
17/09/2026

Litigate sempre sugli stessi dettagli, senza mai risolverli davvero?

Il caso di Valentina e Riccardo, insieme da undici anni: “litighiamo su chi ha ragione, invece che sul problema”. Quando lui si chiudeva in silenzio durante un conflitto, in lei si riaccendeva la stessa sensazione provata da bambina con un padre che faceva lo stesso per giorni interi.

Il muro di Riccardo non era rivolto a lei. Era il modo in cui il suo corpo reggeva un conflitto diventato troppo intenso. Hanno risolto scegliendo una parola, una sola, decisa insieme in un momento di calma, per chiedere una pausa prima di travolgersi.

Salva questo post per la prossima discussione che rischia di somigliare a una vecchia.

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