16/05/2026
Le parole possono essere muri o finestre
📍In Giappone non si dice mai "che disastro".
Né per scherzo. Né a voce bassa. Né quando ti rompi un piatto e nessuno ti sente. Mai.
Non è educazione. Non è eufemismo. Non è "voler stare positivi". È una fede antica, di origine scintoista, che esiste in Giappone da prima ancora che il giapponese fosse una lingua scritta.
Si chiama kotodama (言霊).
Sono due kanji. Il primo, 言 (koto), significa "parola". Il secondo, 霊 (tama), significa "anima". Alla lettera: l'anima della parola. La fede che le parole pronunciate ad alta voce abbiano peso fisico, e che possano modificare la realtà che descrivono.
La prima volta che il termine compare per iscritto è nel Man'yōshū, la più antica antologia poetica giapponese, compilata poco dopo il 759 dopo Cristo. In una delle poesie, attribuita al poeta Yamanoue no Okura, il Giappone viene chiamato kotodama no sakiwau kuni (言霊の幸わう国), letteralmente "il paese dove la potenza misteriosa della parola porta benedizione."
Mille e trecento anni fa, un poeta giapponese stava già dicendo questo. Le parole non sono solo suoni. Sono creature. Quando le pronunci, le mandi nel mondo come piccoli messaggeri vivi, che vanno a cercare quello che hai detto, e cercano di farlo accadere.
Per uno scintoista delle origini, l'universo intero era abitato da anime. Gli alberi avevano un'anima. Le rocce avevano un'anima. I fiumi, le montagne, le case, i pozzi. Tutto era vivo. E le parole, anche le parole, erano vive. Più di tutto.
Da questa fede sono nate alcune abitudini che noi occidentali, quando andiamo in Giappone, scambiamo per superstizione.
In un ascensore di Tokyo, molto spesso, non c'è il piano quattro. Si passa dal tre al cinque. Negli ospedali, non c'è la stanza quattro. In molti hotel, ristoranti, edifici pubblici, il quattro semplicemente non esiste. Perché il numero quattro, in giapponese, si pronuncia shi (四). E shi (死) è anche la pronuncia di un altro kanji. Quello che significa "morte". Pronunciare ad alta voce quel numero, secondo kotodama, è chiamare la morte ad alta voce nella stanza.
Lo stesso vale al matrimonio. Una giapponese che fa un discorso al matrimonio di sua sorella non userà mai le parole "tagliare", "separare", "finire", "tornare indietro", "rompere". Nemmeno una sola volta. Nemmeno per dire "tagliamo la torta". Si dice diversamente. Si usa "inaugurare la torta", "aprire la torta", qualunque cosa pur di non pronunciare la parola "tagliare" in una stanza dove si sta benedicendo un'unione. Perché quella parola, una volta uscita dalla bocca, comincerà a lavorare nel mondo per cercare la separazione che descrive. Queste parole proibite hanno un nome preciso, in giapponese: imikotoba, "parole da evitare".
E in una famiglia giapponese tradizionale, c'è una regola che non viene quasi mai infranta. Non si dice "sei stupido" a un bambino. Mai. Neanche per gioco. Neanche urlandolo per la rabbia. Neanche tra sé e sé in cucina. Perché quella parola, secondo la fede di kotodama, una volta detta ad alta voce, non si limita a ferire il bambino. Lo modifica. Lo costruisce. Diventa una parte del bambino che la sta sentendo.
Adesso fermati. E pensa a una persona, una sola, che è importante per te. Tua figlia. Tua madre. La tua migliore amica. La persona che ami di più al mondo.
Quante volte, in tutta la tua vita, hai pronunciato ad alta voce su di lei le frasi:
"Sei stupida."
"Sei un disastro."
"Non vali niente."
"Sei in ritardo, come al solito."
"Non riesci mai a fare le cose giuste."
"Sei un fallimento."
Probabilmente mai. Anche se l'hai pensato, anche se l'hai bisbigliato, anche se eri furiosa, non l'hai detto. Perché sai, in fondo, anche senza essere giapponese, che certe parole, dette ad alta voce su una persona che ami, hanno il potere di rovinarla.
Adesso pensa a un'altra persona. A te.
Quante volte hai pronunciato quelle stesse frasi ad alta voce su te stessa? Stamattina. Ieri sera. Mentre ti guardavi allo specchio. Mentre cercavi le chiavi che non trovavi. Mentre arrivavi tardi a una riunione. Mentre guardavi la tua vita e la confrontavi con quella di un'altra.
"Sono stupida."
"Sono un disastro."
"Sono in ritardo, come al solito."
"Non valgo niente."
"Non riesco mai a fare le cose giuste."
"Sono un fallimento."
Sei l'unica persona, in tutta la tua vita, su cui ti permetti di pronunciare ad alta voce parole che non oseresti pronunciare su nessun altro. Su tua figlia non lo faresti. Su tua madre non lo faresti. Sulla tua amica non lo faresti. Ma su di te sì. Tutti i giorni.
E per kotodama, secondo una fede che il Giappone porta avanti da mille e trecento anni, ognuna di quelle parole non è solo un pensiero. È un'anima viva. Che esce dalla tua bocca, attraversa l'aria, entra nelle tue orecchie, e va a lavorare nel mondo per realizzare quello che ha appena descritto.
La donna che si dice "sono stupida" ogni mattina, secondo kotodama, sta letteralmente costruendo, parola dopo parola, una vita stupida intorno a sé. Non per via di una qualche metafora new age. Per il fatto, antico e profondo, che il tuo cervello è la prima persona che sente le parole che tu pronunci. E quel cervello, sentendole, le registra come verità.
I giapponesi questo lo sanno da prima del Medioevo. Noi, in Occidente, abbiamo dimenticato. E abbiamo costruito una cultura in cui parlare male di se stessi è considerato "modestia", "ironia", "non prendersi sul serio". Mentre in realtà è la più subdola forma di autolesionismo verbale che esista.
C'è solo una cosa pratica che ti chiedo di fare oggi.
Per sette giorni, una sola regola. Quando stai per dire una frase distruttiva su di te, a voce alta, sottovoce, anche solo dentro alla tua testa, fermati. E fatti una sola domanda.
"La direi a mia figlia? A mia madre? Alla mia migliore amica, nella stessa situazione?"
Se la risposta è no, non hai il diritto di dirla a te.
Non perché tu non debba esserti dura. Non perché tu debba essere indulgente. Per una ragione molto più antica. Perché la tua bocca, mentre pronuncia quelle parole, le sta facendo entrare prima di tutto in te. E tu, in te, sei l'unica persona di cui hai una vera responsabilità per tutta la vita.
Stasera, prima di dormire, prova una cosa sola. Una frase. A voce alta. Su di te. La frase che diresti a tua figlia se fosse stata una giornata difficile.
E ascolta quello che ti fa, mentre la dici.
Ho scritto un libro che parla anche di kotodama, e di donne che a un certo punto della loro vita hanno smesso di parlare a se stesse come a una nemica. Sono diciannove storie di persone che hanno capito che la prima persona da cui hanno bisogno di essere trattate bene non era il marito, non era il capo, non era la madre. Era se stesse.
"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"
Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi ha passato troppi anni a dirsi cose che non direbbe mai a nessun altro, e ha bisogno di qualcuno che le ricordi che le parole, anche quelle sussurrate, costruiscono il mondo in cui si vive.
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