Studio Psicologico Dott.ssa Monica Borgogno

Studio Psicologico Dott.ssa Monica Borgogno Psicologa clinica e psicoterapeuta. Trasformo la psicologia in strumenti concreti per stare meglio, crescere e costruire relazioni più sane.

Per persone coppie e famiglie che vogliono crescere e cambiare davvero. Sono la dott.ssa Monica Borgogno, psicologa e psicoterapeuta. Nel mio studio mi prendo cura delle persone che incontro promuovendo la loro consapevolezza, la crescita, la creatività e il benessere psico-fisico ed emotivo, sia negli incontri individuali che di gruppo. Con disponibilità, attenzione e sensibilità “aiuto la pers

ona ad aiutarsi”, a chiarire i propri bisogni, le proprie aspirazioni e ad attingere alla propria sorgente interiore per scoprire capacità e risorse personali.

Ti ascio la domanda della sera 💛
15/08/2026

Ti ascio la domanda della sera 💛

IN QUESTO GIORNO DELL’ASSUNTA E’ DOVEROSO UN ULTIMO SALUTO A BEATRICE, CON RISPETTO E AMORE.❤️Ci sono tragedie davanti a...
15/08/2026

IN QUESTO GIORNO DELL’ASSUNTA E’ DOVEROSO UN ULTIMO SALUTO A BEATRICE, CON RISPETTO E AMORE.❤️

Ci sono tragedie davanti alle quali persino le parole sembrano diventare inadeguate.

Cerchiamo spiegazioni, ricostruiamo fatti, formuliamo domande.

Ma alcune domande rimangono senza una risposta capace di placare davvero ciò che sentiamo.

Ieri, 14 agosto, nel giorno dell’ultimo saluto a Beatrice, una frase pronunciata durante i funerali resta particolarmente forte:

“Il male non abbia mai l’ultima parola.”

È una frase religiosa, certamente.

Ma contiene anche una domanda profondamente psicologica:
che cosa facciamo noi, dopo che qualcosa di terribile è accaduto?

Perché il male non finisce necessariamente nel momento in cui termina un evento.

Può continuare.

Continua nella paura.
Nella rabbia.
Nel bisogno ossessivo di trovare un perché.
Nelle immagini che ritornano.
Nelle famiglie che devono imparare a vivere con un’assenza impossibile.
Nelle comunità che scoprono improvvisamente che ciò che sembrava impensabile può accadere anche vicino a casa.

È uno degli aspetti più difficili del trauma.

Un evento traumatico non appartiene soltanto al momento in cui avviene. Può modificare profondamente il modo in cui percepiamo il mondo, la sicurezza, gli altri e persino il futuro.

Quando la violenza irrompe in una vita — e ancora di più quando coinvolge un bambino — può incrinarsi una convinzione fondamentale che normalmente ci permette di vivere:
l’idea che il mondo possieda un minimo di ordine e prevedibilità.

Per questo davanti a certe tragedie sentiamo così forte il bisogno di domandare:

Perché?

Non è soltanto curiosità.

È la mente che tenta disperatamente di ricostruire un ordine dopo essere stata esposta all’incomprensibile.

Ma esistono eventi nei quali nessuna spiegazione riesce davvero a restituire quell’ordine.

Ed è proprio qui che comincia uno dei lavori psicologici più difficili.

Non necessariamente trovare un senso a ciò che è accaduto.

A volte un senso non c’è.

Ma cercare, lentamente, un modo per continuare a dare senso a ciò che viene dopo.

Il lutto traumatico non chiede di dimenticare

Quando una morte avviene in circostanze traumatiche, il dolore per la perdita può intrecciarsi con altre emozioni potentissime: incredulità, rabbia, impotenza, paura, senso di ingiustizia.

E può accadere qualcosa di particolarmente doloroso.

Il modo in cui una persona è morta rischia di occupare tutto lo spazio della sua vita.

La tragedia diventa più grande della persona.

Il fatto di cronaca più grande della sua storia.

L’ultimo giorno più grande di tutti i giorni che lo hanno preceduto.

Ma una persona non coincide con la propria morte.

E forse una delle forme più profonde della memoria consiste proprio nel restituirle ciò che la tragedia rischia di portarle via.

Il suo nome.

Il suo volto.

Le sue abitudini.

Le persone che ha amato.

Le risate.

Le piccole cose quotidiane.

La vita che c’è stata prima dell’ultimo giorno.

Perché ricordare qualcuno non significa custodire per sempre soltanto il momento in cui lo abbiamo perduto.

Significa permettere alla sua intera esistenza di continuare ad avere un posto nella nostra memoria.

Anche una comunità può essere ferita

Esiste poi una dimensione che va oltre il dolore individuale.

Quando una tragedia sconvolge un territorio, soprattutto quando coinvolge un bambino, anche la comunità può sperimentare qualcosa di simile a una ferita collettiva.

Ci si sente più vulnerabili.

Si parla dell’accaduto nei bar, nelle case, nei luoghi di lavoro.

Persone che non conoscevano direttamente la vittima possono piangere.

Qualcuno sente il bisogno di partecipare a un funerale, lasciare un fiore, accendere una candela.

Non è necessariamente curiosità.

È anche il tentativo umano di dire:
“Quello che è successo riguarda anche noi.”

Perché una comunità non è fatta soltanto di persone che condividono uno spazio geografico.

È fatta anche di significati condivisi.

E quando qualcosa li spezza, abbiamo bisogno di ricostruirli insieme.

Ma c’è una responsabilità anche nel modo in cui ricordiamo

Davanti a una tragedia esiste però un rischio.

Continuare a raccontarla attraverso i suoi dettagli più terribili.

Ripetere immagini.

Cercare particolari.

Trasformare il dolore in spettacolo.

È comprensibile che la mente sia attratta da ciò che la sconvolge: tentiamo di capire ciò che ci spaventa.

Ma esiste un confine sottile tra comprendere e consumare il dolore degli altri.

E forse il rispetto comincia proprio quando sappiamo fermarci prima di quel confine.

Non abbiamo bisogno di conoscere ogni particolare per riconoscere la gravità di ciò che è accaduto.

Non abbiamo bisogno di vedere tutto per provare compassione.

Non abbiamo bisogno di trasformare una bambina in una tragedia per ricordare che è esistita.

“Il male non abbia l’ultima parola”

Forse allora questa frase può significare anche questo.

Non significa negare il male.

Non significa perdonare ciò che non siamo pronti a perdonare.

Non significa trovare per forza una spiegazione consolatoria.

E non significa chiedere a chi soffre di “andare avanti”.

Significa qualcosa di molto più difficile.

Non permettere che ciò che ha distrutto una vita diventi anche l’unica cosa attraverso cui quella vita verrà ricordata.

Il male può avere scritto una pagina terribile.

Ma non dovrebbe poter riscrivere tutte quelle precedenti.

Per questo oggi, forse, possiamo fare una cosa semplicissima.

Pronunciare un nome.

Beatrice.

Non il caso.
Non la tragedia.
Non il titolo di un giornale.

Beatrice.

Una bambina che ha attraversato questo mondo.

E che merita di essere ricordata per essere stata viva, non soltanto per il modo terribile in cui la sua vita si è interrotta.

Forse è anche così che, molto lentamente, togliamo al male l’ultima parola.

Non cancellandolo.

Ma impedendogli di cancellare tutto il resto.

Ciao Beatrice, perdonaci per non aver saputo proteggerti.❤️

LA FIABA DI OGGI LA NUVOLA CHE VOLEVA TRATTENERE IL CIELO.C’era una volta, in un giorno d’agosto così luminoso che persi...
15/08/2026

LA FIABA DI OGGI

LA NUVOLA CHE VOLEVA TRATTENERE IL CIELO.

C’era una volta, in un giorno d’agosto così luminoso che persino le montagne sembravano più vicine al cielo, una piccola nuvola bianca di nome Alba.

Alba viveva sopra una valle piena di prati, campanili e case dalle finestre spalancate.

Quel giorno era Ferragosto.

Le famiglie preparavano tavolate all’aperto, i bambini correvano nei prati e dalle finestre arrivavano profumi di cose buone.

Ma Alba non riusciva a godersi quella bellezza.

Aveva una paura.

Aveva paura di essere portata via dal vento.

Per questo cercava continuamente di restare ferma.

Quando il vento arrivava da oriente, Alba si stringeva forte attorno alla cima di una montagna.

Quando arrivava da occidente, si aggrappava alle nuvole più grandi.

«Non voglio andare via», ripeteva.

«Qui conosco tutto.
Conosco queste montagne, questi alberi, persino il suono delle campane.»

Il vento, che aveva viaggiato molto più di lei, un giorno le domandò:

«Alba, perché pensi che andare significhi perdere?»

La piccola nuvola rimase in silenzio.

Non ci aveva mai pensato.

«Perché se lascio questo posto», rispose infine, «forse non lo ritroverò più.»

Il vento allora le sussurrò:

«Ci sono cose che non dobbiamo trattenere per poterle conservare.»

Alba non capì.

Proprio in quel momento, dal paese sotto di lei, cominciarono a suonare le campane.

Era il giorno dell’Assunta.

Il loro suono saliva lentamente verso il cielo.

Alba guardò in basso.

Vide persone che alzavano gli occhi.

Alcune pregavano.

Altre semplicemente osservavano quel cielo azzurro d’agosto.

E improvvisamente Alba comprese una cosa.

Il cielo non apparteneva a nessuna nuvola.

Eppure ogni nuvola ne faceva parte.

Forse non era necessario restare sempre nello stesso punto per appartenere a qualcosa.

Così, per la prima volta, smise di resistere.

«Va bene», disse al vento.

«Portami.»

Il vento la sollevò dolcemente.

Alba attraversò montagne che non aveva mai visto, sorvolò fiumi scintillanti e campi dorati dal sole.

Poi accadde qualcosa che non avrebbe mai immaginato.

Da lontano vide ancora la sua valle.

Era piccolissima.

Ma era lì.

Non l’aveva perduta.

La portava dentro di sé.

Alba sorrise.

E mentre saliva ancora un poco nel grande cielo d’agosto, comprese finalmente le parole del vento:

lasciare andare non significa sempre perdere.

A volte significa fidarsi abbastanza della vita da permetterle di portarci un po’ più in alto.

🌿 Morale

Passiamo molta parte della vita cercando di trattenere persone, luoghi, momenti e persino versioni di noi stessi per paura di perderli.

Ma ciò che ha davvero abitato il nostro cuore non scompare soltanto perché qualcosa cambia.

A volte bisogna smettere di aggrapparsi per scoprire che alcune cose non si perdono: diventano parte di noi.

E forse, ogni tanto, alzare gli occhi al cielo serve proprio a ricordarci questo.

☀️ FERRAGOSTO: QUELLO CHE LE FOTOGRAFIE NON RACCONTANOCi sono giorni in cui sembra quasi obbligatorio essere felici.Ferr...
15/08/2026

☀️ FERRAGOSTO: QUELLO CHE LE FOTOGRAFIE NON RACCONTANO

Ci sono giorni in cui sembra quasi obbligatorio essere felici.

Ferragosto è uno di questi.

Bisognerebbe avere programmi.
Amici.
Una tavola piena.
Qualcuno con cui brindare.
Un posto bellissimo in cui essere.

E possibilmente una fotografia che dimostri che ci stiamo divertendo.

Ma la vita vera non segue il calendario.

C’è chi oggi è felice davvero.
Chi finalmente riposa.
Chi è circondato dalle persone che ama.

Ma c’è anche chi sente una sedia vuota più del solito.

Chi attraversa una separazione.

Chi si sente solo anche in mezzo a una tavolata.

Chi sta vivendo un periodo difficile.

Chi avrebbe voluto essere altrove.

E persino chi non ha nessun motivo particolare per essere triste, ma semplicemente oggi non si sente felice.

Le festività hanno una caratteristica psicologica interessante: spesso amplificano ciò che già sentiamo.

La gioia può diventare più intensa.

Ma anche la nostalgia.
La solitudine.
Il senso di esclusione.
La percezione di ciò che manca.

E poi c’è il confronto.

Apriamo i social e sembra che il mondo intero stia vivendo una giornata meravigliosa.

Mare.
Montagna.
Famiglie sorridenti.
Tavolate perfette.
Tramonti.
Brindisi.

Ma stiamo confrontando la complessità della nostra giornata con pochi secondi accuratamente scelti della giornata degli altri.

E quasi sempre, in questo confronto, perdiamo.

Forse allora oggi possiamo concederci una piccola libertà:
non dover provare l’emozione prevista dal calendario.

Se sei felice, goditi questa felicità senza sentirti in colpa.

Se sei triste, non devi fingere.

Se hai bisogno di stare con gli altri, cercali.

Se desideri silenzio, conceditelo.

Se qualcuno ti manca, puoi sentirne la mancanza anche mentre gli altri brindano.

E se oggi è semplicemente un giorno qualunque, va bene anche così.

La salute psicologica non consiste nell’essere sempre felici.

Consiste anche nel poter riconoscere ciò che sentiamo senza considerarci sbagliati perché non coincide con ciò che dovremmo sentire.

Perciò oggi non voglio augurarti soltanto:

“Buon Ferragosto.”

Voglio augurarti qualcosa di un po’ diverso.

Che tu possa vivere questa giornata senza dover dimostrare niente a nessuno.

Nemmeno di essere felice.

E magari scoprire che, quando smettiamo di inseguire la giornata perfetta, possiamo finalmente accorgerci di qualche piccolo momento vero.

Buon Ferragosto.
Qualunque forma abbia, oggi, il tuo.

SE LA TUA MENTE FOSSE UNA CASA, QUALI STANZE EVITERESTI?Immagina, per qualche minuto, che la tua mente sia una grande ca...
14/08/2026

SE LA TUA MENTE FOSSE UNA CASA, QUALI STANZE EVITERESTI?

Immagina, per qualche minuto, che la tua mente sia una grande casa.

Una casa costruita nel tempo.

Alcune stanze sono luminose e familiari.
Ci entri senza pensarci.

Altre sono disordinate, ma le conosci bene.

Poi ce ne sono alcune davanti alle quali passi velocemente.

Forse la porta è chiusa.
Forse è soltanto socchiusa.
Forse sai perfettamente cosa contiene, ma preferisci non entrarci.

Oggi non devi aprire nessuna porta per forza.

Devi soltanto disegnare la tua casa.



1. Disegna la pianta della tua casa interiore

Non deve essere bella né realistica.

Disegna semplicemente alcune stanze e assegna a ciascuna un nome.

Potrebbero esserci:

La stanza della gioia
quella delle persone, dei ricordi e delle esperienze che ti fanno stare bene.

La stanza della tristezza
ciò che hai perso, ciò che ti manca, quello che ancora qualche volta fa male.

La stanza della rabbia
le ingiustizie, le parole mai dette, i confini che qualcuno ha oltrepassato.

La stanza delle insicurezze
le parti di te che temi possano non essere abbastanza.

La stanza del passato
ricordi, persone, luoghi e versioni di te che appartengono a ciò che è stato.

La stanza delle paure
quello che temi possa accadere, perdere o cambiare.

La stanza dei desideri
ciò che vorresti ancora vivere, diventare, provare.

La stanza delle cose non dette
parole trattenute, conversazioni rimandate, domande mai fatte.

Puoi inventarne quante ne vuoi.

Questa è la tua casa.



2. Adesso osserva le porte

Per ogni stanza chiediti:

La porta è aperta, socchiusa o chiusa?

Non cercare di dare la risposta “giusta”.

Osserva semplicemente.

Ci sono emozioni nelle quali riesci a entrare facilmente?

E altre dalle quali ti allontani appena compaiono?



3. Trova la stanza che eviti

Ora scegli una sola stanza.

Quella davanti alla quale senti più resistenza.

Non devi entrarci.

Fermati semplicemente davanti alla porta e completa queste frasi:

Evito questa stanza perché…

Quando mi avvicino sento…

Temo che, se aprissi quella porta…

Per proteggermi da ciò che contiene, di solito io…



4. Guarda quella stanza da una finestra

Immagina di poterla osservare senza entrarci.

Che cosa contiene?

Un ricordo?

Una paura?

Una persona?

Una parte di te?

Un bisogno che hai imparato a ignorare?

Una rabbia che non ti sei concessa?

Una fragilità che hai sempre cercato di nascondere?

Non devi risolvere nulla.

Prova soltanto a dare un nome a ciò che vedi.



5. La domanda più importante

Ora chiediti:

“Questa porta è chiusa perché ciò che contiene è ancora pericoloso… o perché un tempo ho imparato che era meglio non entrarci?”

A volte continuiamo a evitare luoghi interiori che un tempo erano troppo difficili da attraversare.

Ma noi, nel frattempo, siamo cambiati.



6. Non devi spalancare la porta

Scegli il gesto più piccolo che oggi ti sembra possibile.

Potresti:

scrivere una frase su ciò che senti;

raccontare qualcosa a una persona di cui ti fidi;

permetterti di provare un’emozione senza giudicarla;

riconoscere un bisogno;

oppure semplicemente dire:

“So che quella stanza esiste.”

Anche questo è già un modo di avvicinarsi.



La riflessione finale

La nostra casa interiore non è fatta soltanto delle stanze nelle quali amiamo stare.

È fatta anche delle porte che abbiamo chiuso per proteggerci.

Conoscerci non significa abbatterle tutte.

Significa poterci avvicinare e domandarci, con rispetto:

“Ho ancora bisogno che questa porta rimanga chiusa?”

Perché qualche volta, dietro la stanza che evitiamo di più, non c’è soltanto qualcosa che fa male.

C’è una parte di noi che aspetta da molto tempo di poter essere ascoltata.

E se una stanza contiene esperienze particolarmente dolorose o traumatiche, non è necessario esplorarla da soli: anche scegliere di non aprirla può essere, in quel momento, una forma di cura.

Riferimenti teorici essenziali

* Hayes, S. C., Strosahl, K. D. & Wilson, K. G. – Acceptance and Commitment Therapy: The Process and Practice of Mindful Change. Guilford Press.
* Hayes, S. C., Wilson, K. G., Gifford, E. V., Follette, V. M. & Strosahl, K. – lavori sull’experiential avoidance e sulla psicopatologia comportamentale.
* Gross, J. J. – lavori sul process model of emotion regulation e sulle strategie di regolazione emotiva.
* McAdams, D. P. – lavori sull’identità narrativa e sulla costruzione autobiografica del Sé.
* Bernstein, A. et al. – contributi sul concetto di decentering e sulla capacità di osservare l’esperienza interna da una prospettiva meno identificata.

Nota metodologica

La specifica rappresentazione della mente come una casa composta da stanze, porte e finestre e la sequenza proposta nell’esercizio costituiscono una rielaborazione originale a finalità psicoeducativa e autoriflessiva. Non si tratta di un test psicologico validato e non ha finalità diagnostiche.

PER IL VENERDÌ DELLA PSICOLOGIA PRATICA VI PROPONGO DUE ESERCIZI!Questo è il primo 💙💙🧭 DISEGNA LA TUA BUSSOLA DEI VALORI...
14/08/2026

PER IL VENERDÌ DELLA PSICOLOGIA PRATICA VI PROPONGO DUE ESERCIZI!
Questo è il primo 💙💙

🧭 DISEGNA LA TUA BUSSOLA DEI VALORI

A volte sappiamo perfettamente cosa dobbiamo fare.

Molto meno spesso ci fermiamo a chiederci:

“In quale direzione voglio andare?”

Oggi prova a costruire la tua bussola dei valori.

Non serve per dirti dove dovresti andare.
Serve per ricordarti che cosa vuoi orienti le tue scelte.

✏️ Prendi un foglio

Disegna un grande cerchio e dividilo in quattro spicchi, come una bussola.

In ogni direzione scrivi:

🧡 NORD — CIÒ CHE CONTA DAVVERO

Scrivi 3 valori che vorresti guidassero la tua vita.

Per esempio: autenticità, famiglia, libertà, cura, rispetto, coraggio, serenità, crescita, amicizia, giustizia, creatività…

Non scegliere quelli che sembrano più belli.

Scegli quelli che senti tuoi.

🌿 EST — CIÒ CHE STO NUTRENDO

Quali dei tuoi valori trovano già spazio nella tua vita?

Scrivi 3 comportamenti concreti attraverso i quali li stai vivendo.

Non “per me è importante l’amicizia”, ma:

“Trovo il tempo per esserci quando una persona a cui voglio bene ha bisogno di me.”

I valori diventano visibili nelle azioni.

🌙 SUD — DOVE MI STO ALLONTANANDO

Ora arriva la parte più interessante.

Chiediti:

“In quale area della mia vita mi sto comportando in modo distante da ciò che per me conta?”

Forse dici che la serenità è importante, ma riempi ogni spazio.

Forse desideri autenticità, ma dici troppi sì quando vorresti dire no.

Forse ami le relazioni, ma ultimamente non hai tempo per nessuno.

Non giudicarti.

Osserva la distanza.

🌅 OVEST — IL MIO PROSSIMO PASSO

Non devi cambiare tutta la tua vita.

Scegli una sola piccola azione da compiere nei prossimi sette giorni per avvicinarti a uno dei tuoi valori.

Una telefonata.

Un no.

Un’ora per te.

Una conversazione rimandata.

Una passeggiata.

Una richiesta d’aiuto.

Un confine da mettere.

Una cosa da ricominciare.

Poi, al centro della bussola, completa questa frase:

✨ “Vorrei che le mie scelte assomigliassero un po’ di più a…”

E scrivi la tua parola.

💭 LA DOMANDA FINALE

Guarda la tua bussola e chiediti:

“Se qualcuno osservasse soltanto come utilizzo il mio tempo, le mie energie e le mie scelte, capirebbe quali sono i miei valori?”

Non sempre la risposta sarà sì.

Ed è proprio qui che l’esercizio diventa interessante.

Perché un valore non è semplicemente qualcosa in cui crediamo.

È una direzione verso cui possiamo scegliere di tornare.

🧭 La bussola non elimina le tempeste.
Ci aiuta a non perdere la direzione mentre le attraversiamo.

Cornice teorica:
esercizio originale ispirato al lavoro sui valori e sull’azione impegnata dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes, Strosahl & Wilson) e, più in generale, agli studi sulla motivazione autodeterminata (Deci & Ryan).

13/08/2026
CI SONO PERSONE DAVANTI ALLE QUALI TORNI BAMBINO/A?Ci sono persone davanti alle quali abbiamo quarant’anni, cinquanta, s...
13/08/2026

CI SONO PERSONE DAVANTI ALLE QUALI TORNI BAMBINO/A?

Ci sono persone davanti alle quali abbiamo quarant’anni, cinquanta, sessanta anni…

e improvvisamente ne abbiamo dieci.

Basta una frase.

Un tono di voce.

Uno sguardo.

Una critica detta proprio in quel modo.

E quella persona adulta, competente, autonoma, capace magari di affrontare problemi enormi nella propria vita, improvvisamente cambia.

Si giustifica.

Si arrabbia in maniera sproporzionata.

Si chiude.

Cerca approvazione.

Oppure sente qualcosa di ancora più difficile da spiegare:

si sente piccola.

Succede spesso con i genitori.

Ma non soltanto.

Può accadere davanti a un fratello, una sorella, un partner, un ex compagno, un superiore sul lavoro.

Qualche volta persino davanti a una persona conosciuta da poco.

Perché?

Per comprenderlo dobbiamo entrare in uno dei territori più affascinanti della psicologia: il modo in cui le nostre prime relazioni continuano, almeno in parte, a vivere dentro quelle successive.

Bowlby: portiamo dentro di noi una mappa delle relazioni

John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, descrisse quelli che chiamò modelli operativi interni.

Durante le prime esperienze relazionali il bambino costruisce progressivamente delle aspettative su se stesso e sugli altri.

Impara implicitamente:

Quando ho bisogno, qualcuno arriva?

Le mie emozioni vengono accolte?

Posso essere vulnerabile?

Devo essere bravo per essere amato?

Se qualcuno è arrabbiato con me, rischio di perderlo?

Posso protestare senza perdere la relazione?

Queste esperienze contribuiscono alla costruzione di rappresentazioni relativamente stabili di sé, dell’altro e delle relazioni.

Mary Ainsworth, attraverso gli studi sulla Strange Situation, contribuì successivamente a mostrare come differenti esperienze di accudimento fossero associate a differenti modalità attraverso cui il bambino cerca sicurezza e vicinanza.

La cosa importante è che questi modelli non rimangono confinati nell’infanzia.

Possono continuare a influenzare il modo in cui interpretiamo la vicinanza, il rifiuto, la distanza, la critica e l’abbandono nelle relazioni adulte.

Non sono però una condanna.

I modelli relazionali possono modificarsi attraverso nuove esperienze significative.

Non torniamo davvero bambini

Nel linguaggio quotidiano diciamo:

“Davanti a mia madre torno bambina.”

Psicologicamente, però, dobbiamo essere un po’ più precisi.

Non torniamo letteralmente all’infanzia.

E non tutto ciò che accade deve essere definito automaticamente una “regressione”.

Nella tradizione psicoanalitica, a partire da Freud, il termine regressione indicava il ritorno verso modalità di funzionamento appartenenti a fasi precedenti dello sviluppo.

Il concetto conserva un suo interesse clinico, ma oggi possiamo osservare lo stesso fenomeno anche attraverso prospettive differenti.

Possiamo parlare, per esempio, di:

riattivazione di schemi relazionali, sistemi di attaccamento, memorie implicite e strategie di regolazione emotiva apprese nel corso della nostra storia.

In altre parole:

non diventiamo nuovamente bambini.

Si riattiva qualcosa che abbiamo imparato quando lo eravamo.

La memoria non è fatta soltanto di ricordi che sappiamo raccontare

Qui entra in gioco un altro concetto importante: la memoria implicita.

Non tutto ciò che abbiamo imparato nelle relazioni esiste sotto forma di ricordo autobiografico consapevole.

Esistono apprendimenti emotivi, corporei e procedurali.

Possiamo non ricordare una particolare scena dell’infanzia e tuttavia aver imparato molto bene che cosa fare quando qualcuno alza la voce.

Tacere.

Compiacere.

Difendersi.

Attaccare.

Andarsene.

Spiegarsi continuamente.

Cercare di riparare immediatamente la relazione.

Per questo alcune reazioni sembrano arrivare prima del pensiero.

Il cuore accelera.

La gola si stringe.

Lo stomaco si chiude.

Il tono della voce cambia.

E soltanto dopo ci chiediamo:

“Perché ho reagito così?”

Young: quando si attivano gli schemi

Un’altra prospettiva particolarmente utile arriva dalla Schema Therapy di Jeffrey Young.

Secondo questo modello, durante lo sviluppo possono formarsi schemi maladattivi precoci: configurazioni profonde che riguardano noi stessi, gli altri e le relazioni.

Per esempio:

abbandono.

deprivazione emotiva.

sfiducia.

inadeguatezza e vergogna.

sottomissione.

ricerca di approvazione.

standard severi.

Quando una situazione presente assomiglia emotivamente a qualcosa collegato a uno di questi schemi, esso può attivarsi.

E la nostra reazione può diventare molto più intensa di quanto la situazione attuale, presa isolatamente, sembrerebbe giustificare.

Non stiamo necessariamente reagendo soltanto a quella frase.

Stiamo reagendo al significato che quella frase assume dentro la nostra storia.

“Sei uscita vestita così?”

Immaginiamo una donna adulta.

Sul lavoro è competente.

Prende decisioni.

Gestisce responsabilità.

Sa difendere le proprie opinioni.

Poi va a pranzo dalla madre.

La madre guarda il suo vestito e dice:

“Sei uscita così?”

Cinque parole.

La donna adulta potrebbe pensare:

È il suo gusto. A me piace.

E invece sente immediatamente il bisogno di spiegarsi.

“Ma guarda che adesso si usa…”

Oppure esplode:

“Possibile che tu debba sempre criticarmi?”

Oppure non dice nulla, ma passa il resto della giornata con una vaga sensazione di inadeguatezza.

La domanda interessante non è:

“Perché reagisce in maniera così esagerata?”

La domanda interessante è:

“A quale storia appartiene questa reazione?”

Perché quella frase non ha incontrato soltanto la donna adulta.

Potrebbe aver incontrato anche la bambina che per anni ha cercato nello sguardo di quella madre una conferma del proprio valore.

Berne: quando parla il Bambino dentro l’adulto

Anche l’Analisi Transazionale di Eric Berne offre una lente suggestiva.

Berne descrive tre Stati dell’Io:

Genitore – Adulto – Bambino.

Non sono età anagrafiche, ma modalità differenti di sentire, pensare e comportarsi.

In alcune interazioni possiamo funzionare prevalentemente attraverso lo stato dell’Adulto, orientato alla realtà presente.

In altre, qualcosa può riattivare lo stato del Bambino, con emozioni, bisogni e modalità relazionali che appartengono alla nostra storia.

Questo spiega bene un’esperienza che molti conoscono:

“Con tutti riesco a farmi rispettare. Con mio padre non ci riesco.”

La persona possiede quella capacità.

Ma quella specifica relazione attiva un’altra posizione interna.

La famiglia: il luogo in cui ritroviamo il nostro vecchio posto

La prospettiva sistemico-familiare aggiunge un altro elemento fondamentale.

Una famiglia non è soltanto un insieme di individui.

È un sistema di relazioni, ruoli, aspettative, alleanze, confini e modalità comunicative che tendono a organizzarsi nel tempo.

Per questo possiamo lasciare casa.

Costruire una professione.

Avere figli.

Diventare nonni.

Eppure, durante un pranzo di famiglia, può accadere qualcosa di sorprendente.

Il responsabile torna a occuparsi di tutti.

La fragile viene nuovamente protetta.

Il ribelle ricomincia a provocare.

La mediatrice cerca di impedire qualsiasi conflitto.

Quella che non voleva creare problemi torna a tacere.

Quello che cercava continuamente approvazione ricomincia a cercarla.

Nessuno deve necessariamente decidere di farlo.

Il sistema conosce quella danza.

Una battuta.

Uno sguardo.

Un silenzio.

E ognuno sembra ricordare i propri passi.

E qualche volta basta uno sconosciuto

C’è poi un fenomeno ancora più interessante.

A volte la persona che ci fa sentire piccoli non appartiene affatto alla nostra storia.

È un partner appena conosciuto.

Un superiore.

Un insegnante.

Un medico.

Una persona autorevole.

Eppure qualcosa nel suo modo di relazionarsi ci sembra profondamente familiare.

Può essere la distanza.

La freddezza.

L’imprevedibilità.

La critica.

Il bisogno di essere rassicurata.

Il modo di ritirarsi quando è arrabbiata.

Non significa necessariamente che quella persona “sia come nostra madre” o “assomigli a nostro padre”.

Le somiglianze psicologiche possono essere molto più sottili.

Quella relazione può semplicemente riattivare una modalità emotiva che conosciamo molto bene.

Ed è qui che incontriamo una delle distinzioni più importanti:

familiare non significa necessariamente sano.

Qualche volta qualcosa ci sembra immediatamente “casa” non perché ci faccia bene, ma perché conosciamo perfettamente quella lingua relazionale.

Il corpo può riconoscere qualcosa prima di noi

Quando uno schema relazionale si attiva, spesso non lo scopriamo attraverso un ragionamento.

Lo sentiamo.

Cuore accelerato.

Nodo allo stomaco.

Tensione muscolare.

Voce diversa.

Bisogno improvviso di difenderci.

Oppure di spiegare.

Compiacere.

Scappare.

La ricerca contemporanea sull’attaccamento adulto collega le rappresentazioni di attaccamento alle modalità attraverso cui regoliamo le emozioni nelle relazioni significative.

Questo significa che una relazione non coinvolge soltanto ciò che pensiamo.

Coinvolge sistemi emotivi e fisiologici profondi.

E talvolta il nostro organismo sembra dire:

“Questa situazione la conosco.”

prima ancora che la nostra mente riesca a spiegare da dove.

“Quanti anni sento di avere adesso?”

In psicoterapia possiamo allora introdurre una domanda apparentemente molto semplice:

“Quanti anni senti di avere in questo momento?”

Non:

“Quanti anni hai?”

Ma:

“Quanti ne senti?”

Perché se una donna di cinquant’anni davanti alla disapprovazione della madre si sente improvvisamente come una bambina di otto, quella sensazione contiene un’informazione importante.

Non significa che sia davvero tornata a otto anni.

Significa che quella relazione ha raggiunto una parte della sua storia che continua ad avere un significato emotivo.

E riconoscerlo cambia qualcosa.

Posso sentirmi piccola…

senza dimenticare che oggi sono adulta.

Posso sentire paura…

senza dover necessariamente obbedire alla paura.

Posso desiderare disperatamente l’approvazione di qualcuno…

e scegliere comunque di non sacrificare me stessa per ottenerla.

È qui che può cominciare il cambiamento

La psicoterapia non cancella il bambino che siamo stati.

E forse non dovrebbe nemmeno provarci.

Può invece aiutarci a riconoscere quando una vecchia risposta sta cercando di risolvere una situazione nuova.

Ciò che un tempo era necessario potrebbe non esserlo più.

Tacere poteva proteggerci.

Compiacere poteva mantenere una relazione.

Controllare tutto poteva darci sicurezza.

Anticipare l’umore degli altri poteva aiutarci a evitare un conflitto.

Non chiedere niente poteva proteggerci dalla delusione.

Erano risposte che avevano una funzione.

Ma essere adulti significa anche poterle aggiornare.

Forse continueremo a sentire quella stretta allo stomaco davanti a certe persone.

Forse una critica continuerà a ferirci più di quanto vorremmo.

Ma tra quella sensazione e ciò che facciamo può nascere uno spazio nuovo.

Lo spazio della scelta.

Ed è lì che possiamo domandarci:

Sto reagendo soltanto alla persona che ho davanti…

…o anche a qualcuno che ho incontrato molto tempo fa?

Forse diventare adulti non significa smettere per sempre di tornare bambini.

Significa riuscire, quando succede, a riconoscere quel bambino.

Ascoltare ciò che sta cercando di dirci.

Capire che cosa ha imparato a fare per proteggerci.

E poi prenderlo idealmente per mano e ricordargli:

“Questa volta ci sono io.
E oggi possiamo scegliere diversamente.”



Riferimenti teorici essenziali

* John Bowlby — teoria dell’attaccamento e modelli operativi interni.
* Mary Ainsworth — pattern di attaccamento e Strange Situation.
* Mary Main — sviluppo dello studio delle rappresentazioni dell’attaccamento nell’adulto.
* Jeffrey E. Young — Schema Therapy e schemi maladattivi precoci.
* Eric Berne — Analisi Transazionale e Stati dell’Io Genitore–Adulto–Bambino.
* Sigmund Freud — concetto storico di regressione nella teoria psicoanalitica.
* Murray Bowen — teoria dei sistemi familiari, differenziazione del Sé e processi emotivi familiari.
* Salvador Minuchin — struttura familiare, confini, sottosistemi e organizzazione delle relazioni familiari.

Dott.ssa Monica Borgogno
Psicologa e psicoterapeuta

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