13/08/2026
CI SONO PERSONE DAVANTI ALLE QUALI TORNI BAMBINO/A?
Ci sono persone davanti alle quali abbiamo quarant’anni, cinquanta, sessanta anni…
e improvvisamente ne abbiamo dieci.
Basta una frase.
Un tono di voce.
Uno sguardo.
Una critica detta proprio in quel modo.
E quella persona adulta, competente, autonoma, capace magari di affrontare problemi enormi nella propria vita, improvvisamente cambia.
Si giustifica.
Si arrabbia in maniera sproporzionata.
Si chiude.
Cerca approvazione.
Oppure sente qualcosa di ancora più difficile da spiegare:
si sente piccola.
Succede spesso con i genitori.
Ma non soltanto.
Può accadere davanti a un fratello, una sorella, un partner, un ex compagno, un superiore sul lavoro.
Qualche volta persino davanti a una persona conosciuta da poco.
Perché?
Per comprenderlo dobbiamo entrare in uno dei territori più affascinanti della psicologia: il modo in cui le nostre prime relazioni continuano, almeno in parte, a vivere dentro quelle successive.
Bowlby: portiamo dentro di noi una mappa delle relazioni
John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, descrisse quelli che chiamò modelli operativi interni.
Durante le prime esperienze relazionali il bambino costruisce progressivamente delle aspettative su se stesso e sugli altri.
Impara implicitamente:
Quando ho bisogno, qualcuno arriva?
Le mie emozioni vengono accolte?
Posso essere vulnerabile?
Devo essere bravo per essere amato?
Se qualcuno è arrabbiato con me, rischio di perderlo?
Posso protestare senza perdere la relazione?
Queste esperienze contribuiscono alla costruzione di rappresentazioni relativamente stabili di sé, dell’altro e delle relazioni.
Mary Ainsworth, attraverso gli studi sulla Strange Situation, contribuì successivamente a mostrare come differenti esperienze di accudimento fossero associate a differenti modalità attraverso cui il bambino cerca sicurezza e vicinanza.
La cosa importante è che questi modelli non rimangono confinati nell’infanzia.
Possono continuare a influenzare il modo in cui interpretiamo la vicinanza, il rifiuto, la distanza, la critica e l’abbandono nelle relazioni adulte.
Non sono però una condanna.
I modelli relazionali possono modificarsi attraverso nuove esperienze significative.
Non torniamo davvero bambini
Nel linguaggio quotidiano diciamo:
“Davanti a mia madre torno bambina.”
Psicologicamente, però, dobbiamo essere un po’ più precisi.
Non torniamo letteralmente all’infanzia.
E non tutto ciò che accade deve essere definito automaticamente una “regressione”.
Nella tradizione psicoanalitica, a partire da Freud, il termine regressione indicava il ritorno verso modalità di funzionamento appartenenti a fasi precedenti dello sviluppo.
Il concetto conserva un suo interesse clinico, ma oggi possiamo osservare lo stesso fenomeno anche attraverso prospettive differenti.
Possiamo parlare, per esempio, di:
riattivazione di schemi relazionali, sistemi di attaccamento, memorie implicite e strategie di regolazione emotiva apprese nel corso della nostra storia.
In altre parole:
non diventiamo nuovamente bambini.
Si riattiva qualcosa che abbiamo imparato quando lo eravamo.
La memoria non è fatta soltanto di ricordi che sappiamo raccontare
Qui entra in gioco un altro concetto importante: la memoria implicita.
Non tutto ciò che abbiamo imparato nelle relazioni esiste sotto forma di ricordo autobiografico consapevole.
Esistono apprendimenti emotivi, corporei e procedurali.
Possiamo non ricordare una particolare scena dell’infanzia e tuttavia aver imparato molto bene che cosa fare quando qualcuno alza la voce.
Tacere.
Compiacere.
Difendersi.
Attaccare.
Andarsene.
Spiegarsi continuamente.
Cercare di riparare immediatamente la relazione.
Per questo alcune reazioni sembrano arrivare prima del pensiero.
Il cuore accelera.
La gola si stringe.
Lo stomaco si chiude.
Il tono della voce cambia.
E soltanto dopo ci chiediamo:
“Perché ho reagito così?”
Young: quando si attivano gli schemi
Un’altra prospettiva particolarmente utile arriva dalla Schema Therapy di Jeffrey Young.
Secondo questo modello, durante lo sviluppo possono formarsi schemi maladattivi precoci: configurazioni profonde che riguardano noi stessi, gli altri e le relazioni.
Per esempio:
abbandono.
deprivazione emotiva.
sfiducia.
inadeguatezza e vergogna.
sottomissione.
ricerca di approvazione.
standard severi.
Quando una situazione presente assomiglia emotivamente a qualcosa collegato a uno di questi schemi, esso può attivarsi.
E la nostra reazione può diventare molto più intensa di quanto la situazione attuale, presa isolatamente, sembrerebbe giustificare.
Non stiamo necessariamente reagendo soltanto a quella frase.
Stiamo reagendo al significato che quella frase assume dentro la nostra storia.
“Sei uscita vestita così?”
Immaginiamo una donna adulta.
Sul lavoro è competente.
Prende decisioni.
Gestisce responsabilità.
Sa difendere le proprie opinioni.
Poi va a pranzo dalla madre.
La madre guarda il suo vestito e dice:
“Sei uscita così?”
Cinque parole.
La donna adulta potrebbe pensare:
È il suo gusto. A me piace.
E invece sente immediatamente il bisogno di spiegarsi.
“Ma guarda che adesso si usa…”
Oppure esplode:
“Possibile che tu debba sempre criticarmi?”
Oppure non dice nulla, ma passa il resto della giornata con una vaga sensazione di inadeguatezza.
La domanda interessante non è:
“Perché reagisce in maniera così esagerata?”
La domanda interessante è:
“A quale storia appartiene questa reazione?”
Perché quella frase non ha incontrato soltanto la donna adulta.
Potrebbe aver incontrato anche la bambina che per anni ha cercato nello sguardo di quella madre una conferma del proprio valore.
Berne: quando parla il Bambino dentro l’adulto
Anche l’Analisi Transazionale di Eric Berne offre una lente suggestiva.
Berne descrive tre Stati dell’Io:
Genitore – Adulto – Bambino.
Non sono età anagrafiche, ma modalità differenti di sentire, pensare e comportarsi.
In alcune interazioni possiamo funzionare prevalentemente attraverso lo stato dell’Adulto, orientato alla realtà presente.
In altre, qualcosa può riattivare lo stato del Bambino, con emozioni, bisogni e modalità relazionali che appartengono alla nostra storia.
Questo spiega bene un’esperienza che molti conoscono:
“Con tutti riesco a farmi rispettare. Con mio padre non ci riesco.”
La persona possiede quella capacità.
Ma quella specifica relazione attiva un’altra posizione interna.
La famiglia: il luogo in cui ritroviamo il nostro vecchio posto
La prospettiva sistemico-familiare aggiunge un altro elemento fondamentale.
Una famiglia non è soltanto un insieme di individui.
È un sistema di relazioni, ruoli, aspettative, alleanze, confini e modalità comunicative che tendono a organizzarsi nel tempo.
Per questo possiamo lasciare casa.
Costruire una professione.
Avere figli.
Diventare nonni.
Eppure, durante un pranzo di famiglia, può accadere qualcosa di sorprendente.
Il responsabile torna a occuparsi di tutti.
La fragile viene nuovamente protetta.
Il ribelle ricomincia a provocare.
La mediatrice cerca di impedire qualsiasi conflitto.
Quella che non voleva creare problemi torna a tacere.
Quello che cercava continuamente approvazione ricomincia a cercarla.
Nessuno deve necessariamente decidere di farlo.
Il sistema conosce quella danza.
Una battuta.
Uno sguardo.
Un silenzio.
E ognuno sembra ricordare i propri passi.
E qualche volta basta uno sconosciuto
C’è poi un fenomeno ancora più interessante.
A volte la persona che ci fa sentire piccoli non appartiene affatto alla nostra storia.
È un partner appena conosciuto.
Un superiore.
Un insegnante.
Un medico.
Una persona autorevole.
Eppure qualcosa nel suo modo di relazionarsi ci sembra profondamente familiare.
Può essere la distanza.
La freddezza.
L’imprevedibilità.
La critica.
Il bisogno di essere rassicurata.
Il modo di ritirarsi quando è arrabbiata.
Non significa necessariamente che quella persona “sia come nostra madre” o “assomigli a nostro padre”.
Le somiglianze psicologiche possono essere molto più sottili.
Quella relazione può semplicemente riattivare una modalità emotiva che conosciamo molto bene.
Ed è qui che incontriamo una delle distinzioni più importanti:
familiare non significa necessariamente sano.
Qualche volta qualcosa ci sembra immediatamente “casa” non perché ci faccia bene, ma perché conosciamo perfettamente quella lingua relazionale.
Il corpo può riconoscere qualcosa prima di noi
Quando uno schema relazionale si attiva, spesso non lo scopriamo attraverso un ragionamento.
Lo sentiamo.
Cuore accelerato.
Nodo allo stomaco.
Tensione muscolare.
Voce diversa.
Bisogno improvviso di difenderci.
Oppure di spiegare.
Compiacere.
Scappare.
La ricerca contemporanea sull’attaccamento adulto collega le rappresentazioni di attaccamento alle modalità attraverso cui regoliamo le emozioni nelle relazioni significative.
Questo significa che una relazione non coinvolge soltanto ciò che pensiamo.
Coinvolge sistemi emotivi e fisiologici profondi.
E talvolta il nostro organismo sembra dire:
“Questa situazione la conosco.”
prima ancora che la nostra mente riesca a spiegare da dove.
“Quanti anni sento di avere adesso?”
In psicoterapia possiamo allora introdurre una domanda apparentemente molto semplice:
“Quanti anni senti di avere in questo momento?”
Non:
“Quanti anni hai?”
Ma:
“Quanti ne senti?”
Perché se una donna di cinquant’anni davanti alla disapprovazione della madre si sente improvvisamente come una bambina di otto, quella sensazione contiene un’informazione importante.
Non significa che sia davvero tornata a otto anni.
Significa che quella relazione ha raggiunto una parte della sua storia che continua ad avere un significato emotivo.
E riconoscerlo cambia qualcosa.
Posso sentirmi piccola…
senza dimenticare che oggi sono adulta.
Posso sentire paura…
senza dover necessariamente obbedire alla paura.
Posso desiderare disperatamente l’approvazione di qualcuno…
e scegliere comunque di non sacrificare me stessa per ottenerla.
È qui che può cominciare il cambiamento
La psicoterapia non cancella il bambino che siamo stati.
E forse non dovrebbe nemmeno provarci.
Può invece aiutarci a riconoscere quando una vecchia risposta sta cercando di risolvere una situazione nuova.
Ciò che un tempo era necessario potrebbe non esserlo più.
Tacere poteva proteggerci.
Compiacere poteva mantenere una relazione.
Controllare tutto poteva darci sicurezza.
Anticipare l’umore degli altri poteva aiutarci a evitare un conflitto.
Non chiedere niente poteva proteggerci dalla delusione.
Erano risposte che avevano una funzione.
Ma essere adulti significa anche poterle aggiornare.
Forse continueremo a sentire quella stretta allo stomaco davanti a certe persone.
Forse una critica continuerà a ferirci più di quanto vorremmo.
Ma tra quella sensazione e ciò che facciamo può nascere uno spazio nuovo.
Lo spazio della scelta.
Ed è lì che possiamo domandarci:
Sto reagendo soltanto alla persona che ho davanti…
…o anche a qualcuno che ho incontrato molto tempo fa?
Forse diventare adulti non significa smettere per sempre di tornare bambini.
Significa riuscire, quando succede, a riconoscere quel bambino.
Ascoltare ciò che sta cercando di dirci.
Capire che cosa ha imparato a fare per proteggerci.
E poi prenderlo idealmente per mano e ricordargli:
“Questa volta ci sono io.
E oggi possiamo scegliere diversamente.”
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Riferimenti teorici essenziali
* John Bowlby — teoria dell’attaccamento e modelli operativi interni.
* Mary Ainsworth — pattern di attaccamento e Strange Situation.
* Mary Main — sviluppo dello studio delle rappresentazioni dell’attaccamento nell’adulto.
* Jeffrey E. Young — Schema Therapy e schemi maladattivi precoci.
* Eric Berne — Analisi Transazionale e Stati dell’Io Genitore–Adulto–Bambino.
* Sigmund Freud — concetto storico di regressione nella teoria psicoanalitica.
* Murray Bowen — teoria dei sistemi familiari, differenziazione del Sé e processi emotivi familiari.
* Salvador Minuchin — struttura familiare, confini, sottosistemi e organizzazione delle relazioni familiari.
Dott.ssa Monica Borgogno
Psicologa e psicoterapeuta