Studio di Psicologia e Psicoterapia Dott.ssa Monica Borgogno

Studio di Psicologia e Psicoterapia Dott.ssa Monica Borgogno Psicologa clinica e psicoterapeuta. Trasformo la psicologia in strumenti concreti per stare meglio, crescere e costruire relazioni più sane.

Per persone coppie e famiglie che vogliono crescere e cambiare davvero. Sono la dott.ssa Monica Borgogno, psicologa e psicoterapeuta. Nel mio studio mi prendo cura delle persone che incontro promuovendo la loro consapevolezza, la crescita, la creatività e il benessere psico-fisico ed emotivo, sia negli incontri individuali che di gruppo. Con disponibilità, attenzione e sensibilità “aiuto la persona ad aiutarsi”, a chiarire i propri bisogni, le proprie aspirazioni e ad attingere alla propria sorgente interiore per scoprire capacità e risorse personali.

COME SI SOPRAVVIVE ALLA MORTE DI UN FIGLIO?Quando il dolore non finisce, ma può trasformarsi in memoria, cura e responsa...
17/09/2026

COME SI SOPRAVVIVE ALLA MORTE DI UN FIGLIO?

Quando il dolore non finisce, ma può trasformarsi in memoria, cura e responsabilità collettiva

Il caso di Lorena ci ha costretti a guardare ancora una volta una giovane vita spezzata.

Ma dietro ogni ragazza e ogni ragazzo che muore resta una famiglia per la quale il tempo si divide irrimediabilmente in due: la vita prima e la vita dopo.

Come sopravvive un genitore alla morte di un figlio?

È una domanda alla quale non si può rispondere con una formula. Perché la morte di un figlio non rappresenta soltanto la perdita di una persona amata: lacera l’identità stessa del genitore, il suo senso di continuità, l’immagine del futuro.

Un figlio è anche tutto ciò che abbiamo immaginato per lui: i compleanni che avrebbe festeggiato, le strade che avrebbe scelto, le persone che avrebbe incontrato, la vita che avrebbe potuto vivere.

Quando muore, si piange la sua presenza, ma anche tutto il futuro che improvvisamente scompare con lui.

Non a caso è l’unico lutto per il quale non c’è un nome: chi perde un coniuge diventa un vedovo/a, chi perde un genitore diventa orfano/a ma chi perde un figlio?

Il lutto non è una strada diritta

Si parla spesso delle “fasi del lutto” come se esistesse un percorso ordinato: prima lo shock, poi la rabbia, la disperazione e infine l’accettazione.

Ma il dolore reale raramente procede così.

Può esserci una mattina in cui si riesce ad alzarsi, rispondere al telefono e compiere gesti quotidiani. E un’altra in cui un profumo, una fotografia, una canzone o una stanza vuota riportano tutto al primo giorno.

Il modello del doppio processo del lutto, elaborato da Margaret Stroebe e Henk Schut, descrive proprio questa oscillazione: la persona si muove continuamente tra momenti rivolti alla perdita e momenti nei quali prova a ricostruire la vita quotidiana.

Non significa dimenticare.
Non significa avere “superato” il dolore.

Significa che la mente, per sopravvivere, si avvicina alla sofferenza e poi se ne allontana temporaneamente, cercando piccoli spazi nei quali respirare.

Un genitore non smette di essere genitore

Per molto tempo si è pensato che elaborare un lutto significasse distaccarsi progressivamente dalla persona morta e lasciarla andare.

Oggi la psicologia riconosce anche il valore dei cosiddetti legami continuativi: il rapporto non scompare, ma può assumere una forma diversa.

Il figlio continua a vivere nella memoria, nei gesti, nei valori trasmessi, nelle parole che il genitore ripete, nelle scelte che compie e nel modo in cui guarda il mondo.

Non si tratta di negare la morte. Si tratta di integrare quella presenza nella propria identità.

Perché un figlio morto non diventa un “ex figlio”. E un genitore che lo ha perduto non smette di esserne la madre o il padre.

Quando il dolore diventa un impegno

Alcuni genitori riescono, nel tempo, a trasformare una parte del proprio dolore in un’azione rivolta agli altri.

Gino Cecchettin, insieme ai figli Elena e Davide, ha dato vita alla Fondazione Giulia Cecchettin. La memoria di Giulia è diventata un impegno educativo e sociale contro la violenza di genere, affinché altre ragazze possano riconoscere il pericolo e trovare protezione.

Stefano e Stefania Guarnieri hanno perso il figlio Lorenzo, che aveva diciassette anni e mezzo, investito a Firenze da un automobilista sotto l’effetto di alcol e droga. Hanno fondato l’Associazione Lorenzo Guarnieri e sono stati tra i promotori della lunga battaglia civile che ha contribuito all’introduzione del reato di omicidio stradale con la legge 41 del 2016.

Queste persone non hanno smesso di soffrire.

Una fondazione non restituisce una figlia.
Una legge non riporta a casa un figlio.

Ma può accadere che l’amore, non potendo più raggiungere fisicamente quel figlio, cerchi una nuova direzione. Proteggere altri ragazzi, educare, sensibilizzare, cambiare una legge possono diventare modi per continuare a esercitare una funzione genitoriale.

Non si salva più il proprio figlio, perché non è stato possibile farlo. Si prova, attraverso il suo nome, a salvare il figlio di qualcun altro.

Ma non tutti devono trasformare il dolore in una battaglia

È fondamentale dirlo: non tutti i genitori fondano un’associazione, scrivono un libro, parlano pubblicamente o contribuiscono a cambiare una legge.

E non farlo non significa amare meno, essere meno coraggiosi o non avere saputo reagire.

Non dobbiamo trasformare la resilienza in un nuovo obbligo.

Esistono dolori che rimangono privati. Esistono genitori che sopravvivono occupandosi degli altri figli, tornando lentamente al lavoro, custodendo una stanza, preparando il piatto preferito del figlio nel giorno del suo compleanno o semplicemente riuscendo ad attraversare un’altra giornata.

Anche questo è sopravvivere.

Non tutti riescono a dare un significato alla perdita. E nessuno dovrebbe sentirsi costretto a trovarne uno. La morte di un figlio non deve diventare necessariamente un insegnamento, una missione o un’occasione di crescita.

A volte resta soprattutto un’ingiustizia.

Che cosa può fare chi sta accanto?

Spesso, davanti a un dolore così grande, le persone si allontanano perché non sanno che cosa dire.

Ma chi ha perso un figlio non ha bisogno di frasi capaci di aggiustare ciò che non può essere aggiustato. Ha bisogno di presenze che sappiano restare.

Non servono espressioni come:

“Devi essere forte.”
“Devi andare avanti.”
“Il tempo guarirà tutto.”
“Hai altri figli per cui vivere.”

Servono parole più semplici e più vere:

“Non so che cosa dire, ma sono qui.”
“Se vuoi, puoi parlarmi di lui.”
“Non ho dimenticato il suo nome.”
“Non devi stare meglio per tranquillizzare me.”

Pronunciare il nome di un figlio morto non riapre una ferita: quella ferita è già presente. Spesso, invece, il silenzio degli altri fa temere al genitore che quella vita venga lentamente cancellata.

Allora, come si sopravvive?

Forse non si sopravvive tornando quelli di prima.

Si sopravvive diventando, giorno dopo giorno, qualcuno che non si era mai immaginato di dover essere.

Si impara a vivere intorno a un’assenza che non si colma. Si attraversano giornate impossibili. Si accetta, qualche volta, di provare nuovamente gioia senza considerarla un tradimento.

E lentamente si comprende che continuare a vivere non significa lasciare indietro il proprio figlio.

Significa portarlo con sé in un modo nuovo.

A volte quel modo prende la forma di una fondazione, di una legge o di un progetto educativo. Altre volte rimane nascosto in un gesto quotidiano che nessuno vede.

Ma in entrambi i casi racconta la stessa cosa:

l’amore non finisce quando una vita viene spezzata. Cerca dolorosamente un altro luogo nel quale continuare a esistere.

Monica Borgogno
Psicologa e Psicoterapeuta
La Narratrice di Emozioni – Psicologia raccontata con cura

Riferimenti essenziali: Fondazione Giulia Cecchettin; Associazione Lorenzo Guarnieri; Stroebe e Schut, The Dual Process Model of Coping with Bereavement; studi sui continuing bonds nel lutto genitoriale.

16/09/2026
Storia dei semi di bambù💚C’era una volta, ai margini di un piccolo villaggio, un vecchio contadino conosciuto per la sag...
16/09/2026

Storia dei semi di bambù💚

C’era una volta, ai margini di un piccolo villaggio, un vecchio contadino conosciuto per la saggezza con cui coltivava la terra.

Un giorno chiamò a sé alcuni giovani del paese e consegnò a ciascuno una manciata di semi di bambù.

«Piantateli con cura» disse. «Ogni giorno date loro acqua, anche quando vi sembrerà inutile.»

I giovani tornarono alle proprie case e interrarono i semi. Per settimane annaffiarono il terreno, ma non accadde nulla.

Passarono i mesi. La terra rimaneva scura e silenziosa.

Uno dopo l’altro, i ragazzi smisero di occuparsene.

«Quei semi erano vuoti» dicevano.

«Il vecchio contadino ci ha ingannati.»

Soltanto una ragazza, di nome Mei, continuò ad annaffiare il suo piccolo pezzo di terra. Anche lei aveva dei dubbi. A volte si sentiva sciocca mentre versava l’acqua sopra un terreno che non le restituiva neppure una foglia.

Un mattino andò dal contadino.

«Forse sto perdendo tempo» gli confidò. «Continuo a prendermi cura di qualcosa che non riesco nemmeno a vedere.»

Il vecchio raccolse un pugno di terra e glielo mostrò.

«Noi guardiamo la superficie» disse, «ma la vita lavora spesso in profondità. Prima di potersi innalzare, il bambù deve preparare radici capaci di sostenerlo.»

Mei tornò al suo campo e continuò ad annaffiare.

Passò ancora molto tempo. Poi, una mattina di primavera, vide una piccola punta verde attraversare la terra.

Nei giorni successivi il germoglio crebbe rapidamente, diventando una pianta alta e forte. Mei osservava meravigliata ciò che per tanto tempo aveva creduto immobile.

Il contadino le si avvicinò e le domandò:

«Secondo te, il bambù è cresciuto soltanto in questi ultimi giorni?»

Mei sorrise e scosse la testa.

«No. Stava crescendo anche quando io non potevo vederlo.»

«È così anche per le persone» disse il vecchio. «Ci sono cambiamenti che non fanno rumore. Mentre crediamo di essere fermi, dentro di noi si formano radici, si aprono possibilità, si prepara la forza necessaria per il passo successivo.»

Da quel giorno Mei imparò a non giudicare il cammino soltanto dai risultati visibili. Quando qualcosa tardava a nascere, continuava a prendersene cura, ma ascoltava anche il terreno: perché la pazienza non significa aspettare passivamente, bensì nutrire con costanza ciò che sta cercando di diventare.

Morale

Non tutto ciò che cresce si vede subito. Alcuni cambiamenti hanno bisogno di tempo e di radici profonde prima di poter emergere. Il silenzio non è sempre immobilità: qualche volta è la vita che si sta preparando.

Ispirato alla parabola popolare cinese del bambù, autore tradizionale anonimo.

15/09/2026
«NON POSSO ROVINARLO»Quante donne imparano a proteggere un uomo prima ancora di proteggere se stesse?“Non posso rovinarl...
15/09/2026

«NON POSSO ROVINARLO»

Quante donne imparano a proteggere un uomo prima ancora di proteggere se stesse?

“Non posso rovinarlo.”

Non sappiamo se Lorena Isceri abbia pronunciato esattamente queste parole. Ma questa frase racchiude il drammatico conflitto emerso dal racconto di sua madre: Lorena aveva paura dell’ex compagno, eppure non voleva denunciarlo perché temeva di danneggiarlo.

La relazione era finita. Secondo le ricostruzioni disponibili, il 3 settembre Lorena sarebbe stata aggredita, immobilizzata e costretta nel bagagliaio di un’automobile. Riuscì a chiamare il 112, ma i soccorsi non arrivarono in tempo. La sua vita terminò su un viadotto dell’autostrada A1, per mano dell’uomo del quale aveva paura.

Non voglio entrare nei dettagli più atroci. Non sono quelli ad aiutarci a capire.

Voglio fermarmi su quella preoccupazione:

“Non voglio rovinarlo.”

Perché una donna che teme un uomo può continuare a preoccuparsi delle conseguenze che una denuncia avrebbe su di lui?

Perché può sentirsi responsabile del suo lavoro, della sua reputazione, della sua famiglia, del suo futuro, persino mentre la propria sicurezza è già in pericolo?

Quando la paura non sembra ancora una ragione sufficiente

Molte donne non aspettano di avere paura per proteggersi.

Aspettano di essere assolutamente certe di averne il diritto.

Cercano prove, ridimensionano gli episodi, trovano spiegazioni:

“Era arrabbiato.”

“Sta attraversando un periodo difficile.”

“Non mi ha mai fatto davvero del male.”

“Ha avuto un’infanzia complicata.”

“Se lo denuncio, gli distruggo la vita.”

“E se stessi esagerando?”

In questo modo, la paura viene sottoposta a un processo. Deve dimostrare di essere fondata, ragionevole, oggettiva. Nel frattempo, ogni comportamento dell’uomo viene interpretato, contestualizzato, giustificato.

A lui si riconoscono attenuanti.

A lei si chiede la certezza.

Ma la paura non è una sentenza e non serve a condannare qualcuno. È un segnale interno che ci informa che qualcosa non è più percepito come sicuro. Ascoltarla non significa essere ingiuste: significa concedersi il diritto di cercare protezione prima che il pericolo diventi evidente a tutti.

La trappola della responsabilità rovesciata

Nelle relazioni caratterizzate da controllo, minacce, intimidazione o manipolazione può verificarsi un rovesciamento della responsabilità.

La donna non si domanda più:

“Che cosa sta facendo lui a me?”

Comincia a domandarsi:

“Che cosa gli farò io, se parlo?”

Non pensa più alle conseguenze dei suoi comportamenti su di lei, ma alle conseguenze della propria reazione su di lui.

È qui che il senso di colpa può diventare una gabbia.

Denunciare viene vissuto come un tradimento. Allontanarsi come un abbandono. Chiedere aiuto come un’esagerazione. Raccontare ciò che accade come una forma di crudeltà.

E così una donna può continuare a proteggere l’immagine, il lavoro e il futuro dell’uomo che la spaventa, mentre nessuno sta proteggendo lei.

Non è ingenuità. Non è debolezza. E non è necessariamente incapacità di comprendere.

Possono agire insieme paura, ambivalenza, speranza, vergogna, dipendenza emotiva, minacce, isolamento e senso di responsabilità. La stessa persona può amare alcuni aspetti dell’altro e, contemporaneamente, temerne altri. Può riconoscere il rischio in certi momenti e minimizzarlo in altri.

La mente umana non è sempre lineare, soprattutto quando deve tenere insieme affetto e pericolo.

Alle donne abbiamo insegnato a comprendere

Per generazioni, molte bambine sono state educate a essere comprensive, pazienti, accomodanti.

A non provocare.

A non ferire.

A non essere troppo dure.

A concedere un’altra possibilità.

A chiedersi che cosa ci sia dietro la rabbia di un uomo.

Comprendere è una capacità preziosa. Ma diventa pericolosa quando ci impedisce di mettere un limite.

Conoscere le ferite di una persona non ci obbliga a subirne i comportamenti. Avere compassione per la sua storia non significa consegnargli la nostra sicurezza. Comprendere non vuol dire restare.

Una spiegazione non è una giustificazione.

E la protezione di un uomo non può essere affidata al silenzio della donna che ha paura di lui.

Anche le parole possono nascondere la violenza

Dopo la morte di Lorena, alcune narrazioni giornalistiche hanno utilizzato espressioni capaci di trasformare un femminicidio in un racconto romantico: “l’ultimo viaggio”, “insieme fino alla fine”, “un amore finito male”.

Ma non è stato un viaggio insieme.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Lorena è stata costretta a salire su quell’auto. Non ha scelto la destinazione. Non ha condiviso un ultimo gesto d’amore.

È stata privata della libertà e della vita.

Le parole non sono un semplice contorno. Orientano il modo in cui comprendiamo ciò che è accaduto.

Espressioni come “raptus”, “troppo amore”, “gelosia”, “dramma passionale” o “amore malato” possono spostare l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce alla presunta intensità di un sentimento.

Ma l’amore non rapisce.

L’amore non immobilizza.

L’amore non punisce una separazione.

L’amore non decide che, se una donna non può più appartenerti, allora non deve più vivere.

Non è l’amore che diventa violento. È la violenza che, troppo spesso, viene mascherata con il linguaggio dell’amore.

Non sei tu a rovinargli la vita

Quando una donna racconta, denuncia o chiede aiuto, non sta rovinando la vita di un uomo.

Sono i suoi comportamenti ad avere conseguenze.

Questa distinzione dovrebbe essere insegnata molto presto: ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Chi mette un confine non è responsabile del dolore di chi non lo accetta. Chi chiede protezione non è responsabile delle conseguenze che ricadranno su chi ha minacciato, controllato o aggredito.

Non dobbiamo insegnare alle donne a riconoscere soltanto l’ultimo gesto.

Dobbiamo aiutarle a dare valore ai primi segnali: il controllo, l’isolamento, le minacce, gli appostamenti, la sorveglianza, l’incapacità di accettare un no, la paura che compare quando si prova a lasciare la relazione.

Una donna non deve aspettare che un uomo diventi certamente pericoloso per riconoscersi il diritto di allontanarsi.

La paura è già un’informazione.

Lorena non deve diventare soltanto un altro nome nell’elenco delle donne uccise.

La sua storia deve costringerci a porci una domanda scomoda:

Quante donne abbiamo educato a non “rovinare la vita” di un uomo, prima ancora di insegnare loro a proteggere la propria?

Se ti senti controllata, minacciata o in pericolo, puoi contattare il 1522, numero nazionale antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 ore su 24. In caso di pericolo immediato, chiama il 112.

Monica Borgogno – Psicologa e Psicoterapeuta

#1522

NON MI ACCONTENTERÒ PIU’ DELLE BRICIOLE!!A volte, nelle relazioni, diventiamo molto abili nel trovare spiegazioni.«È un ...
14/09/2026

NON MI ACCONTENTERÒ PIU’ DELLE BRICIOLE!!

A volte, nelle relazioni, diventiamo molto abili nel trovare spiegazioni.

«È un periodo difficile.»
«Non sa dimostrare ciò che prova.»
«Prima o poi cambierà.»
«Forse sto chiedendo troppo.»

Così finiamo per adattarci a presenze intermittenti, parole che non coincidono con i comportamenti, attenzioni concesse soltanto quando l’altro ne ha voglia. Non perché tutto questo ci faccia stare bene, ma perché l’idea di perdere il legame può spaventarci più della sofferenza che quel legame ci provoca.

Il punto, però, non è quanto siamo capaci di resistere.

Il punto è capire perché continuiamo a chiamare “pazienza” ciò che, lentamente, ci porta a mettere da parte noi stessi.

Chi ha imparato molto presto a non disturbare, a comprendere sempre gli altri o a guadagnarsi l’affetto può diventare un adulto disposto ad aspettare troppo. Può confondere l’amore con la disponibilità senza limiti e la comprensione con il dovere di perdonare continuamente.

Ma comprendere le fragilità dell’altro non significa consegnargli il permesso di ferirci.

Ogni relazione attraversa incomprensioni, errori e momenti di distanza. Una relazione sana non è perfetta, ma permette a entrambi di parlare, assumersi responsabilità e cercare una riparazione. Quando invece una sola persona aspetta, giustifica e rinuncia, non siamo più davanti a un incontro reciproco: stiamo assistendo a uno squilibrio.

Mettere un confine non vuol dire punire l’altro. Significa rendere visibile il punto oltre il quale, per continuare a tenere in piedi il rapporto, inizieremmo a perdere noi stessi.

Forse non dovremmo domandarci soltanto:

«Mi vuole bene?»

Potremmo chiederci anche:

«Il modo in cui mi vuole bene mi permette di sentirmi rispettata, ascoltata e al sicuro?»

Perché l’affetto dichiarato non basta sempre. Conta anche la forma concreta che assume nella vita quotidiana.

Quello che abbiamo tollerato racconta le nostre paure, i nostri apprendimenti e forse alcune antiche ferite. Non stabilisce il nostro valore e non deve diventare il destino delle nostre relazioni.

Possiamo imparare a scegliere diversamente.

Non perché abbiamo smesso di amare, ma perché abbiamo finalmente compreso che, dentro ogni legame, dobbiamo poter continuare a esistere anche noi.

Non chiederti soltanto quanto tieni a quella persona.
Chiediti quanto riesci ancora a tenere a te stessa mentre le resti accanto.

E tu, di quali “briciole” hai deciso di non accontentarti più?

STORIA DI ISABELLA E ALESSANDROLe parole che ci insegnano dove mettere il doloreIsabella e Alessandro hanno nove anni e ...
13/09/2026

STORIA DI ISABELLA E ALESSANDRO

Le parole che ci insegnano dove mettere il dolore

Isabella e Alessandro hanno nove anni e frequentano la stessa scuola.

Ogni mattina, quando Isabella attraversa il corridoio, incontra il bidello del piano.

All’inizio le dice soltanto:

«Che begli occhi che hai.»

Poi i complimenti diventano più insistenti.

«Oggi sei proprio carina.»

«Con quei capelli sciolti sembri più grande.»

«Ce l’hai già il fidanzatino? Scommetto che ne hai più di uno.»

Quando la vede arrivare, la chiama anche se lei prova a passare velocemente. Una mattina le chiede di fermarsi e di fare un giro su se stessa per mostrargli il vestito nuovo.

L’uomo sorride.

Isabella no.

Non è successo nulla che sappia spiegare chiaramente. Nessuno l’ha toccata. Nessuno le ha fatto una minaccia.

Eppure, ogni volta che lo incontra, sente lo stomaco stringersi.

Comincia a scegliere il percorso più lungo per raggiungere la classe. Tiene la felpa chiusa anche quando fa caldo. Cerca di arrivare a scuola insieme alle compagne per non rimanere sola nel corridoio.

Una sera trova il coraggio di parlarne con la madre.

«Quel bidello mi mette a disagio. Mi guarda e continua a farmi dei complimenti strani.»

La madre sorride, quasi sollevata.

«Tutto qui? È una brava persona. Sarà soltanto affettuoso. Sei una bella bambina, è normale che qualcuno te lo dica.»

«Ma a me dà fastidio.»

«Isabella, non vedere il male dappertutto. Se fai una scenata per un complimento, poi rischi di metterlo nei guai senza motivo. Salutalo, sorridi e vai in classe.»

Isabella rimane in silenzio.

Quella sera non impara che quell’uomo abbia necessariamente cattive intenzioni.

Impara qualcosa di più profondo: se il suo corpo avverte un disagio ma un adulto dice che non c’è nulla, allora è il suo corpo a essere sbagliato.

Impara che la serenità degli altri viene prima della sua sicurezza.

Che dire “mi mette a disagio” non basta.

Che, prima di proteggersi, deve essere certa di non ferire o accusare ingiustamente qualcuno.

E poiché quella certezza non arriva mai, Isabella comincia a dubitare di sé.

Nello stesso periodo, Alessandro vive un’umiliazione diversa.

Dopo l’ora di educazione fisica, due compagni gli abbassano i pantaloncini nello spogliatoio. Un altro ragazzo riprende la scena con il telefono.

Alessandro urla, cerca di coprirsi e poi scoppia a piangere.

Il video finisce nella chat della classe.

Qualcuno aggiunge una musica buffa. Qualcun altro lo trasforma in un adesivo. Per giorni, ogni volta che Alessandro entra in aula, sente partire le risate.

A casa racconta tutto al padre.

«E tu ti sei messo a piangere davanti a loro?»

Alessandro abbassa la testa.

«Avresti dovuto reagire subito. Se vai a lamentarti dagli insegnanti, penseranno che sei debole. La prossima volta prendine uno e fagli passare la voglia. Devi imparare a farti rispettare.»

Alessandro comprende che quello che gli è stato fatto è sbagliato, ma comprende anche che la sua paura è ancora più vergognosa dell’offesa ricevuta.

Decide che non sarà mai più il bambino che piange mentre gli altri ridono.

Isabella e Alessandro crescono.

Lei diventa bravissima a capire quando qualcuno è irritato. Le basta entrare in una stanza per individuare chi potrebbe offendersi, chi deve essere rassicurato e quanto spazio le è consentito occupare.

A quindici anni, alcuni compagni commentano il suo corpo. Uno di loro le scrive messaggi sempre più invadenti.

Isabella prova lo stesso nodo allo stomaco di quando attraversava il corridoio della scuola.

Ma subito dopo arriva un’altra voce:

“Non vedere il male dappertutto.”

“Forse stai esagerando.”

“Forse sono soltanto complimenti.”

“Forse, se protesti, rovinerà tutto.”

Allora sorride, cambia discorso e cerca di non sembrare scortese.

Gli adulti la descrivono come una ragazza sensibile, educata e sorprendentemente matura.

Nessuno si domanda perché abbia imparato così presto a non fidarsi di ciò che sente.

Alessandro, invece, cerca un modo per non essere mai più quello preso di mira.

Lo trova in Davide, un compagno timido che balbetta durante le interrogazioni.

Comincia a imitarlo.

Gli altri ridono.

Questa volta, però, non stanno ridendo di Alessandro.

Ogni risata rivolta a Davide gli restituisce per qualche istante la sensazione di essere al sicuro. Se è lui a scegliere chi deve vergognarsi, nessuno potrà scegliere lui.

I professori lo definiscono competitivo, impulsivo, dotato di un carattere forte.

Nessuno si domanda perché abbia così bisogno di dimostrarlo.

Passano gli anni.

Isabella ha trentotto anni. Lavora, ha una famiglia ed è ancora bravissima a comprendere gli altri.

Il problema è che non sa più ascoltare se stessa.

Quando il compagno controlla il suo telefono, pensa che sia soltanto insicuro, in fondo che fa di male?

Quando le chiede di non vedere un’amica, cerca di comprendere le sue ragioni.

Quando insiste per avere un rapporto intimo e lei non ne ha voglia, si domanda se il proprio rifiuto sia abbastanza giustificato.

Avverte ancora quel nodo nello stomaco.

Ma continua a non considerarlo una ragione sufficiente per dire no.

Dice spesso:

«Forse ho capito male.»

«Non volevo metterti in difficoltà.»

«Scusami, non volevo farti arrabbiare.»

Ha imparato a proteggere le relazioni anche quando, per farlo, deve abbandonare se stessa.

Alessandro ha, anche lui, trentotto anni. È diventato un uomo sicuro, almeno in apparenza.

Non sopporta di essere contraddetto. Un’opinione diversa gli sembra una provocazione, un limite diventa un rifiuto, una sconfitta riapre un’umiliazione antica.

Se la compagna esce senza di lui, la tempesta di messaggi.

Se un collega riceve un riconoscimento, cerca di ridimensionarlo.

Se suo figlio piange, gli dice:

«Basta. Devi imparare a difenderti.»

È convinto di prepararlo alla vita.

Non si accorge che gli sta consegnando la stessa paura ricevuta da bambino: quella di essere visto fragile.

Isabella ha imparato che, per sentirsi al sicuro, deve adattarsi agli altri.

Alessandro ha imparato che, per sentirsi al sicuro, deve costringere gli altri ad adattarsi a lui.

Lei ha rivolto il dolore verso se stessa.

Lui ha imparato a depositarlo nelle vite degli altri.

Non perché tutte le bambine diventino donne che sopportano.

Non perché tutti i bambini diventino uomini che controllano.

E neppure perché chi ha subito un’umiliazione sia destinato a diventare violento.

Isabella e Alessandro non rappresentano due destini biologici. Rappresentano due possibili apprendimenti costruiti da parole ripetute nel tempo:

«Non fare una scenata.»

«Forse hai frainteso.»

«Sii gentile.»

«Non piangere.»

«Devi essere forte.»

«Fatti rispettare.»

Anche il bullismo può cominciare da qui.

Quando insegniamo a una bambina che il suo disagio conta meno delle intenzioni degli altri.

Quando insegniamo a un bambino che essere vulnerabile significa perdere valore.

Quando chiamiamo “matura” una bambina che sopporta in silenzio e “forte” un bambino che nasconde la paura dietro il dominio.

A Isabella avremmo potuto dire:

«Se una persona ti mette a disagio, hai il diritto di allontanarti. Non devi dimostrare che volesse farti del male per chiedere protezione. Quello che senti merita di essere ascoltato.»

Ad Alessandro avremmo potuto dire:

«Quello che ti hanno fatto è grave e non è colpa tua. Piangere non ti rende debole. Chiedere aiuto non significa fare la spia: significa interrompere una violenza.»

Forse Isabella avrebbe imparato che la propria percezione ha valore.

Forse Alessandro avrebbe scoperto che si può uscire dall’umiliazione senza consegnarla a qualcuno più fragile.

L’educazione non può evitare ai bambini ogni ferita.

Può però insegnare loro che cosa farne.

Perché un dolore riconosciuto può diventare consapevolezza.

Un dolore negato rischia di trasformarsi in una prigione per chi lo porta o in una ferita inflitta agli altri.

La domanda, allora, non è soltanto:

“Che cosa è accaduto a Isabella e Alessandro?”

La domanda è:

“Che cosa abbiamo insegnato loro a fare con ciò che è accaduto?”

È anche per questo che l’educazione sessuo-affettiva deve trovare spazio fin dalla scuola primaria, naturalmente attraverso contenuti adeguati all’età.

Non significa anticipare la sessualità adulta. Significa insegnare a bambini e bambine a riconoscere le emozioni, rispettare il proprio corpo e quello degli altri, comprendere il consenso, dare valore al disagio, accettare un “no” e chiedere aiuto senza vergogna.

Significa dire a Isabella: «Se qualcosa ti mette a disagio, puoi parlarne e sarai ascoltata».

E dire ad Alessandro: «Puoi sentirti fragile senza dover diventare aggressivo per dimostrare il tuo valore».

Sono queste le prime fondamenta della prevenzione del bullismo, degli abusi e della violenza di genere.

Per questo invito a informarsi e a firmare il referendum “Sì educazione affettiva e sessuale nelle scuole”, che chiede l’abrogazione delle restrizioni introdotte dalla legge 104/2026. Più firme si raggiungono meglio sarà!!!

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/7500000

Associazione Progetto GOYA
Prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di ogni forma di violenza.

Questo racconto originale nasce anche da una riflessione di Beatrice Alonzi, che ringrazio per lo spunto prezioso e per il suo importante lavoro di informazione sulle ferite emotive. Apprezzo profondamente il suo modo elegante, intenso e accessibile di fare divulgazione psicologica, riuscendo a dare parole anche a quelle esperienze interiori che spesso facciamo fatica a riconoscere e raccontare.



Indirizzo

Via F. Turati 3
Ventimiglia
18039

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Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00

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