17/09/2026
COME SI SOPRAVVIVE ALLA MORTE DI UN FIGLIO?
Quando il dolore non finisce, ma può trasformarsi in memoria, cura e responsabilità collettiva
Il caso di Lorena ci ha costretti a guardare ancora una volta una giovane vita spezzata.
Ma dietro ogni ragazza e ogni ragazzo che muore resta una famiglia per la quale il tempo si divide irrimediabilmente in due: la vita prima e la vita dopo.
Come sopravvive un genitore alla morte di un figlio?
È una domanda alla quale non si può rispondere con una formula. Perché la morte di un figlio non rappresenta soltanto la perdita di una persona amata: lacera l’identità stessa del genitore, il suo senso di continuità, l’immagine del futuro.
Un figlio è anche tutto ciò che abbiamo immaginato per lui: i compleanni che avrebbe festeggiato, le strade che avrebbe scelto, le persone che avrebbe incontrato, la vita che avrebbe potuto vivere.
Quando muore, si piange la sua presenza, ma anche tutto il futuro che improvvisamente scompare con lui.
Non a caso è l’unico lutto per il quale non c’è un nome: chi perde un coniuge diventa un vedovo/a, chi perde un genitore diventa orfano/a ma chi perde un figlio?
Il lutto non è una strada diritta
Si parla spesso delle “fasi del lutto” come se esistesse un percorso ordinato: prima lo shock, poi la rabbia, la disperazione e infine l’accettazione.
Ma il dolore reale raramente procede così.
Può esserci una mattina in cui si riesce ad alzarsi, rispondere al telefono e compiere gesti quotidiani. E un’altra in cui un profumo, una fotografia, una canzone o una stanza vuota riportano tutto al primo giorno.
Il modello del doppio processo del lutto, elaborato da Margaret Stroebe e Henk Schut, descrive proprio questa oscillazione: la persona si muove continuamente tra momenti rivolti alla perdita e momenti nei quali prova a ricostruire la vita quotidiana.
Non significa dimenticare.
Non significa avere “superato” il dolore.
Significa che la mente, per sopravvivere, si avvicina alla sofferenza e poi se ne allontana temporaneamente, cercando piccoli spazi nei quali respirare.
Un genitore non smette di essere genitore
Per molto tempo si è pensato che elaborare un lutto significasse distaccarsi progressivamente dalla persona morta e lasciarla andare.
Oggi la psicologia riconosce anche il valore dei cosiddetti legami continuativi: il rapporto non scompare, ma può assumere una forma diversa.
Il figlio continua a vivere nella memoria, nei gesti, nei valori trasmessi, nelle parole che il genitore ripete, nelle scelte che compie e nel modo in cui guarda il mondo.
Non si tratta di negare la morte. Si tratta di integrare quella presenza nella propria identità.
Perché un figlio morto non diventa un “ex figlio”. E un genitore che lo ha perduto non smette di esserne la madre o il padre.
Quando il dolore diventa un impegno
Alcuni genitori riescono, nel tempo, a trasformare una parte del proprio dolore in un’azione rivolta agli altri.
Gino Cecchettin, insieme ai figli Elena e Davide, ha dato vita alla Fondazione Giulia Cecchettin. La memoria di Giulia è diventata un impegno educativo e sociale contro la violenza di genere, affinché altre ragazze possano riconoscere il pericolo e trovare protezione.
Stefano e Stefania Guarnieri hanno perso il figlio Lorenzo, che aveva diciassette anni e mezzo, investito a Firenze da un automobilista sotto l’effetto di alcol e droga. Hanno fondato l’Associazione Lorenzo Guarnieri e sono stati tra i promotori della lunga battaglia civile che ha contribuito all’introduzione del reato di omicidio stradale con la legge 41 del 2016.
Queste persone non hanno smesso di soffrire.
Una fondazione non restituisce una figlia.
Una legge non riporta a casa un figlio.
Ma può accadere che l’amore, non potendo più raggiungere fisicamente quel figlio, cerchi una nuova direzione. Proteggere altri ragazzi, educare, sensibilizzare, cambiare una legge possono diventare modi per continuare a esercitare una funzione genitoriale.
Non si salva più il proprio figlio, perché non è stato possibile farlo. Si prova, attraverso il suo nome, a salvare il figlio di qualcun altro.
Ma non tutti devono trasformare il dolore in una battaglia
È fondamentale dirlo: non tutti i genitori fondano un’associazione, scrivono un libro, parlano pubblicamente o contribuiscono a cambiare una legge.
E non farlo non significa amare meno, essere meno coraggiosi o non avere saputo reagire.
Non dobbiamo trasformare la resilienza in un nuovo obbligo.
Esistono dolori che rimangono privati. Esistono genitori che sopravvivono occupandosi degli altri figli, tornando lentamente al lavoro, custodendo una stanza, preparando il piatto preferito del figlio nel giorno del suo compleanno o semplicemente riuscendo ad attraversare un’altra giornata.
Anche questo è sopravvivere.
Non tutti riescono a dare un significato alla perdita. E nessuno dovrebbe sentirsi costretto a trovarne uno. La morte di un figlio non deve diventare necessariamente un insegnamento, una missione o un’occasione di crescita.
A volte resta soprattutto un’ingiustizia.
Che cosa può fare chi sta accanto?
Spesso, davanti a un dolore così grande, le persone si allontanano perché non sanno che cosa dire.
Ma chi ha perso un figlio non ha bisogno di frasi capaci di aggiustare ciò che non può essere aggiustato. Ha bisogno di presenze che sappiano restare.
Non servono espressioni come:
“Devi essere forte.”
“Devi andare avanti.”
“Il tempo guarirà tutto.”
“Hai altri figli per cui vivere.”
Servono parole più semplici e più vere:
“Non so che cosa dire, ma sono qui.”
“Se vuoi, puoi parlarmi di lui.”
“Non ho dimenticato il suo nome.”
“Non devi stare meglio per tranquillizzare me.”
Pronunciare il nome di un figlio morto non riapre una ferita: quella ferita è già presente. Spesso, invece, il silenzio degli altri fa temere al genitore che quella vita venga lentamente cancellata.
Allora, come si sopravvive?
Forse non si sopravvive tornando quelli di prima.
Si sopravvive diventando, giorno dopo giorno, qualcuno che non si era mai immaginato di dover essere.
Si impara a vivere intorno a un’assenza che non si colma. Si attraversano giornate impossibili. Si accetta, qualche volta, di provare nuovamente gioia senza considerarla un tradimento.
E lentamente si comprende che continuare a vivere non significa lasciare indietro il proprio figlio.
Significa portarlo con sé in un modo nuovo.
A volte quel modo prende la forma di una fondazione, di una legge o di un progetto educativo. Altre volte rimane nascosto in un gesto quotidiano che nessuno vede.
Ma in entrambi i casi racconta la stessa cosa:
l’amore non finisce quando una vita viene spezzata. Cerca dolorosamente un altro luogo nel quale continuare a esistere.
Monica Borgogno
Psicologa e Psicoterapeuta
La Narratrice di Emozioni – Psicologia raccontata con cura
Riferimenti essenziali: Fondazione Giulia Cecchettin; Associazione Lorenzo Guarnieri; Stroebe e Schut, The Dual Process Model of Coping with Bereavement; studi sui continuing bonds nel lutto genitoriale.