03/08/2026
La vergogna del paziente nella stanza di terapia
A volte capita di non riuscire a dire tutto al proprio terapeuta, di nascondere oppure omettere delle parti della propria storia o del proprio sentire.
Se la relazione è buona e di fiducia, può esserci un motivo per cui il paziente nasconde: perché dire quella cosa di sé o della sua storia lo fa sentire in vergogna.
Come lavoro in terapia con questa emozione?
Non negandola, non lottando contro di essa, ma cercando di contattare quelle parti in vergogna e dialogare con loro:
• che cosa mi stanno dicendo?
• da cosa mi hanno protetto in passato e mi stanno proteggendo oggi?
• se provassi a chiedere loro di mettersi un attimo da parte, che cosa ci sarebbe di me?
• che paura contatto dietro alla vergogna?.
Ascoltando i racconti dei pazienti, spesso emerge che la vergogna è legata a insicurezza e fragilità dell’Io.
Sentirsi inadeguati, difettosi, mai abbastanza.
Oppure perseguire un ideale di perfezione rigidamente costituito con l’illusione di poter nascondere quella parte fragile: deve essere tutto perfetto, io devo essere perfetto, infallibile.
Ma quando ci troviamo a fare i conti con la nostra finitezza e fallibilità, lì è possibile che entrino in gioco le parti in vergogna: quelle che portano a nascondere, a dire a metà, per non andare a distruggere l’impalcatura di perfezione costruita nel tempo.
In terapia non andremo a togliere quell’impalcatura: andremo ad interrogarci sul significato che ha avuto e che ha oggi.
Andremo a contattare le parti in vergogna per farle accomodare nella stanza e, con gentilezza, farle parlare con noi.
Andremo a lavorare sull’accettazione di quelle parti in vergogna, ringraziandole per esserci state perché ci hanno protetto in quel tempo.
Ricordando che: accettare non vuole dire non sentire più dolore, ma imparare a stare con quel dolore.
In terapia non chiediamo all’oggi di guarire il passato, ma chiediamo al te di oggi di guardare quel passato ed iniziare a prenderti cura di quelle parti fragili e ferite.