05/11/2025
Il tempo dei compiti non è più il tempo dell’apprendimento.
Per molte famiglie è il momento più difficile della giornata.
Dopo il lavoro, il traffico, la cena da preparare, inizia “la seconda parte”: i quaderni sul tavolo, le spiegazioni, la stanchezza che cresce da entrambe le parti.
In teoria, dovrebbe essere un tempo per consolidare ciò che si è imparato.
Nella pratica, è diventato il simbolo di un sistema che scarica sulle famiglie ciò che non riesce più a contenere.
Un tempo in cui i genitori, già provati dal carico mentale, si trasformano in maestri improvvisati.
Un tempo in cui i bambini, dopo otto ore tra scuola e attività, si ritrovano ancora seduti, ancora valutati, ancora sotto pressione.
E non è solo una questione di organizzazione.
È che la nostra società non riconosce che l’apprendimento ha bisogno di tempo vuoto, di gioco, di riposo.
Secondo le ricerche sullo sviluppo cognitivo (Kuhn & Pease, 2016; Pellegrini, 2017), la mente dei bambini assimila meglio quando può alternare attività strutturate e momenti di libertà.
Ma la libertà, oggi, sembra diventata un lusso.
Il tempo dei compiti è il riflesso di un sistema che chiede sempre di più e restituisce sempre meno: meno fiducia, meno tempo, meno serenità.
Dovremmo poter restituire al tempo familiare il suo valore educativo originario.
Quello del legame, della scoperta condivisa, della pausa.
Perché i bambini non imparano solo scrivendo.
Imparano anche da come gli adulti abitano il tempo insieme a loro.