Dott.ssa Martina Chiusalupi - Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Martina Chiusalupi - Psicologa Psicoterapeuta Percorsi di psicoterapia individuale, di coppia, con bambini e adolescenti. Sostegno alla genitorialitá.

15/08/2026
16/06/2026

Femminicidio: che cos'è e perché si chiama così

Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni. Come psicologhe e psicologi sentiamo la responsabilità di riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La parola ha una storia precisa. La criminologa Diana Russell usa il termine femicide nel 1976, parlando al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, e ne mette a fuoco il significato nel volume del 1992, quando lo definisce come l'uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere. Negli stessi anni l'antropologa messicana Marcela Lagarde conia in spagnolo feminicidio, poi reso in italiano con femminicidio, allargando il concetto fino a comprendere le forme di sopraffazione e di violenza che spesso preparano il terreno all'omicidio. Serviva una parola nuova proprio perché "omicidio", termine neutro, finiva per cancellare l'informazione che più conta, e cioè il movente.

Prima ancora delle teorie, sono i numeri a raccontarlo. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del Ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. C'è un dato che colpisce più di tutti: mentre gli omicidi complessivi calano fino al minimo degli ultimi dieci anni, gli omicidi di donne dentro la coppia restano fermi, con le stesse 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025, tanto che le donne arrivano a rappresentare la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise. Gli uomini vengono uccisi in contesti molto diversi e quasi mai da chi dicono di amare, e questa asimmetria si ripete identica anno dopo anno, segno di un fenomeno strutturale che ha una sua grammatica riconoscibile.

Quella grammatica la conosciamo bene, perché è materia clinica prima ancora che statistica. Il femminicidio arriva raramente all'improvviso, dal momento che di solito è l'ultimo gradino di una lunga escalation. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker, nel suo studio sulle donne maltrattate, descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano una fase di accumulo della tensione, l'esplosione vera e propria e una fase di riconciliazione che illude e trattiene la vittima, mentre la spirale a ogni giro si stringe un po' di più. Anni dopo il sociologo Evan Stark ha aggiunto un tassello che ai clinici dice molto, quello del controllo coercitivo, una forma di dominio fatta di svalutazione, isolamento, sorveglianza, controllo del denaro e delle relazioni, capace di non lasciare lividi e di restare per questo invisibile a chi osserva da fuori. È dentro dinamiche come queste, segnate dal possesso e dall'incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che si misura la distanza tra il femminicidio e gli altri omicidi.

Riconoscere questa specificità produce conseguenze molto concrete. Permette di prevenire, perché aiuta a valutare il rischio nei passaggi più pericolosi, a cominciare dalla fine di una relazione. Permette di proteggere chi è in pericolo e di prendere in carico, nei programmi dedicati, gli uomini che usano violenza, con l'obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio che si ripetano, tenendo sempre al primo posto la sicurezza delle donne. Permette, a chi resta, di dare un nome al proprio dolore e di sentirsi finalmente creduta. Una parola precisa diventa così uno strumento di lavoro, perché dove manca il nome si fatica perfino a vedere il problema.

Su questo terreno la legge 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis, ha recepito quanto la comunità scientifica andava dicendo da tempo. Nella stessa direzione si muove l'Unione europea, visto che la direttiva 2024/1385 nomina espressamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme della violenza contro le donne. Quelle norme riconoscono un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna e radicati in una cultura precisa, e gli danno un nome perché senza nome non lo si può contrastare. La dignità di ogni vittima resta identica davanti alla legge, e proprio per questo distinguere il movente aiuta a capire e a prevenire.

Come psicologhe e psicologi mettiamo a disposizione le nostre competenze, dai centri antiviolenza alla valutazione del rischio, dal lavoro con le vittime a quello con gli autori, fino alla formazione di chi accoglie le donne nei servizi. La parola femminicidio è il primo di questi strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere.

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑎 𝑆𝑐ℎ𝑖𝑟 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑟𝑖 𝑂𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

Per approfondire 👇
https://www.psy.it/femminicidio-che-cos-e-perche-si-chiama-cosi/

05/06/2026

Ieri il Senato, con i voti di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, ha deciso che, per spiegare a un ragazzo cosa sia il consenso, servirà un permesso firmato dai propri genitori.

Con 78 sì e 38 no, il DDL Valditara è diventato definitivamente legge.

Da oggi, prima di qualunque attività che tocchi l'affettività o la sessualità, la scuola dovrà consegnare in anticipo alle famiglie tutto il materiale e chiedere un'autorizzazione scritta.

Alle materne e alle elementari questi temi vengono proibiti, a prescindere.

Dalle medie in su si potranno affrontare soltanto con la firma e il consenso dei genitori.

E allora diciamolo con parole semplici, cosa stanno rendendo impossibile.

È spiegare a una ragazza che nessuno può toccarla senza il suo consenso.

È insegnare a un ragazzo che "no" significa no, sempre.

È far capire ai più giovani che la gelosia e il controllo sono il contrario dell'amore.

È dare ai bambini le parole per chiedere aiuto, quando qualcuno fa loro del male.

E sapete come hanno chiamato tutto questo? "Propaganda gender".

L'ha detto il ministro Valditara, ieri, mentre esultava: dobbiamo proteggere i bambini "dalla confusione della propaganda gender".

Insegnare a un ragazzo cos'è il consenso è diventato un pericolo, un complotto da cui salvare il Paese.

Siamo arrivati qui.

Eppure, sono i numeri a dirci quanto sarebbe importante l’obbligatorietà dell’educazione sessuo-affettiva.

Un’inchiesta della Fondazione Libellula ha ascoltato quasi 1.600 ragazzi tra i 14 e i 19 anni.

Per uno su cinque è normale toccare o baciare una persona senza il suo consenso.

Per uno su quattro è normale diffondere i dettagli intimi della o del partner.

Per uno su tre è normale deciderne i vestiti, vietare nuove amicizie online, pretendere di sapere dove si trovi tramite la geolocalizzazione.

Nel resto d'Europa l'educazione affettiva si fa da decenni. L'Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce un diritto fondamentale. La Convenzione di Istanbul, firmata e ratificata dall'Italia nel 2013, la richiede a chiare lettere.

Noi arriviamo al 2026 tra gli ultimissimi del continente. E invece di colmare il ritardo, ci siamo inventati il modo di allargarlo.

A negare quel consenso saranno spesso proprio le famiglie dove quel ragazzo, quella ragazza, avrebbe più bisogno di un adulto capace di intercettarlo.

Le case dove il controllo è la normalità, dove il rispetto non lo insegna nessuno.

A restare fuori saranno i più soli e i più esposti. E un ragazzo a cui togli queste risposte non smette di farsi domande. Le porta soltanto da un'altra parte. Le porta sul telefono. E le cerca dove le trova per prime: nella pornografia.

In un Paese dove la violenza sulle donne riempie le cronache ogni singolo giorno, hanno deciso che il nemico fosse insegnare ai ragazzi a riconoscere chi quel male lo fa.

E quando conteremo i danni, ricordiamoci i nomi di chi lo ha reso possibile.

“Ma è davvero necessario vedersi ogni settimana?”È una domanda che molti si pongono quando iniziano un percorso di psico...
04/06/2026

“Ma è davvero necessario vedersi ogni settimana?”
È una domanda che molti si pongono quando iniziano un percorso di psicoterapia.
La risposta non riguarda solo l’organizzazione degli appuntamenti.
La frequenza delle sedute è parte integrante del lavoro terapeutico.
Immagina di voler imparare una nuova lingua, allenare un muscolo o costruire una relazione importante: la continuità fa la differenza.
Anche in terapia è così.
Ogni incontro non è un evento isolato, ma un tassello che si collega al precedente e prepara il successivo.
Quando il percorso mantiene una regolarità, diventa più facile:
🌱 riconoscere i propri schemi di funzionamento;
🌱 dare significato alle emozioni;
🌱 affrontare le difficoltà con maggiore consapevolezza;
🌱 consolidare il lavoro svolto tra una seduta e l’altra;
🌱 trasformare gradualmente il proprio modo di vivere le relazioni e la quotidianità.
La psicoterapia non serve soltanto a ridurre un sintomo.
Serve a costruire un rapporto più autentico con se stessi, con gli altri e con la propria vita.
E perché questo accada, la costanza non è un dettaglio: è una risorsa preziosa.
💬 Tu come vivi la costanza nei percorsi di cambiamento? Ti è mai capitato di notare la differenza tra continuità e interruzione?

Una carrellata di albi e libri illustrati dedicata ai più piccoli. 📖 📚
07/05/2026

Una carrellata di albi e libri illustrati dedicata ai più piccoli. 📖 📚

Crescere un adolescente può sembrare una battaglia quotidiana. Porte che sbattono, silenzi che fanno rumore, parole che ...
29/04/2026

Crescere un adolescente può sembrare una battaglia quotidiana. Porte che sbattono, silenzi che fanno rumore, parole che pungono. E a volte ci si ritrova lì, sul fronte opposto, come se essere genitori significasse vincere uno scontro.

Ma la genitorialità non è una guerra da combattere.
È un porto da costruire.

Un porto sicuro non è un luogo senza regole. Non è assenza di limiti, né “lasciar correre”. Al contrario: è uno spazio solido, dove i confini sono chiari e coerenti, ma non umilianti. Dove il “no” non è una chiusura, ma una forma di cura. Dove il contenimento non soffoca, ma protegge.

Quando un figlio vive la relazione come una lotta, impara a difendersi.
Quando la vive come un porto, impara a tornare.

E tornare non significa essere sempre d’accordo. Significa sapere che, anche nel conflitto, c’è qualcuno che resta. Qualcuno che ascolta, che tiene il punto, che non crolla ma nemmeno attacca.

Essere porto vuol dire:
• accogliere le emozioni senza farsene travolgere
• dare regole senza usare il potere come arma
• restare presenti anche quando sarebbe più facile ritirarsi

Non serve essere perfetti. Serve essere affidabili.

Perché prima o poi, anche i figli più lontani, cercano un posto dove attraccare. E sapere che quel posto esiste… fa tutta la differenza.

Parte 2: focus su adolescenti e preadolescenti. Tre esempi di tematiche care a questa fascia di età, ormai sempre più am...
14/04/2026

Parte 2: focus su adolescenti e preadolescenti. Tre esempi di tematiche care a questa fascia di età, ormai sempre più ampia e complessa.
Buona lettura!

Un esempio di analisi del contenuto dei sogni attraverso l’utilizzo di immagini evocative.I sogni, come anche le situazi...
19/03/2026

Un esempio di analisi del contenuto dei sogni attraverso l’utilizzo di immagini evocative.

I sogni, come anche le situazioni ad alto impatto emotivo, possono essere difficili da descrivere. Carte come queste aiutano a dare un nome alle sensazioni e alle emozioni che viviamo, le immagini riescono a semplificare e rendere espliciti contenuti dolorosi, spaventosi o semplicemente confusivi.

Oltre a questo aiutano a collocare l’esperienza onirica/emotiva nel vissuto quotidiano della persona, e a darle un significato in relazione alle situazioni che vive e alle modalità che utilizza nel gestirle.

13/03/2026

“E dopo? – domandano i bambini, quando il narratore s’interrompe.
Anche a fiaba finita, c’è sempre la possibilità di un «dopo».”
(Gianni Rodari)

📖 Raccontare o leggere una fiaba assume un valore particolare dal momento in cui, insieme alle parole, vengono trasmesse anche emozioni, sensazioni e modi di affrontare la vita.

FIABA = spazio metaforico dove potersi incontrare senza rischi di incomprensioni: ognuno ritrova nella narrazione quello che vuole, ognuno fa il suo percorso fantastico.

A livello clinico, le fiabe rappresentano strutture
archetipiche che permettono di:
✔️accedere a vissuti profondi
✔️favorire l’elaborazione di traumi, esperienze ed eventi
✔️trovare soluzioni a problemi e difficoltà della vita
✔️comprendere distacchi, ferite, errori e situazioni difficili che non sempre è possibile risolvere con un lieto fine.

✅Ambiti applicativi:
• psicoterapia con bambini e adolescenti
• psicoterapia individuale
• percorsi rivolti a coppie e genitori

Per maggiori informazioni o fissare un appuntamento contattami in DM o visita il sito.

Perché scegliere un percorso di terapia?🪴Decidere di iniziare un percorso di terapia è una scelta importante, per creare...
12/03/2026

Perché scegliere un percorso di terapia?

🪴Decidere di iniziare un percorso di terapia è una scelta importante, per creare uno spazio di riflessione, fermarsi e prendersi cura di sé.

🌱E’ anche una scelta coraggiosa, la scelta di mettersi in discussione e guardarsi dentro da una nuova prospettiva e con una consapevolezza diversa.

🪴Più di tutto, scegliere la terapia è darsi il permesso di ascoltare le proprie emozioni e incontrare quel cambiamento di cui sentiamo il bisogno.

Per maggiori informazioni contattami o visita il sito.

☺️

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