23/07/2026
L'Odissea di Nolan è stata, per me, un meraviglioso viaggio introspettivo. Un percorso che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha sperimentato.
Un cammino la cui meta è dettata da ciò che pensiamo di dover raggiungere, confondendo il senso del dovere con quello del volere.
Un percorso contraddistinto da una guerra conclusa non per sé stessi, ma per la stanchezza, per un ruolo, per il potere, per una condizione sociale.
Poi, l' insorgere di un senso di colpa, dettato dall'incontro con quella parte di noi che preferiremmo non vedere. Quella che, persino quando crediamo di agire per il bene, può diventare causa di distruzione. Ulisse aveva posto fine alla guerra grazie alla sua astuzia, dopo dieci anni di assedio, ma l'ingresso, con l'inganno del cavallo presentato come dono di pace, entro le mura di T***a, aveva portato solo distruzione e devastazione: un'esplosione della rabbia accumulata per tanto tempo, capace di annientare un'intera città.
Ciascuno di noi possiede una parte luminosa e una più oscura, e ogni scelta comporta delle responsabilità e richiede un prezzo.
Un cammino lungo e una strada smarrita.
L'incapacità di ritrovare il vero senso. L' incapacità di perdonarsi che tiene spesso lontani da Itaca in una costante tensione tra il desiderio e la paura di tornare.
Poi arriva la discesa agli inferi, necessaria per ritrovare la via. Lo smarrimento nella terra di Calipso, che guarisce il corpo dal dolore, ma annebbia la mente. Proprio come accade ogni volta che cerchiamo di anestetizzare la sofferenza: il dolore sembra placarsi, ma la mente perde lucidità.
E infine, quando il corpo riesce finalmente a sostenere il peso del senso di colpa, arriva il ritorno a sé stessi, alla memoria, al cuore.
Per ritrovare la propria Itaca, però, la strada passa attraverso una frase capace di condensare un intero processo di guarigione interiore:
«Smetti di combattere. Rinuncia al controllo. E vivi. È un atto di fede che non hai mai fatto.» (cit. dal Film)
Accettarsi per ciò che si è. Smettere di combattere contro sé stessi. Affidarsi. Perdonarsi per come sono andate le cose e per le scelte compiute.
Forse tutti noi, almeno un po', potremmo farlo quando, stanchi di un destino che sembra avverso, desideriamo semplicemente realizzare il nostro sogno. Ritrovare la strada verso Itaca. Ritrovare ciò che davvero siamo. Ciò che avremmo sempre voluto essere. Ciò a cui, in fondo, tutti aspiriamo: quella quiete interiore, quel senso di appartenenza che non soffoca, non opprime, non distrugge; che non si fonda su logiche di potere, ma riconosce, accoglie e, finalmente, lascia vivere.