07/06/2026
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Quando diciamo che la guerra โnon รจ scritta nel DNAโ non stiamo negando la presenza nel cervello di circuiti pronti a reagire al conflitto. Stiamo dicendo che non esiste un gene che ci condanni alla violenza, mentre esiste un sistema nervoso progettato per decidere in pochi istanti se chi abbiamo davanti รจ una minaccia oppure no. Qui entra in scena lโamigdala.
Lโamigdala รจ una piccola struttura a forma di mandorla, in profonditร nel cervello, specializzata nel riconoscere rapidamente ciรฒ che รจ emotivamente rilevante: paura, rabbia, pericolo, ma anche alcuni segnali di sicurezza. Funziona come un โradarโ che non aspetta la nostra riflessione cosciente: in pochi decimi di secondo valuta il volto dellโaltro, i suoi tratti, le sue espressioni, la somiglianza o meno con il nostro gruppo di appartenenza. Se qualcosa viene letto come minaccioso, lโamigdala si attiva e mette in moto una cascata di risposte: aumento del battito, tensione muscolare, mobilitazione a combattere o fuggire.
Questo spiega perchรฉ la nostra socialitร รจ โparadossaleโ. Da un lato siamo una specie cooperativa, capace di altruismo, empatia, cura delle persone fragili. Dallโaltro, proprio lo stesso sistema che ci spinge a proteggere i โnostriโ puรฒ portarci a vedere gli โaltriโ come pericolosi, meno degni, sacrificabili. Lโamigdala รจ uno degli ingranaggi principali di questo meccanismo: tende a reagire con maggiore calma e familiaritร verso ciรฒ che riconosce come parte del nostro mondo, del nostro gruppo, della nostra storia; e con maggiore allarme verso ciรฒ che appare estraneo, diverso, imprevedibile.
La buona notizia รจ che lโamigdala non รจ lโunica voce in capitolo. Dopo la sua attivazione entrano in gioco le aree prefrontali, piรน lente ma piรน sofisticate, che possono โrileggereโ la situazione. Se lโesperienza, lโeducazione, la cultura ci hanno insegnato a vedere il volto dellโโaltroโ come portatore di valore, lโattivazione iniziale puรฒ essere modulata. ร il motivo per cui, ad esempio, uno sconosciuto che associamo a un ruolo positivo (un medico, un insegnante, un atleta amato) ci appare meno minaccioso: la rappresentazione mentale e culturale interviene a calmare lโallarme dellโamigdala.
In altre parole, la biologia ci dร un sistema rapido, orientato alla sopravvivenza, che tende a dividere il mondo in โnoiโ e โloroโ. La cultura decide come riempiamo queste categorie, quanto sono rigide, quanto possiamo allargare il perimetro del โnoiโ.
Se guardiamo alla storia evolutiva, la guerra organizzata รจ relativamente recente, ma il โradarโ dellโamigdala รจ molto piรน antico. Per millenni piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori hanno usato questi circuiti per difendersi da predatori, pericoli ambientali, aggressioni di altri gruppi. Il sito archeologico di Nataruk, in Kenya, racconta uno di questi momenti: circa 10.000 anni fa un gruppo viene massacrato da un altro, con traumi cranici, colpi di freccia, fratture, donne in gravidanza tra le vittime. ร una scena di aggressione collettiva che mostra quanto la violenza di gruppo fosse giร possibile. Ma episodi di questo tipo occupano solo lโultimissimo frammento della nostra storia come specie.
Con il Neolitico e la nascita di villaggi, agricoltura, proprietร e confini da difendere, gli stessi meccanismi di โnoi-loroโ che lโamigdala gestisce su scala interpersonale vengono amplificati su scala sociale e politica. Il sospetto verso il vicino di campo, la paura di perdere risorse, la volontร di dominare territori possono trasformare un sistema biologico utile alla difesa in un ingranaggio di guerra organizzata. Lโamigdala non โdecideโ la guerra, ma fornisce la materia prima emotiva su cui ideologie, propaganda e leadership possono lavorare.
Per chi si occupa di psicologia clinica e giuridica, questo รจ un nodo centrale. Nei traumi di guerra, nelle storie delle vittime e anche in quelle degli autori di violenza, ritroviamo un sistema emotivo che รจ stato ripetutamente esposto a minacce reali o percepite, e che ha imparato a reagire in modo sempre piรน rapido e meno modulato. Unโamigdala cronicamente iperattiva rende difficile distinguere il pericolo reale da quello simbolico, lโoffesa da unโincomprensione, il conflitto di opinioni da un attacco alla sopravvivenza. La capacitร regolativa delle funzioni frontali viene compromessa dal trauma, dallo stress cronico, dalla disorganizzazione dei legami.
Al tempo stesso, ogni percorso terapeutico, educativo, riabilitativo puรฒ essere letto come un lavoro su questo spazio intermedio: il tempo tra lโallarme dellโamigdala e la risposta che mettiamo in atto. Lavorare sulla mentalizzazione, sulla regolazione emotiva, sulla capacitร di tollerare la differenza e lโambiguitร significa, in pratica, aiutare il cervello a non reagire automaticamente come se ogni โaltroโ fosse un nemico. ร esattamente in questo varco che cultura, relazioni significative, istituzioni giuste possono trasformare un potenziale biologico di difesa in una possibilitร di convivenza.
La guerra non รจ nel DNA, ma il modo in cui il nostro sistema limbico โ e in particolare lโamigdala โ risponde a minaccia e appartenenza rende la guerra possibile. Sta al lavoro educativo, clinico, sociale e politico decidere se allenare soprattutto i circuiti del sospetto e dellโodio, o quelli della regolazione, dellโempatia e della responsabilitร . Ogni volta che impariamo a riconoscere lโaltro come โumanoโ prima che come โnemicoโ, stiamo letteralmente riscrivendo il modo in cui la nostra amigdala impara a reagire.
Puoi leggere gli articoli integrali sul Corriere della Sera:
La guerra รจ nel DNA Marco Piovani 20.5.26
Il primo massacro della storia avvenne in Kenya 10 mila anni fa 21.1.16