Maurizio Montanari -Psicoanalista

Maurizio Montanari -Psicoanalista Psicoanalista. Psicoterapeuta. Riceve a Vignola, provincia di Modena e Valsamoggia. www.montanarimaurizio.com
www.liberaparola.com

13/05/2026

Il termine ‘ baby’ non serve affatto a circoscrivere un fenomeno di violenza ‘giovanile’, quanto piuttosto questo termine protegge la società civile dal prendere atto dell’esistenza di forme di aggregazione violenta ormai radicate e consolidate nelle nostre zone, gang che presidiano zone del territorio capaci di intimidire, irretire e perpetrare atti di violenza fisica nei confronti dei cittadini.L’episodio di Massa c è stato eclatante .





Ben piu’ drammatici e nascosti sono le azioni di questi gruppi id aggregazione violenta che si danno appuntamento nei sobborghi della città.Taccheggio delle donne, furti, guerre per il dominio di piazze dello spaccio. Né la noia, né il “vuoto profondo”, né tantomeno “la mancanza svago in zona sono a fondamento di queste azioni. Ognuno di noi ha il ricordo di interminabili giornate adolescenziali colme di noia con pomeriggi infiniti da riempire. Non per questo si andava in giro a molestare , taccheggiare o intimidire i passanti.





E’ necessario introdurre nel lessico quotidiano le categorie cliniche che la psicoanalisi ha evinto, e dare alle cose il loro nome: questo modo di agire si chiama violenza di gruppo e sadismo.Il sadico trae un godimento infinito nel ridurre l’altro a oggetto, ottenendo soddisfacimento in maniera proporzionale alla sofferenza e alla paura che riesce a infliggergli. Il sadico “fa vibrare le corde dell’angoscia” nell’altro, instaurando su di lui un potere che pretende illimitato. Infatti i passeggeri sul treno erano ‘ostaggio’ del gruppo di balordi.





Questi comportamenti adolescenziali costituiscono in nuce ciò che sovente sfocerà negli atteggiamenti persecutori verso la donna o nelle mattanze da caserma. I gruppi violenti corroborati da alcol e droga che individuano un soggetto debole per annientarlo non hanno alcuna finalità se non quella di consolidarsi come unità basata sull’identificazione di un “inferiore” da eliminare. Una minor presa sociale della percezione del limite e la sensazione di una legge vieppiù debole sono i fattori che ne favoriscono una più frequente uscita allo scoperto.





Anni fa, vicino alle mie terre, un gruppo di ragazzi che usò violenza su una coetanea minorenne si difese sostenendo che, poiché l’atto si era consumato a casa loro, “non credevamo fosse reato”. Dai racconti di tante giovani pazienti che affluiscono al mio studio sono venuto a conoscere la mappa del ‘disonore’. In orari serali diversi gruppi taccheggiano e fotografano le ragazze che camminano sole , scambiandosi le immagini. Al termine del percorso il corpo della suddetta è già stato diffuso sui loro tablet e lei viene avvicinata in modo provocatorio e minaccioso con pesanti allusioni sessuali. Si noti che il filmare gli atti di violenza e diffonderli obbedisce pienamente alla struttura del perverso, che gode dall’essere visto mentre viola la legge o commette una sopraffazione, proprio come la costruzione cinematografica di Brenton Tarrant ha mostrato.





. Artisticamente parlando, da semplice spettatore, sono tra quelli, pochi in verità, che non ha mai creduto all’azione preventiva e immunizzante della saga di Gomorra e similari a causa della sua eccessiva ridondanza nel tempo (siamo alla quarta serie). Non le ho mai riconosciuto la capacità di mettere in guardia lo spettatore dal fascino perverso della mala, scorgendo invece il rischio dello sdoganamento mediatico di un lessico prima quasi sconosciuto ora assurto a moda. Ne ho guardato diverse puntate e nessuno mi potrà convincere che non contengano messaggi che si prestano a interpretazioni quantomeno equivoche. Una sequela ininterrotta di sopraffazioni ripagate col successo, la violenza sulla donna come stile di vita. Ragazzi che deridono la legge regolando i conti con pestaggi e agguati premiati con auto, soldi, bella vita. La cocaina come strumento di riscatto sociale. Il boss di rione come sostituto del padre. Il denaro come fine. La violenza come mezzo per quel fine. Le forze di polizia umiliate, ridicolizzate. Il carcere come luogo per “sfigati” che mancano di coraggio.Forte è il rischio che da questa serie se ne esca con l’idea che la “guapperia”, alla fine, risulti uno stile di vita vincente. L’azione di denuncia che un’opera artistica racchiude sfuma laddove vince il godimento nella reiterazione infinita che, involontariamente, può mutare guappi e criminali in eroi metropolitani celebrati nelle magliette, nelle tazze da caffè, nelle cover di telefoni, quasi come Luì e Sofì dei Me contro te. La felpa con una delle frasi cult della serie “Vien, vien’t a piglia’ ‘o perdon” in rete costa poco più di dieci euro, in tre taglie. Le t-shirt con le facce di Ciro e Jenny vanno via a dieci euro l’una. Appena un poco più costosa la cover per telefono con l’immagine di questi due assassini in posa ieratica, ovviamente con revolver in mano.La vulgata mediatica ha forse fagocitato lo spirito iniziale dell’opera, riproducendone in maniera ridondante e vuota concetti e parole, facendoli involontariamente assurgere ad elemento a sé stante, dimenticando per strada l’originaria radice di denuncia e condanna del crimine. Ricordo che tempo fa, scendendo a Roma Termini, venivano vendute le magliette con impresso il logo “Banda della Magliana”.Naturalmente gli autori della serie nulla potevano sapere delle sorti dei vocaboli e dei personaggi da loro messi in scena, così come autori e produttori della serie Gomorra sono all’oscuro del fiorire celebrativo dei loro personaggi negativi. Tuttavia, quando un lessico malavitoso viene troppo facilmente sdoganato ed usato in ogni dove, qualche domanda ce la dobbiamo porre tutti quanti.A tal proposito, suggerisco un film bellissimo e crudele: La terra abbastanza. Narra del drammatico incontro di due ragazzi con la malavita locale. Nessun sogno, nessuna redenzione. Uno schianto che produce sangue, morte e vendetta. Quando l’ultima drammatica scena sfuma, i titoli di coda ricordano allo spettatore che quel mondo è feccia, e come tale va trattato. >

27/03/2026

NESSUNA COLPA
Sul tredicenne che voleva uccidere la prof e il padre

Due storie tornano alla mente mentre i telegiornali raccontano la ferocia del ragazzo di tredici anni deciso a uccidere la sua insegnante di francese. La prima è quella di Anders Behring Breivik, autore degli attentati di Oslo e Utøya del 22 luglio 2011, in cui furono uccise 77 persone. La seconda è quella di Jamie Miller, il ragazzo al centro della serie Adolescence, costruito come figura di adolescente divorato dal risentimento e dall’umiliazione. Una storia è reale, l’altra immaginaria; ma entrambe mettono in scena la stessa grammatica dell’odio: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa. 

In questi scenari non c’è il gesto impulsivo, non c’è il raptus che assolve la coscienza collettiva con una spiegazione sbrigativa. C’è invece qualcosa di più inquietante: la decisione fredda di sopprimere colui che viene avvertito come causa del proprio male. Non importa che il torto sia reale, ingigantito o del tutto fantastico; ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore. Il nemico prende forma, si precisa, si incarna. E, una volta incarnato, chiede di essere abbattuto.

È qui che l’odio mostra il suo volto peggiore: quello paranoico. La paranoia, prima ancora che una diagnosi, è una forma di rapporto col mondo. È sospetto elevato a criterio universale, diffidenza che si fa sistema, interpretazione costante della realtà come trama ostile. Nella sua forma meno grave diventa stile: atteggiamento rigido, aggressivo, incapace di tollerare l’ambiguità, sempre pronto a leggere negli altri un’intenzione persecutoria. Nella sua forma più radicale rompe il legame con la realtà e si fa delirio: non più ipotesi, ma certezza assoluta; non più paura, ma verità intoccabile.

Allora il nemico smette di essere uno fra i tanti e diventa il nemico: il responsabile delle proprie ferite, delle proprie sconfitte, della propria umiliazione. Tutto si raccoglie attorno a quella figura. Tutto si semplifica. Il male, da oscuro e interno, viene proiettato fuori. E ciò che dentro era vissuto come mancanza, impotenza, vergogna, chiede una soluzione radicale: eliminare l’altro.

È questo il punto che troppo spesso sfugge al commento pubblico. Quando si invocano genericamente nuove misure contro la delinquenza giovanile, si manca il bersaglio. Qui non siamo semplicemente davanti a una trasgressione, né a una devianza sociale nel senso ordinario del termine. Qui siamo davanti a un solipsismo dell’odio, a una soggettività che si chiude su se stessa fino a non riconoscere più alcun legame. In quella chiusura l’altro non è più un interlocutore, un limite, un simile: diventa ostacolo, affronto, bersaglio.

Perché il ragazzo ha filmato le sue gesta? E perché, non di rado, anche alcuni assassini seriali conservano immagini, video, “souvenir” o tracce del proprio atto? Una prima risposta, sul piano criminologico, è che il delitto non si esaurisce nell’atto materiale: spesso viene preparato, ritualizzato, rivissuto e trasformato in scena.

In una chiave più propriamente psicoanalitica, si potrebbe dire che nella perversione l’azione non resta mai chiusa nel rapporto a due tra soggetto e vittima. C’è sempre, in qualche forma, un terzo: uno sguardo, un testimone, un Occhio davanti al quale l’atto prende consistenza. Non basta compiere l’atto; occorre anche inscriverlo in una scena, renderlo visibile, fissarlo, quasi consacrarlo. In questa prospettiva, filmare non serve solo a documentare: serve a costruire il teatro dell’azione e a darle una forma compiuta. La lettura lacaniana della perversione insiste proprio sul fatto che il soggetto perverso si colloca in una particolare relazione con l’Altro e con il godimento dell’Altro, più che nel semplice soddisfacimento pulsionale immediato. 

Per il soggetto sadico, allora, l’essere visto — o il potersi far vedere dopo, attraverso il video — non è un dettaglio secondario. È parte del dispositivo di godimento. La vittima soffre, il soggetto agisce, ma l’atto trova il suo completamento solo quando un terzo sguardo lo registra, lo garantisce, lo trasforma in spettacolo. In questo senso il video non è soltanto memoria dell’accaduto: è parte integrante dell’accadere stesso. Anche gli studi sul sadismo mostrano che, in certi profili violenti, il punto centrale non è solo infliggere dolore, ma trarre eccitazione dall’osservarlo e dal controllarne la messa in scena. 

Per questo, in alcuni autori di violenza estrema, l’atto non mira soltanto a colpire la vittima, ma anche a produrre una rappresentazione destinata a uno spettatore, fosse pure uno spettatore differito o immaginario. È qui che il delitto diventa teatro del dominio.

Per questo è troppo facile gettare la croce addosso agli insegnanti. Come se fosse sempre possibile decifrare per tempo i segni di una volontà omicida. Come se ogni abisso si lasciasse leggere in superficie. Non è così. Talvolta quei segni ci sono, ma sono opachi, intermittenti, contraddittori. Altre volte covano in silenzio, nei meandri più interrati della vita psichica, là dove nemmeno chi vi abita fino in fondo sa nominare ciò che lo divora.

E allora forse il punto non è fingere una rassicurante onnipotenza preventiva, ma riconoscere la natura di ciò che abbiamo davanti: non una semplice intemperanza adolescenziale, non una bravata degenerata, ma l’irruzione di un odio freddo che ha trovato il proprio volto. E che, proprio per questo, fa così paura.

In questa sede verranno riproposti i temi affrontati nel corso di criminologia tenutosi presso lai regione Lombardia , o...
19/03/2026

In questa sede verranno riproposti i temi affrontati nel corso di criminologia tenutosi presso lai regione Lombardia , organizzati da Anthea Group
Perchè nella coppia sovente vediamo esplodere manifestazioni di controllo, sadismo, annientamento, che in molti casi riempiono le pagine di cronaca.
Quali sono le derive degli amori 'digitali' e quali gli effetti sulla mente umana.
Cosa intende con il concetto di ' amore', e quali le componenti inconsce in gioco.
In calce, le info per prenotare

21/02/2026

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