Marzia Marangoni - Psicologa

Marzia Marangoni - Psicologa # stress # benessere

06/08/2026

Ci sono libri che raccontano la psicoanalisi. E poi ci sono libri che, mentre la raccontano, ci ricordano che anche gli ...
23/07/2026

Ci sono libri che raccontano la psicoanalisi. E poi ci sono libri che, mentre la raccontano, ci ricordano che anche gli psicoanalisti sono esseri umani.
"Sul lettino di Freud" di Irvin D. Yalom è un libro che si presta a varie letture: è un romanzo corale, pieno di storie personali, crisi, passioni, tradimenti e relazioni che si intrecciano; è quasi un rotocalco, che ci mostra come, all'interno della società psicoanalitica, si consumano lotte di potere, rivalità e ambizioni. Anche gli analisti possono desiderare il riconoscimento, competere, cercare di affermare la propria superiorità. Insomma, nemmeno loro sono immuni dalle dinamiche umane che cercano di comprendere nei propri pazienti.
Ma il libro è anche una sorta di manuale narrativo di teoria della tecnica. Attraverso le vicende dei suoi protagonisti, Yalom ci permette di entrare nella stanza d'analisi e di comprendere il significato di alcune scelte terapeutiche. Perché un analista decide di parlare oppure di tacere? Perché, in certi momenti, è più utile fare una domanda che offrire un'interpretazione? Perché una stessa cosa, detta in un momento diverso, può avere un significato completamente differente?
È un libro che consiglierei a chi non si è mai seduto sul divano di una stanza d'analisi e vorrebbe capire che cosa accade davvero lì dentro, al di là dell'immagine un po' stereotipata che spesso ne abbiamo.
Lo consiglierei anche a chi, invece, su quel divano ci si è seduto. Perché può essere interessante, provare a guardare la relazione terapeutica dall'altra parte e avvicinarsi al punto di vista di chi ascolta, osserva e cerca di comprendere.
E lo consiglierei, forse soprattutto, ai terapeuti.
Perché questo libro ricorda una cosa che rischiamo di dimenticare proprio quando pensiamo di avere acquisito gli strumenti per comprendere gli altri: che la nostra formazione, la nostra teoria e la nostra tecnica non ci rendono immuni dall'errore, dall'ambizione, dal bisogno di riconoscimento e, soprattutto, dall'arroganza.
La psicoterapia è un incontro tra due esseri umani. Certo, uno dei due ha studiato, si è formato e ha il compito di mettere le proprie competenze al servizio dell'altro. Ma rimane, anche lui, un essere umano, con i propri punti ciechi e le proprie fragilità.
E allora, ogni tanto, fa bene ricordarsi che sul lettino non ci sono soltanto i pazienti.

Quando una coppia litiga, spesso pensa di discutere per il comportamento dell'altro.In realtà, molte volte, ciò che entr...
11/07/2026

Quando una coppia litiga, spesso pensa di discutere per il comportamento dell'altro.
In realtà, molte volte, ciò che entra in collisione sono due modi diversi di regolare il dolore.
Ognuno offre all'altro la cura che, nella propria storia, ha imparato a funzionare.
Ma ciò che consola me non è detto che consoli te.
E forse è proprio qui che la terapia di coppia apre uno spazio nuovo: imparare a riconoscere il linguaggio affettivo dell'altro, senza pretendere che coincida con il proprio.

Fondamentali i saggi.Ma quanto imparo dell'essere umano dai romanzi.Ci sono storie che riescono a raccontare il funziona...
28/06/2026

Fondamentali i saggi.
Ma quanto imparo dell'essere umano dai romanzi.
Ci sono storie che riescono a raccontare il funzionamento della mente con una precisione che nessun manuale potrebbe raggiungere. "La campana di vetro" di Sylvia Plath è una di queste.
La campana di vetro è la depressione.
È quella cappa trasparente che separa dal mondo, che rende tutto distante, ovattato, privo di significato. È la spossatezza, il vuoto, la fatica di esistere.
Ma, leggendo, ho avuto l'impressione che la campana fosse anche qualcos'altro. E' il mondo che lentamente si deposita sull'individuo, le aspettative della famiglia, i ruoli assegnati alle donne, la scuola, il lavoro, i codici di comportamento.... Le idee su ciò che è giusto desiderare e su ciò che, invece, non dovrebbe nemmeno essere pensato.
E poi la psichiatria dell'epoca, quando la sofferenza mentale veniva spesso affrontata con strumenti che oggi ci appaiono brutali: elettroshock praticati senza anestesia, ricoveri, la lobotomia.
La depressione di Esther non viene spiegata.
Viene raccontata. L'autrice la conosce bene, parla della sua stessa esperienza.
E insieme a lei vengono raccontati tutti quei fili, spesso invisibili, con cui una società può restringere lo spazio del desiderio individuale.
Per questo La campana di vetro continua a parlarci, a più di sessant'anni dalla sua pubblicazione.
Perché ci ricorda che il disagio psicologico non nasce mai nel vuoto. Esiste sempre una persona, con la sua storia. Ma esiste anche un contesto che può ampliare o restringere le possibilità di respirare.
Continuo a leggere romanzi perché non mi insegnano soltanto come funzionano le persone.
Mi aiutano ad ascoltarle meglio.
Ci sono libri che raccontano una storia.
E poi ci sono libri che ti cambiano il modo di ascoltare le persone.
Per me, La campana di vetro appartiene a questa seconda categoria.

Il processo di separazione e individuazione, per qualcuno, può durare una vita intera.Quando lavoro con giovani adulti e...
24/06/2026

Il processo di separazione e individuazione, per qualcuno, può durare una vita intera.
Quando lavoro con giovani adulti e giovani adulte, mi capita spesso di incontrarli in quella delicata fase tra i 20 e i 30 anni in cui occorre prendere decisioni importanti: scegliere un lavoro, una città, una relazione, una direzione.
Ed è lì che spesso compare un conflitto.
Da una parte c'è il desiderio di costruire una propria vita, di portare avanti un progetto personale, talvolta anche in contrasto con aspettative, valori o desideri della famiglia.
Dall'altra c'è qualcosa che trattiene.
Una paura.
Un senso di colpa.
Il timore di deludere, ferire, preoccupare i propri genitori.
Questo accade ancora più frequentemente quando la storia personale è stata attraversata da momenti difficili: una bocciatura, un periodo di sofferenza psicologica, problemi nel rapporto con il cibo, fasi di particolare fragilità.
È come se questi giovani sentissero di avere già occupato troppo spazio nella mente e nel cuore dei loro genitori.
Come se avessero già consumato una quota eccessiva di preoccupazioni.
E allora accade qualcosa di paradossale.
Pur desiderando una vita propria, faticano a sceglierla.
Non perché manchino il coraggio o le capacità.
Ma perché la libertà viene vissuta come una forma di tradimento.
Come se affermare il proprio desiderio significasse inevitabilmente far soffrire qualcuno.
In questi casi la separazione non è un problema geografico.
Non riguarda l'andare via di casa.
Riguarda la possibilità di riconoscersi il diritto di esistere come soggetti separati.
Di avere desideri propri.
Di prendere decisioni che non coincidano sempre con i bisogni emotivi della famiglia.
Quando questo tema emerge in terapia, possono aprirsi scenari bellissimi.
Non perché il conflitto scompaia.
Ma perché, lentamente, la colpa lascia spazio alla possibilità.
E ciò che fino a quel momento sembrava una scelta impossibile diventa finalmente pensabile e magari anche praticabile.

Tutti lo sanno. Nessuno lo dice.Ci sono famiglie in cui esistono argomenti proibiti.Una malattia. Una dipendenza. Un tra...
22/06/2026

Tutti lo sanno. Nessuno lo dice.
Ci sono famiglie in cui esistono argomenti proibiti.
Una malattia. Una dipendenza. Un tradimento. Un dolore mai elaborato.
Tutti ne percepiscono la presenza, ma nessuno lo nomina.
In psicologia questo fenomeno viene chiamato patto denegativo.
Un accordo inconsapevole che serve a proteggere l'equilibrio familiare.
Finché nessuno parla, sembra che tutto possa continuare come prima.
Il problema è che ciò che non viene detto non scompare.
Spesso riemerge sotto forma di tensioni,
sintomi, conflitti ricorrenti, sofferenza emotiva.
Le famiglie non custodiscono solo ricordi.
Custodiscono anche segreti e silenzi.
E talvolta i silenzi raccontano più delle parole quali sono i nuclei di sofferenza.

E con il COSP Verona ETS facciamo doppietta. Oltre al percorso di gruppo, attiviamo percorsi individuali per giovani dai...
28/05/2026

E con il COSP Verona ETS facciamo doppietta. Oltre al percorso di gruppo, attiviamo percorsi individuali per giovani dai 18 ai 29 anni.
Le tematiche che si possono affrontare nei colloqui sono ampie:
Definizione dell'obiettivo professionale
Bilancio di competenze e valorizzazione delle esperienze
Orientamento tra studio e lavoro
Gestione dell'ansia e dei blocchi decisionali
Competenze trasversali (soft skills)
Strumenti per la ricerca attiva del lavoro
Organizzazione e gestione del tempo

Le iscrizioni sono già aperte al seguente link: https://forms.gle/396KfKDzM6SEb8UC7

con COSP Verona ETS si fanno sempre cose belle. Il 10  giugno terrò questo workshop, aperto a giovani adult* della GenZ....
11/05/2026

con COSP Verona ETS si fanno sempre cose belle. Il 10 giugno terrò questo workshop, aperto a giovani adult* della GenZ. C'è ancora qualche posto.P Verona ETS si fanno sempre cose belle. Il 10 giugno terrò questo workshop, aperto a giovani adult* della GenZ. C'è ancora qualche posto.

Quando tua figliati chiederà se è bellail tuo cuore si infrangerà come un calicesul pavimento di legnouna parte di te vo...
05/05/2026

Quando tua figlia
ti chiederà se è bella
il tuo cuore si infrangerà come un calice
sul pavimento di legno
una parte di te vorrà dire
certo che lo sei, non dubitarne mai
e l'altra parte
la parte che ti sta dilaniando
ti chiederà di afferrarla per le spalle
di guardarla nei pozzi
che sono i suoi occhi finché non rispecchieranno i tuoi
e di dire
non devi esserlo se non lo vuoi
non è il tuo lavoro.
Caitlyn Siehl, Non è il tuo lavoro.

A un certo punto della storia, la bellezza ha cambiato statuto: da qualcosa di enigmatico, sfuggente, legato allo sguardo e al desiderio, è diventata un compito. Un lavoro quotidiano.
Denaro speso per l'acquisto di creme e trucchi. Tempo speso davanti allo specchio, tempo speso a pensarsi viste, tempo che non è mai davvero libero.
Il corpo non è più solo abitato. È osservato.
E quello sguardo, lentamente, si interiorizza. Si impara a guardarsi come si immagina di essere guardate. A correggersi. A monitorarsi.
Una parte della mente resta lì, impegnata ed impigliata a controllare se si è dentro la misura, se si aderisce agli standard, a tormentarsi nei sensi di colpa o nella vergogna di non essere abbastanza o di essere troppo
È una fatica sottile. Non sempre nominata ma molto presente.
In studio arriva spesso sotto forma della frase: “non mi sento desiderata”.
Il punto non è solo lo sguardo dell’altro. È il fatto che quello sguardo è stato interiorizzato. Diventa una presenza continua, silenziosa, che accompagna i gesti più quotidiani. Non serve più uno specchio reale: lo specchio si è spostato dentro. È ciò che in psicologia viene chiamato auto-oggettivazione: il passaggio dal vivere il corpo al guardarlo come un oggetto. Come se una parte di sé si spostasse leggermente fuori, assumesse la posizione dell’osservatore, e iniziasse a valutare.
Come sto seduta. Come mi muovo. Come appaio.
Non è uno sguardo neutro. È uno sguardo esigente, spesso severo.
Uno sguardo che misura, confronta, corregge. E mentre questo accade, si perde la continuità dell’esperienza.

Indirizzo

Via Miniscalchi Erizzo N 1 San Zeno Di Mozzecane
Villafranca Di Verona
37069

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