23/08/2026
LA PSICOLOGIA DEI MAASAI
In questi giorni, attraversando la Tanzania, ho incontrato i Maasai. E da psicologo mi interessa andare oltre l’immagine che tutti conosciamo: le vesti rosse, i guerrieri, il bestiame, i salti rituali.
Perché dietro tutto questo c’è un modo culturalmente specifico di costruire l’identità.
Una delle prime cose che emerge dagli studi antropologici è che, nella cultura Maasai tradizionale, l’individuo viene pensato fortemente attraverso le sue relazioni con gli altri.
L’età, la famiglia, il bestiame, il territorio e soprattutto l’appartenenza a un age-set, un gruppo generazionale, contribuiscono a definire chi sei, quali responsabilità hai e quale posto occupi nella comunità. L’age-set non è semplicemente un gruppo di coetanei: accompagna le persone attraverso fasi della vita, ruoli e obblighi sociali.
Anche l’infanzia è interessante dal punto di vista psicologico.
Le ricerche etnografiche descrivono bambini che partecipano relativamente presto alle attività della famiglia e della comunità. L’apprendimento non passa soltanto attraverso qualcuno che “spiega”, ma attraverso osservazione, imitazione, partecipazione e progressiva assunzione di responsabilità.
Questo significa che autonomia e appartenenza non sono necessariamente opposte: si impara a diventare capaci proprio diventando utili agli altri.
Poi c’è il rapporto con l’ambiente.
Per una cultura pastorale, muoversi alla ricerca di acqua e pascoli, occuparsi degli animali e convivere con un ambiente imprevedibile non costituiscono semplicemente uno sfondo della vita. Contribuiscono all’organizzazione sociale, alla conoscenza tramandata e alle strategie con cui una comunità affronta il cambiamento.
Persino la sofferenza psicologica non viene necessariamente interpretata attraverso le nostre categorie occidentali.
Gli studi sul comportamento di ricerca di aiuto mostrano che tra i Maasai possono convivere spiegazioni differenti della malattia e della sofferenza e che, accanto alla medicina moderna, continuano ad avere importanza famiglia, comunità e guaritori tradizionali.
Questo non significa che un Maasai “provi emozioni diverse” dalle nostre.
Paura, amore, dolore, rabbia, attaccamento e perdita sono umani.
Ciò che cambia è la cornice culturale attraverso cui impariamo a esprimerli, interpretarli e condividerli.
Ed è forse questa la cosa che mi affascina di più mentre viaggio qui.
Noi tendiamo a pensare che prima esista l’individuo e poi la società intorno a lui.
Culture come quella Maasai ci ricordano qualcosa che la psicologia conosce molto bene:
nessuna mente umana cresce nel vuoto.
Diventiamo ciò che siamo anche attraverso gli altri.
E incontrare un’altra cultura significa, per qualche momento, guardare anche la nostra dall’esterno.
Dott. Stefano Scatena – Psicologo Psicoterapeuta