Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare

Dott.ssa Elettra Paolini - Psicologia Alimentare Comprendere, affrontare e gestire l'obesità, grazie alla psicologia alimentare. Psicologa specializzata nel rapporto col cibo e con il corpo. Colloqui online.

Alimentazione emotiva, obesità, vergogna corporea e immagine di sé. Nuovi posti disponibili.

La ricerca ha da tempo messo in evidenza (Fairburn, 2013) come alcuni comportamenti alimentari risultino problematici fr...
12/08/2026

La ricerca ha da tempo messo in evidenza (Fairburn, 2013) come alcuni comportamenti alimentari risultino problematici fra coloro che si abbuffano. Nello specifico, sono tre le tipologie di dieta più associate alle abbuffate:
1) Ritardare un pasto o uno spuntino per lunghi periodi di tempo (per esempio non mangiare nulla fra un'abbuffata e la successiva o praticare il digiuno).
2) Limitare la quantità complessiva di cibo assunto (cercare di mantenere l'introito complessivo di cibo sotto una certa soglia calorica; ciò non solo induce pressione fisiologica che spinge a mangiare ma instaura anche pressione psicologica innescando un pensiero ripetitivo sul cibo e preoccupazione sul mangiare).
3) Cercare di evitare alcuni alimenti (cercare di non mangiare cibi percepiti come "ingrassanti" o cibi che hanno scatenato abbuffate in precedenza ma in realtà la gamma di cibi evitato varia considerevolmente fra una persona e l'altra; qualcuno arriva a difendere tale scelta sostenendo di essere vegetariano o di avere allergie alimentari).
È evidente che ciascuno dei tre tipi di dieta riportati deve essere affrontato in terapia se la persona vuole disinnescare il circolo vizioso restrizione-abbuffata.
In un'alimentazione normale, nulla dovrebbe essere rigidamente vietato.

A volte ci concentriamo così tanto su ciò che accade davanti al piatto, a tavola o durante un'abbuffata, da dimenticare ...
10/08/2026

A volte ci concentriamo così tanto su ciò che accade davanti al piatto, a tavola o durante un'abbuffata, da dimenticare che alcune difficoltà affondano le loro radici molto più lontano.
Il rapporto con il cibo può intrecciarsi con il modo in cui abbiamo imparato a sentirci amati, accuditi, rassicurati. Con ciò che abbiamo ricevuto e con ciò che, invece, è mancato.
"Risanare le radici affettive" è il titolo della terza parte de La fame nel cuore.
Perché comprendere un comportamento non significa giustificarlo né rassegnarsi ad esso.
Significa provare a capire perché, a un certo punto della nostra storia, quel comportamento sia diventato necessario.

📖 La fame nel cuore
Un libro sulle storie che possono nascondersi dietro la fame.

Quando si parla di immagine corporea, spesso si pensa a una domanda molto semplice:"Ti piaci oppure no?"In realtà, la ri...
07/08/2026

Quando si parla di immagine corporea, spesso si pensa a una domanda molto semplice:
"Ti piaci oppure no?"
In realtà, la ricerca ci dice che l'immagine corporea è un costrutto molto più complesso.
Mi piace immaginarla come un prisma.
Se lo osserviamo da una sola faccia, vediamo un'unica immagine. Ma basta ruotarlo perché emergano prospettive completamente diverse.
Anche l'immagine corporea funziona così.
🔹 C'è la valutazione del corpo. Quanto mi piace (o non mi piace) quello che vedo di me.
🔹 C'è l'investimento nell'aspetto. Quanto il mio corpo influenza il valore che attribuisco a me stesso e alla mia autostima.
🔹 C'è la percezione del corpo. Il modo in cui lo vedo e lo rappresento mentalmente, che non coincide con la realtà.
🔹 C'è l'esperienza corporea. Come mi sento nel mio corpo: a mio agio, in imbarazzo, libero, osservato, in conflitto...
🔹 E ci sono i comportamenti. Evitare lo specchio. Pesarsi continuamente. Nascondersi sotto vestiti larghi. Rinunciare a una giornata al mare. Cercare continuamente rassicurazioni.
Tutto questo fa parte dell'immagine corporea.
Per questo motivo, lavorare sull'immagine corporea non significa semplicemente imparare a piacersi di più.
Significa comprendere il rapporto che abbiamo costruito con il nostro corpo, nelle sue molteplici sfaccettature.
Perché due persone possono avere un corpo molto simile e vivere esperienze profondamente diverse.
E, al contrario, la stessa persona può imparare a vivere in modo diverso nello stesso corpo, ancora prima che quel corpo cambi.
📚 L'immagine corporea non è ciò che vediamo allo specchio. È il modo in cui percepiamo, interpretiamo e viviamo il corpo che abitiamo.

Ci sono comportamenti alimentari talmente diffusi da sembrare del tutto normali.Questo non significa che siano necessari...
05/08/2026

Ci sono comportamenti alimentari talmente diffusi da sembrare del tutto normali.
Questo non significa che siano necessariamente un disturbo alimentare.
Ma nemmeno che siano sempre innocui.
A volte vale la pena fermarsi e chiedersi: "Perché lo faccio?"
1. Mangiare molto in fretta. Può impedire di cogliere i segnali di sazietà e trasformare il pasto in qualcosa da "sbrigare" più che da vivere.
2. Pensare che avere sempre il controllo sull'alimentazione sia sinonimo di salute. Monitorare tutto ciò che si mangia o avere sempre un piano alimentare a cui attenersi per non "sbagliare" serve più ad allontanare la paura del cibo che a vivere un rapporto sereno con lo stesso.
3. Sentirsi in colpa dopo aver mangiato alcuni alimenti. Non è il cibo a essere "sbagliato". Quando un alimento genera sistematicamente senso di colpa, forse il problema riguarda gli apprendimenti che gli abbiamo costruito attorno.
4. Mangiare senza accorgersi di avere fame. Per abitudine, per noia, perché "è l'ora"... oppure, al contrario, arrivare sempre affamatissimi a tavola. Entrambe le situazioni possono riflettere una difficoltà nell'ascoltare i segnali del corpo.
5. Rimandare il momento di mangiare anche quando il corpo ne avrebbe bisogno. Ignorare ripetutamente fame, stanchezza o bisogno di una pausa può portare, col tempo, a perdere il contatto con i propri stati interni.
Questi comportamenti, da soli, non dicono nulla sulla presenza di un disturbo.
Ma possono essere un invito a osservare con maggiore curiosità il proprio rapporto con il cibo.
Perché, a volte, ciò che ci fa soffrire non è cosa mangiamo, ma come abbiamo imparato a stare a tavola.

💌Lavoro online con donne che vivono abbuffate, vergogna corporea o un rapporto doloroso con il cibo.

Quando si parla di lipedema, l'attenzione si concentra quasi sempre sui sintomi fisici: dolore, pesantezza, gonfiore e d...
03/08/2026

Quando si parla di lipedema, l'attenzione si concentra quasi sempre sui sintomi fisici: dolore, pesantezza, gonfiore e difficoltà a ridurre il volume degli arti.
Eppure una recente revisione della letteratura pubblicata su Eating and Weight Disorders (Dionisi et al., 2024) mette in luce un aspetto spesso trascurato: l'impatto del lipedema sull'immagine corporea e sul benessere psicologico.
Questo non dovrebbe sorprenderci.
Per molte donne il problema non è soltanto convivere con una malattia cronica.
È convivere con un corpo che, per anni, è stato interpretato – dagli altri e spesso anche da sé stesse – come il risultato di poca volontà, scarso impegno o "cattive abitudini".
L'immagine corporea non riguarda soltanto il piacersi allo specchio.
Riguarda il significato che attribuiamo al nostro corpo.
Lo viviamo come un alleato?
Come un nemico?
Come qualcosa da nascondere?
Come la prova di un nostro fallimento?
Lo studio evidenzia come il lipedema possa compromettere non solo la qualità di vita, ma anche il modo in cui la persona percepisce e vive il proprio corpo.
Ed è proprio per questo che la presa in carico non dovrebbe limitarsi ai soli aspetti medici.
Prendersi cura dell'immagine corporea non significa lavorare sull'estetica.
Significa aiutare una persona a non ridurre il proprio valore al corpo che abita.
📚 Riferimento Dionisi A. et al. (2024). Body Image and Quality of Life in Patients with Lipedema: A Systematic Review. Eating and Weight Disorders.

Ognuno dei miei libri risponde a domande diverse ai temi del rapporto col cibo e col proprio corpo."La vita oltre il pes...
31/07/2026

Ognuno dei miei libri risponde a domande diverse ai temi del rapporto col cibo e col proprio corpo.
"La vita oltre il peso", per esempio, è stato il primo libro che ho deciso di scrivere.
Ha un'impronta decisamente pragmatica e penso sia per questo motivo che, ad oggi, rimane il più acquistato fra i tre.
In esso parlo di alimentazione emotiva, di perdita di peso sostenibile, di approccio alla bilancia, di rapporto coi pensieri sabotanti...
ma soprattutto parlo di come il mindset più utile a perdere peso non sia lo stesso che invece risulta propizio al mantenimento dello stesso. Sebbene sembri ovvio che una persona non possa semplicemente "stare a dieta tutta la vita", infatti, è altrettanto vero che pochissima attenzione viene dedicata al "dopo", ossia a quando la persona deve imparare a convivere col suo nuovo peso.
Per questo, a distanza di anni, "La vita oltre il peso" risulta ancora un libro innovativo e unico nel suo genere.

Ogni volta che vedo certe pubblicità o alcuni sistemi di marketing (guarda caso piramidale!) legati al dimagrimento, all...
11/07/2026

Ogni volta che vedo certe pubblicità o alcuni sistemi di marketing (guarda caso piramidale!) legati al dimagrimento, alla bellezza o al "cambiamento di vita", non mi colpiscono tanto i prodotti.
Mi colpisce la storia che raccontano.
Una storia che spesso suona così:
"Prima ero una persona insicura."
"Prima ero invisibile."
"Prima mi vergognavo."
"Prima ero solo..."
"Poi ho scoperto questo percorso e sono rinata."
Non è il prodotto il protagonista.
È il "prima" che viene svalutato.
Ed è qui che, da psicologa, mi fermo a riflettere.
Perché molte persone che convivono con la vergogna corporea passano già anni a pensare di essere "un prima" da correggere.
E quando incontrano qualcuno che gli promette una nuova versione di loro, non gli stanno offrendo soltanto un integratore, una crema o un'attività.
Gli stanno offrendo una storia.
Una storia in cui finalmente possono sentirsi abbastanza.
Il problema è che, se il tuo valore dipende dall'essere diventata una persona diversa, allora il messaggio implicito resta sempre lo stesso:
"Prima non andavi bene."
E questa è la stessa convinzione che alimenta la vergogna.
La vergogna non guarisce quando sostituiamo un criterio con un altro.
Non guarisce se passiamo da:
"Valgo quando dimagrisco."
a
"Valgo quando vendo."
o
"Valgo quando ho successo."
Guarisce quando iniziamo a mettere in discussione l'idea stessa che il nostro valore debba essere continuamente dimostrato.
Ed è proprio per questo che queste forme di marketing attecchiscono spesso in situazioni di fragilità. Perché sebbene il motivo di attrazione possa essere economico, il gancio non è mai casuale...
Ma il cambiamento non è diventare una persona nuova.
È smettere di trattare quella che siamo state (o che ancora siamo) come qualcuno da rinnegare.

Non tutte le forme di vergogna sono uguali.Esiste una vergogna che non consiste nel pensare: "Mi vergogno."Consiste nel ...
07/07/2026

Non tutte le forme di vergogna sono uguali.
Esiste una vergogna che non consiste nel pensare: "Mi vergogno."
Consiste nel sentire: "Sono sbagliato."
In psicologia viene spesso definita vergogna nucleare (core shame).
La differenza è fondamentale.
Una persona che riesce a mentalizzare può dire:
"In questo momento provo vergogna."
La vergogna è un'esperienza interna, dolorosa ma transitoria, che può essere osservata e compresa.
Quando invece questa capacità non si sviluppa adeguatamente, lo stato emotivo viene vissuto come una realtà assoluta.
Non è più:
"Mi sento rifiutato."
Diventa:
"Sono rifiutabile."
Non è più:
"Provo vergogna."
Diventa:
"Faccio schifo."
Perché succede?
La capacità di riflettere sui propri stati mentali non nasce spontaneamente.
Si costruisce nelle relazioni precoci, quando un adulto riconosce, dà un nome e aiuta il bambino a comprendere ciò che sta vivendo.
Se, al contrario, il caregiver invalida, umilia, spaventa, ignora o confonde gli stati emotivi del bambino, questa funzione riflessiva può svilupparsi con difficoltà.
L'emozione non viene più vissuta come qualcosa che passa.
Diventa ciò che la persona pensa di essere.
Paradossalmente, questo ha anche una funzione adattiva.
Per un bambino è molto meno spaventoso credere:
"Sono io il problema."
che pensare:
"La persona da cui dipendo è imprevedibile, pericolosa o incapace di proteggermi."
La prima spiegazione conserva il legame di attaccamento.
La seconda lo mette in crisi.
È un compromesso che permette di sopravvivere psicologicamente.
Molti adulti continuano inconsapevolmente a vivere dentro questo schema.
Ed è qui che il rapporto con il corpo può diventare doloroso.
La vergogna corporea, infatti, a volte non nasce dal corpo.
Il corpo diventa semplicemente il luogo in cui una vergogna molto più antica trova finalmente un contenitore.
Per questo, in alcuni casi, dimagrire non basta.
Perché ciò che cambia è il corpo.
Non l'identità costruita intorno alla convinzione di essere, nel profondo, "sbagliati".

Tre libri. Tre modi di guardare lo stesso problema.A volte mi chiedono quale dei miei libri consiglio di leggere per pri...
04/07/2026

Tre libri. Tre modi di guardare lo stesso problema.
A volte mi chiedono quale dei miei libri consiglio di leggere per primo.
La risposta è che non sono tre libri uguali. E nemmeno tre libri che ripetono le stesse cose.
In un certo senso raccontano anche la mia evoluzione come psicologa.
📘 La vita oltre il peso nasce dall'esigenza di aiutare le persone a comprendere e modificare i comportamenti che mantengono il problema: le abbuffate, il rapporto con la bilancia, la fame emotiva, i pensieri sabotanti, l'immagine corporea. È un libro molto pratico, costruito sulle conoscenze che hanno guidato per anni il mio lavoro clinico.
📗 La fame nel cuore prova a rispondere a una domanda diversa: perché alcune strategie sembrano non bastare? Qui il focus si sposta sul significato del comportamento alimentare, sui bisogni emotivi, sulle relazioni e su ciò che il cibo può rappresentare nella vita di una persona.
📙 L'inganno di Venere affronta invece uno degli aspetti che più spesso accompagnano l'obesità, ma che troppo spesso viene trattato come secondario: l'immagine corporea. Perché non basta perdere peso per imparare davvero a sentirsi nel proprio corpo.
Oggi il mio lavoro continua ad andare in quella direzione: integrare sempre di più la psicologia del trauma, dell'attaccamento e della regolazione emotiva nella comprensione dell'obesità.
Non perché ciò che ho scritto prima fosse "sbagliato". Ma perché ogni esperienza clinica, ogni studio e ogni paziente mi hanno insegnato a vedere nuovi livelli di complessità.
Credo che la cosa più bella del mio lavoro sia proprio questa: continuare a imparare.

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