23/07/2026
Se nel 2009 non ci fosse stato il terremoto dell'Aquila, probabilmente oggi non lavorerei con i bambini.
È una frase che ogni tanto mi capita di pensare.
All'epoca ero una studentessa di Psicologia e stavo cercando dove iniziare il tirocinio.
Poi arrivò il terremoto.
Per qualche mese lasciai L'Aquila e mi trasferii sulla costa. Un'amica mi convinse a partecipare come educatrice a un progetto educativo dedicato ai bambini nei campi che ospitavano le famiglie sfollate.
Accettai.
Senza immaginare che quella scelta avrebbe cambiato il mio percorso professionale.
Fu lì che conobbi una specializzanda in Neuropsichiatria Infantile. Mi parlò del reparto, del lavoro con i bambini e mi invitò a fare il tirocinio con loro.
Per una serie di coincidenze, quella che sembrava solo la soluzione più semplice diventò l'inizio di una storia lunga quasi dieci anni.
Tra tirocinio, volontariato e lavoro, la Neuropsichiatria Infantile è diventata la mia seconda casa.
Eppure, c'era qualcosa che non tornava.
Lavoravo con i bambini, ma nelle sedute mi sentivo spesso senza una bussola.
Avevo studiato, osservato colleghi straordinari, imparato da medici, terapeuti cognitivo-comportamentali, psicoanalisti...
Ma quando chiudevo la porta dello studio e rimanevo sola con un bambino, mi capitava di chiedermi:
"Sto facendo davvero terapia... o stiamo solo giocando?"
Nel frattempo continuavo a formarmi, iniziavo la scuola di specializzazione, lavoravo anche con gli adulti.
Molti mi dicevano che, prima o poi, avrei dovuto scegliere.
Bambini o adulti.
Ma io quella scelta non riuscivo, anzi non volevo, farla.
Finché incontrai la Gestalt Play Therapy.
Ricordo ancora la sensazione.
Non fu quella di imparare semplicemente un nuovo metodo.
Fu la sensazione, rarissima, di aver finalmente trovato un posto in cui tutto quello che avevo imparato fino a quel momento aveva finalmente un senso.
Per la prima volta non dovevo scegliere tra il rigore clinico e il gioco.
Tra la relazione e la tecnica.
Tra la terapeuta degli adulti e quella dei bambini.
Potevano convivere.
E io potevo essere autenticamente me stessa.
Da allora, ogni volta che accompagno un collega nel Training, non penso tanto a un percorso di formazione.
Penso a quella giovane terapeuta che usciva dalle sedute piena di dubbi, chiedendosi se fosse abbastanza.
Se oggi racconto la Gestalt Play Therapy con tanto entusiasmo, non è perché credo esista un metodo perfetto.
È perché conosco la differenza tra lavorare cercando continuamente di capire cosa fare...
e lavorare sentendo finalmente di aver trovato il mio modo di essere terapeuta.
❤️ E forse è questo il regalo più grande che una formazione possa fare: non dirti che terapeuta devi diventare, ma aiutarti a trovare il tuo modo di esserlo.
Forse questa storia non parla solo di me.
Forse parla anche di te.
Di quando senti di avere competenze, esperienza e tanta voglia di fare bene il tuo lavoro... ma ti manca ancora un modello nel quale sentirti davvero a casa.
Di quando esci da una seduta con un bambino e ti chiedi se stai andando nella direzione giusta.
Di quando non cerchi semplicemente nuove tecniche, ma un modo di integrare ciò che già sei con ciò che desideri diventare come terapeuta.
Se è così, forse vale la pena conoscere il Training in Gestalt Play Therapy.
Non perché sia la strada giusta per tutti.
Ma perché potrebbe esserlo per te, così come lo è stata per me.
📍 Le iscrizioni sono aperte e, fino al 25 luglio, è possibile accedere al percorso con la quota Early Bird.
Se hai voglia di sapere qualcosa in più sul Training trovi il link nel primo commento.