16/05/2026
La medicina generale non può diventare una “specialità” senza ridefinire immediatamente e nello stesso decreto il concetto di equipollenza e affinita’ con altre discipline
di Marco Nardelli
Nel dibattito attuale sulla trasformazione del Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale in una vera scuola di specializzazione universitaria, esiste un punto che appare quasi ignorato ma che in realtà rappresenta il cuore culturale dell’intera riforma: il sistema delle equipollenze e delle discipline affini.
Non possiamo pensare di creare una scuola di specializzazione in medicina generale mantenendo inalterato un impianto normativo costruito su una visione ormai superata della disciplina. Il riferimento inevitabile è il decreto ministeriale sulle discipline equipollenti e affini rimaneggiato moltissime volte nel corso degli anni. Oggi però il contesto è radicalmente cambiato.
La medicina generale è da anni riconosciuta internazionalmente come disciplina indipendente, con un proprio corpus scientifico, un proprio metodo clinico, proprie competenze specifiche e propri percorsi formativi dedicati. Nella maggioranza dei sistemi sanitari avanzati, la family medicine rappresenta una specialità autonoma, non una derivazione semplificata della medicina ospedaliera. Eppure il decreto in fase di studio, per come è stato impostato nelle bozze circolate, continua a prevedere equipollenze quantomeno bizzarre, che spaziano dalla pneumologia alla nefrologia, come se la gestione di un organo o di un apparato potesse automaticamente sostituire la complessità clinica della medicina generale. Questo approccio non tiene conto né delle evidenze internazionali né della storia della medicina.
La medicina generale non è la somma di tante micro specialità ospedaliere. È una disciplina trasversale costruita sulla gestione dell’incertezza diagnostica, della multimorbilità, della continuità assistenziale, della medicina di iniziativa, della prevenzione, della gestione familiare e comunitaria del paziente. Ridurre tutto questo a una generica intercambiabilità tra specialità significa demolire il fondamento culturale stesso della professione.
Naturalmente bisogna distinguere il piano culturale da quello emergenziale.
È evidente che, in presenza di gravi carenze assistenziali, il sistema debba potersi dotare di strumenti flessibili per evitare il collasso territoriale. Nessuno nega che in situazioni straordinarie possano essere previste soluzioni temporanee. Ma proprio per questo diventa essenziale chiarire la differenza tra “equipollenza” e “affinità”. L’equipollenza implica una sostanziale equivalenza formativa e culturale tra discipline. E oggi, realisticamente, l’unica branca realmente equipollente al Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale appare la scuola di specializzazione in Medicina di Comunità e Cure Primarie ed il vero obiettivo strategico dovrebbe essere la creazione di una scuola unica che fonda queste due realta’.
Diverso invece è il concetto di disciplina affine.
In casi emergenziali documentati, alcune specialità potrebbero essere considerate affini alla medicina generale per colmare temporaneamente vuoti assistenziali. Ma seguendo un criterio logico, scientifico e culturalmente coerente, le uniche branche realmente affini sono le specialistiche generaliste: medicina interna, geriatria e pediatria. E anche questo esclusivamente in presenza di carenze assistenziali documentate, nelle quali i professionisti formati specificamente per il territorio risultino oggettivamente irreperibili.
Non avrebbe alcun senso considerare “affine” alla medicina generale una branca ultra specialistica centrata su un singolo organo o apparato. Sarebbe una forzatura culturale prima ancora che normativa. Ed è fondamentale che queste eventuali affinità siano reciproche.
Se si sostiene che un internista possa temporaneamente svolgere attività di medicina generale in condizioni emergenziali, allora bisogna ammettere anche il principio inverso all’interno di percorsi organizzativi coerenti. Altrimenti non si parla di affinità, ma semplicemente di subordinazione culturale della medicina generale rispetto all’ospedale.
Il rischio è enorme. Perché un decreto costruito esclusivamente su logiche numeriche, target del PNRR e necessità organizzative immediate, ma privo di una solida base culturale, rischia di produrre nel tempo un devastante declino identitario della medicina generale italiana. E soprattutto rischia di trasmettere ai giovani medici un messaggio pericolosissimo: che la medicina generale non sia una vera disciplina autonoma, ma semplicemente uno spazio residuale occupabile da chiunque.
Sarebbe il colpo definitivo all’attrattività della professione. In tutto il mondo si sta andando verso il rafforzamento della family medicine come specialità autonoma. L’Italia non può imboccare la strada opposta proprio nel momento in cui finalmente discute la creazione di una scuola specialistica dedicata.
Una specializzazione senza identità culturale non rafforza una disciplina. La dissolve.
Francesco Rocca Ministero della Salute