Daniele Gargano Psicologo Psicoterapeuta

Daniele Gargano Psicologo Psicoterapeuta Daniele Gargano, psicologo e psicoterapeuta Italiano a Varsavia. Mi chiamo Daniele Gargano, psicologo e psicoterapeuta iscritto all'Albo della Regione Marche.

Sono specializzato in psicoterapia cognitivo comportamentale presso l'ITC di Padova, un metodo basato su evidenze scientifiche particolarmente efficace nel trattamento dei disturbi psicologici più diffusi. La mia esperienza lavorativa è eterogenea. In dieci anni di attività mi sono formato nel settore psichiatrico, nel settore scolastico e dell'educazione speciale dove mi sono occupato di autismo

e disabilità presso il servizio sanitario nazionale, scuole pubbliche ed enti privati. Attualmente vivo e lavoro a Varsavia, città cosmopolita ed in forte espansione, dove continuo ad esercitare la professione privatamente, nelle scuole, con adulti e famiglie dove si incontra la multiculturalità. Questa mia esperienza lavorativa e personale mi ha permesso di approfondire le tematiche che riguardano gli espatriati e di ve**re a conoscenza delle difficoltà della vita quotidiana di chi vive in condizioni anche estremamente diverse da quelle di origine, scoprendo le proprie vulnerabilità e debolezze. Attualmente mi occupo di ansia, depressione, attacchi di panico,difficoltà di adattamento, momenti di crisi, difficoltà di coppia, problemi interculturali, lutti, disturbi della condotta, genitorialità ed educazione, handicap, separazioni e divorzi, paternità. Ricevo nel mio studio a Varsavia presso ul. Lekarska 3 ed online con i clienti più lontani.

Se lo incontri fuori casa, vedi una persona impeccabile. Saluta tutti, è gentile, disponibile, sempre sorridente. Va d’a...
05/03/2026

Se lo incontri fuori casa, vedi una persona impeccabile. Saluta tutti, è gentile, disponibile, sempre sorridente. Va d’accordo con chiunque. Le persone lo descrivono come educato, equilibrato, sicuro di se. Nessuno vede oltre l'apparenza, oltre il suo sorriso, solo chi abita nella sua stessa casa sa che la sua sicurezza e' figlia del controllo.
Nella sua casa succede l'invisibile. Quando non riesce a controllare e vuole controllare. Gli hai detto quel che pensavi di lui, delle sue mancanze di rispetto, di quello che non va... e adesso lui ti ignora.
Fai una domanda e non ricevi risposta. Chiedi cosa sta accadendo e trovi il vuoto. Provi a spiegarti, a chiarire, a tendere la mano… ma dall’altra parte c’è solo silenzio. Ma non è un silenzio neutro, non è una pausa per calmarsi. È un silenzio che esclude. Un silenzio che punisce.
Cerchi il suo sguardo. Cerchi un segnale. Arrivi persino a scusarti senza sapere esattamente per cosa. Mostri le tue emozioni, provi a farti vedere vulnerabile, sperando che questo riapra il dialogo. Ma non succede nulla. Il silenzio può durare ore, a volte giorni, settimane, in alcuni casi... mesi. E più dura, più ti destabilizza.
A tratti quel silenzio si interrompe. Se suona il telefono, risponde con tono normale. Se qualcuno bussa alla porta, sorride. Se è in mezzo agli altri, appare presente, comunicativo, perfettamente funzionante. Come se nulla fosse accaduto. Poi la porta si richiude e, una volta soli, torna il gelo. L’assenza di dialogo, la negazione. Il silenzio e' solo per te.
Non è un conflitto. Nel conflitto c’è tensione, ma c’è scambio. Qui invece c’è cancellazione. E' una forma di abuso relazionale che va in una direzione precisa: esercitare controllo attraverso l’esclusione emotiva. Ti viene tolto il diritto di esistere nel dialogo. Non ti parlo non esisti.
E dal di fuori nessuno capisce. Spesso chi mette in atto il silenzio accusa te davanti agli altri, di essere una persona chiusa, di non voler parlare, di negare il confronto. Proietta ciò che sta facendo, così non solo vieni ignorato, ma vieni anche rappresentato come il problema.
Quando finalmente riconosci che si tratta di un meccanismo di controllo, non hai piu' energie, dipendente da quel momento in cui il silenzio si interrompe e tutto sembra tornare normale. Ti illudi che qualcosa sia cambiato solo perche' la cinghia che avevi attorno al collo e' stata allentata.
Ti insegna a vedere come un sollievo, come un premio, quella che in una relazione sana e' la normalita'. E tu ti prosciughi. E pian piano inizi a capire che, il silenzio punitivo non è incapacità di comunicare. È una scelta. È un modo per affermare superiorità, controllo, per farti sentire in difetto.
Ti chiedevi come fa a farlo... adesso lo sai... non sente nulla. Non ha empatia, non sente il dolore che causa, non si ferma fino a che non ha fatto il pieno del tuo stare male.
Se stai vivendo una situazione di silenzio punitivo, non rispondere con altro silenzio. Rispondi cercando aiuto. Parla con qualcuno di cui ti fidi, dai un nome a ciò che sta accadendo. Non meriti neanche un minuto di questa tortura psicologica.
L’amore parla sempre, anche quando è arrabbiato.
Mentre chi ti controlla tramite il silenzio ha un disturbo grave.

Nelle relazioni con persone che presentano un Disturbo Narcisistico di Personalità emerge spesso una dinamica ricorrente...
26/02/2026

Nelle relazioni con persone che presentano un Disturbo Narcisistico di Personalità emerge spesso una dinamica ricorrente e profondamente destabilizzante: l’uso sistematico della minaccia di separazione ogni volta che si apre un conflitto.

La scena è quasi sempre la stessa. Il partner esprime un disagio, formula una richiesta, mette un limite, oppure prova a discutere un comportamento che lo ha ferito. La risposta non è un confronto, non è un tentativo di comprendere o riparare. È una frase netta, improvvisa, apparentemente definitiva:

“Se la pensi così, allora è meglio separarci.”
“Forse non siamo fatti per stare insieme.”
“Non possiamo continuare così.”

In letteratura questo comportamento viene spesso descritto come jeopardizing the relationship: mettere deliberatamente a rischio la relazione come forma di difesa o di controllo. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di una decisione realmente ponderata di chiudere il legame. È piuttosto una strategia relazionale che si attiva nel momento in cui il conflitto viene vissuto come intollerabile.

Per comprendere questo meccanismo bisogna considerare che, nel funzionamento narcisistico, il conflitto non è percepito come un normale confronto tra due soggettività differenti. Non è un’occasione di crescita o di chiarimento. È vissuto come una ferita, una messa in discussione del proprio valore, un attacco all’identità. Anche una critica moderata può essere sentita come umiliante. Anche una richiesta legittima può essere percepita come svalutante.

Di fronte a questa esperienza interna così destabilizzante, la persona con tratti narcisistici fatica a tollerare la frustrazione, a riconoscere la propria quota di responsabilità e a sostare nell’ambivalenza del confronto. La via più rapida per interrompere la tensione è minacciare la rottura. In questo modo il campo relazionale viene azzerato e il senso di vulnerabilità viene immediatamente trasformato in una posizione di potere.

La minaccia di separazione svolge diverse funzioni psicologiche. Innanzitutto ripristina il controllo: se la relazione finisce per mia decisione, non sono io a essere rifiutato. Inoltre ribalta i ruoli: il partner, colto di sorpresa e spaventato dalla possibilità concreta della perdita, tende a ritirarsi, a minimizzare il proprio disagio, talvolta a scusarsi per aver “creato il problema”. Infine, la minaccia evita il confronto emotivo profondo: non è più necessario discutere il contenuto del conflitto, perché l’attenzione si sposta sulla sopravvivenza stessa della relazione.

Il problema concreto — la ferita, la delusione, il bisogno non ascoltato — resta così irrisolto. E proprio questa è la conseguenza più grave: l’assenza di un reale processo riparativo. Una relazione adulta e matura si fonda sulla capacità di attraversare il conflitto, riconoscere le responsabilità reciproche, tollerare il disagio e costruire una riparazione. Quando invece ogni tensione viene neutralizzata con la minaccia della fine, la coppia non cresce. Rimane bloccata in uno schema ripetitivo.

Sul partner gli effetti sono profondi. Si sviluppa un’ansia costante: ogni discussione può trasformarsi nell’ultima. Si attiva progressivamente un meccanismo di autocensura: per evitare l’abbandono si smette di esprimere bisogni e limiti. Subentra un senso di colpa sottile ma persistente, come se il semplice fatto di parlare fosse la causa della crisi. Nel tempo possono emergere insicurezza, perdita di autostima, iperattivazione emotiva e una crescente paura di restare soli.

La relazione diventa un terreno instabile, dove la sicurezza è sempre revocabile. Si crea un ciclo che si ripete: nasce un conflitto, la persona narcisistica vive una ferita, minaccia la separazione, il partner si ritira per salvare il legame, segue una riappacificazione apparente, e poi la tensione ritorna. Nulla viene davvero elaborato. Nulla viene trasformato.

È importante distinguere tra una crisi autentica — in cui la separazione viene considerata dopo un percorso di riflessione, tentativi di riparazione e consapevolezza reciproca — e l’uso impulsivo e ricorrente della separazione come arma relazionale. Nel secondo caso, la frase “dobbiamo separarci” non esprime una scelta matura, ma una difesa contro il confronto e contro la vulnerabilità.

Finché questo meccanismo non viene riconosciuto e affrontato, spesso in un percorso terapeutico profondo, la relazione resta intrappolata in una dinamica distruttiva. Senza la capacità di restare nel conflitto, di tollerare la frustrazione e di riparare, l’amore diventa condizionato dalla paura. E il partner finisce per vivere con una domanda silenziosa e costante: se dico ciò che sento, perderò la relazione?

È in quella domanda che, lentamente, si consuma la stabilità del legame.

Il controllo coercitivo: quando l’affetto diventa prigione invisibileIl controllo coercitivo (coercive control) è una fo...
29/12/2025

Il controllo coercitivo: quando l’affetto diventa prigione invisibile

Il controllo coercitivo (coercive control) è una forma di violenza psicologica che non arriva con colpi o urla, ma con una presenza costante che avvolge e soffoca. È fatto di strategie ripetute di dominio, manipolazione e limitazione della libertà, che nel tempo plasmano i confini dell’altro. Non serve alzare la voce: basta orientare i gesti, controllare il ritmo della giornata, mettere mano alle scelte.
Non lascia lividi sulla pelle, ma può scavarne dentro, a poco a poco, nella percezione di sé, nell’autostima, nella fiducia che una persona ripone nelle proprie possibilità. Il corpo resta intatto, ma il modo di respirare cambia.

Questo fenomeno è riconosciuto nelle relazioni di coppia, ma può emergere anche nella famiglia, soprattutto nel rapporto genitore-figlio. Qui la distinzione diventa sottile: un genitore guida, sostiene, accompagna; ma quando la sua guida diventa invadenza, quando la protezione diventa impossibilità di movimento, la preoccupazione sorveglianza, allora la cura perde il suo volto originario e ne assume un altro, quello del controllo.

Può manifestarsi nell’invasione costante, nella limitazione delle scelte, nel far leva sulla vergogna, nel vincolare le relazioni e i contatti con l’esterno, nel suggerire implicitamente che senza il genitore il figlio non sia al sicuro, forse nemmeno capace.
E così, senza accorgersene, chi è controllato inizia a pensare che cedere pezzi della propria autonomia sia il prezzo naturale dell’amore ricevuto.

In questo clima, frasi come “Lo faccio per il tuo bene”, “Sono un genitore, so cosa è meglio per te”, “Fidati solo di me” diventano ancore che sembrano rassicurare ma, allo stesso tempo, impediscono di salpare davvero.

Il controllo coercitivo nel rapporto genitore-figlio

L’amore genitoriale ha una reputazione forte: dovrebbe proteggere, accudire, vigilare. Eppure, quando la protezione diventa invasione, il figlio può crescere con la convinzione di non essere mai abbastanza autonomo, mai abbastanza competente, mai abbastanza pronto.
Inizia a pensare che ogni scelta vada giustificata, che la privacy sia sospetta, che chiedere uno spazio personale equivalga a un tradimento. Così, poco alla volta, l’identità si costruisce non su ciò che si è, ma su ciò che non si deve deludere.

Il telefono come strumento di controllo

Nel mondo di oggi, lo smartphone rappresenta una parte della vita del figlio: amicizie, messaggi, esplorazioni, primi tentativi di indipendenza. È comprensibile allora che diventi un terreno delicato.
Quando un genitore pretende di avere accesso completo al telefono, quando chiede la posizione per controllare, quando interpreta il silenzio come disinteresse, quando decide quali relazioni siano accettabili, il messaggio sottostante è chiaro: “La tua autonomia dipende da me.”
Il figlio allora impara a rispondere non per comunicare, ma per non far soffrire l’altro; impara a evitare conflitti più che a costruire confini; impara a proteggere i sentimenti del genitore più dei propri.
E c’è un costo: l’indipendenza viene rimandata, la fiducia in sé stessi rallenta, la libertà di esplorare il mondo diventa un terreno incerto.

Le conseguenze nel tempo

Nel lungo periodo, il controllo coercitivo può portare ansia, ipervigilanza, difficoltà nel percepire i propri confini, paura dell’autonomia, vergogna per i desideri personali e una continua oscillazione tra dipendenza emotiva e fuga.
Chi è cresciuto sotto controllo coercitivo può ripetere il modello nelle relazioni future: cercare partner che controllano o diventare a sua volta controllante. Non perché lo voglia, ma perché è il linguaggio affettivo che ha imparato per primo, quando ancora non sapeva dargli un nome.

Come si interrompe il ciclo

Spezzare questo meccanismo richiede un primo passo semplice da dire e difficile da compiere: riconoscere che il controllo non è amore.
La cura sostiene e rende più forti; il controllo coercitivo trattiene, restringe, definisce il figlio non per quello che è, ma per quanto obbedisce.
Una relazione sana tra genitore e figlio non elimina la guida, ma la distribuisce nel tempo: lascia spazio alla privacy, permette l’errore, rispetta i confini, sa farsi da parte quando è il momento. Non significa non avere paura per il figlio, ma imparare a convivere con quella paura senza soffocarlo.

Conclusione

Il controllo coercitivo non si riconosce da un gesto isolato, ma dalla traiettoria invisibile che, giorno dopo giorno, restringe la libertà psicologica dell’altro.
Nel rapporto genitore-figlio, può mascherarsi da premura, da protezione, da attenzione. Ma il messaggio sottostante rimane lo stesso:
“Tu non sei abbastanza senza di me.”
Riconoscerlo è il primo atto di libertà.
Il secondo è restituire al figlio ciò che gli appartiene fin dall’inizio: la possibilità di diventare qualcuno che non sia una copia di nessuno.

La campagna diffamatoriaImmagina di affrontare questa situazione: una discussione con una tua amica, oppure con una pers...
14/12/2025

La campagna diffamatoria

Immagina di affrontare questa situazione: una discussione con una tua amica, oppure con una persona che conosci relativamente ma di cui hai stima. Lei ti dice che deve parlarti di una cosa seria e tu inizi a preoccuparti; ti metti in posizione di ascolto, di apertura. Durante la conversazione scoppia a piangere e ti dice che non ce la fa più, che sta attraversando un periodo difficile a causa degli abusi psicologici del suo compagno.

Tu resti di stucco, perché conosci lui e non ti aspetteresti mai da quella persona un comportamento del genere. Così ti metti in ascolto empatico, fai delle domande per capire la dimensione del fenomeno, da quanto va avanti. E scopri che gli abusi non sarebbero solo psicologici, ma anche fisici.

In quel momento cresce dentro di te una rabbia profonda, legata al desiderio di fare qualcosa, di ottenere giustizia. Cominci a provare sentimenti negativi verso quella persona, vorresti fargliela pagare in qualche modo. Ma la tua amica ti dice che la questione è troppo delicata, che nessuno deve sapere. Quella richiesta di aiuto resta a metà, non va fino in fondo.

A quel punto ti trovi davanti a un bivio.
Puoi decidere di credere a tutto ciò che hai ascoltato, allinearti a quella narrativa, accettarla e darla per vera, soprattutto alla luce delle cronache in cui gli uomini vengono spesso descritti come spietati Barbablù. Puoi chiamare una terza persona, un’amica in comune, e diffondere la notizia, far sì che la voce si sparga e che il maggior numero possibile di persone venga a conoscenza di quegli abusi. Tutti devono sapere cosa sta accadendo. Tutti devono preoccuparsi, dispiacersi, ma soprattutto deve essere chiaro a tutti chi è il mostro.

Ma potrebbe non andare così.

C’è una possibilità.
Hai letto articoli sul disturbo narcisistico di personalità e sai qualcosa che molti ignorano. Sai che i narcisisti utilizzano gli altri come fossero oggetti, per affermare se stessi. Ma quando le persone, che non sono oggetti, reagiscono a questo abuso, diventano i cattivi nella storia del narcisista. Sai che una persona con questo disturbo ha fallito l’incontro con l’altro e inizia a diffamare, proiettando sull’altro ciò che di sé non riesce ad accettare.

Di fronte a un racconto del genere ti rendi conto che la narrazione fa acqua da tutte le parti, ma l’emozione era vera, la persona era ferita. Che motivo avrebbe avuto di raccontare tante bugie riguardo a quell’abuso? La diffamazione non è solo un’aggressione: è una manovra di sopravvivenza psichica. Il narcisista diffama perché non può tollerare la vergogna del fallimento, deve controllare la narrazione per non crollare, ha bisogno di distruggere la persona che ha smascherato il suo falso Sé. E non si fermerà davanti a nulla.

Non è facile capire dove si trovi la verità in una situazione del genere. Si parla di campagna diffamatoria quando non esistono prove che la persona accusata abbia compiuto alcunché di male. In realtà, chiunque riceva una confessione di questo tipo dovrebbe chiedere delle evidenze prima di fare qualsiasi passo, ma nella pratica questo accade raramente.

Chiunque entri in una relazione con una persona affetta da disturbo narcisistico di personalità, prima o poi, rischia di finire al centro di una campagna diffamatoria che si svolge alle sue spalle. La diffamazione produce danni enormi: sociali, professionali, familiari, relazionali. Spesso chi la subisce se ne accorge solo dagli effetti. In alcuni casi non scopre nulla direttamente, ma viene informato da qualcuno coinvolto che intuisce cosa c’è dietro.

Chi ha avuto a che fare con narcisisti di tipo covert, probabilmente i più difficili da individuare, spesso intuisce subito che c’è un abuso, ma che si nasconde altrove: la persona che si presenta come vittima è in realtà il boia travestito.

Come si muove il narcisista in questi casi?

I narcisisti patologici devono diffondere la loro narrativa interiore e cercare continue conferme. Per questo si rivolgono a persone che, a loro avviso, possono reagire positivamente a quel racconto. Nel caso descritto, una narcisista covert per cercare maggiore successo raccontera' la sua storia a donne che hanno avuto relazioni difficili con la figura maschile.

Diventa terreno fertile chi ha avuto un padre psicologicamente o fisicamente violento, assente, alcolista, oppure un partner con caratteristiche simili. In ogni caso, la presenza di un conflitto irrisolto con la figura dell’altro sesso rappresenta un vero cavallo di T***a da sfruttare nella campagna diffamatoria.

Altre caratteristiche ricercate nell’interlocutore sono lo scarso senso critico, il bisogno di validazione, traumi irrisolti, bassa autostima, difficoltà cognitive: in altre parole, debolezze da sfruttare. In questi casi l’interlocutore diventa un enabler, che nel linguaggio popolare viene definito una “scimmia volante”.

Qual è la differenza?
Nel Mago di Oz, la Strega dell’Ovest indossa un cappello d’oro che le permette di comandare le scimmie volanti, che obbediscono in modo incondizionato grazie al suo strumento di potere. Quando si è coinvolti nella manipolazione di un narcisista, si è sotto il controllo delle sue parole e della sua distorsione della realtà.

La “scimmia volante” è l’immagine pop che indica chi non si ribella alla manipolazione, ma si presta al gioco in modo acritico. Enabler è un termine più tecnico e indica le persone che, senza rendersene conto, rendono possibile l’abuso. Possono essere persone buone, manipolate anche solo per un breve periodo, che finiscono anche inconsapevolmente per fare il gioco dell’abusante.

Quanto è grande il fenomeno?

Smascherare una manipolazione di questo tipo non e' cosa semplice, la maggior parte di queste storie restano sommerse ma ci sono dati che mettono in evidenza una "tendenza diffusa". Lavorando con l'abuso narcisistico mi trovo spesso a che fare con persone che sono state accusate di vari crimini, ma successivamente il loro caso e' stato archiviato. La lotta di queste persone e' quella di ricostruire la propria immagine, in immagine che spesso e' stata distrutta da accuse infondate, il cui peso resta. È possibile trovare online i dati relativi ai casi di violenza archiviati, cioè quelli in cui non si è proceduto penalmente. Si tratta per lo più di casi che coinvolgono uomini e il tasso di archiviazione è molto alto. Esistono crimini di cui le donne sono vittime, ma purtroppo esiste anche un numero significativo di false accuse rivolte contro uomini in momenti particolarmente delicati della loro vita, come durante un divorzio.

Queste accuse gettano lunghe ombre sull’esistenza di una persona, generando ansia, depressione, perdita del lavoro e delle relazioni sociali, e in alcuni casi il suicidio. A mio avviso la violenza non ha genere e tutte le persone devono essere difese da ogni sua forma.

Diffamazione, calunnia e maldicenza sono strumenti tipici di alcuni disturbi. Anche se per qualcuno si tratta “solo di parole”, sono comportamenti che possono avere conseguenze devastanti nella vita di persone innocenti.

Il litigio con un narcisista – Cosa accade davveroQuando due persone litigano in una relazione sana, c’è un confronto ve...
29/10/2025

Il litigio con un narcisista – Cosa accade davvero
Quando due persone litigano in una relazione sana, c’è un confronto vero. Le emozioni si accendono, sì, ma con lo scopo di trovare un nuovo equilibrio. Si litiga per capirsi meglio, non per distruggersi.
Le coppie che sanno litigare conoscono i confini: sanno che non si tratta di vincere o perdere, ma di rimettere in ordine le cose, insieme.
Con un narcisista patologico, invece, non funziona così.
Per lui il litigio non è un confronto, è una guerra.
Non ascolta per capire, ascolta per colpire.
Usa il conflitto come un campo di battaglia su cui riversare tutto ciò che non riesce a sopportare di sé, proiettandolo addosso all’altro.
Nel suo mondo, non esistono due punti di vista.
Esiste solo chi ha ragione (lei/lui) e chi lo minaccia (tu).
Una persona equilibrata, di fronte a un problema, mette in luce ciò che non va.
Il narcisista no: la critica lo destabilizza, lo fa vacillare perché tocca la sua fragile immagine interna. Non riesce a mettersi in discussione.
Ogni osservazione diventa un’aggressione, ogni parola un’offesa personale.
E allora reagisce come se fosse in pericolo di vita: scatta, urla, fugge, manipola, ribalta la situazione.
Il risultato? Nessuna crescita, nessun chiarimento. Solo macerie emotive.
Poi arriva la seconda fase: la ricostruzione della sua narrativa.
Deve sistemare la storia in modo da uscirne pulito.
Tu diventi “l’abusante”, “il folle”, “quello che l’ha ferito”.
Parte la campagna diffamatoria: racconti, mezze verità, pettegolezzi.
Il copione è sempre lo stesso: chiunque osi metterlo in discussione — genitori, fratelli, ex, amici — viene trasformato nel cattivo del film.
Le conseguenze
Essere assertivi con un narcisista ha un effetto boomerang.
Paghi per esserti espresso, per aver detto la tua verità.
E intanto la tua reputazione viene messa in discussione, logorata da voci e interpretazioni distorte.
A quel punto resta una sola mossa: capire con chi hai a che fare e creare distanza.
Ma anche quella distanza diventa materiale per la sua narrativa: “Mi sta isolando, mi sta abbandonando, guarda come mi tratta!”.
Il narcisista si autoalimenta nelle sue fantasie di vittima.
Ogni tuo gesto diventa una prova del suo racconto distorto.
Ed è qui che serve forza.
Non quella che esplode, ma quella che sceglie di non giocare più la partita.
La forza di restare lucido, di non spiegarti più a chi non vuole capire. La forza di ricostruirti te stesso, pezzo dopo pezzo.
Perché in questo caso l'unico modo di andare avanti è smettere di combattere con chi vuole solo distruggere.

La tua relazione è al sicuro?Nel 2013 mi trasferii a Varsavia. La capitale stava letteralmente esplodendo: attirava pers...
19/10/2025

La tua relazione è al sicuro?
Nel 2013 mi trasferii a Varsavia. La capitale stava letteralmente esplodendo: attirava persone da tutta Europa e oltre. Aprire una propria attività o trovare lavoro era relativamente facile, e il successo fortemente incentivato per chi avesse voglia di darsi da fare.
Per me, che sono psicoterapeuta, si stava aprendo la possibilità di lavorare in ambiti che in Italia erano solo un sogno. Mi trovavo di fronte a una popolazione eterogenea, con bisogni e background molto diversi, potevo finalmente lavorare su più fronti.
Ricevevo clienti da ogni parte del mondo, e tutto ciò che sapevo andava rivisto in relazione al loro contesto culturale. La terapia di coppia fu una scoperta: la città era piena di coppie interculturali, e in poco tempo iniziai a vedere le stesse dinamiche ripetersi negli amori che fioccavano tra culture diverse.
All’inizio avevo un concetto piuttosto ingenuo in testa: pur conoscendo la dura verità, una parte di me vedeva la terapia di coppia come un percorso per “aiutare le persone a stare insieme”. Per farla breve, a distanza di dodici anni, circa il 70% delle coppie con cui ho lavorato si sono separate durante o dopo la terapia. Un 20% ha lavorato su cio’ che voleva realmente, pur tenendo a bada delle “mine” sempre pronte a esplodere. Un 10% credo si ritroverà anche nella prossima vita — e forse resterà insieme fino alla fine dei tempi.
All’inizio mi chiesi se questo risultato non dipendesse da me, un tarlo che rosicava… e se fossi in qualche modo io la causa delle separazioni. La risposta era sì. Il mio studio — che poi divenne anche virtuale — non era altro che una sorta di “camera di accelerazione temporale”, una macchina del tempo psicologica.
Come in informatica, la terapia era uno strumento di debug: metteva in evidenza tutte quelle criticità che prima o poi avrebbero fatto saltare l’intero campo minato. Il mio lavoro, come sempre, era creare consapevolezza. Per questo, in terapia, la distanza temporale tra il presente e una possibile separazione, — se doveva esserci — si riduceva notevolmente. A onor del vero lo stesso valeva per il successo della coppia.
Da lì trassi alcune conclusioni.
La prima: esistono fattori predittivi, oggi direi chiarissimi, della durata di una relazione. Tuttavia, a causa della scarsa consapevolezza dei partner, vengono spesso ignorati.
La seconda: la “terapia di coppia” in sé non esiste. Non esiste cioè un “problema di coppia”, ma problemi individuali che nella relazione mettono in evidenza l’inadeguatezza di uno o di entrambi i partner.
Quando va bene, le persone si allontanano senza farsi la guerra. Quando va male, si generano una miriade di comportamenti malsani, che oggi vengono definiti in modo ”pop” come “tossici”.
Ma perché le persone si lasciano?
È l’amore che finisce? Ci si scopre diversi? Che cosa succede, esattamente?
Le cause sono tante, e quasi tutte nel range dell’“umanamente comprensibile”. Ma a volte c’è qualcosa di molto più doloroso e oscuro, come una bomba a orologeria all’interno della coppia: uno dei partner ha disturbo di personalità.
Uno in particolare mina profondamente le relazioni, perche’ a differenza di altri disturbi di personalita’ che sono molto palesi e rintracciabili, questo si mimetizza. All’inizio la casistica era minore, ma poi divenne l’elefante nella stanza.
Esiste un disturbo tale per cui una persona che dice “ti amo”, in realtà sta dicendo: “sei il mio provider; ti userò finché potrò, e il giorno in cui ti accorgerai di ciò che ti ho fatto, ti getterò via in modo umiliante”. Ma tu sei sintonizzata/o su “Ti amo” e non capisci che cosa stia accadendo realmente.
Un provider è qualcuno che provvede ai bisogni del partner — emotivi, economici, pratici. In una relazione sana, entrambi i partner sono in qualche modo provider l’uno per l’altro. Ma se hai una relazione con una persona con un disturbo narcisistico di personalità, allora il provider sei (e sarai) solo tu. Dall’altra parte troverai finzione e illusione, ma nulla di autentico.
In questo tipo di relazione, il provider è colui che fa stare bene l’altro, si preoccupa, si sacrifica, e talvolta si ammala — senza mai ottenere un equilibrio stabile. I narcisisti patologici vivono in un malessere continuo, che li porta a selezionare nella vita un provider dopo l’altro per ottenere il necessario approvvigionamento (emotivo, economico…) che consente loro di sopravvivere.
Quando ne trovano uno “migliore”, possono impegnarsi davvero a fingere una relazione più duratura: non mollano facilmente una fonte redditizia e si comportano al meglio… ma ancora non amano. Semplicemente fingono.
Possono avere figli con una persona giovane e attraente per avere una “prole da trofeo”, salvo poi “scartarlo” per un’altra più anziana ma più benestante, così da garantirsi sicurezza economica.
Il narcisismo, se lo studi, nasce da una profonda deprivazione affettiva, da una negazione emozionale. Avere un partner di questo tipo è come avere una relazione con qualcuno pieno di debiti: debiti emotivi che, inevitabilmente, andrai a pagare tu.
In terapia di coppia, le maschere dei narcisisti cadono. Si capisce perché stai con qualcuno e che cosa stai cercando davvero. Se si tratta solo di approvvigionamento emotivo, la relazione non è genuina — e il castello di carte crolla. Diciamo pure che lo faccio crollare io... non si può costruire un castello fatto di red flags.
Le red flags non si possono ignorare.
Se chiami il partner per sapere dove si trova, non è un segnale di controllo, ma di interesse: se passa la notte fuori casa e ti dice che non e’ tenuto a dirti con chi e’ cosa fa, non e’ di indipendenza che si parla… Se la tua vita ha preso una piega tetra da quando stai con una persona, se vivi in isolamento, non provi più piacere e la tua priorità è risolvere i problemi del partner… non puoi ignorare questi segnali. Hanno un significato preciso.
Conoscere davvero un partner richiede tempo. E, considerando le conseguenze di un abbaglio, di fronte alle red flags di un possibile partner una persona dovrebbe chiedersi:
La mia relazione è al sicuro?
Sono al sicuro all’interno di questa relazione?
O sono semplicemente parte dell’agenda di una persona disturbata?
E ancora: conosco davvero la persona che dorme accanto a me?
Ci sono cose che sto inconsciamente ignorando?
Sono affettivamente dipendente?
Qual è l’interesse reciproco nello stare insieme?
È una relazione autentica?
Dopo tanti anni, continuo ad aiutare le persone a porsi e rispondere queste domande.
Domande che chiunque — uomo o donna — dovrebbe rivolgere a se stesso nei momenti di riflessione.
Esistono fattori predittivi del successo di una relazione, così come dell’insuccesso.
Esistono libri che descrivono come persone con determinati disturbi di personalità sabotino prima il partner e poi la coppia. Sono nato in un’epoca e in un contesto in cui la psicologia era vista come un lusso, riservato a pochi. Oggi invece viviamo in un’epoca in cui la psicologia è accessibile a tutti. A volte assume connotati “pop”, (relazioni tossiche) criticati dal mondo accademico, ma che io trovo positivi: se un nuovo linguaggio nasce, un motivo c’è.
Mi colpisce sempre quando una persona mi chiede aiuto perché ha letto un articolo in rete, una discussione su Quora o Reddit, o ha trovato il coraggio di aprirsi e parlare dei suoi dubbi — anche solo con ChatGPT.
Tutto e’ utile se serve a farci capire che … non e’ una separazione a distruggere una relazione, ma l’inganno che l’alimenta fin dall’inizio…

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